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| Missione Oggi |
| p. Vincenzo Dolza, imc |
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| Scritto da p. Giuseppe Mina, imc | |
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Un cencio per Dio padre Vincenzo Dolza missionario della Consolata Uno fra tanti Gli uomini della Missione hanno tutte le stature, tutte le facce e tutti si possono riconoscere in essi. Per questo sono simpatici alla maggior parte dei mortali, poiché piacere a tutti è impossibile. Al momento di presentarne uno, vorremmo dire che è un "tipo": badiamoci bene, dunque. Quanto a riconoscersi in quel "tipo", pochi alzeranno la mano. Lo vedremo presto in azione. Spunta a Torino il 6 febbraio 1880: cento anni fa. Sembra ieri. Si chiama Vincenzo Dolza. Non è un pan di zucchero, ma un "peperino". Non è un genio, ma neanche uno sprovveduto. E' nato col pallino della matematica, ma sarà sempre incapace di far quadrare i conti: i suoi, s'intende, non quelli degli altri. Sogna come tutti i giovani, ma non tutti i giovani hanno tre aiuole di fiori: una per la mamma, una per Giovanna, la ragazza del cuore a cui non sarà mai in grado di rivolgere una parola, una per la Madonna; da quest'ultima aiuola coglie puntualmente i fiori più belli per deporli innanzi alla sua immagine. La prega con fiducia ed immenso amore. Rifiuta di proseguire gli studi e diplomarsi ragioniere. Si impiega come contabile presso una ditta: "I Marmi di Baveno", le cui cave sono presso il lago di Como. Come contabile si qualifica brillantemente; ha un discreto stipendio, ma, animatore di liete brigate, paga vino e birra agli amici; di cuore buono, dona elemosine ai poveri; gli piacciono i bambini, ha sempre dolci per essi. Alla fine del mese è sempre al verde. Anche se lo stipendio è buono, non può reggere alla generosità di un uomo dalle mani bucate... Non fallisce forse perché porta fiori alla Madonna! Essere eroe Nel 1902 Vincenzo viene a sapere che a Torino, sua città natale, il canonico Allamano ha dato l'avvio all'Istituto Missioni Consolata per le Missioni Estere. Prende informazioni. E' proprio vero: l'8 maggio di quell'anno è partita la prima spedizione per la colonia inglese del Kenya. Si accendono desideri: andare, annunziare il Vangelo in Africa dove tribù attendono; c'è del bene da fare; avventure si profilano ai pionieri della fede. Sacrifici, anche. Magari morire per la causa, martire! Vincenzo non sa quale sia, in concreto, quella causa. Nemmeno se lo chiede. I generosi non calcolano: danno. Fa un bilancio: ha ventidue anni, una gran voglia di vivere, di fare del bene, di prodigarsi per gli altri; prendere la vita portando gioia e tentare di rendere il mondo migliore e più attraente. Ne è sedotto. Ma... per l'annuncio occorrono sacerdoti: o parte missionario chi lo è già, o ci si prepara per diventarlo. Vincenzo pensa che farsi prete sia troppo per lui: non se la sente di rimettersi a studiare alla sua età. La missione abbisogna di sacerdoti, sì, ma nella prima spedizione non sono forse partiti anche due giovani laici missionari? L'Allamano non disdegna di abbinare ai sacerdoti i laici; ebbene, egli sarà uno di quelli. Imparerà "mestieri". Ha voglia di lavorare. Decide: sarà coadiutore, cristiano impegnato; è sicuro che Dio gradirà la sua offerta per il Regno. Vincenzo Dolza va con grande fiducia dal canonico Giuseppe Allamano, al Santuario della Consolata: questo Rettore intraprendente lo attira ed a Lui apre il cuore pieno di entusiasmo e disponibilità. Il Fondatore lo ascolta, con il suo occhio attento e buono lo scruta e vede tanta ricchezza interiore in quel giovane pieno di vita. Quanto in realtà sia intercorso tra i due non lo sappiamo; Vincenzo non lo dirà mai a nessuno. Sappiamo però che il 6 dicembre 1902 Vincenzo, dimessosi da contabile alla ditta "Marmi di Baveno", entra alla "Consolatina". Missionario, come... Era, la "Consolatina", la Casa Madre del nascente Istituto. Sorgeva in corso Duca di Genova, ora corso Stati Uniti, in Torino. Non si presentava uno splendore, ma era davvero una graziosa, ampia palazzina donata dalla Provvidenza all'Allamano proprio al momento giusto per radunare coloro che accorrevano a far parte dei primi manipoli di missionari. Vincenzo raggiunse la "Consolatina" nel cuore dell'inverno. Vi trovò entusiasmo e uno spirito di famiglia che gli apersero il cuore. Si viveva di attesa per la seconda spedizione che doveva salpare per l'Africa, e tutto aveva un po' il colore del sogno. Partire... Con questo "verbo" in cuore parlò di nuovo all'Allamano perché adesso si dovevano tradurre in realtà i sogni. Venne convinto a tentare di accedere al sacerdozio: era una meta alta, ma che, secondo il Fondatore, gli sarebbe stata accessibile. Con docilità rispose di sì. E Vincenzo si trovò con i libri proprio quando egli si vedeva già con gli arnesi da lavoro in mano. E poiché in quei primi tempi l'Allamano non poteva assicurare a Vincenzo una adeguata preparazione nel latino, lo affidò al parroco di Rivalta (Torino): questi era un ammiratore dell'Allamano, e si impegnò a tenere presso di sé il giovane Dolza per impartirgli lezioni e prepararlo al liceo. Aveva del resto già fatto la stessa cosa con altri giovani del seminario diocesano. Il vivace contabile della ditta "Marmi di Baveno" divenne sacrestano e uomo tuttofare in parrocchia e, sotto pressione per lo studio, in due anni fu preparato per il rientro alla "Consolatina" per i corsi di liceo e di teologia. Giunse al diaconato: a quel punto lo riprese il "tremore" del diventare "sacerdote"; chiese umilmente al Fondatore di rimanere diacono per tutta la vita: san Francesco non aveva fatto così? L'Allamano dolcemente lo incoraggiò a proseguire. Nel giorno della festa della SS.ma Trinità del 1910 veniva ordinato sacerdote. Dio aiuta gli umili che confidano in Lui. Aveva seguito il consiglio del Fondatore di impegnarsi nuovamente negli studi per raggiungere un traguardo "impensato". Nella conferenza domenicale di quel giorno solenne, il Fondatore trasse dall'ombra... il novello levita. Con semplici espressioni ne elogiò l'impegno per seguire la sua vocazione; le parole di incoraggiamento erano premio a quei dieci anni di fedeltà e sprone a continuare: « ...Non è un panegirico che ora faccio - concluse l'Allamano - Potrei dire altre cose, ma per ora basta ». E bastava davvero. Ora padre Dolza vuole vivere il suo sacerdozio missionario. Sogna di partire subito, o almeno al più presto. Aveva trent'anni; ma le cose andarono altrimenti, come vedremo... La Casa Madre "nuova" La "Consolatina" non bastava più a ricevere i Missionari, ed il problema venne affrontato dall'Allamano in modo coraggioso. Nella periferia di Torino adocchiò un appezzamento di terreno e vi costruì un grandioso edificio. Il "verde" attorno alla Casa Madre "nuova" adesso non c'è più: tutto è stato assorbito dalle abitazioni. La "Via della Circonvallazione" è ora diventata "Corso Ferrucci". L'inaugurazione della nuova sede avvenne nell'ottobre del 1909. Un anno prima dell'ordinazione di padre Dolza. Il Fondatore amava ognuno come fosse il solo, seguiva tutti come il padre di una grande famiglia. Sua preoccupazione era preparare santi missionari. « Prima santi poi missionari », soleva ripetere senza stancarsi mai. Ogni settimana era alla Casa Madre per le conferenze formative, ma ogni giorno voleva essere informato di quanto avveniva. Il suo insegnamento era avvalorato dall'esempio; quando parlava di santità, di ubbidienza, di sacrificio, di zelo - soprattutto di carità fraterna - gli allievi vedevano in Lui il modello a cui ispirarsi. L'amore all'Eucarestia ed alla Madonna erano l'apice della sua vita e della sua parola mai stanca. Aveva accanto un collaboratore degno della sua levatura: il canonico Giacomo Camisassa. Lo aveva voluto Economo del Santuario della Consolata, lasciando a lui le preoccupazioni dei restauri al Santuario. Per vent'anni aveva condiviso l'idea dell'Allamano: fondare un Istituto missionario. Sempre rimanendo nell'ombra, attuava i pensieri arditi dell'Allamano. La costruzione della nuova Casa Madre l'aveva visto attento alla posa in opera delle fondamenta come dell'ultimo mattone. La sua competenza era eccezionale. Il Camisassa a sua volta sentiva il bisogno di un uomo a cui affidare una parte delle sue giornaliere preoccupazioni; le missioni richiedevano continui invii di materiale e di personale. Pensò a Dolza: l'aveva già conosciuto fin dai primi anni, se n'era avvalso non poco. L'Allamano accondiscese alla richiesta. Padre Dolza, un po' mugugnando, e un po' fiero di essere messo allo sbaraglio come vice economo della Casa Madre, cominciò la sua nuova opera. Sulle strade di Torino Padre Dolza partiva di buon mattino con una nutrita "agenda" di operazioni da svolgere; e queste andavano dalle pratiche in Pretura al mercato del "Balòn" dove trovava ad una cert'ora frutta e verdura sotto prezzo; trattava con fornitori d'ogni tipo. Camminava sempre a piedi. S'era imposto per amore della povertà di imitare san Francesco. Sapeva in quali strettezze si trovasse il Fondatore per mandare avanti la Missione; condivideva i suggerimenti del Camisassa per il risparmio minuto. Divenne un uomo familiare e ben accetto a tutti. Tacitava i grossi fornitori con modici "anticipi", sapeva invogliare a sconti formidabili: non potevano essere missionari con i missionari, riducendo i prezzi e attendendo con pazienza? Dio li avrebbe benedetti, glielo assicurava... Se alzavano la voce, li induceva a ragionare per benino, ammettendo le loro istanze. Ma, aspettassero... Nell'allontanarsi canticchiava le note della marcia reale, con lieve modifica: « ...Pagherò, pagherò, pagherò... ». Lo sapevano tutti che non avrebbero perso un centesimo. Un suo fornitore anticlericale, ammirato, soleva dire: « Se tutti i preti fossero come quel missionario, andrei a messa anch'io... ». Anche se non tutti finivano per andare a messa, per molti padre Vincenzo era uno stimolo a fare del bene e a volersi bene. Per molti fu una benedizione. Continua così a girare per Torino con liste interminabili da smaltire: appuntamenti in Municipio, pratiche in Pretura, solleciti alla ditta che costruisce gli impianti per le missioni, una capa tina dal calzolaio, dal salumiere; quattro chiacchiere con il parroco della zona al quale aveva bisogno di raccomandare un povero; un ennesimo a tu per tu con un fornitore burrascoso che esigeva tutto e subito; una sosta all'ospedale per confessare un degente che "voleva proprio lui"; un'altra sosta presso una famiglia in miseria; una visita al benefattore che doveva parlargli; una sosta ancora presso un mendicante suo amico... E le ore passavano; le annotazioni si facevano canale per interventi che nessuno avrebbe immaginato, ma che, per un uomo come padre Dolza, dovevano avere il loro posto. Quanto padre Dolza narrava delle sue peregrinazioni era un'avventura, quindi talvolta c'era chi l'accompagnava. Un giorno, il chierico di turno all'una è affamato e stanco; gli propone una sosta in chiesa per la "visita". Poi si va dal panettiere: era per saldare il conto. Si riprende puntando su borgo Vanchiglia. « Padre, non si mangia oggi? », azzarda il giovane. Padre Dolza si ferma di botto. Non ci aveva pensato. Provvede a comprargli un pane. Poi è la volta di Porta Palazzo, dove, a una certa ora del pomeriggio, i fruttivendoli mollano la merce per non portarla indietro. Li conosce tutti. Parla con tutti, gli fanno festa. Fioccar di battute. Poi riparte per tornare a casa; prendere il tram... sarebbe l'ideale. Ma via, in quattro passi si è in corso Ferrucci. Si accelera il passo. L'allievo perde quota. Giunti in porto, padre Dolza gli domanda argutamente: « Ti è piaciuto il giro?... ». « Sì, sì, interessante! ». Poi aggiunge: « Ma un'altra volta non mi becca più! ». Per padre Dolza la passeggiata era di ordinaria amministrazione. Come se niente fosse, si recò in cappella a recitare il Breviario, aspettando la cena. « Frate Leone, quivi è perfetta letizia! ». Ad uno sguardo superficiale padre Dolza appare come l'uomo senza problemi, a cui va tutto bene, tutto avviene su misura. Battuta frizzante, risata provocatoria, scherzo pronto, bonomia gioconda, estrosità a getto continuo lo rendevano amabile in casa e fuori. Ma, osservandolo meglio, era un Dolza diverso: un orante. Un cuore pieno di Dio. Se il Fondatore amava l'Eucaristia, questo suo figlio ne era innamorato. Passava lunghe ore in cappella. Ci si accorse che vi passava anche le notti. Dopo giornate piene, la sua adorazione diveniva aspra lotta contro il sonno e la fatica incombenti; eppure, non cedeva. Inchiodato vicino al tabernacolo, parlava al suo Gesù con un linguaggio fatto di sospiri, di implorazioni e poi ancora di sospiri che sfociavano in un: « Mah! ... ». Per lui quei: « Mah! ... » erano supplica, preghiera per i fratelli che non amavano Dio; erano invocazione per l'avvento del Regno. I suoi: « Mah! ... » divennero un tutt'uno con lui. Lo accompagneranno per tutta la vita come un tocco sofferto di amore, di paura, di fiducia. Si avverava il detto del Salmo 37: « Signore, davanti a Te è il mio gemito! Signore, davanti a Te è ogni mio desiderio! ». Talvolta, vinto dal sonno, si accasciava sulla predella dell'altare (aveva un letto, ma ci si accorse presto che al posto del materasso vi erano assi solide, solide...). Un mattino viene svegliato dal primo che entra in cappella. Con voce distinta esclama: « Avanti! ». Assonnato, pensava che bussassero alla sua porta. Accortosi dell'errore si alzò dirigendosi in sacrestia a prepararsi per la celebrazione della Messa alla comunità... per ricominciare ancora una giornata, lunga, faticosa, propria di un missionario... Partire! Intanto gli anni passavano... La prima guerra mondiale era finita. Si riaprivano le rotte sui mari. L'Istituto pareva ridestarsi da un gran brutto sogno: missionari al fronte, strettezze inaudite. Padre Dolza venne lanciato alla caccia di piste per ottenere passaporti bloccati da tempo. Egli si trovò ingolfato in queste pratiche che lo portarono anche a Roma ai vari Ministeri. Pareva non soffrirne troppo, ma invece, quel darsi da fare perché missionari più giovani di lui potessero salpare per l'Africa, gli riaccese violenta la voglia di partire anche lui, dopo tanti anni! Divenne triste. Una rabbia sorda lo andava rodendo; nemmeno le preghiere e i digiuni gli davano pace. Irrompeva allora nell'ufficio del direttore urlando: « Credete che mi sia fatto missionario per rimanere qui per sempre?... Pensate che io voglia fare il commesso viaggiatore per tutta la vita?... Credete questo? Eh!, lo vedrete... ». Questi sfoghi lo prostravano; lo mettevano anche più in crisi per il cattivo esempio che dava. Ma avanti così non poteva andare. Se proprio era destinato "a non partire", avrebbe cambiato Istituto; sarebbe entrato in un Ordine di penitenza, di preghiera: non ne sentiva forse tanto il bisogno? Gli era connaturale! Poiché era svelto nelle decisioni, se ne partì per il vicino santuario di san Pancrazio, a Pianezza. Lo gestivano i Passionisti con l'annessa casa per esercizi. Chiese di fare un ritiro di ripensamento... Ma accadde che la cameretta assegnatagli avesse un gran bel quadro della Consolata sopra il letto; lo sguardo della Madonna gli sembrò corrucciato. Si sentì ben presto un fuggiasco, un traditore. Pregò e decise di scrivere al padre Fondatore che sarebbe tornato per non abbandonare mai più l'Istituto: pur di morire missionario della Consolata era disposto a rimanere dov'era per sempre... Firmò la lettera ricca di molte sottolineature, la inviò all'Allamano al Santuario della Consolata, e rientrò in Casa Madre con l'aspetto del peccatore pentito. Riprese la consueta fatica. L'amore che ci sforziamo di vivere precipitandoci nella vita degli altri, porta qualche volta il nostro cuore ad una inesorabile diversità di moti, e rimane spesso, anche dopo lungo pregare, un cuore di carne... Così era per padre Vincenzo. Il suo bisogno di partire ridivenne tormento. I superiori si avvidero che la marea tornava a salire e avrebbe sorpassato i livelli di guardia... Il Camisassa parlò all'Allamano e quindi comunicarono a padre Dolza che entro il 1922 sarebbe partito per l'Africa. Infatti il 5 maggio di quell'anno salpava per il Kenya. Finalmente! Aveva 42 anni. I1 viaggio trascorse senza incidenti; il morale di padre Vincenzo era alle stelle. Giunto a Mombasa e contemplando l'Africa dalla tolda della nave, preso da un eccesso travolgente, benedisse tutto e tutti col crocifisso che gli pendeva sul petto. Mentre lo riponeva nella fascia della talare bianca, s'accorse di avere il portafoglio piuttosto gonfio. I suoi ammiratori ed amici lo avevano fornito di ogni ben di Dio. Ma tutto era finito nella stiva della nave con l'indirizzo: « Per il Vicario Apostolico di Nyeri ». Gli era rimasto un discreto gruzzolo; sentì l'umiliazione di "possedere denaro". Afferrato il portafoglio, con gesto profetico lo buttò in mare dicendo: « Vivaddio! L'Africa non si converte con il denaro ma con la Croce! ». Scese dalla nave senza un quattrino. Si prostrò per baciare la sua "terra promessa", incurante della folla che si agitava attorno. Questa era l'Africa sognata per tanti anni. Tutto diveniva realtà. Ambientazione La prima spedizione dei missionari della Consolata era giunta in Kenya nel 1902; si era stabilita sulle pendici dell'Aberdare, a Tusu (2050 m) nel villaggio del gran capo Karoli. Questi l'accolse benevolmente, facilitando l'accreditarsi della missione presso gli altri capi kikuyu. Ciò favorì la prima evangelizzazione di quella tribù, la più importante del Kenya. I missionari erano guidati da padre Filippo Perlo, un uomo di eccezionali capacità organizzative e tattiche; nel 1909 la Santa Sede lo nominò Vicario Apostolico premiando così il suo zelo e quello dei suoi collaboratori. Con centro a Nyeri, nella Provincia Centrale, il Vicario nel 1911 mandò i missionari anche al Meru. Questa regione è a nord ovest del monte Kenya (5195 m): in tal modo anche gli Ameru, cioè i nativi del Meru, conobbero i messaggeri del Vangelo. All'arrivo di padre Dolza, si era in piena espansione, pur tra innumerevoli difficoltà. La prima carovana Lasciata alle spalle Mombasa, la perla dell'Oceano Indiano, padre Dolza in ventiquattro ore di meraviglioso ascendere, raggiunse Nairobi (1660 m). Quel percorso aveva richiesto, nel 1880, sei mesi di marcia avventurosa all'esploratore Thompson, il quale, raggiunto quel meraviglioso sito, l'aveva battezzato col nome di un fiumicello che vi scorreva: Nairobi. I pionieri missionari nel 1902 avevano trovato una Nairobi in embrione. Adesso tutto è cambiato. E' divenuta la capitale del Kenya, città modernissima! Padre Dolza non ebbe tempo, in quel lontano 1922, di visitarla neanche un poco. Erano ad attenderlo dei padri veterani d'Africa, che avevano il compito di accompagnarlo in carovana fino al Mathari. Pochi giorni dopo era già in marcia, a piedi naturalmente. Una fila di portatori, e avanti. Al padre sembrava di sognare... Camminare su strade appena abbozzate dove una terra rossa vulcanica non tardava a colorire tutto, percorrere un sentiero che si inoltrava nella brughiera per sfociare in pianori, su dorsi di colline stupende, era davvero un piacere. La sera del primo giorno, la carovana si accampò e molti nativi vennero loro incontro. Padre Dolza ebbe un'idea tutta sua: salito su di una cassetta cominciò ad... annunziare il Vangelo; ma lo Spirito Santo non traduceva, come a Gerusalemme, le sue parole italiane in kikuyu; fu un guaio. Con segni pieni di meraviglia gli astanti si chiedevano che cosa dicesse quel "muthongo" (bianco-straniero). Per attirare la benevolenza ad ogni costo, incominciò a distribuire medaglie... Ad un tratto si ricorda di aver fatto un voto non ancora adempiuto: abbracciare il primo kikuyu che avesse incontrato nella sua terra. Questo era il momento buono. Adocchia un tipo bonaccione e gli si butta al collo stampandogli un sonoro bacio in fronte. Essere immerso nella realtà che lo circonda, non è forse l'ideale per un missionario? Padre Dolza non comprende come quel suo gesto provochi risa e sghignazzi fra la gente. Intanto il padre anziano, che fino a quel momento si era divertito alle estrosità del novellino, gli si avvicina corrucciato e gli dice: « Cosa ha fatto, padre? Era proprio necessario baciare quella donna? ». « Quale donna? ». Quando riuscì a capire la situazione era tardi; convenne d'aver sbagliato la mossa: aveva baciato una donna, non un uomo. Rasata com'era, come poteva distinguerla? ...Era troppo tardi. Il voto però era sciolto e padre Dolza si sentiva tranquillo in coscienza; avrebbe imparato col tempo a distinguere il genere delle persone... La comitiva proseguì per quattro giorni lungo la carovaniera che portava al Mathari, la stazione centrale dei Missionari della Consolata tra i Kikuyu. Situata a pochissimi chilometri da Nyeri, fin dal 1904 era diventata il cuore del Vicariato. Monsignor Perlo l'aveva scelta come sede. Vi erano il seminario, il convento delle suore africane, laboratori di meccanica e falegnameria dei fratelli coadiutori, una tipografia. Attrezzature edili sempre in opera sfornavano scuole elementari e magistrali. Un fiorente centro "catechisti" compiva il quadro... Padre Dolza condivise il pensiero comune: quella era la piccola "città santa". I missionari e le missionarie della Consolata, naturalmente, avevano i loro ambienti di accoglienza. Tutto era in via di sviluppo. Monsignor Filippo Perlo abitava in una modestissima casetta in legno. Accolse padre Dolza molto affettuosamente. Padre Vincenzo avrebbe voluto prostrarsi a baciargli i piedi, ma il vescovo lo rialzò e senza preamboli gli disse: « Si fermerà al Matharí una settimana per riposarsi un poco. Si sta allestendo una carovana per il Meru e lei ne farà parte. Andrà nella foresta di Oringo; là c'è fratel Benedetto Falda che ha bisogno di aiuto alla segheria... ». Lo stile di Monsignore era dare ordini precisi senza indulgere in parole. La volontà di Dio è una inconcepibile fantasia: padre Dolza sarebbe andato nella foresta. Nella vita missionaria v'è risposta una dinamica spesso paradossale. Fa parte della dinamica di Dio. L'evangelico detto del Signore: « Andate e predicate alle genti... » è smistato da mille eventi che impegnano ad una fedeltà senza riserve che richiede una gran carica di ottimismo. Padre Cencio aveva fede, ottimismo... e tanto buon umore da affrontare un viaggio in carovana all'insegna del precario assoluto! Oringo I trasporti si facevano a mezzo di carovane. Gli autocarri non erano ancora giunti a far parte delle attrezzature logistiche degli uomini della missione. Si andava a piedi. Verso il 1905 si costruirono i primi carri alla "boera", lunghi, robusti. Si imparò a domare buoi, zebù gibbosi, ribelli al giogo. Alcuni missionari si resero celebri in queste imprese; si poterono allestire traini con numerosi buoi aggiogati a coppie. Wagura era un africano che aveva appreso dai padri l'arte di far procedere carovane a lungo raggio. Monsignore lo teneva caro e anche questa volta l'aveva incaricato di preparare la carovana che doveva raggiungere la foresta di Oringo - al Meru -, con un percorso di oltre 200 chilometri. Wagura scelse otto paia di buoi, assoldò sei kikuyu d'appoggio, caricò attrezzi, masserizie e provviste, ed ai primi di giugno del 1922 la carovana si mise in moto con una sinfonia di urla e schioccare della lunga frusta che, maneggiata da Wagura, colpiva i buoi con incisive, stimolanti sferzate: ognuna di quelle sembrava dover cadere sulla schiena di padre Vincenzo. Gli toccava stare zitto, e fin dal primo giorno si accorse che il padrone era Wagura: lui doveva umilmente seguirlo, cheto cheto. Wagura scelse la pista che tocca Nanvi.iki, attraversa il versante nord ovest del monte Kenya per raggiungere il forte di Motindwa del Meru. Erano preventivati da dodici a quindici giorni di marcia. Padre Dolza aveva quanto di meglio potesse sognare: avventura, sacrificio, attesa e gioia di essere mandato in "prima linea"... Sentiva la umiliazione di non poter comunicare, non conoscendo il dialetto parlato dai carovanieri e da quanti incontrava sul cammino. Seguiva o precedeva a piedi con instancabile energia. Sgranava rosari e ungeva ogni tanto con... lucido da scarpe i mozzi delle ruote cigolanti: non aveva grasso adatto e bisognava pure alleviare la fatica ai buoi! Gli uomini della carovana intanto appoggiavano certe "debolezze" del loro capo Wagura, il quale contemplava poco la bellezza della natura selvaggia che dava pennellate alla tavolozza della fantasia di padre Dolza, ma si curava di mettere sotto i denti quanto più poteva: possibilmente qualcosa di buono. Al quarto giorno, passando tra i campi di meliga, si assentò per rientrare con una bracciata di pannocchie turgide; le depose nel cassone del traino, coprendo il tutto accuratamente. Sbucarono poco dopo due donne che urlavano, lanciando proteste e cercando senza complimenti "qualcosa". Padre Dolza si mise anch'egli a cercare e quelle fecero presto ad individuare la refurtiva. Gridò il suo sdegno (ma chi capiva il suo italiano?...). Era un sopruso che sollecitava giustizia. Trasse fuori una rupia per capacitarle. Wagura, imperterrito, tolse di mano al padre la rupia e con gesto da signore tranquillizzò le donne con alcuni centesimi tratti dal suo borsello di cuoio, e quelle se ne andarono via contente, mentre Wagura intascava la rupia per intero. Composto il maldestro e lasciato quel posto, Wagura non perse occasione per fare incette ora qui ora là con gran disinvoltura senza che il padre se ne avvedesse. Un giorno riuscì addirittura a fare sparire un capretto, soffocato e nascosto con abilità da professionista. Il pastore, individuato che il ladro era... in carovana, con fiere parole e gesticolando come un energumeno, fece una sarabanda indiavolata. Padre Vincenzo non capiva che cosa reclamasse il pastore. Wagura gli fece con la mano un gesto di portata... internazionale che significava: « Attento! Quello è un pazzo furioso! ». Gli porse la doppietta di riserva per la selvaggina e gli fece sparare due colpi in aria. Il pastore fuggì terrorizzato. Con altri cenni Wagura tranquillizzò il novellino. Tutto pareva esser finito lì. A cena in pentola bolliva un non so che di fuori "menù" che Wagura qualificò per gazzella. Anche il padre mangiò la sua porzione e trovò buone le carni dell'animale selvatico... Al mattino scorse la pelle del capretto stesa a terra con i cavicchi; capì di essere stato gabbato. Tanto fece che volle si rintracciasse il pastore e lo risarcì da magnate. Non fu l'ultimo caso e non furono pochi i soldi che padre Dolza versò per compensare le malefatte di Wagura e dei suoi complici... Padre Dolza sentiva crescere ad ognuna di quelle bricconate una profonda amarezza: quella di un uomo che vede coi propri occhi crollare la fiducia immensa che aveva posto in altri, fossero pure dei carovanieri, della gente rozza. Non era forse venuto a cuore aperto anche per essi? Perché gli giocavano quei tiri? La missione non dava loro la mercede pattuita? Sì, certamente. Padre Dolza raggiunse infine il Meru, riflettendo che doveva essere ad ogni costo più buono che giusto. Sono di ogni paese l'onesto e il disonesto: non bisognava mai stancarsi di fare il bene. Concluse con una battuta tutta sua: « Vincenzo, fatti buono, fatti furbo, fatti santo... se puoi! ». La segheria nella foresta Nel 1902 le missioni della Consolata avevano preso l'avvio da Tusu, sugli spalti dell'Aberdare, impiantando un campo base apostolico-operativo di notevole vigore. Si era dato vita, fra l'altro, a un laboratorio di falegnameria che aveva portato un forte contributo all'impianto di prefabbricati in tutte le missioni, attingendo dalla foresta il legname. Fratel Benedetto Falda ne era stato l'impareggiabile propulsore. Nel maggio del 1921 eccolo nella foresta di Oringo (Meru) a ripetere quanto aveva fatto vent'anni prima. Scrive infatti: « ...In sedici giorni di carovana siamo giunti alla foresta di Oringo a pochi chilometri dalla missione del Tígania. Là padre Aimo Boot mi aiutò ad inoltrarmi, nella foresta dove Monsignor Filippo aveva ottenuto una "concessione". Dovemmo ancora una volta, come a Tusu, addestrare uomini che ci aiutassero. Fu realmente difficile. La tradizione degli Ameru è contro ogni forma di lavoro, da accollarsi alle donne, non agli uomini! Alfine ci riuscimmo. Impararono ad abbattere alberi, a manovrare tronchi, ad aiutarci alla segheria ed alle attrezzature di falegnameria azionate da un potente locomobile: il primo entrato nel Nyeri e nel Meru... ». Un anno dopo giungeva la carovana di cui faceva parte padre Dolza; questi si unì fraternamente a fratel Benedetto e ne condivise la fatica improba. Era stato nello stile di Monsignore inviare a Tusu i "novellini"; se superavano quel duro impatto sarebbe stato loro possibile affrontare le difficoltà che avrebbero incontrato in seguito. Lo stesso principio Monsignore applicò ai missionari inviati al Meru... Padre Dolza fu tra i primi a farne l'esperienza... Così, tra molte difficoltà, quei pionieri riuscirono a preparare case prefabbricate ed ogni genere di attrezzature che le missioni richiedevano. « Dire che colà la vita fosse dura - scrive padre Sestero - è dire poco: meglio sarebbe chiamarla eroica. Vivere nella foresta di Oringo è tutt'altro che gradevole. Di giorno i tafani ti pungono incessantemente come spilli roventi; ragni pericolosi ti insidiano: se ti mordono ti attende una febbre a quaranta e dolori atroci. Serpenti velenosi dividono con il missionario la tenda ed anche il letto. Mandrie di elefanti, leopardi ingordi, iene si danno convegno di notte, facendo gazzarra attorno a qualche osso spolpato. Regna una umidità fastidiosa, snervante. Grosse formiche viaggiatrici, con mandibole formidabili: guai se ti lasci beccare, si conficcano furiose con la testa nella pelle... Rinoceronti permalosi pos sono sbarrare la strada ai buoi provocando grovigli di catene e carname. A tutto questo si aggiunga il lavoro massacrante di dover manovrare tronchi giganti con mezzi inadeguati. Aprire piste nella foresta. Infortuni sul lavoro, guasti alle macchine. I viveri sono all'insegna della strettezza dei tempi: impossibile a descriversi. Il riso di pessima qualità con tante pietruzze di quarzo che ti spezzano i denti. Padre Dolza non tarda a definirlo "rock rice", riso al sasso. La fibra di questi pionieri doveva essere forte, ma più forte la virtù. Eppure vivevano sereni. Sapevano cantare, pregare, tenere un tono di vita religioso come in un chiostro, con levata alle cinque... Dopo il lavoro, a sera, fratel Benedetto catechizza gli operai nei rudimenti della fede. Padre Dolza non ha difficoltà ad inserirsi. Soprattutto ha la gioia di sacrificarsi. Se aveva tardato a giungere sul campo apostolico, la Provvidenza gli aveva preparato pane per i suoi denti... ». Il Vangelo non lo si porta in una valigetta, non lo si ripone in un angolo della memoria, ma ti urge dentro. Padre Dolza non doveva però prolungare il "noviziato"... Monsignor Perlo, che lo seguiva da lontano, dopo sei mesi lo giudicò atto per ulteriori passi. Padre Dolza venne quindi assegnato alla vicina missione di Tigania, retta da un pioniere di primo grado, padre Aimo Boot. Aveva passato i duri anni di avvio delle missioni tra la gente kikuyu, e adesso s'era andato affermando tra i nativi del Meru. Accolse benevolmente padre Dolza e, giorno dopo giorno, lo iniziò alla conoscenza degli usi e costumi del posto in cui avrebbe dovuto operare. Portò avanti con profitto l'apprendimento della lingua e venne a conoscenza di mille cose tratte dall'esperienza. Padre Dolza lo ascoltava attento e aspettava il momento in cui avrebbe potuto gestire in proprio l'avventura missionaria: era troppo "originale" per non tradurla a modo suo... Un posto chiamato Mekindori Dopo altri sei mesi di rodaggio africano, monsignor Perlo, stimando padre Dolza abbastanza agguerrito per mandarlo allo sbaraglio per proprio conto, lo spedì ad occupare un posto chiamato Mekindori, dove, secondo i suoi piani, doveva sorgere una nuova missione. A quell'epoca non era che un punto topografico segnato sulla carta geografica privata di Monsignore. In realtà non esisteva ancora nulla, eccetto la brughiera e le iene che l'abitavano. Era una tappa come tante altre già realizzate per l'avvio della Chiesa in quella parte del Meru, che era stata preclusa perr tanto tempo alla penetrazione missionaria a causa di diversi fattori, non ultimo l'ostilità delle autorità governative decisamente poco propense ai cattolici. Del resto, impiantare una missione è sempre un'impresa, specie se attuata in condizioni precarie di personale e di mezzi. La popolazione del Giambene e di Mekindori si doveva dimostrare in seguito quella più atavicamente attaccata al paganesimo, con un tipo di gente riottosa alle novità, fiera delle sue tradizioni, usi e costumi. Fino ad oggi sarebbe rimasta... l'ultima nella risposta all'annunzio del Vangelo. Padre Dolza raggiunse quella località accolto da un temporale terribile; non potè alzare la tenda per la bufera e passò la notte sotto la sferza della pioggia torrenziale, seduto sulla cassetta dell'altarino da campo per salvarla dall'inondazione. Così ebbe inizio la vita di missione vissuta... in proprio. Era arrivato il tempo in cui occorreva dare se stesso, tutto a tutti, senza risparmiarsi. Monsignore aveva progettato la costruzione di una casetta prefabbricata. A padre Dolza sembrò troppo lusso: si sarebbe sentito distante dagli Africani che vivevano in capanne primitive. Perciò, con l'aiuto di nativi che non avevano rifiutato di lasciarsi avvicinare, volle fosse costruita una capanna simile alla loro; come loro volle le tre pietre rituali per il focolare; una marmitta di terracotta serviva per cuocere il magro pastone di fagioli e granturco. La sua gente in poco tempo fece correre la voce: il padre bianco vive come noi. A sera, tornando dalle sue escursioni apostoliche, si trovava come in un romitaggio più crudo di quello sperimentato nella foresta di Oringo. Passava le notti pregando. Si rallegrava della povertà più squallida; si sentiva africano al cento per cento. Per dormire? Uno strato di erbe secche gli bastava ed una coperta era tanto. Una notte, le termiti gli aprirono feritoie nei pantaloni buttati per terra, proprio in un punto strategico. Dovette lavorare d'ago per rappezzare il finestrotto immodesto. Provvide ad attaccare gli abiti ad un chiodo affisso al palo centrale della capanna. Una notte, una tarantola nera e pelosa lo punse ripetutamente sul collo. Ebbe per una buona settimana il collo gonfio, dolorante, rigido. Un'altra volta trovò sullo strame del letto un grosso serpente velenoso. Pre gava: « Signore, fatto poveri con i poveri, che cosa debbo fare? ». Intanto, il fratel Davide aveva finito di montare la casetta prefabbricata, giunta da Oringo ed egli, che aveva giurato di fare di essa una cappella e la sede... delle opere parrocchiali, si decise di andare ad abitarne almeno un angolino: quel tanto per non soggiacere alle tarantole, alle termiti, ai serpenti velenosi... Una sera aveva più fame del solito; era mesto per quella solitudine silenziosa, impostagli dai suoi "parrocchiani" recalcitranti. Mise in pentola un pollo e attese che cuocesse. Sentiva le forze del corpo e dello spirito venirgli meno. Ad un tratto, un giovanotto si fece avanti e gli disse: « Il bianco dell'Itinga (locomobile) è arenato sul ponte dello Zananto. Vieni ad aiutarlo ». Il bianco dell'Itinga non poteva essere che fratel Benedetto Falda: così l'avevano battezzato gli Ameru: era lui infatti che manovrava la locomobile che nella foresta era sorgente di forza motrice per la sega e le macchine della falegnameria, e all'occorrenza trainava i carri per i trasporti. Se era necessario aiutare qualcuno, quando mai padre Dolza si era rifiutato? Ora si trattava dell'amico con il quale aveva trascorso sei mesi nella foresta. Estrasse il pollo mezzo cotto dalla marmitta, lo avvolse in due foglie di banano; prese la sua capace borraccia; vi versò dentro il brodo e partì subito alle calcagne del messo. Il ponte sullo Zananto era ad otto chilometri da Mekindori; la locomobile, transitando, aveva sfondato qualche asse, ma giunto il carro con il carico sul ponte, questo cedette chinandosi paurosamente. Allora fratel Benedetto, visti inutili gli sforzi, drizzò la tenda e mandò a chiedere aiuto a padre Dolza: era ormai buio, non si poteva riparare il danno... Padre Dolza arrivò alle dieci di sera; ogni turbamento scomparve. Il fratello lo accolse come un angelo del cielo. Il padre estrasse il pollo mezzo cotto, lo rimise nel brodo sopra un bel fuoco, e quando tutto fu pronto lo mangiarono assieme, condito da un formidabile appetito e dal vivace umorismo del padre, di cui non faceva mai difetto nelle situazioni critiche. E rievocarono le avventure di Oringo... Il giorno seguente, dopo aver rimediato il guaio e ripresa la strada, non ci fu verso che padre Dolza lasciasse il fratello; lo accompagnò per due giorni seguendo la carovana fino a quando questa arrivò sana salva al forte del Meru. Di là il padre se ne tornò solo soletto a Mekindori, smaltendo allegramente una trentina di chilometri. Senza bontà smisurata - « Dio solo è buono » - è scialba ogni presenza. E' difficile sondare le dimensioni della bontà, ma ha i vertici della pazienza e della disponibilità. Padre Dolza tenta di camminare in questa direzione. Lui e.., le bestie I primi tempi a Mekindori si sentiva veramente solo. Ma aveva un cane, Tom, che lo seguiva nelle sue peregrinazioni. Egli lo nutriva sottraendo i bocconi migliori alla sua parca mensa. E Tom ngrassava. Vedendolo così pasciuto, commentava: « Non mi venite a dire: - Vita da cani! -. Eccolo, senza fastidi, mangia a sazietà e dorme quando vuole! ». Ma continuò a dargli cibo senza lesinare. « Mi fai compagnia! E poi tu hai il paradiso quaggiù, mentre noi l'avremo in cielo! ». Un giorno, Monsignore venne a trovarlo con la prima automobile: Tom gli si buttò sotto proprio da scemo. Spavento e terrore per quell'ordigno gli costarono la vita. Della sua pelle, conciata a modo, padre Vincenzo fece uno scendiletto. In seguito lo fece pervenire al Vescovo con tanto di lettera di accompagnamento: « ...veda, Tom voleva baciare i piedi a Lei, ora almeno possa servirlo come scendiletto! ». Aveva anche un gatto e un paio di colombi: questi ultimi gli venivano sulla spalla, sul braccio, sul capo, e lui li accarezzava; ma ammoniva: « Attenti al gatto, cari miei ». Questi infatti finì per sbranare la colomba. « Poverina - sospirava il padre - dovevi stare attenta. La volpe perde il pelo ma non il vizio ». Diede alla colomba degna sepoltura; l'avvolse in carta fine, vi disegnò sopra una croce, scavò una piccola fossa accanto a casa ed indirizzò un sospiro alla malvagità delle creature. Il gatto venne in seguito morso da un serpente e morì. Seppellì anche lui, dopo averlo avvolto in un lercio panno. « E' già troppo per te. Eri un furfante e sei morto da furfante. Ingrassa con la tua caro gna questo arancio! ». Vi fu un periodo in cui andò a sostituire padre Bellani ad Egoji, una delle prime missioni impiantate saldamente nel Meru. Egli godeva di vedere "cristiani" per davvero, e quanti! A Mekindori non ce n'era ancora neanche uno! Si prese a cuore la cristianità, ed anche Socrate: era il mulo di padre Bellani. Se il padrone era andato in vacanza in Italia, era giusto si riposasse anche il mulo. Non lo cavalcò mai per non affaticarlo. Preferiva tirarselo dietro perché prendesse una boccata d'aria. Al mattino, quando suonava la campanella della missione, il mulo trotterellava all'abitazione del missionario, che gli dava le prime carezze e una razione di mais, che quello si mangiava durante le funzioni. Tornò dall'Italia padre Bellani, che aveva idee spartane su come trattare Socrate; questi non ebbe più la razione mattutina, ma soltanto carezze. Poco per lui! Un mattino mentre padre Dolza celebrava' la messa sentì uno zoccolare sospetto, proprio al momento in cui i cristiani andavano alla Comunione. Quando padre Dolza si volse, Socrate era alla balaustra! Padre Bellani accorse con la sua famosa canna e l'idillio di Socrate finì con un sacco di legnate extraliturgiche. La cuccagna era finita. Il prepotente Sempre in quel periodo in cui padre Bellani era in Italia, padre Dolza diede una lezione di forza. Era costume che i giovani circoncisi (Ndaka) girassero per il paese petulanti e fieri detentori di giovinezza. Guai a chi tagliasse loro il sentiero! Tradizione era che potevano impunemente colpire o malmenare chicchessia. Padre Dolza si faceva accompagnare nelle sue peregrinazioni da un ragazzetto che gli faceva da guida nell'intrico dei sentieri. Questi si trovò innanzi un giovanotto, aitante, lucido d'olio e splendido d'ocra: con lancia in mano si recava al ballo. Il sentiero era stretto. Il ragazzo non poté gettarsi da parte e lo ndaka gli affibbiò una tremenda botta sulla schiena con il dorso della lancia. Un urlo. Padre Dolza sentì le vampe al viso e gridò: « Circonciso o non circonciso, ora ti accomodo io... ». Il guerriero non si aspettava la rivalsa del nerboruto bianco dalla barba imponente... Se la svignò, rincorso dal padre che si era gettato all'inseguimento. L'avversario si sentiva alle spalle un bastone già pronto a colpire e si buttò nel bosco infilandosi sotto un cespuglio. Due robuste mani afferrarono i suoi calcagni. Lancia e coltellaccio erano finite lontano e sentì la condanna, ammutolito. « Potrei fiaccarti le ossa come fai tu agli altri, prepotente! Ora basta, e guai se tocchi ancora un passante! Se vuoi la lancia e il coltellaccio, passa alla missione! ». Fiero come un leone, il padre si allontanò tenendo per mano il ragazzetto tremante. La fama di padre Dolza fece epoca ed anche gli ndaka, per un certo tempo, non fecero più sentire il loro atavico strapotere... Il nome nuovo Il soggiorno alla missione di Egoji si protrasse a lungo. Quando ritornò a Mekindori sentì più forte il disagio di una situazione che si protraeva ormai da sei anni: la non corrispondenza alle sue fatiche apostoliche da parte della popolazione lo stremava. Aveva percorso tutti i sentieri e tentato tutte le vie, ma la gente continuava nel paganesimo più radicato. La penitenza, le veglie, il digiuno avevano fatto deperire quell'uomo fino ad impensierire i confratelli quando avevano occasione di incontrarlo. Non che gli Africani non gli volessero bene. Anzi, l'avevano gratificato di rispetto, e trovando difficile pronunziare il suo nome, "Vincenzo", lo chiamavano "patri Cencio". Un nome nuovo! Significativo! Ne fu contento; doveva essere lo Spirito Santo a parlarne! « ...Sì, era un "cencio" proprio come questa parola significa in italiano! Un cencio, un buono a nulla. Uno che non avrebbe mai "sfondato" il muro del paganesimo, come facevano padre Bellani, padre Aimo Boot ed altri: aveva visto con i suoi occhi il loro successo: piccolo piccolo, poi più grande, poi più grande ancora... ». Non si rendeva conto che un uomo veramente buono, produce su altri uomini e su altre donne qualcosa pari ad un'autentica "ossigenazione" dell'ambiente. E di "ossigeno" aveva bisogno quella gente... Padre Cencio bisognava prenderlo com'era. Evasione Padre Cencio, benché fosse un uomo molto "spirituale", non si accorse che sognare una chiesa trionfante agli occhi degli uomini è un mal sottile; e tanto insistette di fare altre esperienze, che i superiori gli proposero di andare in Somalia. I missionari della Consolata vi svolgevano un apostolato dimesso; non potevano tentare un'opera diretta per convertire i musulmani: questi costituivano un blocco inaccessibile. Si erano dati alla assistenza degli Italiani in colonia e dei numerosi meticci. Nell'anno 1927 giunse padre Cencio e si trovò nel deserto davvero... I confratelli sfruttarono la sua valentia specifica facendogli buttar giù, a getto continuo, saggi calligrafici e cartelloni scolastici, poiché non esistevano stampe né attrezzature in lingua somala. Fece anche scuola ai meticci. In seguito venne mandato a Merca, dove continuò il suo lavoro nelle scuole, occupandosi nello stesso tempo degli operai addetti al porto. Non mancò di incontrare la loro simpatia. Corrispondevano alle sue cure pastorali. Ma, per chi aveva lavorato nelle missioni del Meru, la Somalia rappresentava un ben povero surrogato. Oh!, molto meglio le verdi colline del Gíambene ed i suoi abitanti, tanto diversi dai musulmani! Pensò allora di tornare là da dove era partito. ...Non c'è niente di difficile per Dio. Saper attendere è una virtù apostolica. Ma padre Cencio era pur sempre un "cencio". Perché a Torino i Superiori tardavano tanto a farlo rientrare al Meru? E via con lettere e telegrammi; uno più lungo del solito ribadiva le ragioni per il rientro. Concludeva: « ...Visto che i motivi sono buoni, presumo il permesso. Parto per il Kenya. Cencio ». Quando il permesso giunse a Mogadiscio, padre Dolza era già sulla nave e navigava serenamente verso il Kenya. L'anno 1928 stava per finire. Ighembe « Il tempo dei martiri va e viene, ma il tempo dei testimoni dura incessantemente; testimoni vuol dire "martiri". Se la nostra testimonianza è spesso mediocre, è perché essere testimonio occorre lo stesso eroismo che per essere martiri » (M. Delbrél). Padre Giovanni Balbo, durante l'assenza di padre Dolza, era stato eletto Prefetto Apostolico del Meru: conosceva già l'inquieto padre Cencio. Non gli fece pesare il suo rientro dopo la parentesi della Somalia. Poiché la missione di Ighembe era senza pastore, vi mandò subito quel caro confratello che, per aver lavorato a Mekindori, conosceva bene la lingua e i costumi locali. Avrebbe testimoniato ancora con la vita ed annunciato la buona novella. Ighembe si trova sulle pendici del Giambene, una catena montuosa che discende a nord del monte Kenya; è un sito isolato. La missione sorge quasi nel centro di un bacino rozzamente circolare. Collinoni boschivi e terra fertilissima, ricca di torrenti, non avevano riscontro con le sabbie del deserto somalo... Padre Cencio definì la zona "Conca d'Oro". La missione contava un gruppo sparuto di cristiani immersi tra popolazione tenacemente pagana, refrattaria ed avida. Il rilanciato entusiasmo di padre Cencio a contatto con la gente che già conosceva, non bastò a scuoterla. Riprese le sue camminate instancabili; si rallegrava con i pochi cristiani ed i pochi catecumeni; si stemperava in preghiere e penitenze. Cominciò anche a fustigarsi a sangue con il kiboko (scudiscio di pelle di ippopotamo); totalitario come era non lo usava per scacciare le mosche... I turisti che oggi visitano il Kenya ammirano le fiorenti cristianità che fanno corona alle missioni. Nessuno immagina quanto sacrificio questa fioritura sia costata: soprattutto nel Meru. La chiesetta di Ighembe divenne testimone delle preghiere accorate di padre Cencio. Tutte le ore erano buone, ma preferiva quelle della notte. Precedute dai suoi « Mah! ... » che erano gemiti, si scioglieva in soliloqui ad alta voce. Inginocchiato sulla predella, appoggiava la testa sull'altare ed esclamava: « Questo paese non ti vuole! Ogni foglia ed ogni filo d'erba ha un diavolo! Che fare, o Signore? E dire che all'inizio ho chiamato questo posto "Conca d'Oro"! Altro che oro, mio Dio... ». Gemiti, suppliche, adorazione silente e ancora lamenti... Poi: « Che cosa voglio? Vedere i frutti del mio lavoro? Come sono superbo e cattivo io, che vedo diavoli dappertutto... Signore, pietà! Ma ascoltami, è per l'avvento del tuo Regno che ti supplico!... ». Di notte in notte le sue preghiere contemplative e paradossali avevano accenti nuovi; sempre emergeva la fede immensa che lo animava; ma tutto era filtrato in un groviglio di eroismo e di debolezza! A Ighembe padre Cencio diede vita, o almeno tentò, a varie attività. Vedremo! Ma i mezzi erano inadeguati ai sogni e ne parlava al Signore ed alla Madonna durante le veglie notturne: « Mah!... La cassa è vuota e tu lo sai... Come faccio? Oh! dolce Consolata, perché non vieni in mio aiuto? Perché i miracoli li fai soltanto a Torino? Forse che qui non ci sono figli tuoi?... Almeno scuoti il Prefetto Apostolico che comprenda i bisogni della missione! Con niente si fa niente, lo sai!... ». Nel giro degli anni padre Cencio ebbe molti aiuti dai suoi amici d'Italia e dai parenti, a lui affezionati. Spesso lanciava i suoi "S.O.S." con lettere e messaggi dettagliati, mai invano. Padre Cencio era un uomo dalle mani bucate, fantasioso ed abilissimo a tenere la "partita doppia", ma non riuscì mai a far quadrare i suoi bilanci. Sospirava un "milione". Se anche l'avesse avuto tra le mani, queste, forate com'erano, lo avrebbero presto liquidato. L'asilo infantile Padre- Cencio osservava che i ragazzini a dieci anni erano già così impregnati di "paganesimo" da non essere più possibile volgerli verso le aure salubri del cristianesimo. Bisognava prenderli piccini se si voleva instillare semi buoni prima che fosse tardi. Sognava un asilo, canti, preghierine e giochi per i bimbi. Monsignor Vicario gli aveva inviato tre suore missionarie: tutto sarebbe stato possibile! E già ringraziava il Signore per la buona ispirazione ed affidava alla Madonna la cura di quei piccoli. In realtà, questi erano legioni. Ma come attirare i frugoli? Oh!, conosceva la sua gente, ormai: bisognava prenderla dal lato interesse! Sparse la voce che aveva bisogno di comprare dello stallatico per concimare la piantagione di caffè. Ma non dagli adulti; solo dai piccoli, sicuro. In Africa anche i bambini si rendono utili portando piccole ceste; portassero dello stallatico. Metà del prezzo il padre l'avrebbe pagato in contanti, metà 1'a-,rebbe trattenuto per confezionare loro un vestitino; purché i genitori permettessero ad essi di fermarsi dal mattino fino alle quattro pomeridiane. Un lunedì mattina frotte di bambini dai due ai sei anni vennero alla missione con la sporta dello stallatico. Padre Cencio accolse i piccoli, pagò in contanti il convenuto e lo stallatico fini nel campo del caffè. In pochi giorni i bimbi erano cinquanta. La missione per la prima volta sembrò vivere per davvero. Una suora accudiva ai bambini, un'altra preparava vestitini azzurri per i maschietti, rosa per le bambine. In chiesa si sentiva l'abbozzo dei primi canti, il ritmare delle preghierine; nei cortili, giochi a non finire. Padre Cencio gustava il detto evangelico: « Lasciate che i pargoli vengano a me! ». Il suo grande cuore si inteneriva. Nelle veglie adesso ringraziava il Signore: « Signore, è troppo per padre Cencio! E' troppo!... Benedici i bimbi, difendili, falli crescere. Siano essi i cristiani del domani per la missione e per il Meru... » Momenti della speranza. Ma furono di poca durata. Un giorno andò a visitare la piantagione del caffè: l'aveva trascurata durante l'avvio dell'asilo. Ahimé!... Vide con raccapriccio le piante dalle foglie avvizzite per il troppo concime deposto dagli operai in modo inconsiderato. Andò su tutte le furie. Fece asportare il "troppo" ...e se ne formarono dei grossi mucchi. Ormai una metà del caffè era andata perduta: la piantagione, speranza delle finanze, era rovinata. Una vera calamità. Padre Cencio, radunati i bambini, disse loro: « Da domani, più niente concime! Ditelo ai genitori. Ma, s'intende, venite lo stesso all'asilo! ». L'ordine rimbalzato dai bambini ai genitori, dai più non venne preso sul serio. Il mattino seguente parecchi si affacciarono alla missione con il consueto cestino di stallatico. Padre Cencio ripeté l'ordine: « Basta, capito? Ditelo ai genitori ». Lo dissero, sì. Ma in breve l'asilo venne disertato; si ridusse ad uno sparuto gruppo di svogliatelli; alla fine svanirono tutti. Senza stimoli, i genitori non mollavano i loro bambini... Gli Ameru erano fatti così, a quei tempi. Padre Dolza deluso, melanconico, girando per i villaggi vedeva fiorellini blu e rosa sempre più sciupati, sozzi. Uno scempio. Nella notte considerava il fatto davanti al Signore: « ...Vedi? Povero padre Cencio! Ha perso di colpo il campo delle speranze e quello del caffè... Provvedi Tu, o Signore... ». Il collegio Il Vangelo non è ricetta per spiriti in cerca di idee... E' invito ai discepoli ad operare. Visto che l'asilo non era stato un gran successo, padre Vincenzo pensò di tentare altre vie per avviare le scuole e il catecumenato su basi solide. Il ricordo di Egoji lo stimolava: un collegio! Ecco: un collegio per ragazzi: tutto gratis; vitto, vestiti, alloggio. Mise mano all'opera. Crebbero alcuni capannoni: dormitori, refettori, cucina. I locali non tardarono a riempirsi. Una bella cotonata bianca, e cibo abbondante fecero da esca. Quei trenta ragazzi erano le nuove speranze di padre Cencio. Ma quanto costasse mantenerli è facile pensarlo. Trenta bocche fameliche diedero fondo alle stremate finanze di padre Cencio; vide prospettarsi cose nere... Non era un uomo da fermarsi di fronte alle difficoltà. Pregò, poi decise: prese il bastone da viaggio, percorse oltre cinquanta chilometri di un fiato e raggiunse Monsignor Prefetto nella sua sede di Inventi. Vi giunse stremato. Dovette mettersi a letto con la febbre. Ma appena si sentì meglio abbordò Monsignore, come sapeva fare lui: in grande stile: « ... Questo non è il modo di rovinare il personale e le opere della missione... » esordì. Precisò l'entità del bisogno: un assegno in bianco! Monsignore era un uomo mite e senza soldi. Conosceva i bollori del padre, che aveva accolto in Prefettura al... rientro dalla Somalia. Gli anticipò tre mesi del sussidio; ecco quanto poteva disporre. Suggerì al padre di fare lavorare i ragazzi nel campo della missione per piantare fagioli, mais, patate; avrebbero concorso al loro mantenimento. Padre Cencio ammise che l'idea era già venuta anche a lui, ma ora non era il momento di aspettare che i fagioli crescessero: ci voleva un'intera stagione. I ragazzi sarebbero scappati tutti... Gran finale: il mattino seguente non volle sentire ragioni; dichiarò che era in grado di tornare a casa. Con il bastone da viaggio in mano, con un passo da maratoneta, percorse ancora i cinquanta e più chilometri che lo separavano da Ighembe ed arrivò a sera sul rettilineo della missione, trascinandosi. Fu elettrizzato dall'urlo potente di trenta gole giovanili: « Patri Cencio! Urrà! Urrà! Urrà! ». Il padre, felice per l'accoglienza entusiasta, li apostrofò: « Ohé, ragazzi, ci siete ancora tutti?... Avete preparato la cena? ». Rispose l'assistente per tutti: « Sì, patri, abbiamo trovato delle patatine nel tuo campo e le abbiamo condite con quattro galletti della missione ». Dobbiamo essere posseduti dall'ideale, per non soccombere in certi momenti... L'amicizia Quando è questione di vita non basta essere originali per sopravvivere. Padre Dolza sa di non bastare a se stesso: ricorre agli amici. Le difficoltà possono pesare sul morale anche dell'apostolo più valido. La stessa preghiera è incapacità di riempire la solitudine nera. Bisogna uscire! Padre Cencio andrà dagli amici percorrendo a passo da bersagliere decine di chilometri sotto il solleone per raggiungere la missione più vicina od anche le più lontane, pur di incontrare confratelli. Gli vogliono bene. Essi ridono delle sue avventure, se le raccontano. Ma quando padre Cencio giunge trafelato, bisognoso di vuotare il sacco e di superare un punto morto, ecco, gli sono accanto. Dopo un pasto fatto di povere vivande, ma condite con tanto amore, non tardava a divenire effervescente come una bottiglia di Champagne e c'era da venir meno per le risa delle sue battute... « ...Niente paura, giovanotti, anche se vi sono in giro più diavoli che foglie... », era un po' la sua iperbolica tesi per qualificare le difficoltà esperimentate. « Nell'Ighembe i diavoli sono nel ventre più numerosi dei vermi nello stomaco (allude ai malanni che la sua gente si porta addosso)... A volte li curo con l'acqua benedetta, ma i diavoli hanno imparato a nuotarci dentro! Non annegano! E lei, dica, come fa nella sua missione ad avere cristiani? Oh!, i pochi che ho io, sono, sono... (e di volta in volta colorava con figure esilaranti i soggetti in questione). E poi, si sa, mi pelano vivo... (allude al moltiplicarsi di tipi che approfittano del suo buon cuore, sfruttandolo). Volete credermi? Sono sempre senza soldi! Ne ho parlato a Monsignor Prefetto... ma spesso è più al verde di me... ». E così via a fuoco di fila. Poi all'imbrunire ripartiva malgrado lo si volesse trattenere. Viaggiava leggero per tre, quattro ore, anche sei, nella notte, senza armi, senza lume nella brughiera infestata di iene, leopardi, pitoni e mille altri animali. Tornava a casa con energie nuove. Per il fratello e con il fratello si vive e si muore. « L'amicizia è quella terra inesplorata che è Dio nell'amico » (Van Broekoven). Padre Dolza si era scavata una fossa dietro la chiesa, e spesso andava a meditare lì il momento della morte. Un giorno convennero ad Ighembe i suoi amici più cari e spassosi. Parlò con serietà: voleva fare la prova del suo transito. « Lei, padre Casolati, si metta la stola nera e padre Manfredi prenda l'aspersorio; fratel Quaglia, stia pronto con la macchina fotografica. Oggi devo morire; muoio soddisfatto ». I confratelli erano tipi che sapevano stare alla pari con padre Cencio. Dopo certe prostrazioni volle essere calato nella fossa. Gli amici eseguirono l'ordine e toccò il fondo con un certo tonfo. Padre Casolati con l'aspersorio faceva piovere sul "defunto" copiosa acqua lustrale; poi vennero manate di terra sul "defunto" che, mani incrociate, occhi chiusi, crocifisso sul petto, pareva un cadavere. «Che sia morto davvero?... », domandò padre Casolati. E disse sommesso: « Padre Cencio, venga fuori, giungono le suore... ». Padre Dolza fu d'un balzo fuori dalla tomba, svelto come un gatto. Visto che quelle non c'erano, urlò furioso: « Ma che scherzi sono questi? Io faccio sul serio... ». Intanto si palpava le ossa ammaccate, borbottando: « Bei modi di sotterrare un morto! E poi mi avete mollato giù come un sacco di patate ». Concluse: « Padre Cencio, non lamentarti! Quando sarai morto davvero, a questo non baderai più... ». Una fede alla "Cencio" Padre Dolza aveva il senso del paradossale. L'abbiamo visto: le misure estreme gli sembrano le uniche a portata di mano per risolvere i problemi. Ha delle espressioni originali. Proietta lampi di fede, che, filtrando il suo essere tutto particolare, si risolvono in maniera inconfondibile! Eccone alcuni momenti. Due vasetti di terracotta sembrano accogliere fiori strani che nessuno ha mai visto su un tavolo di salotto. Ecco, in un vaso, posto davanti alla immagine del Sacro Cuore, v'è una pianticella di fagiolo e nell'altro di zucca: rigogliose entrambi! «Padre, che idea è mai questa! Che razza di fiori adornano il suo altarino? ». Padre Dolza ribadisce soddisfatto: « Non ci vuol molto a capire! Essi rappresentano assai bene padre Cencio, il quale riassume in se stesso il significato popolare del fagiolo e della zucca. Così, sia l'uno che l'altro, mi rappresentano al vivo presso il Sacro Cuore quando non sono presente ». Zucca e fagiolo seguitarono a prosperare davanti a quel quadro. Un enorme sciame di locuste passava basso, ronzando, sopra la missione, e c'era pericolo che si posasse in quella zona: un flagello di cui tutti conoscono l'entità, almeno per sentito dire. Padre Cencio corse in chiesa a protestare furiosamente col Creatore. Dopo qualche tempo ne uscì per vedere se lo sciame avesse già cominciato a piovere sui raccolti. Con un respiro di sollievo notò che continuava a passare oltre, dirigendosi verso una piana disabitata. Padre Manfredi si recò in chiesa per pregare anche lui e notò che, sulla porticina del tabernacolo, s'era posata una grossa locusta. Si avvicinò per cacciarla e solo allora si accorse che era infilzata, come gli esemplari da museo, con un grosso spillo piantato sulla porticina. Uscito di chiesa domandò a padre Dolza: « Ho visto una locusta infilzata nel tabernacolo... ». « Sì, ce l'ho messa io, perché il Signore la vedesse da vicino e non dimenticasse le nostre preghiere... Vede », aggiunse soddisfatto, accennando alla "nube" di locuste che andava diradandosi, « sono passate oltre e non si sono posate a devastare i campi! ». Fratel Ernesto Paglierino conduceva l'autocarro verso Ighembe, ed era preoccupato per la poca benzina nel serbatoio. Ne andava parlando con padre Casolati che viaggiava con lui; questi gli disse: « Stia sicuro, fratello, possiamo trovare la benzina al mercato di Maua (a quattro miglia da Ighembe) ». Il mercato di Maua aveva il distributore con le riserve a secco. Rassegnati alla sorte andarono da padre Dolza e là esposero il caso: « Abbiamo benzina solo per dieci miglia e dobbiamo andare a Meru. Ci sono cinquanta miglia. Che facciamo?... ». Padre Dolza si tirò la barba pensoso e disse: « Ho un fondo di benzina di otto litri. Proviamo; la rinforzeremo con una buona benedizione! ». La benzina venne versata nel serbatoio, mentre padre Dolza tracciava una benedizione maiuscola. Ripartirono tra la speranza e il dubbio. I conti non tornavano neanche con l'aggiunta!... A Meru notarono con viva sorpresa, che la lancetta segnalava ancora il livello di quando avevano lasciato Ighembe. Increduli misurarono la benzina con la verga immersa nel serbatoio e bisognò persuadersi: la lancetta segnava giusto. Si guardarono stupefatti e si ricordarono del detto di Gesù: « Se aveste fede quanto un granellino di senapa... ». Padre Dolza indubbiamente aveva una grande fede. Padre Ottavio Sestero venne a conoscenza del fatto e volle sentire la vicenda dalle labbra stesse di fratel Ernesto. Egli sorrise rievocando il fatto, ormai lontano negli anni, e disse sottovoce, come confidando un segreto: « Sì, padre Sestero, è proprio così. Misurai la benzina prima e dopo il prodigio, non ho dubbi. Tanto più che, quando feci il pieno a Meru, occorsero solo sette galloni di benzina e il serbatoio ne conteneva dodici ». Non c'è bisogno di commenti. Acqua, fuoco e... cuore grande Tutte le acque che scorrono nel paese sono infette, apportatrici di tifo, di dissenteria, ascaridi, ameba e simili delizie. Le uniche acque che si possono ritenere potabili sono quelle delle alture coperte da foreste, che non si sono ancora inquinate passando attraverso le zone abitate, causa la mancanza di igiene degli indigeni. I serbatoi raccoglievano le acque piovane dei tetti che perciò si potevano considerare potabili. Da parecchio tempo padre Dolza aveva ordinato un grosso serbatoio che gli costava diecimila scellini, e cioè, quasi diecimila lire. Le strade del Meru erano quello che erano e non c'era da meravigliarsi se il serbatoio arrivasse, alfine, ma un poco sconquassato, con qualche falla alla base. Appena venne scaricato dall'autocarro, padre Dolza vi girò attorno felice, poi divenne sospettoso ed infine furioso. Andava urlando: « Che scherzi sono questi? E' forato. Ohibò, erano forse bucati i miei scellini, che mi servite a questo modo? ». Fratel Davide Balbiano che gli aveva portato il serbatoio era spiaciuto pure lui, dell'inconveniente; pensò subito a ripararlo vedendo la piega che prendevano gli avvenimenti. Scomparve in cucina a preparare il necessario per saldare le falle: carboni accesi, ferri, acido, sale e stagno, che trasse dal suo repertorio di emergenza. Di lì sentì il crescendo impressionante del "tornado" e i calci che rimbombavano sul serbatoio. Mise il martello di rame sui carboni e stette ad aspettare che l'arnese si scaldasse e che padre Cencio si raffredasse. Quando parve che le due operazioni fossero arrivate al punto giusto, prese il bacile dei carboni e si avviò verso il serbatoio per mettervi le toppe necessarie. Ma padre Dolza girava ancora attorno al serbatoio come un leone furioso perché non aveva alcuno con cui sfogare la sua furia. Ed ecco spuntare fratel Davide con il suo bacile di carboni. La vista di quel fuoco fece saltare ogni valvola di sicurezza. Quando il fratello gli fu vicino partì un calcio strapotente, e bacile e carboni volarono a considerevole altezza e caddero al suolo come una pioggia di fuoco. Il fratello rimase lì come una statua di sale, con le mani che sostenevano un bacile inesistente. Si riprese subito e disse calmo: « Se è così, se l'aggiusti lei, il serbatoio. Io me ne vado! ». Padre Dolza si era già pentito dieci volte in altrettanti secondi. Si gettò ai piedi del confratello abbracciandolo così stretto che questi perdette l'equilibrio e guazzarono entrambi in mezzo ai carboni. Il padre non ci badava, ma fratel Davide smaniava forte cercando di svincolarsi, ché non si sentiva di subire la prova del fuoco come un fachiro indiano! Scena a soggetto! Vedi padre Dolza aggrappato alle ginocchia e fratel Davide che cerca di svincolarsi dalla stretta. La voce di padre Dolza si alza dolente: « Mi perdoni, mi perdoni! Caro il mio fratello! Che ho mai fatto! Sono un orso, un asinaccio! Oh, mi perdoni! Me lo dica che mi perdona! M'è scappata prima che avessi tempo a riflettere... ». Fratel Davide s'era alfine tirato fuori dai carboni accesi e dalla stretta e non sapeva se ridere o arrabbiarsi. Padre Dolza non gli diede tempo di riflettere: lo afferrò per un braccio e lo trascinò verso casa continuando l'atto di contrizione: « Oh, caro fratello, sono così spiacente! Oh, venga, venga, che facciamo la pace! Si segga, si riposi, dimentichi! ». Sparì un istante per poi tornare dalla sua camera con una polverosa bottiglia di vino: l'ultima superstite dal suo arrivo in Africa! Il vino, a quei tempi, era rarità tale che molti dimenticavano che gusto avesse. Quella bottiglia fu più eloquente di tutte le parole. Bevvero come non mai da chissà quando! Poi uscirono entrambi di casa, euforici, accaldati, e la saldatura riuscì alla perfezione. Non solo la saldatura del serbatoio, ma anche quella degli animi. Centauri Questa la raccontò di nuovo, pochi giorni or sono, padre Francesco Comoglio, un tipo rubizzo che a novant'anni rimpiange l'Africa, si gode la gioia di essere missionario e, con padre Cencio, ebbe più di una avventura da romanzo! Ecco il fatto: arrivato a Tuuru, padre Comoglio aveva acquistato una motocicletta che era un cimelio degno di lui. Capricciosa come una vecchia zitellona, partiva quando voleva e si fermava quando le pareva. Ad ogni modo, per portare una novità briosa e rumorosa, quel giorno era scesa dalle alture di Tuuru fino alla "Conca d'Oro" ove regnava padre Cencio, a Ighembe. Scendere non doveva essere un problema per quella vecchia trappola, a meno che i freni fossero difettosi. Il formidabile crepitare del motore attrasse subito padre Dolza che arrivò di corsa a salutare l'amico. « Accidenti! - esclamò ancora lontano -. Credevo fosse un aereo, dal rumore. Bravo! Bravo! Lei è proprio moderno! ». « Io sono moderno - affermò padre Comoglio -, ma è la moto che è antica! ». L'entusiasmo dei due veterani era alto e padre Comoglio propose: « Vuole che la proviamo? Vedrà che delizia, che emozioni! ». « Proviamola, certo. Ma dove andiamo? ». « Dica lei che è pratico di queste parti ». In verità, non c'era molto da scegliere. « C'è una strada sola diversa dalla sua, ed è quella che va a Mekindori ». « Strada buona? ». « Buonissima. Faccia solo attenzione nel caso che manche qualche ponte! ». « E che andiamo a fare a Mekindori? ». « Ho una lettera per padre Casolati. E' in crisi! E' scoraggiato: pare che non riesca a sfondare... ». « Brutta malattia, lo scoraggiamento! Andiamo a tenerlo allegro ». Saltarono in arcioni. La moto non sapeva che cosa fossero i sedili posteriori molleggiati ed aveva soltanto un pedale per rampinarvisi col tacco. Dopo alcuni calci vigorosi il motore si decise a crepitare con fragore assordante. « Ehi - gridò padre Dolza per farsi udire sopra il fracasso -, ce l'ha una tromba? ». « Crede che ce ne sia bisogno? », urlò ancora più forte il pilota. Improvvisamente la trappola ingranò la marcia e fece un balzo felino in avanti. Il padre Dolza si trovò steso sul terreno, ma si rizzò subito e rincorse l'ignaro pilota. « Fermo, fermo! Olà! Che mi lascia indietro? ». Ci volle qualche centinaio di metri prima che padre Comoglio si accorgesse di essere solo. Quando fu raggiunto e padre Dolza fu di nuovo in sella, gli gridò: « Si tenga stretto a me! ». Il padre Dolza si era avvinghiato a lui come una mignatta, e la moto riprese a sobbalzare per la strada con innumerevoli fossatelli, buche scavate dai formichieri e dalle piogge, tronchi d'albero per traverso, frane. Ma i due allegri gitanti avevano tanti angeli custodi quanti erano i peli del loro barbone. Bisogna tuttavia ammettere che tutti quegli spiriti celesti avessero avuto un momento di distrazione, perché, improvvisamente, in una curva, i due si trovarono la via chiusa da un grosso macigno. Contro questo si avventò la moto come un ariete. Scontro frontale! Padre Dolza catapultò in avanti e atterrò con tutti e quattro gli arti sul sodo terreno. Padre Comoglio, invece, si trovò issato con le ginocchia sul sasso. Quando si alzarono storditi, il pilota aveva le ginocchia ammaccate e padre Dolza ostentava un bernoccolo sulla fronte. Grattandosi la barba, si avvicinarono perplessi alla moto. Il guasto più grosso era lì: la ruota davanti era diventata elissoidale. Ma ci voleva ben altro per estinguere il buon umore ai due campioni. « Ecché per questo? - disse brioso padre Comoglio -. Le gambe sono ancora sane ». « Sanissime », fece eco padre Cencio, palpandosi teneramente il bernoccolo. « Allora andiamo. Dieci miglia sono per noi una bazzecola! ». Ripartirono a piedi, lasciando il cavallo di acciaio dove si trovava, senza la minima preoccupazione: nessuno gliel'avrebbe portato via. Poco più in là, dopo una curva stretta, si trovarono di fronte ad un ponte crollato: il torrente gorgogliava allegramente cinque metri più in basso. I due si fermarono sull'orlo roccioso e padre Dolza commentò serio, serio: « Forse l'Angelo Custode non aveva tutti i torti a farci fermare un poco prima! ». ...Due ore dopo facevano l'ingresso trionfale nella missione di Mekindoli, cantando l'inno di Mameli. Padre Casolati li accolse come angeli piovuti dal cielo; ci volevano proprio quei due per dissipare le nubi che anche... a un cinico come lui possono velare il cammino. La missione di Mekindori era situata allora su un poggio da cui si godeva una vista stupenda, ma, questo, era tutto ciò che si poteva godere laggiù! Quel luogo era stato il cimitero della popolazione dei dintorni, cioè il luogo dove la gente gettava i morti o moribondi per farli divorare dalle iene; queste, a quanto pare, se ne ricordavano, perché, di notte, giravano nel cortile della missione liberamente. Quanto più era frequentato dalle iene, tanto meno lo era dagli uomini, per i quali quel luogo era un micidiale tabù. Difatti, più tardi, lo si dovette abbandonare e trovarne un altro senza iettatura. Il padre Casolati si trovava dunque colà nell'isolamento più tetro. I due amici presero subito a sollevarlo con le loro incomparabili battute mescolate a sentimenti di comprensione e di solidarietà nella sventura su cui aleggia, sempre, il grande vento della speranza. Il povero derelitto ben presto si sentì contagiato da quella allegria e diede il via alla sua vena umoristica e piena di ironie segrete. Erano, quelli, una ben mirabile —trinità!-. Gridava padre Dolza: « Niente paura, pregheremo con lei, padre Casolati, e questo poggio, infestato dai diavoli, sì, sprofondi con tutti gli spiriti maligni che lo abitano! ». « Piano, piano - lo interruppe padre Casolati allarmato - aspetti almeno che mi tolga di qua e mi cerchi un posto più sicuro! ». Il giorno trascorse in allegria, progetti, risate e la notte li accolse per udire la sarabanda delle iene. Ma tutti dormirono profondamente dopo la cura del buon umore! Padre Dolza al mattino affermò di aver dormito sulla schiena di una zebra. Ed invitò gli amici a vedere: difatti aveva "riposato" per terra sul tappeto steso accanto al letto: la pelle di una zebra! « Ma perché mai non ha dormito nel letto? ». « Troppo soffice, per me. Non avrei potuto dormire! ». Soffice! Un pagliericcio di foglie di granoturco poggiante su un rigido assito. Ma quei tre della "Conca d'Oro" sapevano condire di letizia la vita più dura... Sosta « Non bisogna voler avanzare a tutti i costi, ma accettare di tornare indietro facendo passi che la Provvidenza ha segnato per te » (M. Delbrél). Una tempra come quella di padre Dolza era calibrata per i novant'anni, ma quattordici anni d'Africa l'avevano invecchiato. Per ottenere conversioni s'era dato a penitenze aspre, a veglie notturne. Ma adesso subentravano incubi. La sua fantasia era sempre tesa: gli imperativi apostolici e... finanziari lo andavano demolendo. Si aggiungano strapazzi, camminate, lavoro manuale e apostolico ed avrete il quadro. I superiori, che non perdevano d'occhio quell'inquieto operaio di Dio, decisero di farlo rientrare in Italia, prima che un pericoloso esaurimento provocasse il tracollo. Gliene fecero parola. Una bomba! « Sono un cencio, ecco. Un cencio. Mi considerano già proprio finito? », si andava chiedendo. Ne parlava con gli amici perché si interponessero: sapevano che Ighembe si stava aprendo al Vangelo proprio allora; egli era l'uomo adatto per il posto... Potevano vederlo allontanare così? Un corso di Esercizi Spirituali gli fa capire come l'ubbidienza di Gesù al Padre aveva salvato il mondo intero. « Mi rifiuterò di ubbidire?... Io, che sono un cencio? Ubbidirò, costi quel che costi! Dio provvederà... ». Per essere lievito bisogna essere di Dio. Fare la volontà di Dio... Nel maggio del 1922 era salpato per l'Africa. Nel maggio del 1936 si imbarcava da Mombasa per rientrare in Italia. Sui colli del Giambene e dell'Ighembe non si sarebbe più visto padre Cencio camminare incontro alla sua gente. "Operazione Abissinia" L'aria natia fa bene a tutti. Padre Dolza aveva una grande capacità di ripresa, e ben presto non desiderò altro che tornare in Africa. L'Italia era in euforia per l'impero abissino... Le missioni reclamavano personale. Monsignor Luigi Santa, vescovo del Gimma, era a Torino per fare incetta di nuovi elementi. Incontrando padre Dolza gli propose di seguirlo in Abissinia. Egli accettò; non perché avesse dimenticato il Kenya, ma bisognava essere lesti a cogliere le occasioni. Così lo troviamo nel fatidico "impero"... Viene assegnato quale cappellano all'ospedale Principe di Piemonte in Addis Abeba. Ne è felice. La nuova esperienza lo pone vicino a tutti i sofferenti e poiché le malattie dell'anima sono le più perniciose, si darà a medicarle passando attraverso le vie della bontà tempestiva, preveniente, gioiosa, delicata: materna. Sbalordiva la semplicità con la quale avvicinava persone indurite, renitenti a Dio, massoni. Con rispetto se li faceva amici, ed essi presto o tardi "capitolavano". Attribuiva il "successo" a questo o a quel santo, a questa o a quella persona che aveva pregato e offerto... Taceva le ore e le notti di preghiera passate ai piedi dell'altare. In Abissinia aveva importato i suoi « Mah! »: continuavano a far parte del suo corredo. Le conversioni erano frutto di sacrificio, di penitenza "spietata", sotto certi aspetti, crudele. Gli uomini presi da Dio, danno senza riserve. L'abnegazione con cui assisteva, giorno e notte, i malati divenne una specie di "onnipresenza". Fece epoca il cambiamento di vita di un'atea, professoressa e filosofa, dal parlare caustico come il vetriolo per quanto sapesse di religione e di Dio. Egli decise: doveva "tornare". Anche lei! Dio l'aveva messa sulla sua strada! Penitenze, digiuni, preghiere non le misurerà più. Poi, senza aver sfogliato un libro di filosofia, chiese ed ottenne di incontrarla. Lei si difese con il sarcasmo, ma per poco; la carità, il candore e la semplicità si fusero insieme nel dire e nel fare di padre Cencio e la donna, dapprima restia, capitolò. Smarrita, turbata, scossa cadde in ginocchio, si sciolse in lacrime. Il mattino seguente fa la sua prima confessione e comunione a capo velato, prostrata sul pavimento. A chi in seguito le domandava che cosa fosse successo, diceva che padre Dolza l'aveva sconvolta. «Non sono più quella di prima - diceva -. Ho visto la misericordia di Dio in quel missionario: ora non posso più non credere... ». C'è un sostegno che affonda nell'intimo. E' la invasione del nulla che può tutto, amando. Monsignor Santa era entusiasta dell'impegno con cui padre Dolza svolgeva il suo ministero, ma decise di inviarlo altrove per evitare il crollo. « Quel vecchio ragazzo! Un giorno o l'altro lo troveremo morto! Proviamo a mandarlo in una missione incipiente. A Cengia! ». La proposta piacque al padre. Il pensiero di ritrovare i "nativi" lo entusiasmò. Nel 1938 lasciò l'ospedale con rammarico di tutti e raggiunse Cengia in carovana. Cengia era una cittadina del Paese dei Gamo situata a 2700 metri. La popolazione era pagana. Un totale di 65.000 persone sparse su seimila chilometri quadrati non erano poco per un missionario! Annota padre Dolza al suo arrivo: « Di cattolici? Uno solo: io! ». C'era tutto da fare. E cominciò. Monsignor Santa non aveva tardato ad inviargli un aiuto nel giovane padre Lorenzetto. In sei mesi eresse cinque capannoni, con tanto di casa, chiesa graziosa, con la facciata in bambù intrecciato. Cengia ridava energia a padre Cencio! La collaborazione con gli Abissini aveva dell'insperato. Sotto il richiamo dei loro capi avevano preparato campetti per la semina dell'orzo, del granturco e verdure di ogni genere. Ben presto i malati, gli abbandonati, i vecchi furono da lui assistiti. La gente credeva nella parola di Dio. Aprì un catecumenato in seguito al loro espresso desiderio di istruzione. Una primavera! I catecumeni ben preparati ricevettero il battesimo. Si andava formando una comunità cristiana. L'impegno spirituale in padre Cencio continuava a fondarsi sulla preghiera adorante che si prolungava nella notte. Il digiuno prese un posto rilevante: nei tempi in cui era solo, faceva bollire una pentola di patate. Doveva bastare per la settimana... Dopo tre, quattro giorni inacidivano; poi erano riluttanti. Allora, gustatele, riandava a lavorare nell'orto o in falegnameria per farle "diventare buone"... Verso le tre ne divorava una parte. Sovente, quello era il solo pasto del giorno. Non facevano forse così gli anacoreti? E gli Africani? Da sempre non avevano che un pasto! Nulla di straordinario... Padre Cencio era sulla strada percorsa dal Curato d'Ars. Le anime si salvano con la croce. E la croce è sempre follia... Alla, fine del 1939 rumori di guerra giungono a Cengia. Il "tornado" si avvicina con violenza. Il 10 giugno 1940 scoppia la guerra. L'esercito italiano non riesce a dominare la marcia inglese in piena Abissinia e cerca di ritirare i suoi battaglioni. Quanti morti nelle imboscate e negli scontri violenti! L'ordine del Vescovo era: « Stare alle decisioni militari... Il pastore, se possibile, rimanga con il gregge ». Padre Dolza fa voto di non mangiare pane né bere più vino in eterno, purché Cengia sia risparmiata. Corre a Soddu per conferire con i militari, intanto che padre Lorenzetto deve lasciare Cengia. Ma nella notte è di ritorno a Cengia: non se la sente di lasciare padre Dolza... Lo trova infatti all'albeggiare, al suo rientro da Soddu. Padre Dolza piange prostrato a terra. Quasi di forza è costretto a seguire i soldati, che si aprono la strada con la mitraglia. Si imbattono con Padri e Suore, in drammatica fuga anch'essi. Il battaglione si arrende e tutti, in una bolgia indescrivibile, vengono dirottati ad Addis Abeba. ...La missione di Cengia è devastata dai ribelli: orge e saccheggio. Tutto viene dato alle fiamme. Salvare non è dare una felicità, ma dare un senso alla pena. Rimane una certezza: Dio |