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| Scritto da p. Ezio Roattino, imc | |
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Profilo e testimonianza di p. Ferdinando Viglino imc Dedicato A chi tenta Di portare Pane e profezia Oltre le mura. Introduzione Venti anni fa moriva a Roma, in piazza Risorgimento, P. Ferdinando Viglino, missionario della Consolata. Una data che non bisogna dimenticare. Terminava una vita che resta ancora oggi un’eredità, una sfida ed una speranza. P. Viglino passò attraverso molte stagioni di storia e di Chiesa, in Europa, Africa e America Latina. In tempi di dittature, guerre, paure e silenzi non lasciò addomesticare il Vangelo e proclamò il primato della coscienza e del rischio nella storia. Per questo fu un uomo scomodo e un segno di contraddizione. Emarginato o incompreso da alcuni, capito e amato dai poveri, anticipò il tempo del Concilio. L'umiltà, la preghiera e l'Eucaristia garantivano la radice evangelica della sua profezia a volte veemente e straripante. Il Magnificat è il canto più appropriato per celebrare la memoria e riviverne il messaggio. Le pagine che seguono sono frutto di letture di una copiosa corrispondenza, di note ed appunti, di ricerca in archivi e di colloqui e interviste in Italia, Argentina e altrove, con persone di diversi ceti e categoria che hanno conosciuto personalmente P. Viglino. E frutto anche della mia convivenza con lui nei suoi ultimi tre anni di vita. E’ stato un dono l'avere avuto questa occasione di scrivere per capire meglio chi è stato e chi è P. Viglino, su quali orizzonti si è mosso e de quali radici è partito. E’ un saggio scritto con amicizia e con gratitudine. Cercando di dire le cose come le vedo, come risuonano dentro di me, ascoltando ed interpretando fatti ed avvenimenti. Usando a volte un linguaggio allusivo e inconcluso, non come un "valore aggiunto", o per gusto di ermetismo, ma per dilatare una profondità di gesti e parole. Non credo che scrivere con amicizie sia oscurare l’obiettività. Certo non ho voluto essere neutrale. Ho cercato di leggere l'Avvento dentro l'avvenimento. Ogni capitoletto porta in aperture una frase della Bibbia. Non per abbellimento. Ma perché la Bibbia era il pane quotidiano di P. Viglino. E la sua vite era Cristo (Gal. 2,20). E’ quindi tempo di memoria,di ringraziamento e di ripresa del cammino. Siamo alla vigilia dei 500 anni di colonia e di Vangelo dell'America Latina. Una terra amata da P. Viglino. Una terra dove lui voleva tornare. Possa la forza della memoria suscitare la speranza e rimettere in marcia l'impazienza di una missione e di una profezia. Torino, 20 giugno 1989 Festa della Consolata. Una memoria per il futuro Prefazione "Ho conosciuto P. Viglino in una parrocchia molto povera. Era un uomo di grande umiltà con un enorme povertà... Aveva una grande biblioteca. Allora ero studente e questo mi impressionò molto. In quell'epoca scriveva a Maritain.... Era un uomo che spaziava in un mondo così vasto e viveva in un posto così povero e lontano. Mi impressionò la sua povertà...il suo vestito sgualcito, l'ambiente disadorno di ogni cosa… Aveva una intelligenza chiara e penetrante e mi stupiva il suo coraggio nell'affrontare le questioni nuove e inedite. Mi ricordo che celebrava Messa in spagnolo e non in latino, come si faceva all'epoca. Fu il primo sacerdote nelle mia vita, molto prima del Concilio che vidi celebrare rivolto al popolo... Era un santo...si vedeva che viveva della quotidianità della trascendenza, una lontananza presente… Ho saputo che veniva da un’Italia ove era stato critico anche del fascismo e che era stato nelle missioni d'Etiopia....Mi meravigliavo che potesse aver fatto tutto questo perché era sempre ammalato… Lui ispirò coloro che ebbero influsso su di noi, cioè i preti giovani. Io, d'altra parte, avevo anche una relazione personale con Lui… Il primo che io conobbi che assomigliasse ad un Profeta fu P. Viglino, il primo della mia vita. Conobbi molta gente, grandi oratori, trascinatori di massa... Ma non erano come lui… P. Viglino veniva dal futuro.... Veniva dal futuro e fu uno straordinario profeta. Un uomo di grande intuizione spirituale, di preghiere, con il senso trinitario della vita... Con chiarezza sulla democrazia, per questo fu amico di Maritain, sensibile alla difesa dei diritti umani e in quell'epoca molto avanzato sui gruppi cristiani di quella regione.... Aveva una connaturalità fenomenale con la gente. Nel nostro contesto mendozino e poi argentino il suo tempo fu l'inizio del rinnovamento sacerdotale. Trasformò il movimento "dei sacerdoti del terzo mondo", che è un movimento straordinario... Ha anticipato il Concilio fu uomo di Chiese ed anche uomo di frontiera...Apriva il cammino.... Dopo di lui ho conosciuto altri uomini simili, uomini di frontiera che credono possibile quello che ad altri pare impossibile.. Non so se sia stato un perfetto parroco... Credo che era un grande consigliere spirituale, anche un intellettuale senza essere un cattedratico. Credo però che fosse sopratutto un profeta, che è qualcosa di diverso delle altre tre qualifiche… Era un uomo che anticipava.... Penso che non ci sia nessun dubbio che se vivesse oggi sarebbe nelle linea della teologia della liberazione, completamente sulla "punta". Lo vedo come uno sbocco naturale del suo cammino. Non sarebbe rimasto al Maritain, non avrebbe scritto "Le paysan de la Garonne". E’ possibile che l'avessero anche ucciso in Argentina. Se fosse tornato nel ‘69....nel ‘74 o se ne sarebbe andato dall’Argentina o l'avrebbero ucciso per la sue scelte dei poveri. Non è questo il senso di tutta le lotta della storia delle Chiesa? E lui non sarebbe stato infedele e questa linea e a questo impegno. (intervista a Enrique Dussel) LA STRADA "Siccome si avvicinava il tempo della sua ascensione, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme" Lc. 9,51 Penultima stazione : morire in Piazza Risorgimento "E Gesù gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori" Gv. II, 43 Roma, 14 dicembre 1969, terza domenica d'Avvento, in Piazza Risorgimento, P. Ferdinando Viglino e investito mortalmente da una macchina. Sono circa le 6 di sera e il tempo é nebbioso. L'investitore é un minorenne senza patente, alla guida di una 500. Il Padre rimane circa mezz'ore sul selciato, prima che un taxista lo porti al vicino ospedale di Santo Spirito. Vi arriva cosciente e da il suo nome al pronto soccorso, però non essendoci il reparto dei craniolesi, viene trasportato al San Giovanni. E’ ormai troppo tardi, non é più possibile intervenire, il trauma cranico é irreversibile. Quella domenica, con i chierici del Seminario di Bravetta eravamo andati a Frosinone (1) e rientrammo alla sera tardi, dopo essere scampati a un pauroso groviglio di macchine scontratesi sull'autostrada. Saputa la tremenda notizia mi recai subito, con altri missionari della Casa Generalizia all'Ospedale San Giovanni. Là, in un corridoio, sotto la bombola ad ossigeno, in coma, riposava nell'ultima agonia P. Ferdinando. Con alcuni altri missionari gli fummo vicino la notte fino al mattino quando spirò. Ero cosciente della eccezionalità di quell'ora. Perché era l'ora della morte. E della morte di P. Viglino (2). E in quel modo di morire c'era anche una logica e una teologia. L'Ospedale era più che affollato di malati e non c'era più posto nelle corsie. All'agonizzante hanno dato un lettino nel corridoio, ove c'erano altri "soprannumerari". L'ascensore si apriva e si chiudeva continuamente davanti a lui e la gente andava e veniva. Accanto a lui c'era un forsennato che continuò ad urlare per tutta la notte, non potendo ricevere calmanti per il timore che andasse in coma. Dall'altro lato c'era un ferito( un delinquente) piantonato dalla polizia. Pensavo :"così muoiono i poveri". Sapevo che P. Ferdinando non aveva mai viaggiato in prima classe, però fare l'ultimo viaggio in quelle condizioni, mi pareva persino eccessivo. Al mattino del 15 dicembre verso le 9, P. Ferdinando scioglie l'ancora del suo travagliato viaggio, valicando l’ultima frontiera. Con i giovani diaconi di Bravetta, che erano appena arrivati, e ai quali P. Ferdinando aveva guidato il corso di esercizi spirituali pochi giorni prima, mormoriamo commossi e riconoscenti il Magnificat. Il canto dei poveri e dei missionari. A nome di tanti. Conoscevamo la sua storia, l'intensità e gli orizzonti del suo annuncio missionario e sapevamo di rappresentare moltitudini. Il funerale si svolse nella cappella del Seminario di Bravetta il 19 dicembre, lì dove il P. Ferdinando aveva speso i suoi ultimi anni di vita, nel lavoro formativo e nell'attesa del suo ritorno in America Latina. Una liturgia di speranza più che di afflizione. Molti presenti: familiari, missionari e laici, amici e ammiratori della figura di P. Viglino (3). Il cimitero del Verano di Roma, accoglie le sue spoglie nella tombe dei missionari della Consolata. Stando accanto al Padre morente ripassavo i tratti della sua storie che conoscevo, pensavo agli ultimi giorni trascorsi insieme. Ricordavo l'ultima Messa concelebrata insieme con lui e il fratello P. Ugo nella casa di una famiglia amica. Era per un defunto, padre di un deputato al Parlamento, non credente. Eravamo una quindicina con la nuora e i nipoti del defunto. Si celebrò la Messa dell'Ascensione del Signore, nel dialogo e con la partecipazione attiva dei presenti. Si presentò il morire come l'entrare nell'ascensione, lasciando a chi rimane una coscienza più acuta dell'impegno urgente di trasformazione del mondo e della società. La sposa del deputato disse al termine della celebrazione :"Padre, dovessi vivere cent’anni, questa Messa non le dimenticherò mai". Un'espressione inaspettata, densa, luminosa, dette da una donna non-liturgica a un missionario liturgo, che dal giorno della sua ordinazione sacerdotale aveva speso intelligenza e pietà per ridare all'Eucaristia il sapore di pane e il messaggio di Pasqua dell'ultima Cena. Una cena di Betania. Il pensiero e il mistero della morte erano presenti nella spiritualità di P. Ferdinando, erano l'orizzonte. Non come evasione dalle urgenze della città terrena, ma come condizione umana, terrena. Completamente trasformata dall'esperienza e dalla croce di Gesù che le da nuovo senso e una misteriosa dignità. In occasione della morte della mamma così scrive ai fratelli e alle sorelle: "... i particolari che mi ha scritto P. Ugo ( e che rendono preziosa la lettera) mi hanno fatto accompagnare come se fossi stato presente, gli ultimi giorni e le ultime ore della persona più cara che io avevo ancora in questo mondo. Mi sembra che sarebbe troppo poco dire "sia fatta la volontà di Dio". Diciamo piuttosto "Ti ringraziamo o Signore, ti lodiamo e ti benediciamo perché ciò che hai disposto é buono, per il riposo e la gloria che hai concesso a nostra madre e per la pace che hai dato a noi .... Con la morte della madre, che segue a meno di quattro anni quella del babbo, possiamo dire che le nostre radici non sono più nella terra ma nel cielo. Procuriamo quindi di vivere in tal nodo che le nostra vita manifesti che viene dall'alto". (4) In una lettera al Fratello P. Ugo, scrive una frase da decifrare : "quando verrà l'anti-Cristo la scienza che bisognerà sapere sarà quelle di morire per Gesù". (5) La sua salute cosi sofferente e fragile che fu una dimensione costante della sua giornata terrena gli faceva sentire, a volte con più intensità, vicino o prossimo "l'esodo da questo mondo". Scriveva al Superiore Regionale (6) d’Argentina :"sono in procinto di viaggiare e Torino, se il medico lo giudicherà fattibile per internarmi in un ospedale. E’ da circa un mese che vado deperendo a viste d'occhio, non escludo che sia per giungere l'ora di "exire de hoc mundo". Comunque se piacerà al Signore di chiamarmi, sia benedetto il suo nome; e se vorrà ancore lasciarmi a continuare il pellegrinaggio, sia ancore benedetto". (7) Morire in piazza Risorgimento, in tempo di Avvento! Con la date già fissate per il ritorno in Argentina! Morire improvvisamente, per la strada, con in cuore l'allegria e la freschezza di chi riparte come se partisse la prima volta, sconfiggendo stanchezza e incomprensione. E' un annuncio da decifrare le cose diventano simboli e la cronaca un linguaggio. Le prime volte che sentii parlare di P. Ferdinando fu nel 1960 durante il mio anno di noviziato. Avevamo ricevuto una sua lettera dove diceva: "quando ero giovane pensavo che l'Avvento fosse le prima parte dell'anno liturgico, ore invece ho capito che é l’ultima" (8) Ed aveva ragione. Per lui quell'Avvento del ‘69 fu veramente l'ultimo tempo dell'anno delle liturgia della vita. Il Signore era ritornato "sul far del mattino" ed aveva trovato il suo servo vigilante. Tutto era pronto : passaporto, biglietto della nave, il commiato dagli amici di Roma e un cuore che sovrabbondava di ringraziamento e di progetti. All'ultimo momento fu cambiata la destinazione. Ma la lampada era accesa. Cadde sulla pubblica piazza. Con una morte violenta e dolorosa. Tra la paura e lo smarrimento dei passanti. E nella solitudine come tutte le morti. Interrompendo cammini, attese e progetti. Certo un'insolita liturgia di avvento, forse non prevista, ma certamente preparata. Una liturgia di Avvento per lui che partiva e per noi che restavamo. Natale era vicino ed illuminava anche piazza del Risorgimento. Un testimone che parte lascia sempre delle consegne. Una storia come quelle di P. Ferdinando non poteva essere interrotta e sotterrata da un incidente della strada. Una vita che é stata una seminagione di primavera non può stare dentro una tomba. Ecco perché ripassando tante volte per piazza Risorgimento e ricordando quel 14- dicembre 1969 - il quarto giorno - il pensiero correva e corre a Betania. Alba di un travagliato esamino "...rimane ancora il più1 piccolo che sta a pascolare le pecore". I Re 16, II. P. Ferdinando (9) era nato a Bosia (10), diocesi di Alba e provincia di Cuneo, il 14 settembre 1902. (11) La sua era una famiglia patriarcale : 12 persone. Papà Luigi e mamma Giuseppina, i due nonni Giuseppe e Paola e 8 tra fratelli e sorelle. La vita scorreva semplice e laboriosa, in un quadro di austerità e sobrietà, sicurezza e tranquillità economica: un certo benessere contadino, anche se non abbondanza. La famiglia, oltre le vigne, i campi e i boschi possedeva anche a velie, in riva al Belbo, una bella pianura ("la piane") per il fieno occorrente e gli ultimi pascoli autunnali. Il papà commerciava in legname. Aveva impiantato alla Bosia una segheria con il motore a vapore, la prima( e forse l'unica) del paese. Laborioso, stimato dalla gente. In una certa occasione, ebbe il maggior numero di preferenze per la carica di sindaco del paese. Per la sua giovane età gli fu preferito un altro e gli fu data allora la sovraintendenza per la scuola. Era molto generoso e non tanto "buon amministratore". Era facile a prestare i soldi che sovente non gli venivano più restituiti. Venendo dal mercato portava sempre qualche regalo ai figli. La mamma veniva da Serole, presso Cortemilia. Era sempre di buon umore. Faceva il pane e lo cuoceva nel forno di casa. Confezionava gli abiti e la biancheria per tutti i suoi figli. Cuciva tutto a mano. E con la mano sinistra. Questa “particolarità” le permise di ricuperare degli abiti che erano stati rubati dimostrando che erano stati cuciti alla "mancina". Il nonno era un'altra figura influente nella casa. Era sua abitudine prendere qualche "trovatello" e tenerlo in famiglia, come un figlio, per poi - una volta diventato adulto - lasciarlo libero affinché scegliesse la strade che voleva. Gli anni cominciavano a pesare e stava diventando cieco. Racconta la sorella Teresa: "Un ricordo che mi é rimasto di Ferdinando bambino é questo : il nostro nonno paterno era da qualche anno cieco e lui lo prendeva per mano con tanto bel garbo. Lo accompagnava nei nostri vigneti anche solo per toccare con le mani i bei grappoli di uva, quando ere la stagione. Alla domenica, nella bella stagione, lo accompagnava pure al paese per la Santa Messa. Anche se la strada era lunga e faticosa lo faceva molto volentieri e già allora, ancora molto giovane, era una sua soddisfazione poter fare un'opera buona verso il prossimo". Il nonno era anche incaricato di guidare il rosario serale ed iniziare i nipotini alla recitazione delle preghiere e al corretto esercizio del segno della croce. P. Ferdinando scrive nelle sue note : "Conservo ben vivo il ricordo dei rosari che si recitavano in famiglia, nella cucina, dopo cena. Li guidava il nonno, in ginocchio sul pavimento e appoggiato alle sedia, imitato in questo anche babbo. Cosa che mi impressionava fortemente, anche se in modo piuttosto confuso. Di quei rosari ricordo pure un'appendice di Padre Nostro e Ave Maria che risultava, almeno per me, molto lunga... Il nonno era fedelissimo al segno di croce e alla preghiera prima di mangiare, ed inesorabile con i nipotini nell’esigere il segno della croce fatto con le destra. Mio fratello Dario credo sia stato quello che ha dato più da fare al nonno a questo riguardo (perché era mancino)"... La famiglia ere numerose e tutti davano una mano nei lavori campagne. Solo l'inverno concedeva un po' di tregua, c'era la neve e le giornate diventavano corte. Ma già in gennaio si preparava pali e canne per mettere nei vigneti per sostenere i filari e in febbraio cominciava la potatura delle viti. Nelle lunghe notti di inverno si faceva la " Veglia" nelle stalle venivano i vicini, si raccontavano storie e a volte c'era anche fisarmonica con qualche passo di danze. A maggio e giugno si lavorava attorno ai bachi da seta. Poi arrivava il tempo della mietitura del grano, della vendemmia, (12) della raccolta delle castagne, delle nocciole e dei funghi. “I boschi mi rievocano l'esperienza della ricerca dei funghi. Ricordo il litigio sorto una volta con un compagno di pascolo e di scuola, un certo Paglieri. Egli scoprì un fungo molto bello e vistoso e io pretendevo, contro verità, di averlo visto primato. questo stesso compagno un giorno, tornando da scuola (non ricordo come sorse le questione) mi tirò una pietra che mi fece perdere del sangue. Devo dire che dopo tutto ci volevamo bene e lui non era affatto un tipo sanguinario. I boschi e in genere la natura, mi incantavano, la raccolta delle castagne, che soddisfazione procurava!... E ancora nei boschi, che festa all'epoca della raccolta delle foglie secche - il fuiàch - da mettere sotto le bestie nelle stalla...." (Dalle note di P. Ferdinando). C'erano poi le mucche e le pecore da accudire e da pascolare e si andava al mercato di Albe o Cortemilia a vendere uova e robiole. A scuola si andava se il tempo lo permetteva e durante l'estate Ferdinando che era il primogenito, conduceva le pecore al pascolo per un'ora prima di andare a scuola. Si faceva colazione sovente con la minestra riscaldata della sera prima e poi si partiva, giù per i ripidi sentieri, attraversando un ponticello traballante sul fiume Belbo. Racconta la sorella Teresa: "...mi ricordo che la nostra mamma seguiva Nando con lo sguardo finché non avesse attraversato quel ponte e così faceva quando era l'ora del ritorno". (13) Tornando dalla scuola c'era da andare apprendere le legne e l’acqua alla fontana nel bosco, d'estate,quando il pozzo era secco. Si viveva con allegria le giornate della festa, la domenica, la festa patronale della Bosia in luglio, con le visite dei parenti e con un buon pranzo. Grande festa era anche il giorno in cui nasceva un bambino. Scuola, feste, lavoro, vita agreste: un tempo sereno e di affetti familiari per Ferdinando.(14) Ma il futuro incalzava per nuovi orizzonti. Ragazzo di dieci anni, Ferdinando entra nel Seminario diocesano di Alba, dove frequenterà la quarta e quinta elementare. Racconta la sorella Teresa: "Nando era un ragazzo molto studioso e pieno di volontà tanto che il parroco del paese don Lusso consiglio mio padre di avviarlo studi sacerdotali e Nando ne era entusiasta. Mio padre non era tanto d'accordo essendo Ferdinando il primo dei suoi figli e gli sarebbe stato d'aiuto in campagna, ma mio fratello con il suo entusiasmo e volontà di studiare seppe convincerlo e fargli comprendere che quella era la sua strada e fu così che a 10 anni partì per il seminario di Alba". Il 12 settembre 1915 - l'Italia era entrata da poco nella prima guerra mondiale - Ferdinando entra nel piccolo Seminario San Paolo dei missionari della Consolata a Torino. Presentato da don Alberione (15) «allora Padre spirituale del Seminario di Alba ed accompagnato dal papa, é ricevuto dallo stesso Fondatore, il Padre Giuseppe Allamano. Così ricorda quell'incontro P. Ferdinando : "Il primo ricordo che ho del nostro Fondatore risale al giorno della mia accettazione nel piccolo seminario San Paolo. Fu nel settembre 1915. Mio padre ed io fummo presentati al Can. Allamano nella sacrestia del Duomo di Torino dal Cav. Bersano, organista del Duomo. Mi pare fosse una domenica. Ricordo che rivolgendosi a mio padre gli disse :" e così volete proprio regalarlo alla Madonna"? Farà tutti gli studi ginnasiali al Seminario San Paolo e dal 1919 continuerà in Casa Madre gli studi di liceo, filosofia e teologia. Nel 1921, durante il noviziato, si ammala e torna in famiglia per curarsi e per la convalescenza. Il Fondatore lo consiglia a proseguire gli studi nel seminario diocesano, ma di fronte alla chiara determinazione di Ferdinando di continuare nell’Istituto, cambia opinione e lo accoglie di nuovo con gioia. "Dopo la prima liceo, mentre ero novizio, mi ammalai. Dopo l'Epifania i Superiori giudicarono opportuno mandarmi in famiglia in convalescenza. Andai a salutare il Sig. Rettore, che, alludendo che in quei giorni usciva un chierico anche lui novizio, mi disse "Vedi un po'. Chi ha salute non ha voglia di continuare, tu che hai voglia di continuare non hai salute. Mah, sia fatta la volontà di Dio!" Mi scrisse poi a casa dicendomi che data la mia salute quasi sempre malferma giudicava più conveniente per me che continuassi gli studi nel seminario diocesano. Poi fatto sacerdote mi avrebbe riaccettato volentieri nell’Istituto. Gli risposi che quella soluzione mi addolorava assai, e gli feci anche presente le difficoltà che avrei avuto per proseguire gli studi in seminario. Allora egli mi rispose: "mi rincresce assai di averti addolorato con quelle mia proposta. Viste le tue ragioni, annullo il mio progetto e ritorno al tuo. Procura rinforzarti nell'aria nativa, di darti da fare, poi passati alcuni mesi ti farei mandare dall'Istituto il testo di filosofia, e così, rientrando a settembre, potrà dare l'esame senza perdere l'anno". “Come di fatto ho potuto fare. Di quel periodo conservavo tre lettere del Fondatore che ho perdute nelle vicende della missione di Guder nel maggio 1941” (Dalle note di P. Ferdinando). Emette la prima professione religiosa nelle mani del Fondatore (16). Durante la teologia fa l'assistente dei chierici in Casa Madre e, durante l'estate, dei novizi a Pianezza e Sanfré. E' anche incaricato della Biblioteca dell'Istituto. Il 31 gennaio 1926, pochi giorni prima che muoia l'Allamano, nella chiesa parrocchiale di S. Alfonso in Torino, è ordinato sacerdote dal Vescovo Filippo Ferlo. (17) L'alba preannuncia il giorno e queste pagine "mattutine" delle vita di P. Ferdinando lasciano intravedere il ritmo, l'accelerazione e il costo di un cammino. C'è una frase dei "Promessi Sposi" del Manzoni che P. Ferdinando riporta su una cartolina scritta al nipote Giovanni (18) e che può essere l'autoritratto dell'alba della sua vita: "Federico Borromeo persuaso che la vita non é già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego del quale ognuno renderà conto, cominciò da fanciullo a pensare come potesse rendere le sua utile e santa". E certamente cominciò in tempo a non perdere tempo. Con responsabilità, perché tutti, specialmente i poveri, entrassero nella festa. Educatore e maestro dei novizi “…e io gli mostrerò quanto dovrà patire per il mio nome" Atti 9,16 Pochi giorni dopo la sua ordinazione P. Ferdinando inizia il suo lavoro di educatore nei seminari e noviziato, un lavoro senza risparmi e senza mezze misure. Un lavoro costoso. Lo porterà avanti per 12 anni, fino alla sua partenza per l'Etiopia (19). Nel febbraio del '26 é direttore degli studenti a Cavour. Li segue poi nella nuova casa di Camerletto. (20). E’ nominato in seguito direttore del corsi accelerati a Venaria. Nel 1930 é nominato maestro dei novizi, responsabilità che manterrà fino al 1938. Ho ascoltato e intervistato tanti missionari che sono stati alunni o novizi del P. Ferdinando. Dopo 50 anni conservano un ricordo chiaro e un pensiero riconoscente» Al di là delle parole, della forma di spiritualità, del metodo educativo, rimane l'immagine della sua coerenza, del suo disarmante sorriso, della sua precoce e preveggente maturità». Tra le tante testimonianze ecco quella di P. Celio Regoli che oltre ad essere stato novizio di P. Ferdinando nel '31, fu anche assistente del noviziato nel ‘36 – ’37: "Nel 1951» l'ho avuto come Maestro dei novizi... nella misera povertà di Uviglie; fu un anno pieno di grazie per tutti, per l’amore, lo spirito di famiglia, le sana allegria che regnava tra i novizi, il Padre Maestro e l'indimenticabile P. Deagostini. Monsignor Nepote, allora Vicario Generale, veniva spesso al noviziato e mi consta che lo faceva per parlare con P. Viglino che stimava molto. Che dire delle sue conferenze, specialmente della meditazione, delle 11,30 (ora così pesante)? Le sue esposizioni erano vivaci, piene di aneddoti e profondamente umane. Realmente animavano. Quando parlava della Vergine era un vero incanto. Le parole, le espressioni, i gesti, lo sguardo: tutto era vivo, simpatico, luminoso. Almeno per me era così. Quanto facile era parlare con lui, confidarsi; bastava una piccola frase o solo un gesto o quel suo sorriso franco, per pacificare qualsiasi tormento. Sembrava che leggesse dentro di noi. Nel 1936-37 ho passato il mio primo anno di sacerdozio accanto al P. Viglino e ringrazio ancora Dio per questo grandissimo dono. Quest'anno l'ho passato con lui parte in Uviglie e parte in Varallo, come assistente dei novizi. Posso dire di avere continuato il mio noviziato sotto la guida ferma e sicure del mio Maestro dei novizi. A Varallo P. Viglino ha sofferto molto. Una volta, al domandarmi che preparassi le relazioni sui novizi, mi disse :"Risponda con pace e verità davanti a Dio; credo sia una semplice formalità, poiché a Torino fanno quello che vogliono". Ripeto che l'ho visto soffrire molto, anche se mai ha lasciato trasparire nulla. Nell'ambiente si respirava ostilità e incomprensione verso di lui e non era necessario essere troppo esperti per rendersene conto" (21) Già si intravede de queste righe una sofferenza e una tensione. La fedeltà alla coscienze lo portava a dire a voce alta quello che vedeva. Con umiltà e con un'allarmante chiarezza, a Tempo, controtempo e prima del tempo. La liturgia é il "luogo" dove si manifesta e confronta il disagio e le divergenza. P. Ferdinando sognava una liturgia senza incrostazioni dove chi avesse sete potesse trovare acqua fresca e limpida. Una liturgia a misura delle attese delle nuove generazioni e dei nuovi bisogni delle missione. Il noviziato era un tempo opportuno per questo rinnovo e poteva diventare un cantiere. La spiritualità e la coscienza critica dei novizi vi potevano trovare alimento e sprone. E non a spese della profondità e della scienza liturgica. Il Maestro non. si ritrasse davanti alle sfida. Probabilmente non immaginava lo sbocco di quell'umile audacia». I punti concreti di questo bisogno di "ritorna" erano i seguenti: - dal latino alla lingua parlata e capita dal popolo, - dalla Messa dialogata con gli inservienti alla Messa dialogata con tutti i presenti, - dalla Messa di spalle alla Messa di fronte al popolo, - dall'uso obbligatorio delle "pianeta" all'uso di ornamenti più idonei come la casula, - per i novizi, dalla recita del Piccolo Ufficio della Madonna alla recita del Breviario. Oggi questi punti possono sembrarci scontati ed ovvii e non e temente un terreno di scontro, però allora si era negli anni '30. Il Vaticano II era ancora lontano. Riporto una interessante lettera del P. Ferdinando al Superiore Generale dove espone tutte le ragioni a favore della recitazione dell’Ufficio Divino: "All'inizio del presente anno di noviziato (2 ottobre 1935) ella mi notificava la disposizione di far dire ai novizi l'Ufficio della Madonna e non più il Breviario. (22) Quella disposizione fu subito eseguita. E per parte mia sono contento di avere avuto l'occasione di compire un atto di obbedienza a una cosa che mi rincresceva, di tradurre nella pratica di un esempio ciò che avevo insegnato in teoria. Ora che sono trascorsi circa tre mesi, mi pare non possa avere più l'aria di indocilità, il rivolgere a V.P. Rev.ma umile domanda può riavere il permesso per i chierici novizi di recitare il Breviario. I motivi che mi muovono a fare questa richiesta sono : 1) che mi sembra di trovare nella recita del Breviario un mezzo molto efficace per formare i chierici alla vita interiore e unione con Dio. 2) un mezzo per far meglio comprendere i misteri della nostre santa fede; di far entrare più facilmente nello spirito della Chiesa specialmente nell'occasione della sue feste; 3) il vantaggio di preparare alla fruttuosa e intelligente recita del Breviario quando diverrà un obbligo col Suddiaconato. Come, se vale il paragone, per capire e gustare la Divina Commedia o l'Eneide, ci vuole una adeguata preparazione. E a questo fine la recita che se ne farebbe in Noviziato sarebbe di grande aiuto dato che si impara meglio a conoscere una regione percorrendola che non studiandone la carta geografica. Questo vantaggio mi pare specialmente sensibile riguardo allo studio dei Salmi; 4) che l'introduzione del Breviario ai Chierici novizi fu fatta con l'approvazione del Ven.mo P. Fondatore che diede personalmente al P. Nepote, allora Maestro dei novizi, i breviari vecchi che aveva a disposizione ed esprimendo verbalmente che gradiva questa introduzione. Così io prego umilmente V. P. Rev.ma a volerci concedere di potere di nuovo rispondere collettivamente alla santa Messa della comunità: questo mi sembra sia secondo lo spirito della Chiesa perché aiuta a una maggior partecipazione al S. Sacrificio. Haec protuli - dirò anch'io - non ut doctor, sed ut docibilis Ecclesiae filius. Esprimendo la speranza di ottenere favorevole risposta come il regalo di Gesù Bambino, mi firmo obbed.mo figlio in Cristo. P. Viglino maestro. (23) La concessione della Messa dialogata non fu accordata e il P. Ferdinando ne fa una nuova richiesta un anno e mezzo dopo,con occasione del trasferimento della sede del Noviziato a Varallo Sesia. "Rev.mo Padre Superiore Generale in occasione di qualche lieto avvenimento si suole concedere delle amnistie e dei favori. Ora, ricorrendo l'inaugurazione della Casa di Varallo, permetta che venga umilmente a chiederle di ripristinare in Noviziato la Messa dialogate e l'uso delle pianeta ampia, cosiddetta Casula. Nella fiducia dell'esaudimento, Le esprimo, anche a nome dei novizi, le più sentite grazie. Obbed.mo figlio in N.S. Gesù Cristo P. F. Viglino". (24) A sostegno della pratica della Messa Dialogata porta il pensiero del Fondatore e la pratica del Papa Pio XI. "Pro-memoria: quando con l'istituzione della cosiddetta "Giornata apostolica” (P.Gays) s'era introdotta la pratica di ascoltare la Messe "liturgicamente" cioè col dire assieme al celebrante tutte le preghiere, comprese quella del Cenone (eccetto la consacrazione) il Padre Fondatore ebbe ad esprimersi in questi termini : "Così mi sembra che sia troppo", ma dire insieme al serviente questo si che va bene”. (Testimonianza del Rev.mo P. Giuseppe Gallea, Economo Generale). Varallo 5 settembre '37- Firmato: P. F. Viglino. (25) "Nel Congresso Eucaristico di Roma (1922) Pio XI nella Messa di mezzanotte, che celebrò a San Pietro dialogò lentamente il Dominus vobiscum, il Gloria, il Credo, il Sanctus, il Pater, e l'Agnus Dei con il popolo presente".(26) Il P. Celio Regoli ricorda la sorpresa e i contrasti dell'alti rivolto al popolo. "Ricordo quando agli inizi del I937, nel Noviziato di Varallo (io ero assistente dei novizi) abbiamo girato l'altare della cappella verso l'assemblea. Ci sembrava incredibile partecipare così bene alle funzioni! Ce le siamo sentite! Hanno portato via tutto dopo averci obbligati e rimettere tutto come prima. Erano cose esteriori, certo, però frutto di vita interiore che domanda la contro-parte esterna e ragionata, alla quale finalmente siamo arrivati"(27) Una testardaggine umile e impenitente che andrà lontano.(28) La spiritualità biblica e liturgica di P. Ferdinando aveva anche riconoscimenti ed apprezzamenti, specialmente fuori casa. Negli anni '34-38 tradusse dall'inglese 9 volumi di meditazione della Madre San Paolo (II), traduzione molto apprezzata nel recensione di alcune riviste del tempo.(29). Un'opera di grande respiro biblico. L'editore Siamondi chiede al P. Ferdinando di fare la presentazione alle traduzione italiana di "Le Bréviaire expliqué" del P.Will redentorista. P. Ferdinando scrive al Superiore Generale : "...ora il detto Sig. Sismondi mi prega di fare una specie di presentazione del libro.... Io non avrei difficoltà trattandosi di un'opera che conosco da qualche anno e di cui mi servo per la spiegazione del Breviario ai novizi.... Perciò La prego se ella non vi vede inconvenienti, di volermi autorizzare a mettere la firma a detta presentazione".(30) Evidentemente la linea liturgica di P. Ferdinando non é condivisa dai Superiori e ne nasce un conflitto che porterà all'allontanamento del Maestro dal Noviziato. Ad una lettera di P. Ferdinando, che aveva portato a sostegno dell’uso delle Casula nelle celebrazioni liturgiche il pensiero del Card. Celso Costantini, risponde il Superiore Generale in maniera categorica e risoluta. Scrive il Maestro dei novizi: "....credo pure che la pianeta guadagnerebbe in decoro se fosse riportata al taglio antico, come le pianete che si usavano nel medioevo e si usano tuttavia nelle catacombe a Roma e in molte abbazie dei benedettini in Italia e fuori Italia....". (31) Risponde il Superiore Generale: "Rev.mo e caro P. Viglino, ecco quello che ha risuscitato V.S.Rev.ma portandomi S.E. Mons. Costantini, il quale, se fa teste per quanto concerne i Benedettini, fa non meno teste e autorità per quanto riguarda i missionari. Dunque i Benedettini facciano quello che S.E. Mons. Costantini loro permette ed i Missionari (cioè noi compresi) non facciamo quello che S.E. sconsiglia e proibisce . Perciò: stante l'esistenza e la conoscenza della espressa volontà della nostra legittima autorità ecclesiastica, stabilisco oggi definitivamente, in modo che siano abolite tutte le concessioni ancora lasciate sia pure parzialmente ed indeterminatamente, al riguardo del suo esposto. L'uso delle CASULA cessa da oggi ad essere permessa in QUALUNQUE TEMPO nelle case del nostro Istituto. Prego V.S.R. mettere una bella pietra sopra il passato. Consideri di aver fatto doverosamente in coscienze la sua parte, esponendo ai Superiori il suo pensiero e dimostri alto spirito di obbedienza alle decisioni presenti che riflettono la volontà superiore. Raccomandandomi alle loro preghiere. Saluti fraterni. In C.J. padre G. Barlassina". (32) Il confronto sulla liturgia, oggetto di una fitta corrispondenza tra il P. Ferdinando e il P. G. Barlassina, allora Sup. Gen., conclude con la destinazione all’Etiopia. E’ illuminante seguire gli ultimi sviluppi della vicenda. In data 7 maggio 1937 il P. Ferdinando scrive: "Rev. P. Superiore Generale, in seguito alle sua comunicazione fa mi ieri qui in noviziato, mi sembra non inopportuno esporle per scritto i miei pensieri che sarebbero i seguenti. In vista del disagio in cui verrebbero a trovarsi i novizi con la sostituzione del P. Maestro a circa 2/3 dell'anno di noviziato, pregherei di rinunciare al periodo di riposo prima della partenza. Penso che come ha potuto partire il Rev. P. Regoli dopo aver terminato regolarmente l'anno di assistentato ai novizi, così possa fare anch'io, che credo di non essere, per salute, in condizioni inferiori alle sue. E questo lo chiedo anche per riguardo del Codice di Diritto canonico che se richiede una giusta e grave causa per la rimozione del Maestro durante il quinquennio regolare penso che a più forte ragione la richiede nel corso dell'anno. Ora tutto considerato, non mi sentirei di addurre la mia salute come causa grave, tanto più dopo il sensibile miglioramento avuto fin dal principio di quest'anno. Quanto al procedimento delle sostituzione mi sembra che si potrebbe effettuare in questo modo. Siccome mi pare probabile che con Rev. P. Emilio Oggé verrà destinato un nuovo Padre assistente, che a quanto le ho accennato potrebbe essere il R.P. Cimalando, questi terminato l'anno scolastico a Porto San Giorgio, potrebbe venire i sostituire l'attuale assistente e così con la pratica di qualche mese, essere in grado di aiutare meglio il nuovo P. Maestro. In ultimo le chiedo l'autorizzazione di trasmettere a qualche Rev. Confratello l'incombenza di preparare per l'editore Sismondi la traduzione di nativitas Christi e di Societas Christi. Li rimetterei al R. Padre Fea lasciando a lui di cercare chi gli sembrerà meglio. Io porterei solo più a termine Sponsa e virginibus Christi. Gradisca, Rev.mo Padre Superiore Generale, i più rispettosi e umili ossequi. Devotissimo obbed.Mo nel Signore P. F. Viglino". (33) All'11 maggio dello stesso anno c'è un'altra lettera di P. Ferdinando: "Rev.mo Padre Superiore Generale, ho ricevuto la sua importante lettera recatami dal Rev. Padre Fiorina. La notizia che per sé sarebbe tale da riempirmi di gioia, considerati i fatti concomitanti mi reca anche qualche pena. Perciò le faccio, a mezzo della presente, umile e istante preghiera di volermi significare se oltre a quello espostomi non ci sono altri motivi per queste mie così repentina rimozione. Glielo chiedo come une carità di cui il mio spirito sente il bisogno in un momento così importante per me. Suo dev.mo ed obbed.mo nel Signore P. F. Viglino."(34). Ecco la risposte del Superiore Generale in data 12 maggio 1938 : "Rev.mo e caro P. Viglino, se può bastare l’assicurazione che le do per iscritto ora a conferme di quanto le dissi a vice più di una volta: 1) V.S. Rev.ma é stata destinata in Africa perché già prima lei e noi eravamo compresi della convenienze ( a scadenza del ciclo e termine del periodo del suo Magistrato), 2) parte ora perché ven’é bisogno come partono con lei il Rev. P. Toselli, chiamata telegraficamente, P. Ciatti, eccet… 3) se da un lato sarebbe bene che l'anno terminasse con un Maestro ed iniziasse con uno nuovo, é invece d'altra parte anche bene che il nuovo Maestro non inizi affatto a nuovo l'anno del Noviziato, ma lo prenda avviato e così i novizi sono sicuramente più presto formati, ed egli può più facilmente entrare nella conoscenza per poter subito condurre poi l'anno seguente con pratica fatta su antecedente avviamento, 4) i Superiori, come le hanno sempre manifestato, molto hanno apprezzato l'opere sua e, oltre le capacità sue, le cure affettuose da lei prodigate al noviziato per la buona formazione dei memori dell'Istituto, come pure farò comparire in una mia prossima lettera circolare. Può darsi che della commozione del momento V.S. Rev.ma pensi che il fatto abbia anche correlazione, se non causato unicamente, dalle differenza di opinioni in fatto di cose liturgiche. V.S. Rev.ma può però anche ammettere che se noi facciamo osservare le nostre norme e direttive, una volta ottenuto questo non rimane nessun ostacolo o motivo per noi che debba provocare una revoca o destinazione nuova. Perciò il Rev. P. Oggé che viene oggi riceverà da V.S. Rev.ma informazioni, indicazioni, istruzioni su tutto l'andamento e orario del noviziato poi V.S. Rev.ma si ritirerà e preparerà per la partenza in giugno probabilmente, Il Rev. P. Durando é delegato per l'insediamento del R. P. Oggé. Scriverò presto. Saluti fraterni in Corde Jesu. P. G. Barlassina" (35). E così il disagio, la divergenza, la chiarezza della coscienza, sono diventati un segno di contraddizione aprendo il cammino per l'Africa. "Una disputa liturgica" può offrire spazio e occasione per una "battaglia maggiore". E non é lo stesso che una Liturgia sia fuori della storia o dentro la storia. Il 16 maggio 1938 il P. E. Oggé diventa il nuovo Maestro dei novizi.(36) P. Ferdinando parte per l'Etiopia nel luglio seguente. Senza polemiche e senza atteggiarsi a vittima (37). A Napoli dalle nave, manda una lettera ai novizi. Solo poche paro "carissimi novizi, vi mando come risposta alle vostre lettere scrittemi da quando vi ho lasciato la seguente lettera di San Anselmo d'Aosta ai suoi dolcissimi e per affetto figlioli, i giovani e i fanciulli di Aosta che gli mandarono lettere in Inghilterra. (Segue il testo della lettere di S. Anselmo.) (38) Così, dopo 12 anni spesi nel faticoso lavoro formativo per preparare i futuri missionari, P. Ferdinando prende la via dell'Africa. "Con gioia e con pena", come lui stesso scrive al Superiore Generale, perché anche i missionari testardi ed obbedienti sono tatti di carne. E la fede non é un'anestesia sulle ferite aperte. Però adesso il Noviziato é alle spalle e le nuova sfida é l'Africa. Missione e prigionia in Etiopia “ in quei giorni la Parola del Signore era rara". I RE 3,1 P. Ferdinando arriva in un paese che é colonia italiana, vi arriva alla vigilia della Guerra. Cercherà di mantenere una vigilanza di pensiero e di comportamento in un tempo di confusione, connivenze e cedimenti. I primi mesi li passerà, come vice-parroco a Gimma, missione centrale del Vicariato. Andrà poi al Seminario indigeno di Umbi e alla missione di Neggio e Mendi. Sarà superiore della missione di Guder fino all'arrivo delle truppe inglesi. Deportato ad Addis Abeba rimarrà nella casa Procura dei missionari fino al suo internamento nel campo di Prigionia di Harar. In seguito al grave peggioramento della salute verrà inviato in Italia all'inizio del 1943 (39). 5 anni densi, sofferti ed offerti a un popolo nobile ed ingiustamente coinvolto in una guerra che non aveva mai voluto. Dalle testimonianze raccolte su questo periodo si rivela un intenso zelo missionario che non si concede pause e ritardi. Un senso di radicalità che alcuni leggono come intransigenza. E’ sempre il liturgo, quello che "aveva creato i problemi" nel Noviziato. Pochi mesi dopo il suo arrivo, il superiore della missione, nella relazione che invia al Superiore Generale, dice: "P. Viglino a Gimma si é messo un po' in urto col l'Ordinario per certe sue idee sulla liturgia e perché non si viveva come lui si era immaginato che fosse, la vita religiosa".(40) La liturgia doveva essere celebrata nella lingua della gente (41). Racconta il P. Celio Regoli : “ alla fine sono arrivato alla missione di P. Viglino...ho potuto captare da vicino la vita della missione e vedere come trattava africani e quanta stima godeva tra di loro, specialmente tra le monache africane, che avevano la loro sede in quella missione. Con vero piacere ho assistito alla recita dell'Ufficio nella lingua locale, che il P. Viglino aveva fatto tradurre, perché le suore coi dessero quel che dicevano con le loro labbra."(42) Le sue omelie erano sempre chiare ed incisive. Il P. Vidoli ricorda: "P. Ferdinando giunto dall'Italia era in attesa della destinazione ad una missione dell'interno. Un giorno venne pregato dal Superiore della casa di celebrare la Messa e fare la predica la domenica seguente. P. Viglino accettò. Caso volle che quella domenica io potessi ascoltare la predica.. Quello che mi colpì ...fu la sua abilità a tradurre in linguaggio semplice il linguaggio teologico della colletta della messa che egli aveva preso a soggetto di tutta le predica. Da Maestro dei novizi non aveva mai usato un linguaggio così piano ed intellegibile! Mi sovvengo inoltre : 1) la predica di P. Viglino fu leggermente più lunga, 2) P. Viglino usò un tono di voce calmo e per nulla cattedratico; 3) dopo la Messa parecchi italiani mi chiesero il nome del padre aveva detto messa perché aveva fatto veramente una predica fatta bene, chiara e comprensibile ..."(43) Nel campo di concentramento di Harar, P. Ferdinando non si stancava di annunciare la parola. "...poco dopo partimmo verso i campi di concentramento e là mi incontrai di nuovo con il P. Viglino erano molti i prigionieri questo campo e facevamo tutto il possibile per sostenerci nella fede. Con frequenza vedevamo il P. Viglino attorniato da folti gruppi ufficiali ed altre persone che lo ascoltavano e lo interrogavano. Dopo molti mi dicevano: "voi avete nel padre un vero tesoro parlando con lui non ci si stanca e lui sa quello che dice".(44) C'era tanto senso di gratitudine e riconoscenza attorno a lui. Quando era ad Addis Abeba alcuni cristiani delle sua missione facevano più di 100 Km per venirlo a visitare ed offrire regali.(45) Erano, i "vicini" che a volte non lo visitavano né gli facevano regali. Non gli sono mancati contrasti e incomprensioni. P. Carlo Vidoli descrive un pranzo con il P. Ferdinando, di passeggio per la Casa Procura di Addis Abeba: "...dalla bocca del Superiore uscì una sfilze di domande a cui P. Viglino rispose con la massima gentilezza religiosa. Improvviso mutamento in scena. Frasi velate dapprima, mordaci poi e in seguito condite con un tono sprezzante... caddero sul capo di P. Ferdinando che rispose con un dignitoso silenzio..."(46). A chi gli diceva che alcuni pensavano che fosse un pazzo rispondeva tranquillo: "non é una cose cattive e neanche strano, se lo dicevano di Nostro Signore Gesù, lo possono dire perfettamente di me". E rideva, come se avesse ricevuto un complimento (47). Nei momenti di pericolo non indietreggiava. Racconta il P. Giacomo Risso: "Alla missione si era rifugiata una donna schiava di una famiglia lì del posto. I suoi padroni le avevano presa una bambina di sei anni e l'avevano venduta... e la poveretta con in braccio un'altra sua creaturina di due anni era venuta da noi per evitare il pericolo che le venisse portata via anche quest’altra. Il padrone venne a reclamare donna e bambina. "Finché io resterò qui, non avrai né una né l'altra", rispose il Padre. "Verrò ancora, le porterò via e con loro é il tuo collo che voglio, porterò via la tua testa". Non c'era da scherzare in quei momenti, la vita del Padre era in pericolo. Incurante della minaccia e del pericolo, poche ore dopo, P. Viglino faceva preparare roba, vestiti e anche un pò di denaro e la donna con la sua bambina partivano per il loro paese…”. (48) Dalla casa Procura di Addis Abeba decide di andare e visitare la missione di Guder, ormai occupata dalle forze alleate e dai guerriglieri. Molti lo dissuadono, ma parte lo stesso. Durante la nostre permanenza in questa casa, il Padre pensava a Guder ed escogitava il modo per fare una visite. Senz'altro un giorno mi chiede: "verrebbe volentieri con me fino a Guder?" Sapendo che già altri l'avevano sconsigliato risposi : "non tenti il Signore, il Signore non é tenuto e fare miracoli, ne ha già fatti troppi a portarci fin qui senza inconvenienti in compagnia di quelle facce poco rassicuranti, tuttavia se va, le terrò compagnia". Pensavo tra me: "c’é già morto P. Prato, Padre Gardetto, la suora, tutti i giorni vengono trucidati gli italiani anche lui va incontro a una morte certa..." (49) P. Ferdinando stesso ne dà notizia al Superiore Generale : " Il 5 agosto, P. Risso e P. Viglino, muniti di regolare permesso, poterono arrivare fino a Ambo e di lì il secondo proseguire fino Guder. Ma non mi fu concesso di vedere oltre che l'orto e l'esterno degli edifici : il primo del resto ben coltivato ed i secondi ben conservati . Seppi che tutti i beni della missione erano passati in proprietà del Negus… In seguito abbiamo scritto una lettera al Negus chiedendo di poter recuperare i nostri libri ed arredi sa non abbiamo avuto risposte, però non siamo sicuri che la lettera stata recapitata. Quello che sappiamo di certo é che il Negus a visitare personalmente la missione... Siamo arrivati ed Aba con ciò che avevamo indosso, il sottoscritto alleggerito anche dell’orologio. Sia fatta la volontà di Dio… (50). Gli anni di Etiopia segneranno il lavoro futuro di P. Ferdinando. Oltre a segnare di una maggiore fragilità la sua salute, Quei 5 anni vissuti in un clima di violenza, di colonia, di coinvolgila e anche di ambiguità teologiche e pastorali avevano sfidato profondamente il suo pensiero e le sua ecclesiologia. La sua onestà intellettuale e spirituale non lo faceva passa "indenne" tra le vicende. Senza teorizzazioni estratte, ma estraendo il pensiero dall'osservazione e della pratica pastorale quotidiana, ha riletto criticali la missione. Una cosa gli appariva assolutamente non negoziabile: il Vangelo come buona notizia ai poveri. Questa era la prospettiva intransigente dalla quale tutto prendeva senso e proporzione. E i poveri erano gli etiopici oppressi dalla occupazione militare dalle truppe italiane. A un missionario italiano che lavorava in Etiopia questo doveva creare qualche problema di collocazione e di scelta. (51) Anche il dopo-Etiopia di P. Ferdinando sarà segnato dal tempo vissuto in Africa. (52) C'è una fitta corrispondenza con seminaristi che P. Ferdinando aveva conosciuto e "formato" nei Seminari di Umbi e Addis Abeba. Ecco due lettere segnate dalla riconoscenza e dall’affetto. "Rev.mo P. Viglino, é molto tempo da che non giungono a lei le mie notizie e quelle dell'Etiopia. Non creda che io l'abbia dimenticato. I miei primi incontri con i missionari li ricordo così cene che mi sembrano una realtà presente. Ricordo tanto bene anche le prediche che ci faceva nel Seminario di Addis Abeba, prima di partire nel tempo in cui veniva Walde-Mariam da Guder in Addis Abeba... Io sto bene ed anche i miei compagni i quali hanno molte stima di lei.... Walde-Mariam non mi ha scritto da un pò di tempo... Passerò a lui il suo indirizzo così le potrà scrivere direttamente." (53). Rev.mo P. Viglino, ricordando sempre con dispiacere quel tempo che vi "allontanaste da noi, vi scrivo queste due righe di saluti infiniti. Non ho parole per ringraziarvi della bontà che avete mostrato verso di me... Vi ringrazio infinitamente tanto, tanto. Il giorno che ho ricevuto il santo battesimo ero molto contento mi sembrava di essere in paradiso... Ebbene ho ricevuto il vostro grandissimo scritto con la vostre benedizione prima di partire da Harar per andare più lontano. Avete detto: "non sappiamo dove ci porteranno però sappiamo che andremo dove Dio vuole..."(54). Nel 1948 da Alba, dove si trova per un tempo di convalescenza, il P. Ferdinando manda, attraverso il fratello Ugo, (55) ai due seminaristi etiopici citati, una Bibbia e un vocabolario: "...la famosa Bibbia Oromo e Dizionario li ho ritrovati quattro giorni fa in Casa Madre…Darai dunque la Bibbia a Tito e il vocabolario gli dirai che avrei piacere lo potesse avere Walde-Mariam" (56). Queste poche parole mi sembra possano racchiudere il significato dei 5 anni d'Africa. Un'icona della missione: una Bibbia e un vocabolario ai giovani di Etiopia. Dati, o restituiti. Dopo-guerra in Italia "Bevi un pò di vino a causa del tuo mal di stomaco e delle tue frequenti indisposizioni" ITim. 5,23 Eccolo di nuovo in Italia. Il prigioniero civile N. D. 16715 ha lasciato il campo di concentramento di Harar ed é rimpatriato. A causa della gravità della sua salute. Occorre ritemprare le forze, il cammino missionario é ancora lungo. Ma non è facile organizzare una cura e una convalescenza quando la guerra sta infuriando e l'Italia diverrà presto una patria divisa e lacerata dalla guerra civile. I primi mesi di cura li passa a Fiuggi, presso Roma e poi a Ghiffa sul Lago Maggiore. Poi alcuni mesi di convalescenza in montagna , alla Certosa di Pesio, in provincia di Cuneo. A questo punto già un po' rimesso, P. Ferdinando va a Firenze a dare una mano all'Opera "Madonnina del Grappa" fondata da quel grande prete che fu don Facibene. Sarà anche cappellano delle Suore della Consolata che prestano il loro servizio all'Opera e all'emergenza di una città sconvolta di scontri a fuoco e bombardamenti. Dal '46 al '48 resterà a Torino e nel "torinese" come cappellano in varie comunità ed esercitando il suo ministero pastorale secondo le urgenze e le richieste di quei tremendi anni del dopo-guerra.(57). Pur nelle precarietà delle salute, si sposta, viaggia, scrive e sopratutto legge. Scrive al fratello Ugo: "...Tra parentesi la salute é un su e giù. Una settimana fa stavo molto bene. Da alcuni giorni eccomi di nuovo maluccio. E senza una causa apparente e cui dare le colpe. Ad ogni modo tiro avanti".(58) Anche se il corpo deve sottostare e regime di ricupero per la ripresa di energie, le mente e lo spirito lavorano infaticabilmente. Continua a seguire le vicende dell'Etiopia : "Pochi giorni fa ho appreso da due padri oblati di Maria Immacolata che il Negus avrebbe detto al Card. Villeneuve di non volere missionari italiani o inglesi, ma franco-canadesi. E che la Santa Sede avrebbe già interessato istituti di detta nazionalità a proposito. Voi costì ne sapete qualcosa?" (59) Si abbona a "L’Osservatore Romano", anche se il servizio postale é estremamente precario. "...poi ho dato una lettera per lei a Monsignor Facibeni che vi include l'importo abbonamento e "Osservatore Romano" e la diede a un soldato che dovrebbe avergliela portata...Il numero del 1 gennaio di "L'Osservatore Romano" edizione settimanale, riferiva che, a Rimini, il Vescovo Monsignor Scozzoli, ha istituito una sezione Commissione Profughi. Si potrebbe sapere chi é questo Monsignore Scozzoli? E che ne é di Monsignor Santa? Le sarei proprio grato se mi chiarisse questo rebus..." (60) Chiede al fratello Ugo che é a Roma che gli invii qualche numero de " Il Popolo" o altro quotidiano. "...quando ci fosse qualche numero de "Il Popolo" o altro quotidiano interessante, me lo mandi se può". (61) Legge Cronin (62), R. Maritain (63), Ricciotti, L. Bloy (64), Papini (65) che incontra personalmente a Firenze. Firenze lascerà un'impronta profonda in P. Ferdinando attraverso Don Facibeni. La notizia della sua morte lo raggiunge in Argentina. Gli scrive Don Nello Pecchioli: "Ho sempre tenuto la sua lettera davanti agli occhi sul mio tavolo. Rispondo con la penna dopo 8 mesi, però mi sembrano 3 giorni. Spero che anche lei provi lo stesso effetto: le parole non dice nulla. La sento vicino; qualche volta mi sorprendo anche a colloquio con lei come ai vecchi tempi. Ho la percezione di essere molto ricordato. Il Padre (Don Facibeni), come desiderò, giace nella nuda terra del cimitero di Rifredi. Una semplice croce di legno con solo nome e cognome, indica la sepoltura. "Firenze che si strinse letteralmente tutta intorno alla sua bara continua e pregare sulla sua tomba e ad amare la sua opera. Il peso dell'eredità é tremendo: fede vissuta nell'infinita bontà del Padre celeste, amore incondizionato ai fratelli: vangelo vissuto..."(66) Rimarrà sempre in contatto con i sacerdoti dell'Opera fondata da Don Facibeni, specialmente con Don Nello Pecchioli e Don Corso Guicciardini. Al suo rientro in Italia, dopo la missione in Argentina ritorna a Firenze per incontrare la comunità di Don Facibeni ed inviterà Don Nello e Don Corso a parlare di teologi del seminario di Bravetta. Un pensiero e un assillo grande di P. Ferdinando, durante il tempo passato a Torino e Mezzenile, fu un missionario, già suo novizio, che durante la guerra aveva abbandonato il sacerdozio. Il Maestro del 1931 ridiventa compagno di strada condividendo il buio, il disagio e il dolore di un fratello sacerdote. E così nell’amicizia e nella condivisione si riapre il cammino della fede. (67) E’ maggio del '48. E’ tempo di ripartire. Con un rinnovato entusiasmo più che con una buona salute. Un entusiasmo rifatto nuovo e vigoroso attraverso l'immane tragedia della seconda guerra mondiale. Il compito della ricostruzione era immenso. Come immensa era stata la distruzione. Una società smarrita e sfiduciata stava aspettando uomini di speranza. Sembra che sia il Mozambico il nuovo campo di missione di P. Ferdinando. "...Francamente l'idea di Mozambico se per una parte mi preoccupa per la salute, dall'altra mi attira, torse per una quasi sub-cosciente speranza (oggettivamente però poco fondata) di avere a stare meglio laggiù che qui. Mi preoccupa un po’ il fatto che gli attacchi di colite...da qualche tempo si facciano troppo frequenti..."(68). Ma é l'Argentina che lo aspetta e nell'Argentina un Pasqua di pane, popolo ed erbe amare. Scrive la sorella Teresa: "...Dopo 5 anni partì di nuovo per l'Argentina. Lo accompagnammo alla stazione di Porta Nuova, Torino, io, la mamma e mio marito. Lui era molto contento, in compagnia di altri suoi colleghi; noi invece eravamo addolorati e specialmente la mamma piangeva dicendo che probabilmente questo figlio non l'avrebbe più riveduto, e così avvenne. Però lui le faceva coraggio dicendo : "non piangere mamma, ci vedremo poi in paradiso". Missione e conflitto in Argentina "...e io non mi sono tirato indietro” Is. 50,5 La Parrocchia Il 24 maggio 1948 P. Ferdinando parte per l'Argentina, finche lui passa l'oceano per raggiungere la frontiera ma senza spartire nulla con la guerra del Pieve. (69) La frontiera, sì, la incontrerà. La svuoterà di retorica e la riempirà di gesti e di rischi quotidiani, vissuti oltre la cronaca. Inizia così un lungo cammino di 18 anni in America Latina. (70) Un continente con schiavitù e sofferenze secolari, percorso da fremiti di rivolte, utopie e ricerche faticose per nuovi itinerari dei popoli. Fremiti contrastati da dittatori, dell’ideologia e dal potere militare. P. Ferdinando entrerà in questa storia, ne prenderà coscienza e camminerà con i poveri d'Argentina e del continente. In questi anni Streossner salirà al potere del Paraguay. La Colombia vivrà i sanguinosi anni della "violenza". Il Brasile soffrirà un tremendo "golpe" militare e gli Stati Uniti invaderanno militarmente il Guatemala, rafforzando l'occupazione "economica"del Centro America. Saranno anche gli anni della rivoluzione di Cuba. In Argentina brilla l'astro di Perón. 10 anni di populismo interrotti da un "golpe" militare. Un fantasma che accompagnerà sempre la vicenda argentina anche nelle fragili pause della democrazia. (71) In questo quadro drammatico la chiesa latino-americana si scuote e dà segni premonitori della grande pagina di profezia che scriverà nel '68 alla Conferenza di Medellín. Il CELAM (Consejo Episcopal Latinoamericano) si riunisce per la prima volta in Bogotà nel 1956, sotto la presidenza di Monsignor Larrain, Vescovo di Talca, con dom Helder Camara, vice- presidente. Su questo nuovo scenario storico arriva un missionario attento ai segni dei tempi. I primi 6 mesi li passa a Rosario. Si familiarizza con la lingua, collabora al lavoro parrocchiale, fa il cappellano al collegio di N.S. dell'Orto. Intanto l'Istituto ha in progetto una presenza nella diocesi di Mendoza. Il diario del Superiore registra: "Il febbraio 1949: il Padre Borello inizia un viaggio a Mendoza, fa una visita al Vescovo Mons. Alfonso Buteler, cui promette il P. Viglino per alcuni mesi. Vi andrà a fare un po' di apostolato, oltre che per la cura delle magnifica uva, già quasi matura e molto indicata per il suo delicato stomaco." (72) Così P. Ferdinando é il primo missionario della Consolata che entra nella diocesi di Mendoza, anche in ragione della sua precaria salute, essendo la zona salubre e piena di vigneti. Farà il vice-parroco per circa due anni a Rivadavia, piccola località nei dintorni di Mendoza. E' spesso invitato al seminario diocesano di Lunlunta, per celebrazioni,incontri con i chierici e direzione spirituale. Il Rettore di Lunlunta lo propone al Vescovo come Direttore spirituale del Seminario. Il Superiore annota del diario: "10 gennaio '50 : dal seminario di Lunlunta della Diocesi di Mendoza pervengono notizie di P. Viglino... Fu invitato in seminario dallo stesso Rettore che ha grande stima del nostro confratello. Sappiamo anzi che il P. Lucini lo vorrebbe proporre al Vescovo quale direttore Spirituale del Seminario".(73) Però c'è già l'offerta all'Istituto di una nuova parrocchia alla periferia di Mendoza e P. Ferdinando ne é designato parroco. Della parrocchia c'è solo la gente e la fede della gente. Non c'è chiesa, né casa canonica, né fondi. E' una zona operaia di poveri. Molti sono boliviani, ed anche cileni, venuti in cerca di lavori stagionali della vendemmia e della raccolta dei campi. P. Ferdinando assapora tutta le crudezza della povertà. Gli é accanto in questo primo momento della costituzione della parrocchia il P. Ruggero Angheben. Quando nel '79, sono passato nel “barrio" Guaymallen, dove é sorta la parrocchia, ho sentito un coro di testimonianze commosse lucide e riconoscenti sul lavoro di P. Ferdinando: “l'esempio che lui ci ha dato non ce l'ha dato nessuno", "non ha speso nulla per se", "aiutava i poveri sempre, sempre". Andava di casa in casa, ascoltava le gente, diceva una parola di conforto. Con alcuni collaboratori della "commissione pro-Templo" raccoglieva le piccole offerte che sarebbero servite per l'acquisto del terreno per la chiesa. A volte era mal ricevuto ed anche aggredito verbalmente, ma tutto ciò non lo intimoriva né lo fermava. Più che per il tempio di pietre, si preoccupava di edificare la chiese, quella fatta di popolo. La chiesa dei poveri, degli ammalati e di bisognosi che erano così tanti a Guaymallen. Questa linea pastorale della subordinazione del tempio alle priorità dei bisogni delle gente sarà una costante del suo pensiero missionario. E finché sarà lui parroco il tempio non si costruirà. Rimarrà il salone-cappella degli inizi. I bisogni dei poveri non davano tregue e non potevano aspettare. Il tempio sì, poteva aspettare... Costruirà invece un consultorio medico, con annesso centro odontologico: sarà la prima parrocchia in Mendoza dotata di questo servizio sociale. Il consultorio medico cominciò e funzionare nel '56. L'assistenza medica ed odontologica era gratuita per che era in necessità. Oltre l'assistenza infermieristica quotidiana, venivano due medici, un pediatra e un clinico - due volte alla settimana. Diceva P. Ferdinando in alcune occasioni; "In qualche luogo é più importante costruire la sede di un sindacato che un tempio" (74) Il 20 Maggio 1951, festa delle Trinità, P. Ferdinando assume ufficialmente il servizio pastorale delle parrocchie di S. Mauricio y S. Teresita. Davanti al Vescovo, al popolo e alle autorità del luogo, anche a nome del vice-parroco, racconta un'esperienza ed esprime una speranza. ...Siamo arrivati qui dopo aver percorso molti cammini ed essere passati attraverso molti avvenimenti che hanno aggredito il vigore dei nostri anni migliori. Per questo vi domandiamo cooperazione e aiuto. Non abbiamo doti brillanti però abbiamo l’esperienza della sofferenza. Abbiamo sofferto per il turbine delle guerre, nella nostra carne e nel nostro spirito, straziati ed avviliti per l'espulsione dalle nostre, missioni in Africa, per le montagne di rovine, macerie materiali e spirituali che abbiamo incontrato sul nostro cammino. Abbiamo imparato a conoscere più le lacrime che le allegrie. Per questo vi chiediamo comprensione e simpatia. Vi chiediamo che ci aiutiate e fare della parrocchia la famiglia di Dio... Ho letto su un giornale che si stampa a Buenos Aires questo slogan: "Dio mi ha posto su questa città come un tafano su un nobile cavallo per pungerlo e tenerlo sveglio". Così diceva Socrate ai suoi concittadini. Noi non siamo tafani e voi non siete cavalli. Tuttavia c'è qualcosa di vero in questa espressione…"(75) Un buon autoritratto! Certamente non ha lasciato addormentare il gregge. Vegliava e svegliava. Ed alcuni anche si svegliarono di soprassalto. E non tutti ringraziavano. E’ stata una volta la liturgia il luogo dell'annuncio e del confronto. Una liturgia preparata dall'ascolto e dalla lettura della realtà. Con l'aiuto dei giovani di Azione Cattolica di altre parrocchie di Mendoza a cui si aggregavano alcuni giovani del posto, si era fatta un'inchiesta sulla situazione delle famiglie. Si rilevavano i bisogni della gente. Su questi bisogni si rifletteva insieme con il gruppo di laici che aveva portato avanti l'inchiesta. Si cominciavano ad elaborare alcune risposte. Provvisorie e rivedibili. A misure della religiosità popolare. Cominciarono e nascere i "gruppi di madri", le riunioni di preghiera la "peregrinatio Mariae". Le visite ai malati, la distribuzione di cibo e latte ai bambini la ricerca di una casa per gli sfrattati e i senza-tetto erano pressoché pane quotidiano. Senza discriminazione per i non-cattolici, in uno schietto spirito ecumenico. P. Ferdinando era spesso per le strade, si fermava nei crocchi che si raggruppavano attorno ai predicatori evangelici che leggevano la Bibbia. Ascoltava ed anche interveniva. Era in buoni rapporti con i pastori delle Chiese protestanti di Mendoza. Il pastore della chiesa metodista riconosce ed apprezza il suo lavoro pastorale. "...realizzando un desiderio lungamente sognato... Ho visitato questo pomeriggio la sua parrocchia, però non ho avuto la fortuna di incontrarlo... Tutte le testimonianze riguardo la sua persona e il suo lavoro mi spingono a vedere in lei un servo consacrato a Dio, animato da uno spirito genuinamente fraterno e per questo ringrazio il Signore.” Solidarizzava con la gente, quando i diritti umani erano vilipesi, anche e costo di scontrarsi con le autorità. Quando il municipio volle demolire un "barrio" e rimuovere la popolazione, egli disse alla gente: "quando verranno i "bulldozer", mettete i vostri bambini davanti. E i "bulldozer" non vennero. Durante il tempo delle persecuzione peronista verso la Chiesa assisteva in tutti i modi i carcerati e tra di loro diversi sacerdoti. Lui stesso fu incarcerato. Ecco i ricordi di un parrocchiano: "Io lo rispettavo tanto...per la sua maniera di trattare la gente ammiravo tantissimo il P. Viglino, così che ho avuto ed abbiamo avuto le grazie di essere incarcerati insieme tutti e due, nel ‘54 e nel ‘55... ... Quando i sacerdoti erano incarcerati, il P. Viglino era colui che si preoccupava di cercare alimenti, letti, anche sigarette per i preti che erano detenuti... Io collaboravo con lui, mettevamo tutto sulla macchina tutti i giorni... perché non davano neanche da mangiare...". (76) Un uomo povero, disponibile, sincero ed esigente poteva allora avere le carte in regola per parlare anche dall'altare. Ed essere ascoltato. Come liturgo P. Ferdinando parlò a Guaymallen e a tutta Mendoza. Alla sua messa, celebrata nella periferia, veniva la gente da tutta la città. L'altare era rivolto al popolo,si leggevano le letture anche in spagnolo, l'omelia era dialogata. E poi c'era la sua maniera di celebrare che era inconfondibile e portava il sigillo di una vita che credeva al Vangelo. Aveva anche le sue"intransigenze", come l'esigere il silenzio nelle celebrazioni e la puntualità. Le mamme con i bambini piccoli erano pregate di stare a casa per non disturbare. A volte si chiudevano le porte della chiesa dopo l'inizio della messa. Cosa evidentemente poco gradita ai ritardatari. I Battesimi erano celebrati con la dovuta preparazione e i segni liturgici parlavano e lasciavano una traccia nei cuori dei presenti. Non era raro che qualche padre o padrino arrivasse ubriaco alla celebrazione. Sospendeva tutto e rimandava il rito alla settimana seguente. Nell'occasione di una Ordinazione sacerdotale parlò del sacerdozio battesimale mettendo in rapporto le celebrazione liturgica del presbiterato e del Battesimo. "... Il segno della croce fa Re tutti coloro che sono stati rigenerati in Cristo e l'unzione dello Spirito li consacra sacerdoti. Ogni Battezzato ha ricevuto questo segno misterioso che lo configura a Cristo Sacerdote e Re... Riconosci o Cristiano la tue dignità... Paragonate la "povertà" dell’amministrazione del Battesimo con la sontuosità, imponenza e grandiosità dell' Ordinazione sacerdotale."(77) Le prime comunioni non dovevano essere uno sfoggio delle famiglie danarose, per cui il vestito ere semplice ed uguale per tutti. Anche i matrimoni erano celebrati senza lusso, privilegi o mondanità. Si cercava la trasparenza de Vangelo e il sapore dell'evento comunitario. I suoi ricordi d'Africa, del Fondatore, l'orizzonte missionario erano delle costanti nella sua predicazione. "Ci faceva leggere Missioni Consolata. Ci abbonavamo anche". Aveva un’attenzione assidua per le vocazioni. Nell'impegno per la promozione del laicato dava un posto particolare alla formazione dei quadri delle Gioventù Operaie. Scrive Esteban Fontane : "...4 luglio '55 : si iniziano nella parrocchia di S. Mauricio y S. Teresita le riunioni del centro J.O.C. (Gioventù Operaia Cattolica), con l'accompagnamento del P. Royo e la direzione spirituale di P. Viglino, più tutti i rami dell'Azione Cattolica, questo fu quello che si sviluppò con più vigore nelle parrocchia e non poteva essere indifferentemente trattandosi di un "barrio operaio". (79) La parrocchia di San Mauricio y S. Teresita era diventata punto di riferimento a casa di ospitalità per la JOC internazionale. "...Da alcuni giorni é ospite della nostra parrocchia il dirigente nazionale della JOC di ritorno da Santiago del Cile dove presenziò al terzo raduno sudamericano del movimento presieduto da Fondatore P. Cardijin, Visita alcuni Centri di A.C. dove raduni i pochi iscritti della città di Mendoza, il cui unico gruppo ha sede nella nostra parrocchie. All'inizio del mese, durante il loro viaggio al Cile, si erano ospitati pure presso la nostra parrocchia altri "Jocisti”: due paraguayani, uno belga e un cileno". (80) Si adopero perché le suore missionarie della Consolata venissero a lavorare nella parrocchia. Le accompagnò con affetto e sollecitudine, sia nell'animazione spirituale, come nel sostegno per la costruzione del "collegio", inaugurato il 6 gennaio 1955. Nel mio viaggio a Mendoza ho incontrato in loro profonde stima e tanta riconoscenza per il lavoro di P. Ferdinando. La novità del suo "stile pastorale" esce dai confini parrocchiali e interpelli gli altri parroci, i laici impegnati, i seminaristi di Lunlunta dove si continua ed invitarlo frequentemente. Molta gente viene e Guaymallen cercando di P. Ferdinando: la periferie diventa un centro d'incontro, di confronto, di liturgia e di preghiera. Alcuni parroci vicini incominciano una "pastorale d'insieme". "Concretamente in quest'anno (1961) comincia la mutua collaborazione pastorale tra i 3 parroci vicini di questa grande area di Guaymallen; P. Viglino (San Mauricio y S. Teresita), il P. Muñoz (San José) e il P. Quintero (Cristo Rey). In riunioni periodiche si elaborano rinnovati pieni pastorali e si dibattono questioni teologiche e morali (81). Uno dei principali temi sotto studio, in vista del rinnovamento della vita cristiana, é il Battesimo degli adulti. Ma il nuovo corso ha il suo costo, l’"ora del Concilio" é anche un'ora di tempesta. Sopratutto in America Latina dove secoli di colonia e di religione (croce e spada) avevano ingigantiti contraddizioni e ambiguità. Il 23 giugno 1963 il P. Ferdinando, considerando tutti gli avvenimenti, pressioni e tensioni in cui si trovava immerso, rinuncia al suo ufficio di parroco di San Mauricio y S. Teresita, rimanendo nella casa senza un incarico specifico (82). Secondo Esteban Fontana "tre cause hanno contribuito a questo fatto: la perdita della fiducia da parte del Vescovo, il desiderio della Consolata di accelerare la costruzione del tempio e del collegio e la fatica e il precario stato di salute dello stesso Viglino che si era deteriorato negli ultimi tempi....".(83) Continuerà il lavoro missionario senza darsi tregua, dedicherà molto del suo tempo alla direzione spirituale, all'animazione del Movimento familiare Cristiano,ai colloqui e dibattiti sulla nuova stagione del Concilio, allora in pieno sviluppo. Fino al 9 giugno '66 quando lascerà definitivamente Mendoza e l'Argentina per ritornare in Ita |