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| Fr. Giovanni Capelli |
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| Scritto da p. Giuseppe Mina, imc | |
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II fratello buono fratel Giovanni Capelli - missionario della Consolata 1904-1979 Commiato «Io voglio appena guardare i campi. Io voglio cantare un canto. Ma non voglio cantare da solo: voglio un coro...» (canto brasiliano). La gente di Villa D'Almè, una cittadina del Bergamasco, è radunata nella grande chiesa parrocchiale. Vi è la ressa delle grandi occasioni: i bambini delle scuole materne, i giovani che cantano a voce spiegata, gli amici di leva con il labaro, i numerosi parenti. Uomini e donne sono tutti commossi e fusi nella liturgia di commiato celebrata da numerosi sacerdoti. La bara di fratel Giovanni Capelli è posta davanti all'altare con accanto il grande cero battesimale che la illumina. Fratel Giovanni si è spento l'8 febbraio 1979. Era nato il 13 luglio 1904 da Angelo e Maria Adele Carminati, che lo aveva dato alla luce durante un parto trigemino. La mamma ebbe per lui una predilezione particolare per via di quel parto di cui Giovanni soltanto era sopravvissuto. Nel 1929 era entrato come fratello coadiutore tra i Missionari della Consolata. In seguito, pur essendo andato lontano, egli aveva sempre amato la sua terra, i suoi cari. Il Signore, dopo avergli chiesto il sacrificio di lasciare tutto, gli donava la consolazione di trascorrere nella casa nativa l'ultimo periodo della sua esistenza. Così, tra le braccia delle sorelle Giuseppina e Palmina se n'era andato, a 75 anni, dopo aver celebrato appena da poco il suo giubileo d'oro di consacrazione religiosa e missionaria. In un paese della bergamasca, qual è Villa D'Almè, dove tutti si conoscono e tutti sanno tutto di tutti e si vogliono bene, quella morte aveva scosso ogni famiglia. La comunità parrocchiale che gremiva la chiesa era la famiglia del commiato, in un freddo pomeriggio invernale. «Io voglio appena guardare i campi. Io voglio appena cantare un canto...». Fratel Giovanni deve godersi quel tripudio di canti. È vissuto di quella serenità che deriva dall'intima comunione con Dio. Lo sguardo limpido e il volto sempre sorridente emanavano una forza corroborante e la diffondeva, negli ultimi tempi, rafforzando la fede di molti. $ questo un momento triste ma tanto bello. Attorniato dai missionari e dal clero locale devo parlare alla gente nell'omelia della celebrazione Eucaristica. Mi sento il cuore pieno. Quel cero acceso ai piè della bara, le note dell'organo che hanno fuso i canti, i bimbi che vi stanno attorno, la presenza dei parenti, manifestano che qui è vita. Traggo fuori dalla memoria e ancor più dal cuore, i momenti belli, passati assieme negli anni in cui abbiamo lavorato per dare all'Istituto giovani impegnati a vita nel servizio della Missione. Essere Fratelli Laici dal taglio di una fede senza rigetto, è stile per tutti. Fratel Giovanni l'aveva tanto profondo in sé che lo ricordo oggi con gioia. Per quasi trent'anni, dal suo rientro in patria dopo la vicenda missionaria in Etiopia, visse dedicandosi all'insegnamento, condividendo le lunghe stagioni in cui si formano le perseverante al soffio della Grazia ma, anche, all'esempio che incarna un ideale. Fratel Giovanni ha incarnato questo ideale. I canti parlano ora di resurrezione e di fiducia in Dio che aveva accolto quell'anima. Canto di una comunità, di una vita... intera. Egli aveva sorriso a tutti e a tutto, e, nel sorriso, aveva lasciato la vita, per andare alla Vita. Quel commiato è un arrivederci pieno di speranza e di certezza. «Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore! ». Poi la gente esce di chiesa e si avvia al cimitero attraverso i campi e le strade che fratel Giovanni aveva visto bambino. Il suo pellegrinaggio terreno è finito. Febbraio morde col suo freddo. Il sole sta morendo mentre fratel Giovanni viene calato nella tomba. Ancora il canto: « Cristo, mio Redentore, risorto nella luce: io spero in te, Signore; hai vinto, mi hai liberato dalle tenebre eterne... ». Molte lacrime sono terse e tornano a sgorgare, stemperate nella speranza. Rimangono calde poiché nessun gelo agghiaccia quando regna l'amore. Mi sussurra un vecchio Missionario: « Se le lacrime sono sul ciglio, tergile tosto col dorso della mano, e non fermarti ». Tanta strada ci rimane da percorrere. Ma fratel Giovanni, la sua, l'ha già percorsa tutta. Giovannino «Vi sono quelli che dànno con gioia e la gioia è la loro ricompensa». (Gibran) Li abbiamo visti un po' tutti quei paesini che son quasi vergognosi di sorgere su un luogo che potrebbe essere occupato per altri ben più importanti. Così, Villa D'Almé: a cinque o sei chilometri da Bergamo, se ne sta a crocevia di strade che menano ai modulati colli della bergamasca operosa. Quella è gente fatta per lavorare e sorridere alla vita. Oggi sono diventati grintosi un poco, quel tanto che va bene per andare avanti in un tempo in cui bisogna farsi strada a gomitate. Ma, quando nel 1904, apparve Giovannino nella casa Capelli, tutti, torno torno, gridarono al piccolo prodigio ed al grande dolore: « La Maria Adele ha dato alla luce tre bimbi in un parto unico! ». Stupore. Ma, due son morti. Dolore. Gli angeli in cielo han bisogno di compagni e son passati a Villa D'Almé a chiamarne alcuni. Tanto, non si faceva poi un torto molto grosso, dovettero pensare. Angelo, il papà, non era un angelo e, per tirar su la famigliola, aveva già il suo giorno pieno. E poi, alla Maria Adele, Giovannino sorrideva beato. Crebbe sano e ben disposto. Non fece alcun miracolo. Fu amato sempre da sua madre in modo particolare, anche perché era rimasto il solo fra i tre comparsi; in casa lo ritennero un po' come il soppravvissuto che bisognava tener caro. Giovanni frequenta la chiesa con l'allegra partecipazione dei bambini che affollano ogni domenica le panchette loro riservate per la messa e il catechismo. Prega e gioca, e a scuola si dimostra attento e bravo senza mai dar fastidi alla maestra. In casa si rende utile; servizievole com'è, è la gioia della famiglia. Terminata la quarta elementare il padre decide di metterlo garzone in una bottega di falegname per saggiarne le capacità. I genitori non possono farlo proseguire oltre negli studi perché c'è bisogno di lui per tirare avanti. Così Giovanni si inoltra senza strepito sulla grande strada della vita. All'oratorio si incontra volentieri con i giovani del paesino e, tra gioco, canto, teatro e preghiere, giunge, quasi senza avvedersene, ai vent'anni. Con i compagni di leva si prepara ormai al servizio militare. Aitante e robusto, viene assegnato al 4° Reparto Artiglieria Pesante. È il 15 maggio 1924. Quattordici mesi di servizio militare, trapuntato di brevi licenze, gli hanno aperto nuovi orizzonti e fatto sorgere pensieri. Al ritorno riprende il lavoro e diviene un buon falegname ebanista. Forse gli passa in mentee di formarsi una famiglia sua che gli dia caldo al cuore. Ma un altro pensiero va maturando nella preghiera; ha visto altri compagni lasciar la casa e farsi missionari. Sono andati a Torino dai Missionari della Consolata, chi per divenire sacerdote, chi fratello, chi suora. In lui emerge il desiderio di essere Fratello Coadiutore... Nessuno sa bene quando sia spuntato questo pensiero che finisce per manifestare chiaramente ai genitori e a quei di casa: questi ne soffrono ma non pongono ostacoli. Per Giovanni è chiaro che sarebbe un venire meno alla chiamata di Dio non seguire quella ispirazione. La voce corre. Nessuno se ne stupisce. La gente buona e ricca di fede conosce questo partire... anche se non a tutti è dato di farlo. Giovanni sarà Fratello Coadiutore Missionario, presterà due braccia al grande appalto della redenzione. Separazione Creando una separazione tra due rive, l'oceano innalza un canto di lacrime d'un amore infinito. Creando il cuore dell'uomo per poi chiedergli di separarsi dal padre, dalla madre, dai fratelli, dalle sorelle, dalla sua gente, dal paese che l'ha visto bambino, non è crudele Dio? Pure l'uomo Cristo Gesù ha detto "beato" chi riesce a comprendere che questa è la dimensione per varcare le due rive dell'oceano e approdare alle spiagge dove il Nazareno sceglie i suoi pescatori di uomini... In Giovanni è spuntata una luce, quella che accende il Gesù che chiama; non ha potuto dire di no. Il giorno 11 gennaio 1928 entra nella Casa Madre dei Missionari della Consolata a Torino. Ha 24 anni. La Casa è piena di uomini della Missione. Giovani come lui, padri, fratelli, chierici e studenti ricchi di brio saranno i suoi compagni di avventura, quella cominciata quando un fragile uomo, chiamato Giuseppe Allamano, decise di fondare un Istituto Missionario per le missioni ad gentes o tra gli "infedeli", come si diceva una volta quando i vocaboli dell'avventura si andavano limando nel grande cantiere della Chiesa Missionaria. Giovanni si rende disponibile proprio per questa porzione di uomini in attesa. Sempre di là d'un altro oceano. Inconsciamente ha fatto questa preghiera: « O Signore, io sento il tocco della tua mano, come la pietra sente, nello zampillo della fonte, il tocco dell'oceano ». La vicenda a cui si incammina ha tante presenze vive in quel momento: 180 missionari, 320 missionarie e oltre 500 ragazzi nei seminari delle Case apostoliche sparse nell'Italia. Ha fiorenti missioni nel Kenya, nel Tanganika (la Tanzania di oggi); ha missioni nel Mozambico e nell'Etiopia. I reduci che ritornano per malattia o per le vacanze, portano vive testimonianze di quanto avviene sul campo della Missione. Esse realizzano un detto: « Per virtù di attrazione l'amore unisce. La forza soltanto lega stretto con catene » (Péguy). Il Servo di Dio. Giuseppe Allamano si è spento il 16 febbraio 1926, ma il suo spirito è presente nella grande Casa Madre, e Giovanni non tarda a sentirne il caldo riflesso. Giovanni vive moltoo seriamente i primi tempi della separazione da Villa D'Almè. Si sorprende, alcune volte, a pensare alla sua famiglia, a mamma e papà, al fratello, alle sorelle. Ma poi raddrizza il timone nella direzione del sorpasso per il Regno di Dio. Vi sono di quelli che danno poco del molto che han ricevuto. Vi sono di quelli che hanno poco e lo danno tutto. Vi sono di quelli che danno con gioia e la gioia diviene la loro ricompensa. Il nostro Giovanni è disposto a dare tutto nella gioia di rispondere con riconoscenza ai doni ricevuti. Prime esperienze «Appena darò come prezzo la mia vita riceverò facilmente la libertà». (Tagore) Nella Casa Madre di C.so Ferrucci 14, il folto gruppo dei fratelli coadiutori ha vita propria anche se, di fatto, è pienamente immerso in quel grande alveare ove ciascuno occupa il suo posto preciso e la sua parte. « Nessuno è da poco, e nulla è poco » diceva l'Allamano. I fratelli hanno prestazioni manuali di laboratorio e manutenzione, di servizio qualificato in settori che permettono ai seminaristi di seguire gli studi ed esercitare il ministero o prepararsi a questo. Tutti, però, sono, durante le ore di lavoro, a fianco a fianco dei coadiutori laici, creando in tal modo un'integrazione di ruoli. È un'emulazione a fare di più e di meglio perché regni l'ordine e lo spirito di famiglia. Uno per tutti, tutti per uno. Questo è necessario. Dove non c'è questa unione è la rovina. Noi formiamo un solo corpo e dobbiamo avere fra noi l'unione che vi è fra le membra del corpo fisico. Il legame spirituale che ci unisce è più forte del legame con i nostri congiunti... ». Giovanni sente queste parole lette su appunti nel raduno serale dei coadiutori. Chi parla è il diacono Ernesto Gilardino, l'assistente del gruppo. Subito è colpito dal tono con cui parla questo diacono trentenne. È "una vocazione tardiva"; gli han detto che è un uomo pieno di dolcezza e che con tanto garbo sta vicino ai fratelli. Ben presto Giovanni se lo sente amico. Le parole che legge quella sera il diacono Gilardino sono del Padre Fondatore. Le commenta piamente, quasi assaporandone in prima persona la forte dolcezza che emanano... « Formare un solo corpo... una sola famiglia... Sentirsi figli di un solo Padre... ». Giovanni conosce poco del Fondatore; sa che era un padre santo e voleva i suoi figli attenti uno verso l'altro perché regnasse l'amore. Il diacono conclude le sue annotazioni: « ... Bisogna che tutti sentiamo e abbiamo interesse per il bene della comunità. Bisogna essere membri vivi e concordi in questa famiglia e andare a gara a chi può fare di più sempre per la via dell'ubbidienza... ». L'argomento è ripreso per diversi giorni. Ogni fratello ha la sua storia, ma tutti sentono dentro quanto esce dalla bocca dell'assistente. Giovanni quasi non si rende conto che va dilatando il proprio cuore verso una bontà più grande. Castelli dello spirito « Soltanto in cielo sapremo i nostri titoli di nobiltà. Siamo più grandi dell'universo... ». Così si esprimeva S. Teresa di Gesù Bambino. Che i missionari dimorino qualche volta in castelli sembra un paradosso. I Duchi di Palmella, portoghesi, possedevano a Sanfré (Cuneo) un castello di notevole importanza, piazzato sulla collina che si apre alla pianura e vi spazia al di là del borgo che gli fa da piedistallo. Nel 1919 i Duchi lo vendettero ad una società che liquidò i 200 ettari della tenuta; poi cedette ai missionari della Consolata il castello, vetusto, amplissimo. L'ossatura era ancora in buono stato, ma porte, serramenta, pavimenti erano stati ridotti in condizioni miserevoli durante la prima guerra mondiale, quando i profughi si erano rifugiati tra le sue mura. Poco prima che giungesse Giovanni, l'Istituto ne aveva preso possesso, con l'intento di farne una casa per gli allievi ginnasiali. Intanto v'erano andati i novizi che avevano lavorato forte. Nei primi tempi mancavano i più elementari servizi igienici, mancavano la luce e l'acqua, le finestre erano senza vetri. Il maestro dei novizi, padre Nepote, era riuscito a guidare bene le cose; adesso aspettava i postulanti perché dessero una mano anch'essi. Giovanni, che era tra quelli, narra che sul finire di agosto giunse al Castello di Sanfré con un numeroso gruppo di chierici e di fratelli. Il tempo venne diviso tra preghiera e molte ore di lavoro a cui unirono le loro braccia per la sistemazione. Vennero portati avanti grossi restauri quali ricavare dalle scuderie nobiliari dei Duchi portoghesi una cappella alta, spaziosa, ad archi-volta incrociati che, novizi pittori, affrescarono. Giovanni si impegna in lavori non strettamente di sua competenza, ma ricorda quanto diceva il diacono Gilardino: «... Non fate mai scelte! Prendete quel che l'ubbidienza vi assegna e avanti. Tutto è grande quanto si fa nella casa del Signore! ». No, egli non sceglie e non si ritiene qualcuno. Poi entra nel silenzio degli esercizi spirituali, i primi che fa entrando missionario; annota: « ... Gesù di Nazaret insegna la via del nascondimento e della generosità per farci santi. La via sicura è l'ubbidienza energica. Oggi è più buono di ieri, domani più di oggi: con la guida di Gesù si giunge alla santità ». Continua a segnare sul taccuino piccolo piccolo pensieri e citazioni di autore: « Si parte da Dio per tornare a Dio: questo è l'unico movimento che abbia significato e attualità » (L. Bloy). Al termine degli esercizi e prima della vestizione religiosa (vestirà la talare nera cingendosi il cordone dopo averlo baciato. Quante volte lo vidi poi fare quel gesto, quando posava l'abito di lavoro per rimettersi la divisa religiosa! Ed era sempre come lo facesse per la prima volta), segna tre punti: « 1° - Proponi sempre cose belle e grandi, ma, bada a non rimandare l'esecuzione ad altro tempo. 2° - Fa quel che dicono i Superiori. 3° - Impegnati con volontà generosa e pronta; soprattutto, amare la Croce, la carità fraterna e lottare contro l'egoismo... ». Giovanni adesso è novizio.D'ora in poi lo chiameremo: "Fratel Giovanni". Dio lo possiamo ricercare su lidi sterminati ed ignoti, ma è bello trovarlo nella vita di tutti i giorni. A distanza di tanti anni, rileggere su uno sbiadito taccuino propositi di amore alla Croce nella ricerca della carità fraterna in lotta contro l'egoismo, ci fa pensare. Fratel Giovanni nel primo ritiro intravvede la strada che dovrà percorrere. La contessa Bricherasio era molto ammirata di quanto l'Allamano andava operando mediante i suoi missionari, e pensò di venire in loro aiuto cedendo il castello di Uviglie (Rosignano Monferrato) e la tenuta che prendeva il nome dalle uve dei vigneti sparsi sui morbidi pendii della Langa. La contessa era un'anziana signora tutta "noblesse", molto generosa "ma con misura". Le clausole poste nel cedere i possedimenti dovettero creare molte difficoltà e richiedere molta pazienza. Ma, si sa, ognuno ha il suo modo di vedere anche nel fare il bene. Per molti anni la conduzione della fattoria impegnò famiglie di contadini e alcuni padri e fratelli. Poi si pensò di farne la sede del noviziato per dare vita a quel castello in cui "vagavano gli spiriti", come dicevano i vignaiuoli, i fittavoli e i mezzadri. Roba da streghe! Nel dicembre del 1929, fratel Giovanni con la schiera spensierata dei novizi, emigra a Uviglie. Il loro maestro, padre Nepote, aveva dato prova di sapersi equilibrare in fatto di sistemazioni... ma, ad Uviglie, per accogliere una cinquantina di persone, non sa proprio da che parte incominciare. Niente acqua corrente, niente luce, niente servizi igienici, niente dormitori. La parte nobile del castello è intoccabile, per le clausole della contessa... Il resto del fabbricato è un rigurgito di camerette strette da scale a chiocciola, che sprofondano nei diversi piani. Un posto per dormire si deve pur trovare... In attesa di meglio si pensa al fienile sovrastante la stalla della tenuta agricola. I novizi si dànno da fare: con balle di paglia erigono i muri sino alle arcatelle del fienile. Per soffitto stendono lastre di eternit. Salire e scendere dalle camerate è uno spasso: scale a piuoli, alla contadina. Per lavarsi, catinelle... o, più spiccio, gli abbeveratoi delle mucche. La cappella viene ricavata dal terrazzo che copre la grande serra dei fiori; la cucina, da un sotterraneo; il refettorio, da un corridoio in fondo alla torre (un antro con finestrotti...); la sala per lo studio, da una stanza grande; i ricettacoli forniscono stanzette alle suore addette al noviziato; in un primo tempo al padre Maestro serve la specola (non essendovi altro; così ha la possibilità di dominare la situazione...). Riscaldamento: zero! L'inverno 1928-29 passò alla storia per il ghiaccio polare che fece spaccar le piante, bruciò i vigneti e ridusse al lumicino le capacità di resistenza. Pure, dobbiamo dirlo? Quell'anno rimase nei ricordi di molti il segno della più bella... avventura missionaria in terra... italiana. Sicuro! Cosa si desiderava entrando in un noviziato? Stare al comodo come i conti di Bricherasio? Andatelo a dire al Maestro: questo tipo di asceta dalla parola mordente, non lascia certo passare l'occasione per inculcare la virtù: « Dire Missionario è dire un uomo votato al sacrificio.. » è il ritornello che ogni sera, nella conferenza ai novizi, va sminuzzando sulla scorta dei santi insegnamenti del Fondatore; egli l'aveva conosciuto personalmente, anzi, era stato uno dei suoi beniamini, per la dirittura morale e l'attaccamento all'Istituto. Padre Nepote suole incoraggiare sferzando con parole di fuoco, per cui non sapevi mai se la sua fosse ironia o incoraggiamento. Per lui non esistono difficoltà e tutto deve filare diritto. Puntualità, soprattutto. Padre Nepote è l'osservanza. Al mattino d'inverno col ghiaccio, levataccia alla 5: candele per luce e, attenti a non appiccare il fuoco. Presto a lavarsi (in qualche modo, s'intende). Poi superare al buio fitto o nella nebbia, che regna nel Monferrato, i duecentocinquanta metri per giungere alla cappella. « Hodie, si vocem eius audieritis... ». Sicuro, « se oggi udrete la voce del Signore, non vogliate indurire il vostro cuore... ». Meglio: « Non fate orecchie da mercanti, cari novizi », diceva quando tutti erano in cappella. « Oggi, meglio di ieri. Siamo missionari, o oggi o mai ». Mai vi furono giorni più belli! Venivano le ricreazioni spassose con canti a non finire. E scherzi "feroci". Il maestro stava allo scherzo. I generosi erano comitiva, quell'anno. Nel 1979 c'erano ancora 17 padri e tre coadiutori a festeggiare le nozze d'oro della professione. E 50 anni non sono pochi. Fratel Giovanni, compiuto anch'egli il suo 50° di fedeltà alla "vocazione"... se ne è tornato alla Casa del Padre. Padre Nepote, dunque, sa ricavare del bene da quel tenore di vita. In Africa non si sarebbe trovata neve e freddo, è vero, ma, si sarebbe dovuto soffrire il caldo; gli opposti calzano benissimo per allenare al sacrificio; a primavera poi c'è la fatica di rincalzare filari lunghi come la quaresima... Ce n'è per tutti. Le mani divengono dure e callose come quelle dei contadini. Eppure regna un grande fervore missionario ed una profonda letizia. « L'amore al soffrire dovete chiederlo al Signore », dice il Maestro. « Occorre sacrificio per conquistare la virtù; per studiare meglio, per rendersi idonei al ministero. Sacrificio nell'auto-educazione. Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome, diceva il Signore all'apostolo Paolo... e, voi? Quando concepiste l'idea di farvi missionari, cosa pensaste se non al martirio?... Senza spirito di sacrificio non sarete mai santi missionari e il vostro ministero sarà sterile... ». Quando, la sera, al lume della lampada a petrolio padre Nepote si dimena un poco sulla cattedra, i novizi sentono che, la sua, è logica capace, sì, di chiedere, ma anche di dare gioia, pace e sicurezza interiore. Partendo dall'impegno che richiede la coltura della vite, spesso torna sul concetto di lasciarsi potare, come le viti: « ... Magari si piange... Ma poi a primavera sono gemme, e poi, i grappoli dell'autunno! ». Fratel Giovanni, fratel Micheletto, fratel Riccardo Codazzi, fratel Isaia Roncalli, fratel Paolo Ponzetto ed altri vengono convocati due volte la settimana dal maestro. Se ogni sera ed a tutte le funzioni sono presenti, il Maestro sa che la loro vocazione richiede riguardi speciali. Parla con loro, alla buona, toccando vari punti che li riguardano da vicino, come la stima per la loro vocazione: « ... Se i coadiutori sono utili per tutti gli istituti, sono indispensabili per le Missioni. Eppure il loro numero è generalmente scarso, per la poca conoscenza che si ha della sublime vocazione e del bene che possono operare. Essi sono i veri ausiliari dei sacerdoti; talora li eguagliano nel fare catechismi, dare battesimi, ed anche possono superarli nel fare il bene con il loro esempio. Lavorando poi, essendo a contatto con gli indigeni, riesce loro facile far amare la religione. Amare dunque il proprio stato di coadiutore. Amare l'umiltà, l'obbedienza e la fatica del proprio lavoro: qualunque esso sia. Con il lavoro elevano le genti che non ne sanno il valore... ». Fratel Giovanni sente che è sulla strada giusta. Riprende ogni giorno la sua fatica. Fratel Giovanni non possiede una cultura letteraria: la quarta elementare di un paesetto bergamasco non gli ha offerto che i primi elementi per comporre una lettera. Di lettere Giovanni ne scriverà tante. È intelligente e possiede una grande facilità per comunicare quanto vede, sente e prova. La lettera del 2 ottobre 1929, è sotto i nostri sguardi. Fratel Giovanni, ormai al termine dell'anno di noviziato, chiede al Superiore di ammetterlo alla professione temporanea: « ... In nome del Signore domando umilmente di essere ammesso ai santi voti. Mi sento desideroso di consacrarmi interamente a Dio e di mettermi al Suo servizio... Mi sento indegno di un dono così grande, ma confido nel Signore. Egli avrà pietà di me, povera, miserabile creatura... ». Il pensiero corre, la sua volontà è definita, ma, di fronte agli impegni, fa presente alcune cose che denotano un'anima attenta: « ... Mi aiuti, Padre, e mi dica: - È questa la via in cui mi chiama il Signore?... In missione, pensa che potrò superare gli ostacoli e salvare la mia anima?... In questo anno, inoltre, mi è passato per la mente di andare in uno stato più perfetto! Ora lei sa tutto, mi dica la sua parola! Desidero entrare in questa famiglia religiosa e missionaria. In attesa, imploro da Dio l'aiuto per coscientemente emettere i voti e giungere a quel momento che non avrei mai creduto di poter raggiungere... ». Vi è tanto candore nelle sue espressioni; la sua richiesta viene accettata. Emette la professione il 7 ottobre 1929. Uviglie è il castello che torchia gli uomini perché diventino gioia nel mondo. Fratel Giovanni non vi lascia tracce ma è felice di essersi iscritto tra i vignaioli fedeli... Attesa Fratel Giovanni, partendo da Uviglie, entra nel vivo della sua esperienza missionaria. La famiglia che lo ha accolto gli chiede adesso un periodo di servizio nelle varie case. Nelle sue "note" rapporta date e luoghi in cui presta la sua opera; per lo più lo ritroviamo a Casa Madre. Gilardino, intanto, è diventato sacerdote, ma continua ad assistere il gruppo dei coadiutori. Fratel Giovanni ne gode come chi incontra un vecchio amico. Adesso che è padre, Gilardino si sente ancora più vicino agli umili fratelli. Il suo desiderio di instillare l'amore di Dio e alla vocazione dà a fratel Giovanni la possibilità di collaudare quanto ha imparato in noviziato: sente che sarà un buon missionario nella misura in cui sarà un buon religioso. I suoi appunti ritornano su questo concetto: realizzare una fedeltà incentrata su lavoro, preghiera, sacrificio e "osservanza". In quel periodo fratel Giovanni riceve uno stimolo particolare per le cerimonie religiose. Nelle feste padre Gilardino vuole che i fratelli coadiutori vi partecipino come accoliti e come inservienti. « Fratelli », dice loro, « è un onore per voi, servire all'altare, servire la santa messa. Perfino gli angeli vi invidiano ». Fratel Giovanni si sente invadere dal desiderio di imparare bene le sacre cerimonie; approfitta del padre assistente per chiedergli spiegazioni, si provvede di manuali e li studia. Giovanni sta così mettendo una base a quella che sarà una sua dote di rilievo sino al termine della vita. Un'anima diaconale sembra emergere da lui. Non pensa mai che potrebbe essere sacerdote, ma vuole essere uno col sacerdote. Un giorno, durante la lettura spirituale, padre Gilardino spiega il valore della Messa; uno dei presenti sbotta in una battuta di spirito inopportuna e indelicata. Un pallore sbianca il volto del padre: abbassa gli occhi, serio come non mai e tace. Tutti hanno l'impressione che l'assistente soffra. Il colpevole si fa piccino piccino... Il padre non rimprovera, riprende a parlare, dapprima piano, come a singhiozzi, poi, animandosi insolitamente, lui, che sembra avere le parole contate, perde la nozione del tempo: canta l'inno di fede che lo brucia dentro per l'amore al Divin Sacrificio il cui valore è il Corpo e il Sangue di Cristo... Dopo tanti anni fratel Giovanni ancora racconta quel fatto. Da padre Gilardino impara l'amore alla Messa ed alle sante cerimonie, al lavoro ed alla sua vocazione. A Casa San Giuseppe Alla periferia di Torino, in barriera di Lanzo, si sta adattando la Cascina Corrotto come sede per i fratelli coadiutori, che vanno aumentando di numero. Sarà chiamata "Casa San Giuseppe". Fratel Giovanni vi passa con tutto il gruppo dei fratelli. Padre Gilardino è con loro in quei primi tempi assai duri, a cui fratel Giovanni non è nuovo, dopo le esperienze di Sanfré e di Uviglie... Padre Ernesto potrebbe accontentarsi di assegnar lavori o controllarne l'esecuzione. Ma egli è solidale e sempre primo nella fatica; lo vedono trasportare putrelle, calcinacci, travi; per giornate intere fa la spola portando cemento per le gettate. Anima il lavoro con facezie, ma anche, lanciando forte qualche giaculatoria... « Già anziano, fratel Giovanni, quand'era solo canterellava inni, o recitava giaculatorie a voce forte; per lui lavoro e preghiera si fondevano... » (P.B. Giorgis). Alla Casa è annessa la fattoria e, quelli che vi sono addetti, si alzano prestissimo; quando viene il momento, anche fratel Giovanni è presente. Trova sempre in cappella il padre assistente. A notte, quando tutti dormono, uno è vicino al Tabernacolo. Fratel Giovanni annota: « Devo amare Gesù Eucaristico ». Si ama soprattutto ciò che passa per le vie dell'esempio. Giovanni è falegname, ma, quando vede padre Gilardino riparare i carri della fattoria, lo aiuta; gode quando viene con lui in falegnameria o lo sente batter mazza con i fabbri. « Andiamo al lavoro con devozione », ripete; « è opera di apostolato e il principale nostro dovere... ». Sono espressioni di famiglia: il Fondatore ed il Canonico Camisassa, suo braccio destro, da sempre ripetevano queste massime. Fratel Giovanni e padre Gilardino le hanno fatte proprie. Poi padre Gilardino lascia la Casa San Giuseppe per andarsene nel 1931 in Etiopia. I fratelli coadiutori gli sono attorno. Nel refettorio gli leggono un indirizzo di commiato, steso da fratel Giovanni: è il ringraziamento, la riconoscenza che trabocca, semplice e spontanea. Padre Ernesto si alza e risponde: « Carissimi, siate fedeli alla vostra vocazione... Siate generosi... Siate buoni... Arrivederci in Africa!... ». Si interrompe, la voce gli si fa strozzata: « Fratelli, mi sembra di avervi amato tanto, più di ogni altro ». Questa espressione viene raccolta. Giovanni si propone: « Voglio diventare un coadiutore buono ». « Dio solo è buono », dice Gesù, per indicare che si parte da Dio per tornare a Dio. Questo è l'unico momento che abbia significato. Bisogna passare di lì. Etiopia L'anno 1932 è molto importante per fratel Giovanni. Viene a mancare suo padre. A Villa D'Almè, nel veder calare nella tomba la salma del suo genitore, prova tanta amarezza e vorrebbe rassicurare la mamma che, se anche il babbo se n'è andato, egli sarebbe rimasto. Ma non è così. Destinato alla Missione d'Etiopia, deve dire addio a tutti e a tutto. Lo fa volentieri. Ma, dentro, la sua anima piange. $ il prezzo dell'andare alle Genti. « Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me », dice il Signore. L'11 ottobre fratel Giovanni s'imbarca a Genova sul piroscafo tedesco "Ussucuma". Con lui vi sono tre missionari fra i quali padre Giovanni Battista Farina, che ricorda bene i dettagli della partenza e del viaggio. ... Port Said si profila come una striscia indefinita, evanescente, con minareti che si stagliano nell'azzurro; imboccato il canale, si avanza a passo d'uomo e le due sponde, Asia-Africa si guardano, divise appena da un nastro d'acqua. Colline aride, dune, sabbia or bruna or grigia, scintillante, presentano un paesaggio bruciato da un sole che abbacina. Poi Aden, poi Gibuti. Barche, zattere, indigeni, commissari di porto. A terra, folla variopinta di arabi, francesi, inglesi, italiani, indiani, donne musulmane con la faccia velata, venditori ambulanti d'una audacia impertinente... Un rappresentante di colore, uomo fidato del Prefetto Apostolico, Mons. Gaudenzio Barlassina, accoglie i missionari, sbriga le faccende (passaporti, dogane, bagagli) e provvede per una sosta in albergo che distenda un poco i nervi stanchi dalla lunga traversata. Il giorno dopo li accompagna alla stazione. La poesia ritorna sul trenino a scartamento ridotto, che sale verso Addis Abeba. Dondola sulle colline. La corsa non è veloce e porta al deserto Dancalo, coperto dalle pietre nere eruttate quando il mondo era ancora bambino da vulcani ora spenti. Soste lunghe in stazioncine di lastre zincate ormai arrugginite. Le solite venditrici di burro, latte, cocco, banane. Villaggi dove i bambini sono semicoperti da stracci e sorridono mostrando denti bianchissimi. ... Ali Sabiet, Lasarati, Harrana, Diredaua, Maheso, Laga Arba, Moggio, Acachi. L'aria da infuocata è divenuta fresca. L'altipiano si presenta grandioso. Nel pomeriggio del quarto giorno appare all'orizzonte una foresta di eucalipti: essa nasconde nel suo seno Addis Abeba (2500 m.) la capitale dell'Etiopia. Al bacio infuocato dell'oceano e del deserto, segue la brezza frizzante del "Nuovo Fiore" dell'altipiano. Al momento in cui giunge fratel Giovanni nella capitale ci sono centomila indigeni, tra Abissini dal bianco sciamma e schiavi ricoperti di panni luridi; poi, arabi, indiani, francesi, inglesi, americani, italiani, un migliaio all'incirca. A ricevere i missionari c'è lo stesso Prefetto Apostolico, Mons. Gaudenzio Barlassina, il prestigioso pioniere che è riuscito ad avviare le Missioni nel Kaffa, regione in cui, nel secolo scorso, aveva operato con tanto successo, il grande Cardinal Guglielmo Massaia; poi le persecuzioni avevano cacciato lui e disperso la cristianità. Nel 1932 la Prefettura era come uscita "dalle catacombe", e contava 22 padri, 6 fratelli e 53 suore. Erano avviate una decina di missioni con circa 3.300 cristiani; vi erano una trentina di catecumenati, nell'interno. Sei scuole artigianali. Una grande speranza era posta nella Missione di Umbi. Fratel Giovanni Capelli è destinato a quella Missione. Umbi... Sayo La Missione di Umbi ha una storia particolare. I missionari erano giunti al Kaffa alla spicciolata e come clandestini per non suscitare diffidenze nei Copti e nelle autorità governative: tutto sotto la regìa prudente e audace a un tempo del Prefetto Apostolico. Questi poi adesso godeva della stima dell'Imperatore che era giunto a ratificare una concessione per la foresta di Sayo, nel Wollega, ai cui margini doveva sorgere la missione di Umbi: questo equivaleva ad un tacito riconoscimento (20 ottobre 1920). Era un posto strategico per la Prefettura del Kaffa ed il Prefetto vi avrebbe fissata la sede per i contatti diretti con l'interno. Attorno ad Umbi sarebbero gravitate le missioni dell'altipiano: erano preventivate scuole, catecumenato, dispensario; era in progetto anche un piccolo seminario indigeno. Nel piano di Mons. Prefetto c'era anche l'idea di segherie e laboratori per dare lavoro alla gente, abilitandola alla lavorazione del legno, mentre si sarebbe efficacemente provvisto alla sistemazione delle missioni. L'impianto della missione di Umbi procedette a ritmo serrato: vi lavoravano due esperti coadiutori, Aquilino Caneparo e Carlo Angrisani a cui diedero mano i padri Mario Borello, Luigi Olivero e Giovanni Toselli. Si fecero giungere macchinari per i laboratori dall'Italia e tutto venne trasportato mediante una carovana leggendaria durata 70 giorni. Il 20 giugno 1921, festa della Consolata, vennero inaugurati solennemente i laboratori. Padre Mario Borello racconta: « ... I laboratori di Umbi sono un vero gioiello. Visitandone i reparti, non si può che rimanere stupiti se si pensa che tutto sorge ove, poco più di un anno prima, regnavano boscaglia e foresta... ». Una suora missionaria visitò ultimamente quei posti e dice di avervi trovato resti di macchinario arruginito, disperso, distrutto, e si chiede « con quali sforzi era stato possibile portare tale mole di macchinari a oltre 800 chilometri dalla capitale... » (Sr. Corona Nicolussi). L'efficienza dei laboratori toccò il vertice quando fratel Aquilino Caneparo disegnò una villa per l'Imperatore; costruita in legno pezzo per pezzo e arredata magnificamente, venne trasportata con carovana in Addis Abeba e montata sul colle imperiale... Impatto e guerra Il 3 giugno 1933 fratel Giovanni prende in consegna il laboratorio di Umbi in piena attività; si trova di botto con oltre cento operai a cui badare: sono gli addetti al taglio degli alberi nella foresta di Sayo ed alla segheria e falegnameria. Il suo temperamento calmo lo favorisce in quel delicato periodo in cui deve affrontare situazioni nuove senza adeguata preparazione per la lingua, gli usi e costumi; ma non si perde d'animo ed in breve è padrone della situazione. Gli operai si rendono conto che fratel Giovanni è un uomo buono e giusto al quale nulla sfugge. Il macchinario di cui dispone è superiore ad ogni aspettativa. Il suo inalterabile sorriso e il suo tratto accattivante impressionano favorevolmente quanti lo avvicinano. « Il fratello buono lavora con noi e per noi... » dicono di lui. Alla domenica egli ha modo di incontrare la cristianità e, soprattutto, i piccoli, che gli divengono presto amici. In poco tempo è in grado di insegnare loro un po' di catechismo ed abilitarli al servizio dell'altare. La sua fatica sembra quasi motivo di gioia. Ma non tardano segni premonitori di notizie che rimbalzano sull'altipiano e gettano allarmi tra le popolazioni; i tempi si fanno difficili, serpeggiano notizie di guerra. Le voci si dimostrano vere: l'Italia entra in conflitto con l'Etiopia. Gli operai diventano inquieti, molti si allontanano e scompaiono. Fratel Giovanni ne soffre immensamente. Intanto le cose precipitano. Nell'ottobre 1935 deve abbandonare Umbi ed avviarsi con gli altri in esilio... Dopo oltre 50 giorni di carovana, l'8 dicembre 1935 entra in Asmara dopo aver percorso 2.800 chilometri di marcia estenuante. Asmara, capitale dell'Eritrea, significa "Bosco Fiorito". Posta a 2.347 metri sul mare, si adagia sull'altipiano leggermente ondulato che degrada in successive terrazze verso la valle dell'Anseba, a quattro chilometri dal ciglio che scende, rapido, sul Mar Rosso, da cui dista soltanto 60 chilometri. Asmara incanta fratel Giovanni per i suoi giardini perennemente in fiore, dominati dal campanile ardito della bella cattedrale. I missionari trovano cordiale accoglienza presso i Padri Cappuccini, che aprono loro le porte del convento. Fratel Giovanni ha modo d'incontrarsi con i padri Gilardino e Farina, che hanno raggiunto la capitale eritrea dopo aver abbandonato la loro missione di Ghimbi. I missionari si trovano a vivere con le truppe italiane, raccolte in bivacchi di fortuna. Padre Gilardino va incontro ai soldati, visitandoli reparto per reparto, portando conforto a tanta gioventù. Quando ritorna dalle sue peregrinazioni trae di tasca buone pagnotte, dono dei militari, e le offre ai padri e ai fratelli. I viveri infatti cominciano a scarseggiare. Poi, i due si separano: padre Gilardino segue le truppe come cappellano militare e fratel Giovanni, il 25 gennaio 1936, è a Mogadiscio. Un ordine lo raggiunge e, il 21 aprile, è a Torino. Leggiamo un pensiero steso al momento dell'inatteso rientro: « La nostra vocazione è di origine divina. Il nostro apostolato è valido se preghiamo senza interruzione; desidero diventare un uomo di orazione e dare gloria a Dio. Ubbidienza cieca sì, ma con gli occhi della fede bene aperti per vedere cosa il Superiore, in nome di Dio, avrà da dirmi. La mia ubbidienza, nella attuale situazione voglio sia la prova che amo Gesù... ». L'ultimo incontro Fratel Giovanni in Italia incontra la chiassosa euforia dell'impero. Le notizie riempiono i giornali e la radio segnala che la vittoria è certa. Il mese di maggio 1937 segna la disfatta dell'esercito del Negus e l'entrata delle truppe italiane in Addis Abeba. L'animo di fratel Giovanni è preso da due sentimenti contrastanti: il primo di amarezza perché la gente etiopica soffre per l'ingiusta aggressione; il secondo di contentezza perché la speranza di ritornare in missione sta per realizzarsi. Ma a che prezzo, mio Dio! Il 2 dicembre 1936 fratel Giovanni s'imbarca a Napoli. Il 12 gennaio 1937 è a Addis Abeba. Tristissima coincidenza. Proprio in quel giorno il padre Ernesto Gilardino muore. Aveva seguito le truppe italiane ed era stato tra i primi a giungere nella capitale. Si era dato ad un lavoro apostolico intenso e aveva contratto il tifo petecchiale visitando le carceri dei prigionieri indigeni. Fratel Giovanni, sgomento, si porta presso la salma del carissimo amico. È un brutto sogno e stenta a crederci! Eppure, padre Ernesto è lì, con le dita delle mani intrecciate nel rosario e sembra ancora pregare... Padre Cristoforo Colombo mormora a fratel Giovanni: « ... Come operino i santi è difficile dirlo, ma, creda, non penso possano agire in modo diverso da come si è comportato padre Gilardino. Il suo sangue succhiato dai pidocchi non sarà meno glorioso di quello versato dai martiri... ». Il giorno dopo lo accompagnano al cimitero: padri, suore, cappellani militari e una folla numerosa sbucata chissà da dove. « Fate in modo che io rimanga con i miei cari fratelli africani », aveva sussurrato prima di spirare. Il suo desiderio viene esaudito. Ancora Umbi Fratel Giovanni è di nuovo al suo laboratorio di Umbi, custodito dagli operai e dai cristiani dalle scorrerie dei ladroni durante la sua assenza. Non perde tempo e la ripresa è immediata anche se non priva di difficoltà: malumori, odii e una pesante insofferenza per l'occupazione italiana, non mancano di serpeggiare. Ma egli sa raggiungere le persone al momento opportuno con la parola ed il gesto amico. Tutto presto parla di rinascita. La cristianità si ricompone sotto la guida di padre Enrico Arneodo. Il nuovo superiore trova in fratel Giovanni, uno su cui contare, ed egli, uno che può amare, anche se la Comunità nota che "ha difetti". Egli cerca di addolcire gli animi con una battuta, con la parola buona, rimandando a tempo migliore la mediazione discreta. Il piccolo seminario riprende le sue attività sotto la direzione di padre Giovanni Battista Migani e padre Emilio Geromet. Padre Giovanni Salateo fa la sua parte e lavora anche in laboratorio con i fratelli Eusebio e Calleris, giunti da poco. Fratel Giovanni in questo periodo esprime il meglio delle sue doti organizzative e tecniche, soddisfacendo anche le richieste delle famiglie italiane che giungono e hanno bisogno di mobilio per le loro abitazioni. Porta avanti ricerche e prepara un campionario di venti qualità differenti di legno della foresta di Sayo, vera miniera ancora inesplorata di materiale da lavoro! « Sono molte di più, gliel'assicuro... » dice a padre Geromet. Il Procuratore Generale, padre Lorenzo Bessone, viene ogni tanto ad Umbi per rendersi conto dell'andamento dei lavori che impegnano oltre duecento operai... Tutto funziona bene, quasi alla perfezione! Fratel Giovanni intanto diviene un punto d'incontro: il suo ufficio (piccolo bugigattolo) è un porto di mare, specie alla domenica. Tutti gli vogliono bene e vanno da lui con fiducia. Visita le capanne degli operai, va a trovare ammalati, dirige i chierichetti in chiesa, fa il catechismo; la sua gioia è al colmo quando qualche suo operaio, dopo il catecumenato, riceve il battesimo. Padre Geromet annota: « ... Fratel Giovanni, coerente con i suoi impegni religiosi, senza guerre interiori di rilievo, si distingue per serenità: serenità e sorriso emanano da lui. La nostra Comunità gli deve molto: egli sa saldare i diversi caratteri nel vincolo della carità fraterna... ». Fratel Giovanni è giunto a trovare, nella foresta come nel laboratorio, la presenza di Dio! Ancora sulla via dell'esilio «Camminare sempre, sulla strada che non termina mai, in direzione di Dio».(G. Bevilacqua) Così ha camminato fratel Giovanni, ed è giunto per la seconda volta ad Umbi. Ma sono appena trascorsi pochi anni che già si odono per l'aria i fragori e le minacce della seconda guerra mondiale... A Umbi quattro persone vengono uccise alla vigilia dell'Epifania del 1941: e due sono giovani seminaristi! Rappresaglie facili. I guerriglieri scorazzano impuniti e poi si ritirano nella foresta di Sayo. Così fratel Giovanni e padre Geromet trascorrono lunghe notti rifugiati nella boscaglia, mentre, non molto lontano, si odono spari di fucile, esplosioni di bombe ed il continuo rullar di tamburi. I missionari sperano contro ogni speranza. Ferve il lavoro nei laboratori; al seminario indigeno padre Migani e i suoi collaboratori continuano le lezioni. Ma, ecco, giunge l'ordine di tenersi pronti per lasciare la missione, poiché l'esercito italiano, guidato dal Principe Amedeo di Savoia, ha capitolato davanti alle forze inglesi, forti di truppe indiane e sud-africane. Padre Arneodo affida la cristianità ai catechisti e ai seminaristi, mentre fratel Giovanni pensa a dare le consegne ai capi operai dei laboratori, dei magazzini, delle forniture, degli attrezzi... ben sapendo in quali fragili mani, tutto questo, che gronda sudore, venga riposto. Vi è aria di disarmo e di tristezza. Ai primi di marzo 1941 i missionari devono partire. La cristianità è in pianto al vedere padri e fratelli salire su automezzi con famiglie italiane costrette anche esse ad abbandonare tutto. « Dio è grande », dicono i cristiani ai missionari, « un giorno ritornerete nelle nostre terre ». Vi ritorneranno, tanti anni dopo, nel 1970. Da allora, i Missionari della Consolata lavorano tra gli Arussi, nel Vicariato di Harrar. ********** La colonna formata da nove automezzi ha una scorta armata di tutto punto, non tanto per difendere inermi prigionieri, quanto per custodire "il tesoro" del Governatorato del Gimma, caduto nelle mani del comando inglese. 800 chilometri costellati di avventure di ogni genere, accompagnano gli esuli ad Addis Abeba. La colonna costeggia il recinto della Casa Procura e padre Geromet, incurante del pericolo di buscarsi una fucilata, lancia un messaggio; lo riceve padre Lorenzo Bessone che si mette sulle loro tracce e riesce a liberarli mediando presso il Comando. Fratel Giovanni e i nostri vengono così accolti alla Casa Procura con un folto gruppo di missionari giunti prima. Ma Addis Abeba non è che una tappa. Ai primi di aprile viene l'ordine di lasciare la capitale e di dirigersi al terribile campo di concentramento di Mandera, nella Somalia Inglese. 11.000 prigionieri, italiani, tedeschi, militari e civili, vi trascorrono giornate d'inferno. Temperatura a 40 e più gradi, mancanza di acqua e dei più elementari servizi, fanno di Mandera un cimitero. Dopo un mese, fratel Giovanni si imbarca a Berbera su la "Nuova Scozia" con altri 1.100 prigionieri. Il viaggio è estenuante e pericoloso a causa delle navi e dei sottomarini tedeschi e giapponesi, che presidiano le acque dell'Oceano Indiano. Sbarcato a Durban, è convogliato, attraverso il Transvaal, nel campo di concentramento di Fort Victoria, nella Rhodesia del sud. « Dio sceglie per ognuno il genere di sofferenze che Egli vede più atte a santificarlo e, spesso, la croce che impone, si rifiuterebbe, se si osasse » (C. De Foucauld). La sofferenza più cruda è l'esilio dalla terra di apostolato con la condanna all'inazione. Una settantina di Missionari della Consolata passano per questa strada e cercano di renderla più accettevole ai connazionali. Undicimila uomini nella morsa del filo spinato, è una prigionia che non si dimentica più. Fratel Giovanni si presta a ogni genere di servizi, e tutti lo ricordano sereno e disponibile. Il suo sorriso buono lo accompagna, perché fratel Giovanni si fida di Dio. Trascorrono così due anni. Poi la Croce Rossa riesce a far rimpatriare un primo contingente di prigionieri. Fratel Giovanni, che è fra quelli, raggiunto Port Elisabeth, s'imbarca sul "Saturnia". La motonave italiana sposta la rotta sulle coste sudamericane per evitare incontri con i sottomarini e riesce alfine a toccare il porto di Taranto nel luglio 1943. Sforzi di ricostruzione Alle prime ombre della sera dell'8 dicembre 1942, un pauroso bombardamento aereo si abbatte su Torino. Anche la Casa Madre dei Missionari della Consolata viene quasi interamente distrutta. Per una grazia provvidenziale non si registrano danni alle persone. Poteva essere un'ecatombe. I Superiori non si lasciano prendere dal panico e lanciano subito ai missionari un invito a collaborare alla ricostruzione della sede che è il cuore della Congregazione. Quando fratel Giovanni rientra dai campi di concentramento non vede che rovine, ma trova anche, proprio a Casa San Giuseppe a cui viene inviato, tutto un fremito di lavoro. I Fratelli non si tirano indietro e vogliono essere i primi a cooperare all'impresa. I laboratori sono un cantiere che prepara gli elementi per rendere agibile la Casa Madre ed evitare che gli sciacalli la depredino... Il reparto falegnameria, soprattutto, è impegnato a riparare porte, finestre e mobili, mentre la segheria accatasta pile di assi per la lavorazione. Padre Pietro Mongiano, direttore di Casa San Giuseppe, sa offrire una vita serena anche in un clima di emergenza. La Comunità è numerosa e occorre difenderla. Sostiene l'idea lanciata dai Fratelli: di scavare un rifugio antiaereo profondo una quindicina di metri. L'opera è portata a termine in tempo di record. Fratel Giovanni però non scenderà mai nel rifugio perché, dice, « non vuol fare la talpa »; a lui basta scendere in cantina, un rifugio di poco conto, durante le incursioni aeree che si succedono a ritmo incalzante, ma lui, scherzando dice che preferisce stare vicino alle botti di vino. Questione di scelte. Dietro le spesse lenti degli occhiali in alcuni momenti brillano gli occhi furbi del bergamasco « a cui non dispiace il vino » - dice - « ma da cui saprà sempre tenersi nei limiti di portata », affermano gli amici... La vita a Casa San Giuseppe continua anche durante il periodo bellico con un'intensità accresciuta dall'emergenza. Si organizzano la banda musicale e l'orchestrina, i cori per i canti alpini e la corale per le festività liturgiche. Così, tra un bombardamento e l'altro, tra una fuga nel rifugio ed una corsa a Casa Madre o alle Case viciniori, i mesi volano. L'Assistente Giungo anch'io a Casa S. Giuseppe. Il motivo per cui vengo a trovarmi in questa Casa è la formazione dei più giovani, una quindicina, tra i 15 e i 18 anni, desiderosi di diventare Fratelli. I Superiori vogliono che mi interessi di loro, mentre fratel Giovanni farà da Assistente al gruppo, pur continuando a dirigere la falegnameria. Diviene così "Assistente dei giovani". Con un po' di fantasia si allestiscono ambienti separati in fondo al cortile per la camerata, lo studio, la scuola. Solo una lunga pazienza e vivendo giorno per giorno le situazioni, si sarebbe trovata la strada giusta. La guerra intanto è finita. Non più le sirene d'allarme, non si scende più a rotta di collo nel rifugio come le talpe, né in cantina come fratel Giovanni... Pare un sogno. Ma accade l'impensabile. Viene padre Giovanni Borello, Economo Generale. Lo ricordo bene, porta il cappello da prete più sghimbescio che mai, girato addirittura all'indietro. « Ha visto? », mi sussurra fratel Giovanni. « Con quell'aria e quei giri in Cascina, nei laboratori, per ogni dove, con quel signore là, c'è da aspettarsi qualcosa di grosso ». Non si sbaglia. Pochi giorni dopo veniamo a sapere che i Superiori hanno deciso di vendere la Cascina Corrotto: deve essere lasciata libera entro due anni. I Fratelli avranno una nuova sede ad Alpignano. Ci domandiamo se lo Spirito Santo fosse distratto o amareggiato dalla seconda guerra mondiale, ma, tant'è, giunge l'ordine di andare intanto a Varallo Sesia (Vercelli), mentre i professi e gli anziani sarebbero passati nelle Case viciniori. ********** La Casa di Varallo Sesia è in attesa del ritorno dei liceisti e ginnasiali. Intanto vi andiamo noi di Casa San Giuseppe, "Sezione Giovani", aggiunge argutamente fratel Giovanni. Nel settembre 1947 siamo a Varallo e si avviano i corsi scolastici per gli allievi. Fratel Giovanni è sempre attento a che tutto proceda nel migliore dei modi, come in una buona famiglia. ************** ... Il ritorno dei ginnasiali e dei liceisti nella Casa di Varallo Sesia deve avvenire in autunno. Dobbiamo cercare un altro posto per il nostro gruppo ancora aumentato di numero. Decidiamo di parlare ai Superiori. Ci propongono Camerletto. Quel Castello era un'antica dipendenza dell'Abbazia di Novalesa. Modesto nelle dimensioni, sorge ai piedi del monte Musinè, in Val di Susa, a pochi chilometri da Torino. Un mattino del mese di ottobre 1948, si trasloca a Camerletto. L'impatto avviene all'insegna dell'avventura. Gli anni della guerra avevano devastato il Castello. Giunti su un camion, scendiamo come fossimo una colonia di zingari. Tre buone suore, gli allievi e noi ci diamo da fare. Mentre bolle il minestrone all'aperto, fratel Giovanni cerca un rifugio per la notte. La gaia situazione andrà snodandosi giorno dopo giorno. L'interno del Castello è tutto un sali-scendi. I dormitori vengono sistemati alla bell'e meglio nei locali alti. Nonostante la penuria di mezzi vi regna una grande allegria. Fratel Luigi Rubinetto scopre un pezzo di terra e ha inizio l'orto; fratel Giovanni da un antro ricava il laboratorio; fratel Natale, fra idraulica e gestione di economato, ha il suo da fare. Riprendiamo i corsi di studio già avviati a Varallo. Quei giovani, con semplicità, vivono in prospettiva della Missione, anche se ancora tanto lontana... Fratel Giovanni è entusiasta dei suoi giovani e ogni tanto annota sul taccuino qualche dettaglio. All'Epifania cade la neve, e la festa impegna tutti in giochi di famiglia. Fratel Giovanni si accorge che Spreafico, un ragazzo lombardo, si muove a disagio, ma vuole giocare lo stesso; poco più tardi è accompagnato a letto con dolori addominali che diventano lancinanti. Il medico ordina l'immediato ricovero all'ospedale Molinette di Torino. Verso la mezza notte è operato di appendicite acuta. Spreafico vuole vicino fratel Giovanni. « Potrò ancora essere missionario con tanto male?... » domanda. « Sì, lo potrai... ». Il ragazzo sorride. Ma dopo circa un'ora egli muore, lasciandoci nella più profonda costernazione. Signore, perché? Al Castello Diverse volte troviamo fratel Giovanni in Castelli... ma quello di Alpignano sarà la sua casa per quasi trent'anni. Il Castello di questa cittadina, a circa 13 chilometri da Torino, all'imbocco della Val di Susa, è in un sito meraviglioso. Dovette subire innumerevoli adattamenti, e altri ne avrebbero apportati i missionari. Dall'aspetto dignitoso ed accogliente, domina un poco Alpignano che si stende ai suoi piedi. Lo fiancheggia il fiume Dora. Possiede un parco che, in passato, dovette essere una meraviglia per le piante esotiche che ancora s'incontrano dopo le incette compiute dai soldati tedeschi durante l'ultima guerra. Un muro di cinta si snoda lungo il tortuoso perimetro e lo rende raccolto e silenzioso. Il 2 maggio 1949 ci viene dato il "via" per lasciare Camerletto e scendere al Castello di Alpignano. Ai fratelli e a tutti pare un sogno poter avere un posto dove piantare le tende in modo stabile. Ma ben presto ci accorgiamo che locali e caseggiati sono dispersivi e non permettono che un adattamento precario; bisognerà costruire laboratori e aule per le scuole professionali: oggi la Missione richiede Fratelli preparati per una promozione qualificata dei popoli del Terzo Mondo. I Superiori sanno benissimo tutto questo, ma l'economo generale fa presente che le finanze sono al livello di guardia. Anche la Casa Madre è in piena fase di ricostruzione. Il Vice Superiore Generale, padre Vittorio Sandrone, viene a mediare il problema perché tutto non sia relegato nel mondo dei futuribili. Il Superiore dice press'a poco così: « Miei cari, se potete costruire senza impegnare per il momento l'Amministrazione, procedete... ». Affidiamo l'impresa a San Giuseppe perché non ci lasci "all'asciutto". Intanto, rimboccate le maniche, fratelli e allievi dànno mano al piccone cominciando a demolire le casupole che si appoggiano alla parte centrale del Castello: su quell'area dovrà sorgere il nuovo edificio. Pur seguendo corsi scolastici regolari, gli allievi, diventati numerosi per il giungere di giovani dal Portogallo, si impegnano come formiche operose a demolire baracche, stalle e fatiscenti fabbricati. Una serie di vagoncini trasporta lontano le macerie in luoghi che serviranno per ulteriori spianate e cortili. ************** Padre Ezio Sommadossi è un laureando ingegnere trentino, forte e aspro come le sue Dolomiti. I Superiori ce lo mandano "perché faccia pratica". La farà talmente che, andato poi in Colombia, costruirà chiese, case, ponti e seminari. Messi tutti insieme formerebbero un grosso paese! Per Casa San Giuseppe è una mano della Provvidenza. Per lui non esistono difficoltà e il suo motto sembra essere: poter fare tutto anche con quasi niente. Infonde un coraggio formidabile. Prepara i disegni, avvia le pratiche. Ecco, intanto, profilarsi la serie dei 64 pilastri che sostengono le solette dei tre piani. Le dimensioni dell'edificio permetteranno la realizzazione di una serie di laboratori di meccanica, falegnameria e elettrotecnica, con studi, aule da disegno e dormitori capaci di 150 allievi. La dinamica impressa da padre Sommadossi è tale che in meno di due anni tutto viene portato a termine. Vivere è nascere lentamente. Sarebbe troppo comodo valersi di cose bell'e fatte. L'utile è ciè che ti resiste. Fratel Giovanni vive quei giorni con la presenza di chi dona il meglio di sé. Ricco di preghiera e di umanità lo vediamo sorridere dietro le lenti spesse. La sua multiforme presenza diviene stimolo ai giovani, che trovano facile il potersi avvicinare a un ideale di Missione reso già presente oggi. $ come un'ombra amica. Divenire «Noi non siamo altro che un luogo per il quale passa l'amore di Dio».(Simone Weil) Questo luogo fratel Giovanni lo vede realizzarsi ad Alpignano nella costruzione. Mentre ancora fervono i lavori... giungono altri allievi: prima venti, poi quaranta. Nel volgere di qualche anno sorpassano i 120. Laboratori debitamente attrezzati per meccanica, falegnameria, elettrotecnica accolgono i corsi professionali. Fratel Giovanni è assegnato quale istruttore per la falegnameria. $ un realizzarsi dell'ideale dei Fratelli: collaborare alla promozione umana delle genti che ricevono l'annunzio evangelico. Fratel Giovanni in quegli anni vedrà la maturazione di numerosi Fratelli che giungeranno a capacità tecniche un tempo impensate. Egli ha fiducia nei giovani. Con umiltà scompare quasi nella complessa storia di Casa San Giuseppe come quelle pietre che ha visto scendere nelle fondamenta. L'oggi di fratel Giovanni Ogni settimana è solito radunarsi lo staff} della Casa per la revisione e la programmazione di vita. Fratel Giovanni annota ogni cosa. $ un "segretario" formidabile, puntiglioso, a cui nulla sfugge. Stende diari su grossi quaderni, nei quali annota ogni tappa. Mi avvicina per problemi ricorrenti. La sua è sempre una parola attenta. Offre le proprie vedute cercando di sintonizzarle con quelle degli altri. Ha sempre rispetto del ruolo altrui ed è attento a colmare un posto vuoto. Nel contesto di un arco di trent'anni sembrerà che, per lui, tutto faccia storia di un giorno solo. L'oggi di fratel Giovanni è la costante di Casa San Giuseppe, come si trattasse di una giornata in terra africana. Egli non vive che nella Missione e per la Missione. È mai agitato, ma si accende per le inadempienze o gli sprechi anche solo di un pezzo di asse: ha il culto di Madonna Povertà. Ben presto si ricompone nel sorriso che riporta la pace. Rimane il fratello buono per tutti. Gli allievi hanno grande confidenza in lui; i giovani missionari ancor di più. Fratel Giovanni non ha mai rimbrotti inadeguati: egli vive di preghiera e di azione, e queste diventano il tessuto della sua vita. Nel 1956 lascio Casa San Giuseppe. Tuttavia le distanze non faranno che approfondire l'amicizia che ci lega. Giovanni è uno che sa solo amare. I Superiori per lui « sono l'Istituto, sono il Fondatore, sono i padri di una famiglia di cui si sente figlio fin nell'intimo delle midolla ». Ho sottomano le lettere che scrive in occasione dell'onomastico di questo o di quel Superiore; quelle dirette al Superiore Generale sono particolarmente toccanti. Riboccano di riconoscenza per quanto egli fa per i Coadiutori (allude al permesso di costruire l'edificio nuovo) « assicura la sua preghiera per rendere efficace il compito di guidare i Missionari nel campo di apostolato ». Espressioni puntuali, delicate, che sono il riflesso di una presenza rispettosa, amorevole. Ama i confratelli sacerdoti con delicatezza di fede. Racconterà di padre Arneodo la nascosta bontà con cui a Umbi lo accoglieva sempre. Egli va oltre ai difetti altrui con la carità, che copre le spalle esposte agli strali, e ravviva solitudini con la sua presenza, che infonde coraggio. Noi, sacerdoti, lo sentivamo fratello e amico a cui "potevamo parlare". Il suo umile cedere non è servilismo. Il suo candido gesto è momento che realizza il detto: « Il fratello che si appoggia al fratello è torre che non crolla ». Ama i giovani che si trovano alle prime armi con la realtà. Li incoraggia. Quante lettere scrive loro in terra di missione. Maldestre vicende hanno fatto scomparire la corrispondenza, ma ne rimane il loro ricordo: basta che vi si accenni. Egli apre varchi alla perseveranza. Ama la sua vocazione religiosa e missionaria. Ricorda gli anni dell'Etiopia, contrastati da guerre e prigionie... Vive da laico consacrato: realizza una diaconia che brilla nella sua genuina grandezza. Vuole che i Fratelli non abbiano soltanto un alto livello professionale, ma, soprattutto spirituale: senza questa dimensione, le qualifiche - dice - non bastano affatto! Ama le cerimonie della chiesa. Ne diviene animatore per l'intero arco della sua vita. Chi non ricorda il suo gaudio quando una funzione riusciva splendida "in una splendida solennità"? E la sua amarezza per certe sconfinature di presbiterio! $ l'uomo che "ama il decoro della Casa di Dio", come il Fondatore, da cui trasse l'esempio. Sa insinuare in solerti collaboratrici missionarie l'amore per confezionare sacri paramenti per la Casa e le Missioni. Alcuni sono "autentici capolavori". Ama le suore con rispetto religioso, è attento a ogni loro bisogno; esse sanno che a fratel Giovanni basta dire: « Abbiamo bisogno di questo o di quello... » perché lui, per quanto può o è in suo potere, provveda. Ricordo le espressioni di stima di una superiora che ricordava le discrete premure del fratello per facilitare le suore nel servizio alla Casa... Quanto potrebbero dire le missionarie! Fratel Giovanni ha dato durante il suo lungo cammino, testimonianza di come si vive all'insegna dell'amore, anche nei rapporti con gli abitanti di Alpignano. Una signora, parlandomi di lui poco tempo fa, ricorda un seggiolino che fratel Giovanni le ha fatto per la sua piccola: questa, oggi, è pure mamma. Era bastato esprimerne il desiderio, e il seggiolino era venuto. Fratel Giovanni non viveva nel chiuso del Castello! Fin dai primi tempi ci fu chi si accorse di fratel Giovanni come di un uomo disponibile, che non dice mai di no. Così... tanti... hanno bisogno di lui: chi per una serratura, chi per una finestra, chi per una porta... Sanno che fratel Giovanni trova sempre un pizzico di tempo per rendere un servizio. Con garbo gentile e faceto sembra che sia lui a ricevere... non a dare. Ripassa un cassettone che al suo tocco riacquista splendore, sbriglia il congegno inceppato di una serranda, sbriga cento altre cose. Gli diciamo: « Fratel Giovanni... ma lei è sempre fuori! ». Ci guarda con il suo capo leggermente piegato a sinistra, l'occhio che brilla e la barbetta che trema. Si scusa, dice che non è vero. E non è vero... Anche il medico condotto diviene suo amico. Fratel Giovanni è anche infermiere. Tra i due s'instaura una profonda amicizia. Quando nella cittadina viene a morire qualche persona, egli non tralascia di andare alla casa del defunto per la recita del rosario. Porta con sé un gruppetto di allievi o di confratelli e condividono le ore del pianto con la gente. Fratel Giovanni di anno in anno allarga la cerchia delle conoscenze, dilatando le possibilità di espandere fuori della Casa l'amore alle Missioni. L'oggi di fratel Giovanni è sempre Missione. Il profilo dell'anima «La Sapienza condusse il giusto per sentieri diritti, gli mostrò il Regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante. Gli diede successo nelle sue fatiche e moltiplicò i frutti del suo lavoro».(Sap. 10, 10) Quadernetti modesti, notes, fogli di quaderno rilegati assieme formano un totale di 450 pagine sulle quali fratel Giovanni Capelli stese gli appunti di 34 corsi di esercizi spirituali. Dal rientro definitivo dall'Africa (1942) al 1977, che precede la morte, ogni anno lo troviamo agli esercizi spirituali con diligenza annotare, in buon corsivo, quanto i predicatori espongono. La Sapienza di Dio è andata ammaestrandolo; gli dà la conoscenza delle cose sante, semplici, grandi. Il modo stesso con cui ne prende nota con meticolosa attenzione e perseverante impegno, dice la serietà del fratello di fronte alla vita: egli la sente un dono di amore e vuole realizzarla in pieno. « Dio mi ha dato la vocazione religiosa-missionaria; per essere un buon apostolo devo amare Gesù, sua Madre, tutti i fratelli, specie quelli che non conoscono Dio; devo fare quanto lo stesso Salvatore e sua Madre mi propongono nei momenti di sacrificio o di incomprensione. Devo capire l'amore di Dio nel silenzio interiore » (1945). « Devo essere un fratello dal cuore buono, rispettoso di tutto e di tutti, particolarmente dei miei fratelli sacerdoti per il loro carattere sacerdotale, Tutto deve diventare opera di amore benigno, paziente, umile ». Insiste ancora: « Due sono le vie per giungere alla perfezione: quella del timore e quella dell'amore. Voglio seguire quest'ultima che più mi attrae. Dio ci ama come Padre. Voglio aprirmi alla misericordia e all'amore di Dio » (1948). Il 2 ottobre 1929, al termine del noviziato, aveva fatto domanda al Superiore Generale di essere ammesso ai santi Voti, perché, scrive, « sono deciso di consacrarmi tutto al servizio del mio Dio. Mi sento indegno di un dono così grande, ma confido in Dio che avrà, sì, pietà di questa miserabile creatura... ». Nel 1949 riprende questo pensiero che urge dentro: « $ mia vocazione tendere alla perfezione fino alla morte, attraverso la vita contemplativa ed attiva, fatta di preghiera e di lavoro vissuta alla presenza di Dio e in grazia di Dio ». « Gesù, tu sei il mio amore, tu sei il mio Fratello! Solamente il tuo amore mi può appagare ». La riflessione si sviluppa: « Comprenderemo la grazia della vocazione missionaria solo in paradiso. La nostra vocazione è tendere all'amore fino alla morte ». Esamina ciò che può rendere vano il progetto di un amore totale: « La tiepidezza è il male peggiore che da solo può vanificare l'ideale. Il religioso che ne è preso, finisce di fare tutto male. Diviene mondano e finisce di essere neanche più cristiano » (1950). Negli esercizi del 1970 riesamina i fondamenti della vita soprannaturale che il battesimo ci ha dato: la figliolanza di Dio, la vita della Grazia, l'inserimento nel Corpo Mistico e ribadisce con chiarezza: « Vivere in Grazia, vivere il mio battesimo per vivere la mia consacrazione a Dio come religioso-missionario, ecco cosa devo fare, con l'aiuto di Dio. Essere nella Chiesa e per la Chiesa un uomo capace di donare agli altri la testimonianza dell'amore del Padre ». Fratel Giovanni avrà quasi un culto per il sacramento della Penitenza. In missione come in Italia vi si accosterà, sempre che gli sia possibile, ogni settimana o, al più, ogni 15 giorni. I suoi propositi degli esercizi sono riesaminati nel ritiro mensile e nella frequente confessione sacramentale. Su un apposito taccuino segna gli atti di fedeltà o infedeltà. Al momento del Sacramento è nitido, semplice, pieno di compunzione. Ne esce sempre con guadio e pace. Negli esercizi precisa le mortificazioni e le penitenze che deve fare poi lungo l'anno per ottenere la grazia della perseveranza. Se non sono impegni eccezionali hanno però il carisma della continuità straordinaria: non è poco, filtrata negli anni! **************** Qualcuno si è domandato se fratel Giovanni fosse "nato umile, sereno, gioviale, condiscendente". Il dottor Brunero, medico condotto di Alpignano, soleva dire, scherzando, che fratel Giovanni « era nato senza peccato originale ». $ un modo... originale per qualificare il fratel Giovanni che tutti abbiamo conosciuto umile, sereno, gioviale, servizievole, buono. Percorrendo le fitte pagine degli appunti, notiamo che l'impegno per rendere "soprannaturali le buone inclinazioni ricevute" gli sono costate energie e sacrifici continui controllati da tenace impegno. Quasi ad ogni corso di esercizi spirituali emergono gli spunti base: umiltà, spirito di fede, amore al sacrificio, carità fraterna, gentilezza, laboriosità, ubbidienza in tutte le sue forme, quali la fedeltà alla regola, ai minuti desideri dei superiori; tutti vuol servire con amore. Afferma l'impegno di lavorare senza perder tempo; sottolinea fino alle ultime battute della sua esistenza la necessità di non lasciarsi prendere la mano da affettuosità inconsiderate: vuole, per Dio, dare tutto, rinunciare a tutto quanto è sensibile. A quale prezzo? Dio solo lo sa. Ci sono espressioni che denotano il martirio del cuore. Un tema ricorrente è l'umiltà: « L'umile, sempre contento in ogni luogo, sa mettere tutto nelle mani di Dio ed è sicuro di non sbagliare. Il fratello missionario viva per Gesù nella povertà volontaria, non perda mai tempo, specie sul lavoro. L'umile mortifica lo sguardo che diviene limpido e sereno » (1947). « Il missionario sia un uomo di grande cuore e pronto al sacrificio. La sua forza è lo stare con Dio. Inoltre, ami Maria santissima. Lei ha formato Gesù, e formerà anche me, fratello religioso e missionario ». « Gesù », ripete, « tu sei l'amore mio unico. Tu solo mi puoi appagare! » (1948). *************** Un articolo del Direttorio dei Fratelli suona così: « I Fratelli hanno la missione di cooperare alla grande opera dell'evangelizzazione coadiuvando i sacerdoti mediante il lavoro ». E poco più avanti: « Dopo i doveri di pietà, per i Fratelli il lavoro è l'impegno principale: devono abilitarsi nei vari mestieri con lo stesso impegno con cui i Chierici devono attendere allo studio ». La vita di fratel Giovanni è tutta lavoro, insegnamento e dedizione per formare semplici uomini dell'altipiano etiopico in artigiani provetti che amino il lavoro; tra i Fratelli e gli allievi, di cui fu sempre istruttore-falegname-ebanista, tutta canta al lavoro nella sua espressione più bella. Traduce così il suo concetto: « Lavorare alla presenza di Dio. Lavorare con fedeltà e devozione. Insegnare con pazienza. Correggere, incoraggiare, attendere. Il missionario laico ha bisogno di Spirito Santo per vivere una vita spesso senza soddisfazioni. Sarà l'amore a Gesù l'anima della nostra perseveranza nel nostro lavoro. Lavorare oggi, senza aspettare l'ultimo giorno. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo » (1946, '48, '58, '62 ecc.). Fratel Giovanni ritorna spesso sull'umiltà del comportamento come testimonianza piacevole del messaggio evangelico di cui si sente portatore. « Il Fratello deve avere un comportamento gentile, educato. Si presenterà sempre pulito negli abiti, nel volto e nella barba. Eviti sempre le grossolanità. Quanto al laboratorio, curerà che sia sempre in ordine. L'ordine della persona è lo specchio dell'ordine che deve regnare in me. Per un Fratello, inoltre, essere umile è sapersi sulla porta dell'obbedienza e della carità. Il tuo studio e il tuo lavoro siano espressione dell'amore che porti a Gesù » (1946, '50). Sono espressioni che denotano l'alta stima che egli ha del suo presentarsi al mondo come religioso-missionario in modo da essere segno della modestia di Cristo - direbbe San Paolo -. Fratel Giovanni ebbe infine grande amore per tutto quanto riguarda il culto; di qui la cura che ebbe per l'altare, la chiesa, la sacrestia; anche la sua passione per le sacre cerimonie è da ricercarsi nella fede che lo anima tutto. Sovente se lo ricorda nei propositi degli esercizi e rilancia valori e propositi pratici con mai stanco fervore (1950, '55, '72, '76). Né mai ha di quel pietismo che induce a stizza per la religione. Tutto è limpido nella sua espressione di fede. Il Fondatore si aspettava una corona speciale per il suo "amore all'altare...". Fratel Giovanni, negli esercizi del 1961, ne parla per riaccendersi in quegli esempi. Con ardimento pensa di condividere col Fondatore la corona che quegli sperava in cielo "per il suo amore all'altare". Gli umili hanno sempre grandi desideri. Lo ricordano così... Il ricordo di fratel Giovanni è vivo in tutti noi che lo abbiamo conosciuto; la sua è una presenza dolce, fraterna. Senza momenti straordinari sentiamo che egli ha vissuto la monotonia del quotidiano alla fiamma della fede e dell'amore più vero. Le sorelle Giuseppina e Palmina parlano « del bambino che non dice mai di no; del giovane che dipende dal cenno dei genitori con tanta semplice amorevolezza da mai recare dispiacere in casa, ma solo consolazione. Vive il suo cristianesimo senza rispetto umano negli ambienti di lavoro come all'oratorio "San Carlo Borromeo". A sera prega a pièe del letto. Militare, trova modo di ascoltare la messa e fare ogni giorno la Comunione. La sua grande passione però rimane l'oratorio, cui si presta come catechista; si conserva ancora un attestato di fedeltà a questo impegno a cui tiene fede fino al suo partire. Rigoroso con se stesso, riservato e umile, per noi sorelle ebbe la bontà premurosa di una mamma. Quando, missionario, potevamo averlo con noi, era un paradiso... ». « Mi preme far notare come ci tenesse a sempre portare l'abito religioso durante i periodi di permanenza a Villa D'Almè », dice padre Guido Fradellin, Concezionista; e aggiunge: « Quand'era in vacanza, non perdeva l'occasione di assistere ad una seconda Messa, alla sera, alla Casa di Riposo. Ebbi modo di ascoltare le sue confessioni; fratel Giovanni è un'anima delicata, piena di fede nell'Eucaristia che visita spesso. Nel pomeriggio veniva in cappella per la recita dei Vespri e chiedeva con umiltà il mio breviario, quando ne era sprovvisto. Nella storia di Villa D'Almè, ricco di tante vocazioni, il ricordo di questo missionario semplice, buono, umile, rimarrà a lungo in benedizione ». Giuseppe Colpo, uno dei suoi allievi, scrive: « ... Per me è stato come un padre. Mi ha insegnato a vivere, a soffrire, a gioire di quello che di buono la vita può dare. Sono sempre stato il suo migliore amico. Forse perché ci comprendevamo, ci aiutavamo a vicenda. Gli anni vissuti con fratel Giovanni sono stati e restano i migliori della mia esistenza... ». Parecchie testimonianze hanno l'espressione comune: « Era mio amico... Amico, fratello, padre, ... era per me ». La carica umana che emanava discreta da fratel Giovanni sfocia nell'amicizia, che è un tesoro prezioso che Dio ci dona perché possiamo camminare verso di Lui più spediti dandoci la mano. Angelo Rota annota: « ... Mi fu sempre amico leale, interessato al mio bene con dignità e discrezione; era pieno di attenzioni, anche nelle piccole cose. Compagno buono, fratel Giovanni per lunghi anni mi fu vicino ed ora il suo sguardo mi accompagna sempre... ». Un confratello mi scrive: « ... Sono contento che componga un profilo di fratel Giovanni: è un Fratello di grande modestia e capacità, amante dell'Istituto e della preghiera liturgica come la voleva Padre Fondatore » (Fr. Natale Bosio). Piene di risonanza sono le parole di un missionario in Africa: « ... Nel 1961 trascorsi un mese di vacanza ad Alpignano. Piccolo, pieno di timidezza, mi sentivo smarrito, ma fratel Giovanni scacciò subito la paura da me e divenni suo amico. Mi piaceva il suo modo semplice di parlare e di stare in mezzo a noi, ragazzi del Piccolo Seminario; decisi quasi inconsciamente di diventare anch'io Fratello Coadiutore. Una decisione del genere comportava per me un grande sforzo: non osavo parlarne ai Superiori, temevo di passare per un "traditore"; pure, la sua figura continuava a prospettarsi alla mia immaginazione: ecco, essere come fratel Giovanni, uno che parla di Dio senza tante prediche, uno che non sia troppo occupato da non aver tempo per incontrare il Signore nella tu per tu con una persona che abbisogna di comprensione... Questo era il mio ideale. Dopo cinque anni incontrai nuovamente fratel Giovanni poiché la richiesta di farmi Fratello era stata accettata. Con la sua semplice bontà mi aiutò a inserirmi nella Casa e divenne il mio Padre Spirituale non ufficiale ma reale... Dopo il noviziato mi trovai ancora con fratel Giovanni. Come incarico ero sacrestano: stando con lui in sacrestia, imparai a parlare con il Signore, come faceva lui, preparando l'altare, presentando a voce alta i suoi e miei problemi; finii di unirmi anch'io al suo dialogo con Dio. Era un sacrestano eccellente: attento ai fiori (mai appassiti); attento alla candela diritta, alla tovaglia non sporgente, attento a che la polvere non restasse sulle cose sacre... Da lui appresi che Dio non è qualcosa ma... Uno, amato con cuore semplice, delicato; fratel Giovanni era pieno di Dio! Vorrei parlare a lungo di lui come istruttore in laboratorio ove mi fu veramente maestro insegnandomi con il suo tratto l'attenzione alla persona più che alla materialità del lavoro, benché, a questo, ci tenesse molto. Quando venne colpito da una paresi e metà del viso e del corpo fu stravolto, rimasto immobile, aveva bisogno di tutto, ma il sorriso non scomparve dal suo volto, anche se la bocca era storta... Emanava gioia, serenità, aveva tempo e attenzione per quanti andavano a visitarlo. Io gli portavo il cibo; si scusava del disturbo e diceva: "Fallo per Dio! ". La sua malattia non fu mai di peso, ma tutti andavano volentieri a trovarlo; si partiva da lui con cuore leggero e sollevato. Il fratello continuava più a dare che a ricevere... » (Fr. Mario Bernardi). *************** « Fratel Giovanni resterà nei miei ricordi in modo incancellabile: mi è parso di vedere in lui l'uomo perfettamente realizzato nella sua maturità umana e religiosa », dice fratel Tarcisio Lot che visse molto tempo con lui. Nel suo ricordo emerge il senso di riconoscenza per quanto aveva ricevuto da questo singolare missionario; mette in rilievo il sacrificio occulto che portò in cuore per essere stato tanto poco in missione; traccia, con riflessione attenta, quanto emerge da fratel Giovanni come uomo di preghiera, di amore alla Madonna e al Fondatore e, giustamente, vede la sua perseveranza legata a questi valori. « La sua personalità si trovò più realizzata negli anni in cui divenne parte efficiente e valida nella formazione dei giovani aspiranti Fratelli. Soffrì quando le mutate condizioni della Casa non lo coinvolsero più in prima persona nel campo formativo. Fratel Giovanni era fatto per stare con i giovani che amava tanto e da cui era riamato. Ne capiva le esuberanze e i loro lati positivi, vedeva i lati deboli di certe esperienze che volevano intraprendere e ne soffriva; parimenti non sopportava coloro che continuamente si atteggiavano a giudici infallibili delle esperienze che i giovani tentavano di fare... La sua vita fu piena di speranza e di amore. Per me, che ebbi la fortuna di vivere accanto a lui e di cui raccolsi, specialmente negli ultimi anni, le confidenze, non esito a dire che fratel Giovanni era un vero Fratello; con lui mi trovavo a mio agio e non provavo alcun complesso nel chiedergli consigli nelle difficoltà. Alle volte mi dava una risposta immediata... Altre volte si faceva portavoce presso la SS.ma Consolata ed il Ven. Padre Fondatore, da cui aveva attinto il suo stile di vita... ». ************** Padre Bartolomeo Giorgis senior scrive: « Non mi pare che fratel Giovanni Capelli abbia brillato in qualche cosa degna di nota ». Sembra un'affermazione negativa, ma va riletta nel senso giusto: ben lo esprime la sua testimonianza. « Fu un bravo missionario della Consolata, fedele al suo dovere, abile nel suo lavoro, schivo da ogni forma di partigianeria. Fu un uomo radicato nella virtù più robusta, che lo conservò integro nelle prove alle quali andò incontro. Prove che superò con il ricorso a Dio ed al consiglio di confratelli sacerdoti di fiducia. Non posso che ammirare la virtù di fratel Giovanni... Da lui ho più ricevuto che dato; i suoi esempi di sottomissione, qualche volta assai costosa, il suo comportamento nella vita comunitaria, sono esemplari. Nelle discussioni... sapeva tagliar corto, per naturale prudenza e dominio di sé. Piuttosto che altercare si rifugiava in cappella ove sbolliva il risentimento nella conversazione eucaristica. Forse, anche per questo, amava l'appartarsi dai rumori. Esprimo la mia stima ed ammirazione per fratel Giovanni, non meno attivo che umile e prezioso missionario |