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Sr. Prisca Groppo PDF Stampa E-mail
Scritto da Gian Paola Mina   
Una vita un messaggio

suor Prisca Groppo missionaria della Consolata - 1931-1971


EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA
Via Arcoveggio, 80/7 – 40129 Bologna



Uno stop

La vita della missionaria medico torinese suor Prisca Groppo si interruppe drammaticamente una sera, Giungo una strada del Kenya. Così all'improvviso, per un incidente automobilistico, lei: che era tutta sorriso: e mobilità di. espressione, gioia di vivere e intensità di fede, divenne un povero relitto umano, solo silenzio e martirio.
Aveva, quarant'anni. Morì qualche giorno dopo, il 30 novembre 1971, a Nairobi, avvolta - come
crisalide in attesa di risveglio - in un bozzolo opaco di bende pesanti.
Battezzata col nome di Angiola, negli anni della prima fanciullezza, in casa, .rispondeva all'appellativo di Gulli; a quello di Angiò tra i compagni degli, anni verdi. In: Africa, dai malati verrà chiamata la sister dagetari wkubwa, «la grande sorella medico». Qualcuno, in lingua swahili,
amerà chiamarla anche «malaika rafiki» angelo amico… Tanti aspetti e altri ancora può avere un’esistenza; ma se è stata intessuta di luce e d'amore, irradierà sempre amore e luce come i
petali di un fiore che, sfogliati, emanano tutti lo stesso profumo.

Gulli e il suo mondo

Angiola bambina, nella prima pagina di un diario scolastico, si presenta simpaticamente così:
« Non ho ancora dieci anni. Sono di carattere vivace; mi piace molto giocare e fare ginnastica;
amo lo studio e specialmente la musica, però m'infastidisco quando non ho capito o non ricordo. Sono sensibile: quando sento una brutta notizia m'impressiono, e quando vedo dei poveretti vorrei poterli aiutare non solo con l'elemosina, ma vorrei sollevare tutte le loro pene.
«Di tanto in tanto incontro un cieco che m'intenerisce il cuore a vederlo solo con il suo bastoncino che tasta il selciato e lo aiuto ad attraversare la strada: non so cosa darei per dargli la vista».
Tutto è calore e movimento intorno ad Angiola bambina, o meglio è lei che colora e vivacizza l'ambiente familiare. Con la sorella maggiore, Margherita (detta Marghe), è un tutt'uno nei giochi e nelle avventure di ogni giorno. Giovanni, il fratello carissimo chiamato semplicemente Giano il «Pic» (Piccolo), minore a lei di tre anni, completa il « trio » fraterno, che, manco a dirlo, è invariabilmente capitanato da Gulli, con la sua inesauribile inventiva. La mamma cerca di imbrigliare la sua vivacità, senza riuscirvi. Solo il babbo, con la sua imponente figura e la gran barba, le incute un po' di soggezione da cui però la bimba rimonta furbescamente con mille graziette che piegano il babbo ai suoi voleri. Ma per far piacere a lui, Gulli giunge persino a costringere la sua vispezza a noiose esercitazioni di pianoforte per procurargli, un Natale, la sorpresa di una sonatina difficile: « Risveglio a primavera ».
Perché Gulli, sensibilissima ai poveri e agli infelici e attaccatissima ai suoi familiari, vuole e
propone di essere buona, anche se non sempre ci riesce. Prega volentieri e vuole bene al Signore
e alla Madonna, ma molto realisticamente riconosce di non essere affatto un angioletto capace di stare a lungo con le mani giunte. Effettivamente nella vita andrà a Dio così com'è: senza aureola, che nessuno penserà mai di posarle sulla testa: con una mossa birichina, se la scrollerebbe via subito. E andrà agli altri con tanta gioia e una gran voglia di tenere il cuore aperto ai bisogni e alla vita di tutti.
Angiola e il suo destino.
A causa della guerra, delle incursioni aeree e dei bombardamenti, da Torino la famiglia di Gulli si trasferì nel novembre 1942 a Casorzo, un paesetto pieno di sole nel Monferrato. Fu lì che un giorno per caso si trovò con gli altri ragazzi del paese ad accompagnare al camposanto le spoglie di una giovane missionaria della Consolata morta a Casale, che i genitori avevano voluto far portare nella tomba di famiglia. La suorina aveva 27 anni ed era morta il 7 novembre 1944 senza aver potuto realizzare il suo sogno missionario.
E fu a quella sepoltura che avvenne la cosa straordinaria. Infatti, mentre nel piccolo cimitero
il parroco benediva la salma di suor Clorinda Datomo, Angiola, che aveva allora tredici anni, fu improvvisamente folgorata dal pensiero che quella missionaria morta lasciava un posto vuoto nel
campo di Dio. E allora; lei, risolutamente, quasi rispondendo ad una chiamata interiore, con uno
di quei moti generosi che le erano, spontanei, ;disse al Signor: « Signore, se vuoi, andrò io a prendere il suo posto in Africa ».
E a tredici anni decise da sola del suo destino. C'è da non crederci, eppure Angiola Groppo, adolescente, prese sul serio l'impegno di quel giorno - richiamo o impulso interiore che fosse -. E
non dubitò mai della sua vocazione missionaria, nata proprio là dove s'era stroncata; quella di una suorina sconosciuta. Proprio vero che le chiamate di Dio non sono legate all'età e al tempo e si fanno sentire nei modi e nei luoghi più diversi. E ogni vocazione è una storia sempre nuova e irripetibile.

Il fascino del più in là

Studentessa liceale all'« Alfieri » di Torino, brillante negli studi, Angiola ragazza emergeva non tanto per il prestigio delle sue classifiche, quanto piuttosto per la partecipazione cordiale alla vita di gruppo e per un istintivo bisogno di fare qualcosa – subito - per il Regno di Dio e per i poveri.
Nella San Vincenzo era sempre disponibile a tutto: in questo seguiva l'esempio del papa, visitatore assiduo delle soffitte di Torino. All'ufficio missionario diocesano bazzicava volentieri a dare mano alla confezione dei pacchi per le missioni. In parrocchia le piaceva insegnare il catechismo
ai bambini. Responsabile della sezione aspiranti di Azione Cattolica, organizzava gite, escursioni, tombole, campeggi. Durante l'anno scolastico teneva un doposcuola in piena regola in casa sua, invadendo la sala da pranzo con un gruppo di monelle che si pigiavano attorno al tavolo per fare il compito sotto la sua guida e buttavano tutto per aria con grande desolazione della mamma.
Angiola urlava per tenere in disciplina il gruppo, senza riuscirvi: lo scompiglio si placava soltanto
quando, a mo' di conclusione, Angiola si sedeva al pianoforte e intonava qualche canzone allegra.
Scattava ed esplodeva fortemente per dei nonnulla, ma in casa ed anche tra gli amici, le sue esplosioni e le sue sfuriate facevano pensare ad un temporale di primavera: passato il quale, il cielo torna rapidamente sereno e fa venir voglia di cantare.
Conseguita la maturità classica, si iscrisse all'università; avrebbe preferito Lettere, ma in vista
dell'Africa scelse Medicina. Viveva a ritmo pieno: il mare, i monti, i fiori, i colori, la musica, l'amicizia, la condivisione con i poveri, la vita, insomma, con tutto ciò che è bello e incantevole riempivano, con lo studio, la sua splendida giovinezza.
Messa e Comunione quotidiana. Rosari con cinquanta Ave Maria umili e convinte. Meditazione sul Vangelo e ricerca ,di contenuti dottrinali per nutrire la sua fede, stupivano gli amici.
- Ma, Angiò, come fai ammettere insieme queste cose, con gli ambienti che frequenti, con gli studi che fai, con i tuoi yent'anni?
Lei spalancava gli occhi scuri e profondi e scrollava le spalle. Viveva nella luce e trovava
logico che fosse così: senza queste cose c'è un cristianesimo scialbo e una giovinezza senza slanci...
Molti non capivano. Per capire certe cose bisogna avere un cuore che ama le vette che hanno
il fascino del più in là, del più in alto.

Missionaria

Torino, la San Vincenzo, i gruppi, i cento impegni di studio e di lavoro a un certo punto non le bastarono più. Il richiamo dell'Africa - no, il richiamo del Signore - diventava sempre più forte e pressante, per cui a ventun anni, dopo gli esami del primo biennio di Medicina, più d'un ragazzo le sussurrava parole d'amore, Angiola Groppo, per un amore più grande e più vero, ebbe il coraggio di lasciare la sua bella e comoda casa, i suoi amici, il suo mondo, per entrare tra le missionarie della Consolata di Torino.
Era il 20 novembre 1952. Se, come ella stessa diceva, si era orientata verso la vocazione religioso-missionaria fin dall'adolescenza e senza traumi, ciò non di meno il distacco da casa e dal
suo mondo le fu molto pesante. « Sono stati giorni duri per me quelli che ho passato mentre stavo per lasciarvi, scriveva ai suoi cari. E immagino che più duri ancora siano stati per voi quelli che seguirono la mia partenza ». A Gian, il fratello carissimo, aggiungeva: « ...eppure sei stato contento della mia gioia, mi hai capita e non ti sei vergognato di fronte ai compagni per avere una sorella così.. retrograda da andare a farsi suora ». Significativa l'ultima frase: i frizzi della gente non le erano mancati e l'avevano anche ferita, pur non diminuendole la gioia di correre finalmente verso il suo destino.
Indubbiamente c'era nel suo gesto un po' della follia per cui Paolo si era fatto «stolto per Cristo» (1 Cor. 9,19), accettando tutti i risvolti della sua scelta. Sei mesi dopo la sua partenza da casa, il 21 maggio 1953, rivestendo la divisa religiosa, divenne anche lei una delle tante umili suore che circolano per il mondo, cominciando ad essere per tutti una suor Prisca qualsiasi.
Del noviziato, seppe cogliere coraggiosamente l'aspetto austero di rottura e di deserto, come iniziazione alla vita religiosa. Cercò di destreggiarsi nella nuova vita, anche se inceppava facilmente
negli orari e nei dettagli dei regolamenti comunitari. Rifiutava per istinto tutto ciò che non sapeva di spontaneo, ma con semplicità estrema si inseriva nel gruppo portandovi la nota allegra del suo carattere esuberante. Apriva gli orizzonti della sua anima nello studio su altri popoli, su altre culture, e sentiva che valeva la spesa di andare avanti perché, al di là dei mari, c'era gente in attesa della sua giovinezza e del suo cuore.

Puntare in alto

«Siate santi, perché Io sono santo» (Lev. 17,19).
«Non v'è che una tristezza: quella di non essere santi» (Leon Bloy).
«Non dovete aspirare ad una santità comune, ma come missionari dovete aspirare ad una santità eroica, capace di far miracoli ». Queste parole sono del Servo di Dio Giuseppe Allamano, il Fondatore dell'Istituto scelto da suor Prisca, « e, l'Istituto — egli aggiungeva - non è un collegio, ma una famiglia in cui si vive insieme, ci si prepara insieme e si vive insieme la missione... Siamo collaboratori di Dio nella salvezza delle anime... La Chiesa affida a noi il mandato dell'evangelizzazione del mondo: l'opera delle opere, l'opera più degna, più amabile... ».
Sui punti forti della Dottrina del Fondatore dei missionari della Consolata, Angiola Groppo,
diventata suor Prisca, impostò la sua spiritualità missionaria. Il 22 maggio 1955 pronunciò i tre
voti religiosi consacrandosi a Dio per la Missione.
Tanto tempo era trascorso da quando, adolescente, aveva detto il suo primo sì a Dio, sulla
tomba di suor Clorinda. La vita, gli studi, l'ambiente professionale l'avevano disincantata su tante cose: non erano riusciti a disincantarla dalla gioia di amare Dio e di cercare il suo Regno.

Medico per l’Africa

Prisca Groppo era profondamente convinta che « tra i pochi mestieri che permettono rapporti umani profondi e molteplici, c'è quello del medico ». Era convinta che fosse — quello del medico - uno dei servizi più importanti che si possono rendere all'umanità. Per questo stimava e amava la sua professione. Laureatasi sul finire del 1959 all'università di Torino, aveva incominciato un intenso tirocinio professionale nei maggiori ospedali della città. Il prof. Stefano Battistini, già Primario dell'ospedale S. Giovanni di Torino, dice fra l'altro: « ...Ciò che più è rimasto inciso nella mia memoria è la serenità premurosa con cui al letto dell'ammalato Prisca affrontava le sue mansioni, anche le più umili, trasformandole in una tacita testimonianza di fede che, a sua volta, con gesti semplici, traduceva in atti di carità resi più graditi dal sorriso conquistante del volto ».
Suor Prisca, sensibilissima e impressionabile, al contatto con la sofferenza — anche se esterna-
mente si mostrava coraggiosa - soffriva intensamente e confessava che doveva sempre superarsi per prendere in mano il bisturi. Con un amico di famiglia che voleva sua figlia medico e questa non gradiva tale scelta, una volta sbottò: « Non incoraggiarla: è troppo doloroso per una donna ».
« Ma tu, allora, perché ti sei fatta medico? ». Rispose: « Oh, per me è diverso. Lo sai che ho
scelto medicina per l'Africa ».
L'Africa, le missioni! Ecco ciò che la sostiene nel lungo tirocinio professionale anche nel campo chirurgico. Però si riprometteva di andare laggiù solo per curare malati, distribuire cure e medicine
alla spicciolata, senza implicazioni organizzative ospedaliere e di sale operatorie.
I lunghi anni della preparazione scavano profondo i motivi del suo « essere medico per l'Africa». « Fin d'ora mi preparo ad un desiderato martirio, perché la mia partenza è determinata
solo dall'amore a Dio e alla sua Volontà ». L'11 novembre 1963 annota: « Voglio che la mia vita
di missione sia una vita di fede ». La missionaria medico è veramente pronta per raggiungere il Kenya, la sua missione!
Venezia, 4 luglio 1964. Una nave sta per salpare e, dall'alto del ponte, suor Prisca agita le braccia in segno di saluto. Sorride. La nave leva l'ancora... qualcosa si spezza dentro il cuore di quella missionaria, che, pure, continua a sorridere mentre sommessa recita il Magnificat. Solo più tardi, in cabina, piangerà tutte le sue lacrime, come confesserà lei stessa. La partenza tanto desiderata, si compie anche per lei nella sofferenza più grande!

Kenya 1964

Nel 1964 il Kenya respirava l'atmosfera euforica della recente autonomia politica, acquistata nel dicembre dell'anno precedente. La gente danzava in massa sugli spiazzi erbosi nei borghi e nei villaggi e Nairobi si vestiva di bandiere biancoverde-nero-rosso, il vessillo nazionale che riprendeva bene l’Harambee del vecchio Capo del paese, Kenyatta. Un motto, quello, che — senza bisogno di fantasia o di dizionari — tutti comprendevano, giovani e vecchi, perché nel vernacolo Harambee è la voce usata per richiedere uno sforzo straordinario collettivo, ad esempio per rimuovere un albero gigante od un macigno. « Harambee! » urla allora il caposquadra. « Harambee! » rispondono vociando gli uomini facendo forza tutti assieme, finché il gigante è rimosso e il macigno si muove!
I dodici milioni di abitanti del Kenya nel 1964 sapevano queste cose che raccoglievano il consenso comune,,ed i piani ambiziosi di sviluppo prendevano dimensioni di sogno. Era un popolo
giovane e rispondeva fremente allo stimolo di vita nuova che gli veniva dal momento storico del paese.

Nel 1964 la giovane Chiesa del Kenya con i suoi primi vescovi africani prendeva anch'essa coscienza di sé e si accorgeva, guardando indietro, che lo Spirito Santo aveva moltiplicato con abbondanza il seme gettato con tanto sacrificio dai missionari. Questi non si erano mossi durante la
bufera Mau Mau, e, dopo aver visto nascere la Chiesa del Kenya, avevano pure visto con gioia la maturazione di un popolo passato rapidamente dal concetto di tribù a quello di nazione. E capivano bene la premura convulsa con cui esso - dopo la rassegnata sopportazione colonialista - voleva assumere il ruolo di costruttore del proprio destino.
I missionari dell'epoca non avevano certo bisogno dell''Harambee: essi ce l'avevano nel sangue, quasi una componente della loro vocazione. Adesso, invece del ruolo direzionale accettavano un servizio di collaborazione nelle Chiese da loro stessi fondate; ridimensionavano i progetti di lavoro, costruivano con gli aiuti della popolazione locale chiese funzionali ma modeste, davano appoggio a nuovi schemi di irrigazione e di bonifica del terreno, impiantavano ospedali ed opere varie un po' dappertutto.
E tutti gli operatori della missione in Kenya, dal canto loro, attendevano con impazienza missionari giovani di buono stampo per mandare avanti l'evangelizzazione antica su ritmi moderni.
Tutto comportava in quell'ora trepida più d'un rischio e d'un problema; ma un missionario che
non volesse rischi e problemi non sarebbe degno della tradizione antica della Missione, sempre tutta all'insegna del rischio, ossia della Fede, della Speranza, della Carità che animano l'annuncio
del Vangelo!

« Io son tornata io! »

A trenta chilometri da Nairobi, in una località detta Riara, sugli altipiani del distretto diKiambu, a circa 2000 metri di altitudine, c'era un ambulatorio che la gente chiamava « l'ospedalino » perché in alcune camere le suore avevano piazzato dei letticciuoli per un servizio di maternità. L'ambulatorio-ospedalino non aveva pretese ed era una cosa molto piccola e modesta, sistemata alla bell’e meglio nella ex abitazione di due coniugi inglesi.
A Prisca il « Nazareth dispensary » - così com'era stato chiamato dalle missionarie – piacque subito molto, anche se sprovvisto di attrezzature ospedaliere: le dava modo di un contatto immediato con la gente semplice, povera, proveniente dai cento villaggi dei dintorni.
Quei villaggi, sparpagliati senza ordine sui collinoni circostanti, presentavano un pittoresco insieme di fango e di paglia, misto a baracche di legno, a casucce di lastre zincate, ed emergevano pacificamente tra bananeti, campetti di granoturco, miglio, patate ecc. ecc. Era insomma un paesaggio
vivo e rasserenante quello che si godeva dal « Nazareth », con il massiccio del Kenya che, laggiù
sullo sfondo, indicava una sovranità silenziosa e potente al di sopra del piccolo mondo degli uomini in affanno per il loro destino.
Prisca Groppo capitata in Kenya in un particolare e interessante momento storico, fu subito coinvolta nella vicenda umana di quei tanti poveretti che venivano quotidianamente all'ambulatorio di Riara non per discutere di politica o di riforme, ma per vedere se le missionarie avevano per caso le medicine buone per i loro indecifrabili mali! Iniziava così, poco dopo il suo arrivo in Kenya, un servizio medico che ogni giorno le avrebbe fornito nuovi spunti d'interesse, di studio, di soddisfazione profonda.
Andava volentieri ai villaggi: considerava essenziale una presa di contatto diretta con la gente delle capanne, per arricchirsi di esperienze nuove. A questo fine le fu utile assai, all'inizio della sua missione in Africa, una permanenza di tre mesi tra i Lumbwa delle Mau Hills verso il lago Vittoria, a 300 chilometri da Nairobi.
In quei primi approcci con l'Africa, sia all'ambulatorio sia nei villaggi, suor Prisca spalancava
gli occhi su tutto, attenta a cogliere il senso recondito di gesti spesso sconcertanti. Ad esempio, una donna venuta per essere visitata, quando giunse il suo turno fu presa da paura e cominciò a tremare dicendo: « Vuoi forse farmi morire? ».
Suor Prisca imparò presto a non ridere e a non stupirsi delle paure superstiziose e dei tabù dei suoi nuovi pazienti: intuiva che occorre conoscere tutto di un popolo per poterlo aiutare senza urtare in pregiudizi radicati nella sua anima.
Le prime felici esperienze mediche, il contatto sempre più immediato con gli africani, il ritrovarsi in una piccola comunità aperta e fraterna, tutto contribuiva a rincuorarla e a farle superare le dure ed inevitabili difficoltà dell’ambientazione. « Io sono tornata io! », dichiarava in una lettera dal tono birichino. Il distacco dall'Italia e dalla famiglia si stemperava così a poco a poco nella gioiosa realtà della vita missionaria che si apriva davanti a lei piena di promesse.
C'era tanta gente lungo il cammino. E quella gente attendeva proprio lei per godere un po' della sua gioia e del suo calore.

Nasce un ospedale

Dal 1962, ossia da quando le missionarie avevano aperto l'ambulatorio di Riara, c'era sempre stato un problema, o meglio una richiesta che la popolazione e le autorità locali continuavano a proporre con insistenza: avere cioè un ospedale adatto per una regione superaffollata come quella in cui sorgeva il dispensario. La venuta di suor Prisca accrebbe a dismisura le istanze. Lei stessa scriveva: « Non si contentano più dell'ambulatorio. Vogliono un ospedale; assicurano che i malati verranno da noi fitti come i chicchi di una pannocchia di granoturco... ».
E non c'era da esitare a crederci data l'insufficienza dei servizi ospedalieri in Kenya: un progetto recente nazionale di sviluppo puntava ancora ad avere ospedali con un posto-letto per ogni 1250 persone (in Italia si dispone di un posto-letto per ogni 150 persone). Ma l'opera si presentava complessa e suor Prisca la sentiva superiore alle sue forze.
La superiora suor Teodora, donna di fede e di ampie vedute, assicurava che se l'opera era voluta da Dio, si sarebbe toccato con mano l'aiuto della Divina Provvidenza. Questa intervenne infatti, per cui il 2 febbraio 1965, tra la gioia della gente, si diede inizio ai lavori. Con ciò un nuovo progetto Harambee era lanciato e un piccolo centro nasceva all'insegna della Speranza ed anche... della concretezza; fu progettato un ospedale per duecento posti-letto da realizzarsi in due tempi. Per allora sarebbero sorti soltanto due reparti con una quarantina di posti, ma si sarebbero forniti subito quasi tutti i servizi tecnici generali indispensabili per l'impostazione immediata di una buona organizzazione ospedaliera.
Suor Prisca cerca amici che l'aiutino, e, in un articolo del 1965, presenta ufficialmente il suo ospedalino agli amici d'Italia. Leggendolo, si nota come suor Prisca cominci adesso a confondere con estrema naturalezza le sue esperienze personali con la storia del Nazareth: segno palese che ormai ella sente che il suo destino è legato a Riara.
« Da un anno sono in Africa », scrive, « ed i tradizionali sogni di gioventù - varcare i mari, salvare un'anima, morire sotto una palma - hanno ceduto il posto ad una realtà meno poetica ma ugualmente degna di essere vissuta. Il paese diventa adulto con una rapidità incredibile. Le opere cominciate umilmente cinquant'anni fa dimostrano tutta la loro attualità ed urgenza. E così, in quest'atmosfera di progresso febbrile, sono giunta anch'io in Africa a fare qualcosa. L'ideale semplice e modesto di essere un buon medico condotto deve essere aggiornato. Il mio ideale ora è di costruire un ospedale vicino a Nairobi, nella zona più fittamente popolata e tormentata dagli scompensi della civilizzazione. L'ambulatorio, già aperto al mio arrivo, vede crescere i clienti nel modo più impensato: giungono numerosi impiegati di banca, delle poste... ma più numerosi i contadini e i pastori, le nonne dalle orecchie ricche di perline, le mamme curve sotto il carico di legna, i bimbi smunti, scheletriti... In otto mesi ospedalino è nato e sta crescendo con reparti per uomini, donne, bambini, maternità: quaranta
posti-letto in tutto oltre la sala operatoria, il laboratorio, la cappella, la lavanderia. Abbiamo lasciato ancora il terreno necessario prevedendo di doverci ingrandire... Tra qualche mese avremo il personale occorrente. La gente aspetta il suo ospedale che già ama e dice che questo è un vero progetto Harambee benedetto da Dio ».
Bisogna dire che la posizione su cui sorgeva il Nazareth Hospital era incantevole: a quell'altezza, con quella larga veduta panoramica coronata dal massiccio del Kenya, sotto quel cielo luminoso e trasparente, si sarebbe potuto progettare un hotel di lusso o un club turistico con garanzia di successo. Invece le missionarie andavano creando un'oasi di rifugio per i sofferenti. E suor Prisca sarebbe stata loro accanto!

Stile professionale

Nel 1965 il nuovo ospedaletto era agibile come costruzione e completo come ritmo di lavoro.
Suor Prisca aveva deciso di riservarsi tutte le visite ambulatoriali - trenta, quaranta, perfino ottanta al giorno - e queste le rubavano tempo prezioso.
« Perché non incarica qualche infermiera per le visite ambulatoriali, riservandosi solo i casi più urgenti? » le fu chiesto.
« Riservare le visite ad altri? » rispose. « Ma se sono proprio io che devo individuare lo stato di un malato per decidere il da farsi, e non viceversa! ».
Non c'era in questa affermazione alcuna ombra di sfiducia nelle sue collaboratrici di cui anzi riconosceva ed apprezzava l'abilità e la dedizione; ma su certi punti di responsabilità professionale Prisca non defletteva. Ed anche quando i pazienti ambulatoriali raggiungevano o superavano il centinaio, ella continuava a visitarli personalmente tutti, dando agli ultimi la stessa attenzione che ai primi. « Questa dagetari (dottoressa), osservava la gente, misura (visita) tutti ad uno ad uno (...e non venti insieme come in qualche posto); e li esamina con le stesse misure ». Frasi molto espressive nel vernacolo locale per dire che il medico di « Nazareth » dava a ciascuno un'attenzione personale completa.
Esigeva che si praticassero immediatamente le terapie prescritte a quanti venivano accettati in ospedale. « È importante non ritardare neppure un'ora », spiegava. « Prima di tutto perché il malato si rincuora, e poi perché una terapia iniziata sollecitamente permette al paziente di ritornare a casa più presto dando a noi spazio per un altro malato ».
Con altrettanto impegno si soffermava presso i degenti nelle corsie. Passava sorridendo, l'immancabile fonendoscopio al collo, il camice bianco semislacciato. « Mi ritorna spesso alla mente il
suo modo di incedere in ospedale, fragile, ma decisa; attenta e distesa, sembrava sorretta da una forza enorme quando visitava o medicava, anche se la stanchezza si accumulava e sembrava dovesse piegarla» (F. Ghitti).
Si affezionava in un certo senso ad ognuno dei suoi pazienti, perché ad ognuno dava veramente qualcosa di suo: tempo, simpatia, cure e, soprattutto, amore. Era palese la sua soddisfazione quando dimetteva guarito dall'ospedale qualcuno che le aveva causato molte preoccupazioni. Allora erano strette di mano, raccomandazioni particolari e precise: non si sapeva se fosse più contento il poveretto di andarsene rimesso in salute, o lei per averlo aiutato a guarire.
Era un punto di disciplina ospedaliera – ed anche su questo era molto intransigente – che nessuno fosse dimesso se non dietro sua esplicita autorizzazione. Se un malato si aggravava o sorgevano complicazioni inattese, si vedeva suor Prisca preoccupata tornare spesso a quel letto, trattenervisi a lungo; nella sua mente rimuginava ogni possibile cura ulteriore, sfogliava con ansia febbrile i manuali che aveva a disposizione e si consultava telefonicamente con i colleghi di Nairobi.
Quando le morì il primo malato, un giovanottone che battezzò in coma, era il Sabato Santo e si iniziavano le funzioni per la veglia della risurrezione. Ma lei era angosciata e piangeva, ne si riusciva a consolarla. « L'ho pianto come un figlio », si legge in una sua lettera. Quel dolore sincero si rinnovava ogni volta che la morte ave va il sopravvento. Il tempo non riuscì mai ad abituarla allo spettacolo della morte: solo la fede glielo illuminava di una Speranza viva. « C'è un mestiere più tragico di quello del medico? » si domandava. Si sentiva l’operaia della salute e indossava il camice bianco come la sua tuta di lavoro e di servizio.
A un tiro di sasso dall'ospedale, in mezzo agli eucalipti, c'era il cimitero dell'ospedale. Suor Prisca di quando in quando sul calar del sole veniva lì a dire il rosario, sostando presso le tombe su cui aveva fatto piantare croci di legno, tutte uguali, come uguale era stato per tutti il suo amore e il suo servizio. Tumuli lunghi di adulti, tumuli brevi di bimbi... Pregava di tra le tombe camminando lieve, come per non disturbare quelli che considerava continuassero a far parte della sua famiglia e della sua vita.

Bimbi e mamme d'Africa

I bimbi e le mamme occupavano un posto di privilegio nel cuore di Prisca. Dei bimbi scriveva: «Sono belli, buoni, non capricciosi, immensamente semplici, senza complessi, vivaci e intelligenti »: i molti aggettivi sono quanto mai indicativi.
In una delle sue prime lettere diceva tra l'altro: « Qui i bambini non hanno i balocchi e i vestitini con cui siamo abituati a vederli. Non hanno nemmeno il biberon. La mamma li porta sul dorso tutto il giorno mentre lavora ed essi non piangono mai. In chiesa aggiungono volentieri le loro vocine alle preghiere; ridono volentieri, buttandosi sull’erba senza paura. Quando sentono qualsiasi musica si mettono a ballare, dondolandosi a ritmo sulle gambette... ».
L'accenno ai malatini del suo ospedale torna poi frequente nei suoi scritti e nei suoi discorsi: le costano cure, preoccupazioni e veglie prolungate. « Una notte mi sono presa in camera Angelina, una bimbetta di otto giorni con un filo di vita: sembrava un uccellino! Dovevo darle il latte con il contagocce ogni due ore, e se rimanevo addormentata lei reclamava con un debole vagito » (15 gennaio 1965).
Non era raro infatti il caso che di notte si portasse in camera un maialino: « Così tu puoi stare tranquilla », diceva alla suora di turno. In verità era perché lei stessa non riusciva a dormire se sapeva di un bambino grave.
« ...Da una settimana abbiamo aperto l'ospedalino. Naturalmente, un mucchio di marmocchi (era il termine con cui chiamava qualsiasi bambino) denutriti. Due sono già volati in Paradiso, uno ha inaugurato la maternità » (30 gennaio 1966). Che cosa non faceva per strapparli alla morte e farli rifiorire! Spiegava: « Dopo mesi di malattia o per denutrizione o per tbc, noi tutte spiamo con impazienza il primo sorriso di questi piccoli, giacché sono come dei fiori avvizziti, vicini ad essere stroncati. E allora, giù con cure, iniezioni, medicine, nutrimento! Poi, finalmente, il primo sorriso, il primo passo... dopo di che nessuno li tiene più. Diventano i cocchi di tutti perché hanno superato la bufera ed ora si sentono felici di vivere » (G. Barra).
Non poteva sopportare il pianto dei bambini. « Se piangono è perché non stanno bene o hanno fame», diceva. Ricorda suor Nunzialba Ghezzi: « Se aveva un momento di tempo libero, per riposarsi e per distendersi veniva lei stessa ad aiutarmi per imboccare i più piccoli. Se uno piangeva, se lo coccolava in braccio, gli parlava guancia contro guancia, finché non si rasserenava. Se giungevano all'ospedale in fin di vita, ella tentava di tutto per salvarli ».
« La ricordo un giorno nella sala da parto del Nazareth Hospital, accanto ad un neonato — racconta suor Giuseppina Battaglia. - La mamma, una ragazza-madre, non lo voleva. Lei, medico e madre per vocazione, invece era tutta preoccupata per rianimare quel corpicino inerte. Curva sul piccolo, bocca a bocca respirava con lui, mentre con le mani gli frizionava il cuore, nell'estremo tentativo di trattenere quel tenue filo di vita. Finalmente il bimbo non voluto comincia a respirare: vedo suor Prisca sollevarsi e sorridere, per tornare subito dopo a curvarsi su di lui, con tanta premura che la ragazza-madre non comprende. E non comprende perché la missionaria medico piange, adesso che il bimbo è morto, mentre lei, la madre vera, lo guarda con occhi asciutti, quasi con indifferenza ».
« Un intervento durante un parto si rendeva indilazionabile e suor Prisca non sapeva decidersi; temeva di non farcela. Era ancora ai primi esperimenti. Noi la incoraggiammo. Lei allora mandò qualcuno in cappella a pregare e poi, dopo aver iniettato alcuni cc. di anestesia locale, afferrò il bisturi e cominciò a lavorare. L'intervento durò quattro lunghissime ore. Nessuna di noi fiatava più, se non per incoraggiare Prisca quando per un momento si fermava, esausta. Il coraggio sembrava mancarle come le forze alla donna per sopportare il male. Eppure riprese, sudata, pallidissima; le sue mani delicate ed energiche non desistevano. Il piccolo morì, ma la mamma fu salva. Un miracolo! Guarita, tornò alla sua capanna e non dimenticò mai più suor Prisca da cui tornava di tempo in tempo portandole umili doni: una gallina, mezza dozzina di uova, delle banane... lei la rivedeva sempre con piacere, ricordando la terribile tensione di quel complicato intervento » (suor Nunzialba G bezzi).
Era bello vederla, dopo una di queste vicende travagliose, trattenersi nei giorni successivi con
particolare affetto presso la puerpera; poi prendendosi in braccio il neonato lo sollevava in alto, in un gesto di offerta e di ringraziamento.
Prisca godeva nello scoprire le forme con cui una donna bantu esprime la tenerezza verso la sua creatura. Scriveva: « Rimango sempre impressionata osservando con quale delicatezza mani rozze e ruvide maneggiano il neonato. Le mamme qui, secondo il comportamento d'uso, non accarezzano,
non baciano i propri piccoli: non sanno folleggiare con loro, ma quelle mani hanno una soavità incredibile ed esprimono una tenerezza che è indicibilmente materna. Più che altrove qui mamma e bambino sono una cosa sola anche tìsicamente. Lei se lo porta sulla schiena dappertutto: al campo, in chiesa, al mercato, e lui sta lì al caldo, zitto, con i pugnetti chiusi, sicuro che la mamma è tutta per lui. Se il piccino sputa via la medicina o mi lascia un laghetto sulla bilancia mentre lo peso, la mamma lo giustifica con infinita dolcezza: Ne Kaana Kanini, dice. Ossia: è un bambino piccolo e non sa nulla, lui. E ha l'aria di dire: lo perdoni anche tu, non è vero? » (1969).

Stile di un impegno

« Dottore, c'è una signora inglese che domanda quando può venire per una visita ». « Risponda che il nostro ospedale è per gli africani. Per gli europei ci sono a Nairobi cliniche ed ospedali ».
« Dottore c'è un indiano che chiede di fissargli un appuntamento ». « Risponda che non visito per appuntamento. Se vuole mettersi in fila anche lui con gli ambulatoriali, quando sarà il suo turno, lo visiterò ».
« All'udire queste parole mi si riempie il cuore di consolazione. Sono davanti a una persona che ha scelto i poveri. Quando si scelgono i poveri si è sempre sicuri di non essersi sbagliati. Ma è raro trovarsi davanti a una persona che li ha scelti davvero... ».
In questo modo lo scrittore don Giovanni Barra in « Le frontiere dell'amore » presentava Prisca Groppo, che aveva conosciuto anni prima nella Fuci torinese e che ritrovò, a distanza di anni, in Kenya, al Nazareth Hospital. Don Barra le domandò se non avesse mai rimpianto la carriera che avrebbe potuto fare in Italia, i denari che avrebbe potuto guadagnare. Si sentì rispondere: « Ogni vita volta verso il denaro è una morte. La rinascita secondo me sta nella gratuità ».
I forestieri di passaggio indagavano per sapere quanto facesse pagare per una visita; suor Prisca s'impennava come se avesse ricevuto una frustata in viso: « La visita è completamente gratuita, spiegava seccamente. Non esigiamo che un piccolo compenso per le medicine, e una tassa minima uguale per tutti. Però su questo punto, se necessario si fanno numerose eccezioni ». Ne volle mai
che nelle tariffe del « Nazareth » comparisse l'onorario per il medico. Se avesse potuto, avrebbe dato gratuitamente non solo i medicinali che riceveva dalle case farmaceutiche e dagli amici delle missioni, ma anche i medicinali che si dovevano acquistare a caro prezzo a Nairobi.
Eppure il Nazareth Hospital non fruiva di sussidi governativi: era un progetto Harambee che doveva bastare a se stesso ed aveva a suo carico le attrezzature, i salari del personale, il vitto dei malati e tutti quei molteplici e pepati servizi richiesti da un centro ospedaliere. Suor Prisca dovette arrendersi di fronte alla realtà delle cifre e dei bilanci per i quali non erano sufficienti gli aiuti generosi delle organizzazioni di cooperazione missionaria. I suoi pazienti purtroppo non fruivano ancora di mutue ed allora si convinse che era bene esigere da tutti almeno un contributo per i medicinali ed una quota di degenza tanto bassa da essere accessibile ai malati, anche i più poveri.
È rimasto proverbiale il suo modo d'intervenire presso l'amministratrice in favore dei degenti più sprovveduti. « Questo poverino non ha soldi, ma è da aiutare lo stesso », diceva. E per un altro: « Si tratta di un caso pietoso, bisogna fare eccezioni ». Segnalava che John era orfano; che Wairimo era vedova con sei bambini; che Kamau era disoccupato e che Wanjjko, povera vecchierella, era abbandonata da tutti...
Non mancavano i casi di pazienti che abilmente la giocavano abusando del suo buon cuore.
Suor Nunzialba ricorda quando suor Prisca, con faccia preoccupata e una certa timidezza, veniva ad informarsi se il tale avesse saldato il suo debito. Alla risposta negativa, diceva: « Pazienza; diamogli ugualmente le medicine necessario. La Provvidenza ci aiuterà ». E a proposito di un altro poveretto: «Per carità, non lasciarlo andar via senza che abbia finito la cura e non lasciargli mancare nulla. La Provvidenza c'è per tutti... ». Oppure variava la domanda: « Ci stai ancora nelle spese con quanto ha versato il tale? ». Alla risposta affermativa, aggiungeva subito qualche cura supplementare: « Così si ristabilisce del tutto! » spiegava. Ma anche se la risposta era negativa, prescriveva ugualmente la cura necessaria ed esortava con umiltà: « Oh sì, facciamo anche stavolta la carità. La Provvidenza ci verrà in aiuto in altri modi ». Era convinta che Dio non delude mai le attese dei poveri e che la carità bisogna continuare a farla anche quando si è in perdita. È proprio allora che si fa credito a Dio.
Godeva nel poter offrire alla gente l'ospitalità in un ospedale moderno, sufficientemente attrezzato e tutto luminosità e nitore. « Purché i più poveri non si sentano in soggezione a venire qui.
Voglio che si sentano a loro agio nel nostro ospedalino » diceva. Per questo li accoglieva con familiarità, facendo aria di non accorgersi ne dei loro stracci ne del fetore di certe piaghe. Erano amici da ricevere con un sorriso speciale, per togliere loro ogni imbarazzo. Con la stessa semplicità, nei villaggi, entrando in certe capanne dove uomini ed animali condividevano lo stesso rifugio, lei si tratteneva con semplicità accanto ai vecchietti che giacevano per terra sulle stuoie, senza dar segno di repulsione alcuna.
Si adattava al linguaggio dei poveri, ne si adombrava per la rozzezza dei modi e delle espressioni della gente del popolo. Non voleva che si alzasse la voce con loro, anzi insisteva perché li trattassero sempre con gentilezza e pazienza. « Andando via dall'ospedale - diceva - si ricorderanno sempre del bene ricevuto, del modo con cui li abbiamo trattati: cosa importa se noi abbiamo da tribolare un poco di più? Pur che loro si portino via il ricordo della nostra carità ».
Già lo si è detto: protraeva le visite ambulatoriali fino a che fossero esauriti tutti i pazienti. Le pareva di mancar loro di riguardo andandosene a pranzo mentre c'era chi aveva fatto chilometri di strada per venire da lei e da ore attendeva — magari digiuno — il turno della visita. « Con suor Prisca non c'erano orari, ricordano le infermiere che lavoravano con lei: diceva che prima di tutto c'era la carità, ossia i malati ed i più poveri ».
Non ammetteva che si facessero loro dei soprusi, magari dando precedenza a qualche personaggio ragguardevole, bianco o nero che fosse. I poveri sono pieni di rassegnata pazienza, non protestano, attendono, attendono, sono abituati ad essere gli ultimi, ma proprio per questo bisogna rispettarne i diritti, la persona, stare volentieri con loro, essere attenti ai loro bisogni, disponibili alle loro richieste e necessità, diceva suor Prisca.

Disponibilità

Missionaria medico ventiquattro ore su ventiquattro nell'interno dell'ospedale, non sapeva ne poteva dimenticare di esserlo quando ne usciva.
Racconta suor Giuseppina Battaglia: « Un giorno, dopo chilometri e chilometri attraverso la steppa, in viaggio verso Mombasa, le proposi una sosta presso il ristorante turistico di Tsawo che, in una bella oasi verde, offre ogni conforto agli automobilisti di passaggio. Lei preferì parcheggiare la macchina sul ciglio dell'asfalto e poi, inoltratasi a piedi in mezzo alla sterpaglia bruciata, si diresse verso un gruppo di capanne che aveva scorto da lontano. Al riparo di alcuni arbusti spinosi ci accingemmo a consumare qualche panino, quando dei monelli, nudi e sporchi, sbucando da chissà dove, ci fecero segno di avvicinarci. Accettare l'invito, distribuire ai piccoli i suoi panini e incominciare a interessarsi di loro, fu la stessa cosa. Vide subito una brutta piaga sulla gamba di uno, notò gli occhi cisposi di un altro e il pancino certo gonfio di vermi di un terzo. Immediatamente e allegramente, come se fosse venuta lì proprio per questo, tra le caprette e gli sterpi, aperta la borsa dei medicinali, disinfettò e fasciò la piaga purulenta, medicò gli occhi malati, estrasse il vermifugo per il pastorello sconosciuto, mentre donne e uomini, che dalle capanne avevano visto la scena, s'avvicinavano premurosamente per raccontarle anch'essi i loro malanni e godere le cure dell'inatteso medico piovuto dal cielo in quella solitudine ».
Distribuire medicine e soccorsi strada facendo le era congeniale e gradito. Persino quando fermava l'automobile per il pieno della benzina ad un distributore di villaggio, non perdeva l'occasione di passare in rassegna gli sfaccendati e i ragazzi curiosi che invariabilmente facevano capannello lì attorno. Dalle capaci tasche del soprabito - la sua farmacia ambulante – estraeva cerotti, pasticche e pomate per quei clienti avventizi che, quando la macchina ripartiva la salutavano vociando, grati di una fortuna capitata loro senza disturbo di sorta. E non è che distribuisse medicine a vanvera, quasi fossero caramelle. Osservava, interrogava, tastava il polso. Notando l’ittero da malaria negli occhi di una ragazza febbricitante, la invitava a venire al più presto a Riara per la cura completa, oppure riscontrando i segni dell'avitaminosi in un bimbo, raccomandava alla ragazzina che l'aveva in braccio di dire alla madre che glielo portasse subito all'ospedale. « E... non preoccupatevi per i soldi », diceva allontanandosi.
Quando invece si trovava lontano da Riara, in casi consimili esortava i malati ad andare subito all'ospedale più vicino. Se poi veniva a sapere che abitavano nei pressi di una chiesa dove c'era un ambulatorio cattolico, consegnava al paziente un foglietto del suo taccuino su cui aveva rapidamente vergato la cura prescritta; all'occorrenza, prometteva persino di far pervenire lei stessa i medicinali dovuti. E non c'era da temere che dimenticasse l'impegno preso per strada! In conseguenza di questi incontri, a volte si vedeva giungere a Riara gente sconosciuta venuta per ringraziare dei soccorsi avuti per strada e che avevano loro giovato.
Una volta si presentò anche un poliziotto. Lei non lo riconobbe subito ed egli si autopresentò:
era uno che lei aveva curato durante la scalata del monte Kenya. « Sono venuto per ringraziarti, disse il giovanotto, perché quel giorno stavo malissimo (suor Prisca gli aveva riscontrato una polmonite), e, se non ti incontravo, non so come me la sarei cavata ».

I vecchietti

Guardando le capanne lontane diceva: « Chissà quanti malati ci son là dentro che non si possono muovere! ». E avrebbe voluto avere un'autoambulanza per passare periodicamente nei villaggi ed essere a disposizione di tutti, specialmente dei vecchietti che, poverini, non potendo più camminare ne bastare a se stessi, se ne muoiono soli nei loro tuguri o nella boscaglia.
Nel pensare ai vecchietti si commuoveva: erano quelli che con le donne e i bambini, le facevano più tenerezza, così inermi e derelitti come sono. Infatti i vecchi d'ordinario non vengono portati all'ospedale. Secondo il costume tradizionale, essi preferiscono morire al villaggio, non lontano dai campi e dai figli a cui lasceranno una benedizione particolare, in cambio dell'assistenza ricevuta. In passato (e il costume non è del tutto in disuso), quando un vecchio s'ammalava gravemente, affinché non contaminasse con
la morte la capanna familiare che poi si sarebbe dovuta distruggere col fuoco, lo si portava in una capannuccia di frasche tirata su appositamente per lui, e il poverello - in attesa della fine dei suoi giorni - se ne stava lì tutto solo, nutrendosi con quel po' di cibo e scaldandosi con quel po' di legna che i figli, solo per timore superstizioso delle maledizioni, non gli lasciavano mancare.
Suor Prisca voleva bene ai vecchietti: le piaceva farli sorridere regalando loro un po' di tabacco; ammirava la saggezza pacata dei loro giudizi; li accoglieva volentieri in ospedale anche se si accorgeva che si sentivano a disagio in una corsia dove tutto era così diverso e complicato per loro, abituati da sempre alla libertà della savana e alla semplicità della capanna.
Infatti i vecchini camminavano cauti per i corridoi lucidi dell'ospedale, sempre timorosi di scivolare, cercando appoggio sulle pareti dall'intonaco azzurrino a cui regalavano, ahimè, grosse e vistose impronte digitali. Allora le donne e le ragazze addette alle pulizie li rimproveravano forte: «Nonno, in ospedale non ci si appoggia ai muri, m ospedale non si va a letto con i piedi sporchi di fango, in ospedale non si sputa per terra, non si nascondono i cibi sotto le coperte... ».
Tante cose, troppe! non erano lecite in ospedale ai nonni dei monti e delle boscaglie, per cui la missionaria medico che li capiva fino in fondo, quasi continuando un discorso iniziato con loro, confidava:
« ...E allora, miei vecchietti africani, vorrei fare qualcosa per voi, per aiutarvi nei vostri acciacchi e nelle vostre malattie. Vorrei che venendo qui voi poteste ancora sentire il tepore del vostro focherello mai spento; vorrei che quanti di voi hanno timore di essere ingoiati dalla disciplina dell'ospedale, potessero sentirsi a casa loro. E insieme vorrei insegnarvi ad essere puliti, ordinati, a trarre maggior conforto con i vostri stessi mezzi.
« Ed ecco che cosa ho pensato di fare per voi: di costruire accanto all'edificio moderno dell'ospedale, qualche capanna in tutto simile alle vostre, ma in muratura anziché di fango, con il tetto di bambù e non di paglia, il pavimento in cemento, invece che di terra. Queste capanne darebbero sfogo all'ospedale permettendoci di ospitare con voi qualche convalescente prima di rimandarlo a casa troppo presto dal "Nazareth", e sarebbe un tentativo di avvicinamento a voi in quello che avete di buono ».
Effettivamente Prisca riuscì, grazie agli aiuti generosi degli amici d'Italia, a mettere insieme quattro belle capanne circolari nei pressi dell'ospedale, piazzando in ogni capanna cinque lettini, subito occupati da vecchietti e da vecchiette che giunsero giubilanti a prenderne possesso.
Per qualche tempo tutto funzionò con una certa soddisfazione generale; i vecchietti si mostravano contenti, specialmente del buon cibo che ricevevano e del fuoco che ardeva nelle capanne.
Senonché anche lì un po' di disciplina fu necessaria per regolare la convivenza inter-tribale; anche lì le regole fondamentali della pulizia andavano osservate per un non infondato timore di infezioni, di contagi. Con tutto ciò i vecchietti che nelle corsie in qualche modo — osservando gli altri - si rassegnavano alla disciplina, nelle capanne nuove si comportavano come a casa loro.
Per di più capitò che qualcuno, un bei mattino, sparì insalutato ospite, portandosi via le coperte, i piatti, qualche cosina, insomma, utile a lui. Invano medico e infermiere, assistenti e personale di servizio cercarono di fare la voce grossa, di instaurare ordine e controllo.
Nel giro di due anni l'esperimento era fallito. Le capanne, debitamente ripulite e riverniciate,
servirono e servono invece egregiamente da al-loggio per qualcuno dell’organico... I nonnini biso-gnosi di degenza e di cure furono nuovamente sistemati in corsia con gli altri malati, riprenden-do a camminare cauti lungo i corridoi troppo lu-cidi.
Prisca Groppo, come tutti i missionari novel-lini dalle idee un poco estrose, dovette ammet-tere che il suo programma di rieducazione dei vecchietti incartapEcoriti, era da ridimensionare in base agli esperimenti concreti. Nondimeno essi, i depositar! della saggezza antica e gli esponenti di un mondo biblico, continuarono a farle tene-rezza come prima e a godere della sua indulgente affettuosa simpatia.
In sintonia con un popolo

Suor Prisca amava molto gli Africani.
In giovinezza aveva scelto medicina per l’Africa, perciò adesso soleva dichiarare sorridendo - ma decisa - che lei « era medico solo per gli Africani ». Con ciò voleva forse dire che sulla sua strada di missionaria essi avevano sempre diritto di precedenza. Ad esempio: se un bianco capitava all’improvviso in ospedale, doveva attendere il suo turno; « non bisogna far perdere tempo agli Africani», diceva.
Li chiamava « Africani » non per snobbare, ma per un senso di rispetto e non voleva farli attendere, parendole conseguenza logica della sua scelta vocazionale che quelli che nei sogni dell’adolescenza, erano lontani, divenuti adesso i 34 prossimi vicini, dovessero essere privilegiati in ogni suo comportamento.
Tempo, forze, e tutto ciò di cui disponeva erano per loro.
Se chiacchierando su fatti ed episodi del giorno, qualcuno premeva l’accento sulle manchevolezze e gli aspetti negativi di un Africano, lei ne prendeva subito le difese: « E chi non ha i suoi limiti e i suoi nei? Questa è la sua mentalità, il suo modo di esprimersi ovviamente diverso dal nostro. Che ne sa lui dei nostri codici di compor-tamento? e che ne sappiamo noi dei suoi? In molte cose questa gente è migliore di noi », asseriva.
Raccontava con piacere del vecchio malato di asma bronchiale a cui l’infermiera, compatendolo, aveva ricordato che le prossime piogge gli avreb-bero purtroppo rincrudito il malanno. « Pazienza, aveva risposto lui prontamente; starò male io, ma la pioggia sarà una benedizione per tutti: dopo tanta siccità, avremo finalmente un buon raccolto e i nostri figli, che adesso soffrono la fame, po-tranno saziarsi ».
Nella battuta del vecchio infermo lei aveva visto l’espressione del senso comunitario tribale, che antepone sempre il bene di tutti a quello del singolo.
Con evidente piacere suor Prisca scopriva e ammirava i valori della cultura indigena, soprattutto quella semplice gioia di vivere che è caratteristica dell’Africano, la sua straordinaria capacità
di adattamento a situazioni difficili senza sconcertanti depressioni, la sua magnifica ingenua volontà di correre sulle vie del progresso ignorando le difficoltà del cammino e i cicli di maturazione richiesti dai sistemi pedagogici. Ma non per que-sto chiudeva gli occhi sulla realtà del mondo che la circondava e si rendeva conto ogni giorno più quanto fosse arduo penetrare nell’anima di un popolo: tendergli la mano senza umiliarlo con il gesto dell’elemosina, aiutarlo a progredire senza vincolarlo a schemi di vita non suoi.
In una lettera, accennando al caso di una donna che aveva rifiutato di lasciare la propria bambina in ospedale, con pena e pur rispettosa della volontà della madre, scriveva: « Questi sono i misteri del cuore africano impenetrabili alla nostra mentalità. Se la bimba morrà, sarà l’affare di Dio (espressione idiomatica locale), senza rimpianti. Una volta era tabù offrire qualcosa o fare un complimento ad un bambino: la mamma faceva subito gli scongiuri. Qualcosa di questa mentalità è rimasta anche oggi. Essi non capiscono che noi li vogliamo aiutare solo perché li amiamo e per amore di Dio. Sono sospettosi, temono che noi vogliamo approfittarne. E allora? Ci vuole pru-denza, tatto, pazienza e... dobbiamo continuare ad aiutarli nella misura in cui si lasciano aiutare. La vita missionaria non è sempre rose e fiori! D’altra parte capisco che per loro ricevere sempre la carità è umiliante. È meglio elevarli secondo cri-teri di maggiore dignità umana, lasciando loro tutti i diritti di farsi una vita a modo loro. Tutta-via è un rischio » (25 dicembre 1966).
Ecco riassunto in breve, senza alcuna pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, il suo modo di porsi di fronte all’Africano moderno. Se giungendo in Kenya ella aveva portato un amore fiducioso ed entusiasta, adesso a contatto della realtà storica, il suo amore si fa più umile e rispettoso. Ma sempre pieno di spontaneità e di compren-sione.
Si addolorava che le seduzioni del consumismo occidentale creassero negli Africani ambizioni vuo-te e bisogni artificiali rinunciando ingenuamente all’incomparabile semplicità della loro vita. Sentiva inoltre fortemente il dramma di un popolo che, scosso il giogo del colonialismo straniero, ne accettava poi i modelli di vita, correndo dietro a miraggi illusori.

Nel deserto

Riportare una pagina buttata giù di getto dopo l’incontro con la gente nomade delle zone desertiche del Kenya settentrionale, è conoscere un altro lembo ancora della personalità di Prisca Groppo.
« Grazia ricevuta: una settimana di deserto. Una settimana trascorsa come fuori del tempo in un altro mondo, un mondo immobile di sole, di pietre e di spine. Immersi in questo mondo primordiale vi sono gli abitanti, perfettamente con-naturati con l’ambiente, i nomadi del deserto ap-partenenti alla preistorica età del ferro, senza la minima relazione con l’attuale era atomica.
« II distretto Nord è la zona del Kenya confinante con l’Etiopia e la Somalia e si estende a
nord-ovest fino al magnifico lago Rodolfo, nella misteriosa depressione della Rift Valley. Vulcani
spenti, montagne di pietre laviche e sabbia, danno un senso di desolazione eterna. Qua e là arbusti spinosi. La strada è appena tracciata: una pista vagante dalle mille direzioni come la vita di quaggiù.
« Là si sente cosa è la vita, si percepisce cosa è l’esistenza. Nulla vi è facile. L’acqua per prima. Un filo d’erba ha il suo valore. Là tutto è ridotto all’essenziale; nulla delle mille vacuità che riem-piono la vita moderna. Incontrare un uomo là, diventa una cosa importante. E non c’è uomo senza lancia per la propria difesa, l’uomo - antico come i primi abitanti della terra e nuovo come appena creato - dai sensi acutissimi, non logori ne smorzati dalla mollezza del non uso: come sono belli i Borana, i Samburu, i Rendilla, i Turkana, torniti come statue d’artista!
« Sono pervasa dalla maestà semplice e rude del paesaggio. Un vecchio con la lancia mi viene incontro: calo rapidamente nella realtà e mi viene il dubbio che voglia infilzarmi perché ho profa-nato il suo regno. Vorrei amicarmelo con una ca-ramella, misera inutilità buona per soli bambini civili. Tornare indietro ormai è impossibile; avessi almeno del tabacco! Ma egli ha qualcosa che lo preoccupa. Rifiuta la mia caramella e ignora la macchina fotografica... accenna alla capanna an-cora lontana e dice delle parole di cui afferro una sola: malato. Lo seguo incuriosita. In un at-timo un gruppetto di guerrieri - sbucati da dove? - mi circonda e mi scorta. Che mera-viglia! uno sa lo Swahili. Mi sento quasi un in-viato celeste, un Raffaele - tanto qui i richiami biblici diventano spontanei - capace di portare un bene, la medicina, a questi poveri nomadi!
« Si tratta di un bambino della cui malattia non sanno dirmi alcun sintomo: loro non hanno osservato, sanno solo che sta male. Guardandolo, mi sembra che abbia una brutta bronchite. Poi compare una donna e mi mostra una mano gonfia per una infezione e mi fa capire che da tante notti non dorme per il male. Un altro, un altro... ora non più meraviglia, ma profonda compassione per questa gente che soffre senza sollievo, senza uno di quei semplici conforti che noi usiamo con naturalezza senza neanche pensarci.
« Nelle mie capaci tasche ho sulfamidici, antimalarici, colliri, vitamine e analgesici. Distribuisco tutto con una certa trepidazione. La mia arte medica, sebbene semplice, è troppo raffinata per gli uomini del deserto! Tuttavia essi ripetono in coro le mie parole: - Una pillola al mattino, una a mezzogiorno, una alla sera... - Ho imparato il ritornello perfino io nella loro lingua, e perciò sono sicura che non sbaglieranno la dose. Finale: una vecchietta vuole anche la scatola ormai vuota, felice di possedere qualcosa anche lei!
« Nel loro vagabondare essi non hanno ancora incontrato suore che stiano nelle missioni del deserto proprio per loro. Vorrei restare là! Alleviare il dolore è proprio di Dio! Lo sento vero. Con fatica mi accomiato... I guerrieri mi scortano felici fino alla jeep. Si fa sera. Ma un episodio come questo compensa largamente gli affanni ordinar! e i disagi della vita medico-missionaria. Tra que-ste pietre ripenso ai miei colleghi presi da altri problemi eppure così sensibili a questo fascino misterioso della dedizione che si cela nel cuore del medico! Mi sembra di aver dato una testimo-nianza di valore universale, quella della fraternità cristiana » (giugno 1968).

Senza etichette e senza discorsi

Non ci teneva a comparire. Quando in certe occasioni la si presentava con un compiaciuto:
« Questa è la suora medico », lei aveva un moto di disappunto.
« Che bisogno c’è di spifferare a tutti che sono un medico? », brontolava. « Sono una suora come le altre. In ospedale qualche volta è necessario, ma fuori di lì non voglio etichette ».
« Vieni a tenere qualche conferenza alle mie giovani », la invitò una volta suor Giuseppina Battaglia.
« No, no, — si schermì lei — lo sai che io non sono fatta per certe cose ».
Ma dove c’era da soccorrere un povero, da prestare un aiuto, da impegnarsi a rischiare qualcosa per gli altri, lei era subito presente. La carità non ha calcoli ne limiti. Si misura con l’Infinito.
« Sono sepolta dai malati », si legge in una sua lettera. « II mio ospedalino è pieno. A lungo andare si sarebbe tentati di sentirsi stanchi tanto è il lavoro e la tensione per accontentare tutti ».
Si esauriva in questa tensione missionaria, in questa scelta di Annuncio fatto di impegno e di servizio di giorno e di notte. I visitatori, e specialmente i medici di passaggio si meravigliavano che riuscisse da sola a tenere il passo con un ospedale così movimentato. Per fortuna aveva accanto a sé una buona équipe di missionarie infermiere altrettanto dedicate e generose, ma tutto faceva capo a lei ed era incredibile che una giovane don-na, apparentemente tanto fragile, potesse resistere alla fatica.
« Qual è la sofferenza più grande che prova nella sua vita di medico missionaria? » volle sapere una volta don Barra.
« Quella di non poter aiutare tutti fino in fondo », rispose con semplicità. E disse la sua pena di non poter andare nei villaggi a trovare i malati. Si riprometteva però di farlo non appena fosse possibile avere al «Nazareth» un secondo medico.
« Quali le gioie, le soddisfazioni più grandi della sua vocazione di missionaria medico? » insistette don Barra.
« Molte, moltissime » dichiarò con calore. E spiegò: « Prima di tutto una gioiosa coscienza di libertà professionale. Poi la certezza di essere uti-le a questa gente del cosiddetto Terzo Mondo, ma così, fraternamente, sul loro piano, avendo co-me norma di elevare ognuno con le cure, con l’ambiente e con l’istruzione appropriata. Essi so-no tanto buoni da riporre fiducia fin troppa nel medico; vengono da lontano perché s’illudono che ci sia qui una dagetari mkubwa un grande me-dico. In realtà — soggiunse - c’è solo un povero medico che visita tutti uno ad uno facendo per ognuno tutto il possibile ».
Disse delle gioie che le procuravano i bambini, quando « rifiorivano » dopo giorni e giorni di cure intensive; quelle che le regalavano le mamme, quando ascoltando finalmente le sue esortazioni, si convincevano a far bollire sempre l’acqua e il latte per i loro piccini... e infine, riferendosi
a quella terribile iattura che, tra quelle popolazioni, è ancora la sterilità, parlò dell’immensa gioia che provava quando, grazie a cure appropriate, riusciva a dare « ad una povera donna umi-liata, avvilita e quasi ripudiata dal marito perché sterile, la felicità di diventare mamma: questa è una gioia indicibile perché so che quella donna ri-prenderà il suo posto nella famiglia, nella tribù, nella società ». E sorrideva, felice della felicità e della speranza che seminava attorno a sé: della felicità che ha seminato il Cristo, passando in mezzo agli infermi, della gioia che seminano colo-ro che con i loro gesti annunciano che v’è salvezza, v’è un raggio di sole per tutti.

A casa, con festa

« Pronto? Sei tu, mamma; come stai? E tutti gli altri? Non uscire quest’oggi, fa troppo freddo... Di’ a Margherita che abbia cura dei suoi occhi. Che fa lo zio Gino? E il mio Gian? Un bacione... ».
Giunta per una breve sosta in Italia, le telefonate in famiglia mantenevano la immediatezza degli anni lontani. Gulli era sempre Gulli, anche nei panni di suor Prisca!
Effettivamente la casa era il suo ambiente naturale in cui continuava, dopo anni di separazione, a sentirsi immediatamente inserita, come non se ne fosse mai allontanata.
Quando pernottava a casa, dava a tutti il bacio della sera come usava da bambina, e ciò con immutata semplicità. I familiari, se c’era lei, non dovevano per nulla variare programma, tanto partecipava ai loro interessi e se ne immedesimava, per quante preoccupazioni si fosse tirata dietro per il suo ospedale. I nipotini, conquistati dalla sua espansività, le giravano attorno con affetto; li aveva soprannominati « i suoi francobollini » tanto cercavano di starle vicino.
Niente di artificioso dunque, in casa, nessuna forzatura imbarazzante. Gradiva il buon cibo di famiglia, godendo con semplicità delle premure della mamma e di Margherita: « Così quando ritorno in Kenya, la gente si accorgerà che ho man-giato le specialità di casa mia; essi dicono che il cibo della mamma fa ingrassare i figli ».
Partecipava alle conversazioni che vertevano su temi comuni, e aveva l’arte di annullare le distanze - anche quelle « spirituali » — che la vita avesse potuto creare tra loro, ma che non dovevano diminuire per nulla l’affetto e la com-prensione reciproca. Inoltre non pretendeva che tutti capissero a fondo le motivazioni delle sue scelte; ma sentiva che gli altri avevano bisogno di tutta la sua comprensione nelle situazioni diverse e complesse in cui la vita li aveva travolti. Se non era il suo stile far prediche in Africa, tanto meno le faceva in Italia, tra i suoi; però diceva loro con tutto il suo essere che il Cristianesimo è amore e che è felicità tenere il cuore spalancato sul mondo.
Le lettere a casa conservarono sempre lo stesso stile che gridava presenza! « ...Non passa gior-no che non ti ricordi, mamma, e così pure tutti gli altri. Immagino ciascuno di voi al lavoro, tu a far spesa o con i bambini... Gian sempre in macchina (andate adagio, mi raccomando!), Marghe a scuola a stancarsi gli occhi... ».
Al fratello, per le nozze (1969) : « Carissimo Gian, auguri per il 3 giugno. Tu sai quanto godo di questo evento e sono contenta che tu abbia incontrato Rosy. Sono convinta che saprai renderla felice...». E alla futura cognata: « Carissima Rosy, la mia assenza alle nozze non sia ombra alla vostra gioia. Io partecipo con il pensiero; vi penso, mi rallegro, e godo con voi ». E ai nipotini: « Carissima Vanna e Carletto, ecco che anch’io dall’Africa vengo a rallegrarmi con voi che avete un nuovo fratellino: mi spiace di non poterlo vedere, ma gli voglio già bene: quando sarà alto gli direte che voi avete conosciuto la zia suora » (1970).
Anche le cartoline illustrate erano da lei usate con lo stesso criterio di scelta e di attenzione alla sensibilità dei destinatari, affinché questi avessero la sensazione di ricevere un messaggio personale da lei a cui era sempre istintivo calarsi « nell’altro » anche solo con un saluto d’occasione.

Nell’amicizia, con fedeltà

Prisca Groppo era una di quelle creature che nel mondo vedono ciò che già portano in sé: una profonda capacità di amore.
Nell’amicizia dava qualcosa di sé, diventava sicurezza per l’altro accogliendolo in se stessa, semplicemente, senza tradirne mai la fiducia: fosse un popolo come quello Africano, o una persona con la quale era entrata in sintonia di pensiero, di interessi, di fede.
Amicizia. Valore umano universale e prezioso.
Amicizia. Valore biblico consacrato da Cristo: « Non vi è amore più grande di colui che da la sua vita per gli amici... ».
La vita di suor Prisca fu dunque ricca di ami-cizie. Le ultime nate a cui diede la maturità della sua ricchezza interiore, non furono meno vivaci di quelle spuntate negli anni verdi.
Ricorda Maria Adelaide Zammitti Dal Piaz: « Prima di partire per l’Africa mi aveva cercata. Mi aveva dato appuntamento in Corso Ferrucci ed io, che non la vedevo da gran tempo, ero rimasta in forse: una suora alta, snella, mi guardava; poi all’improvviso il suo sorriso, ed io ero rimasta lì, imbambolata perché non l’avevo più ri-conosciuta... poi mi aveva travolta con la sua energia. Mi disse la difficoltà per lei, suora medico, di lavorare spesso in ambienti ostili... Al momento di salutarci, mi aveva detto arrivederci: “Tra quindici anni, Adelaide, se Dio vorrà...”. Poi ci eravamo abbracciate sorridendo, voltando però la testa per non far vedere che stavamo pian-gendo tutte e due ».
« Nella sua vita — scrive a sua volta suor Giuseppina Battaglia — era riuscita a fondere mirabilmente la visione di fede con l’amore umano, tanto che sapeva amare tutti e tutti si sentivano amati di amore di predilezione. Il rispetto per la persona, la considerazione per l’altro, erano il fondamento su cui si basavano i suoi rapporti d’amicizia ».
Se chi godeva della sua amicizia era persona estranea alla comunità — un laico, un prete, una signora - lei non voleva che il legame si restringesse alla sua persona: le sembrava di immiserire l’amicizia che invece, secondo lei, doveva prendere una dimensione di famiglia. Perciò era dell’idea che chiunque bussa alla porta di una comunità religiosa per fare visita ad un amico, deve sentirsi accolto ed accettato da tutta la comunità, proprio come una famiglia che è spontaneamente aperta agli amici di tutti i suoi membri.
Erano idee e convinzioni connaturate in suor Prisca che lei cercava di comunicare, godendo se recepite e soffrendo se travisate o respinte. Erano idee che davano la misura del suo cuore, della larghezza delle sue vedute e della linearità coerenziale dei suoi atteggiamenti.
Non voleva « far da stampella a nessuno »: però nell’amicizia — ed è più di uno a dirlo —
Sapeva donare molto, senza mai cadere nella banalità. Neppure il lavoro assillante o la lontananza la dispensavano da queste finezze; se non giun-geva in tempo se ne scusava: « Tra due giorni sarà il tuo onomastico: arriverò un po’ in ritardo con questa mia, ma sappi che fin da oggi ti porgo i miei auguri con tutto il cuore ». « Ogni volta che ti scrivo dovrei cominciare con un sacco di scuse per i grandi ritardi: e dire che metto un segno sul tavolino in camera per ricordarmi di scriverti quando torno dall’ospedale, ma poi passano magari quindici giorni o un mese che non mi siedo a quel tavolino e là lettera rimane là... ».
Caterina, vivacissima e inquieta — dopo una adolescenza tormentata — si affacciava alla vita con ribellioni profonde miste a slanci generosi. Prisca Groppo l’aveva conosciuta diciottenne; da allora non l’aveva più persa di vista nemmanco nei momenti più impegnativi del suo lavoro africano; se poi la sapeva in difficoltà, scriveva a giro di posta e la sua amicizia si faceva più tenera ancora. Basta sfogliare il plico dei circa quaranta aerogrammi che Caterina ricevette in quegli anni dal Kenya, per capire che cosa potesse essere per l’altro l’amicizia di suor Prisca. Si presenta come un mirabile abbozzo di studio sui valori dell’amicizia...
La sua amicizia era genuina e resisteva al logorio del tempo. Sono in molti oggi a testimoniarlo.
Se poi l’amicizia si radicava su interiori assonanze di fede, diventava un punto di riferimento e una reciproca sicurezza per i giorni del bisogno. Tale fu la sua amicizia con P. Francesco Pavese, una amicizia di famiglia che faceva parte delle tan-te cose buone seminate da Dio sul suo cammino. Ad essa Prisca ricorreva sia nelle diverse situazioni di casa, sia nella sua ricerca personale di Dio. In Africa poi vi faceva ricorso quando doveva affrontare particolari problemi missionari e della vita religiosa, nonché per avere un indirizzo sulla novità delle correnti ideologiche in campo ecclesiale.

Ma le vicende missionarie l’avevano fatta incontrare anche con persone che avevano un’altra
filosofia della vita e aspirazioni ben diverse dalle sue. Il suo approccio con quelle avveniva allora sul piano dei loro interessi, dei loro drammi e delle loro ideologie, cercando di suscitare in loro quel bisogno di luce e di fraternità che è insito in ogni uomo. Tale appunto era lo stile dell’amicizia e della metodologia di suor Prisca andando incontro ai lontani. Non faceva dell’apologetica; preferiva lasciare indovinare la sua fede più che esprimerla a parole, suscitando nell’altro, con la muta provocazione di una vita semplice e gioiosa, il bisogno di andare alla ricerca delle motivazioni profonde del suo impegno missionario.
Sapeva che cercare quelle motivazioni voleva dire per l’amico mettersi insensibilmente, ma si-uramente di fronte al mistero di Dio, alla ricerca della Verità. E seguiva quella ricerca intessuta di ripiegamenti, sbandamenti, sconforti abissali, con paziente delicatezza. « Certe amicizie, diceva, ci aiutano a capire quelli che vengono a noi da un’altra sponda ».
Per capire un’amica accettava di leggere i libri da lei preferiti per scoprire spunti di aggancio per un discorso che, valicando il contingente, sfiorasse il mistero dell’Infinito. E non si da pace con discrezione piena d’amore, finché l’amica ha trovato Dio e sa, adesso, per che cosa vivere e lavorare. « Ci vuole molto tempo per capire... », ripeterà come un’eco dolorosa l’amica quando suor Prisca non ci sarà più. Attesta pensosamen-te: « Lei aveva capito, e l’amore ce l’aveva den-tro: il suo entusiasmo per i vari aspetti del reale non era che un modo di esprimerlo... ».
Esatto. Prisca Groppo aveva un modo gioioso ed entusiasta di guardare le realtà terrene, il mondo degli uomini e il mondo della natura. Forse le guardava proprio con gli occhi innamorati di chi scorge attorno a sé costantemente il riflesso dell’Amato. E per quell’ascolto interiore, l’incanto cresceva a

Il volto dell’anima

La fede di suor Prisca! Non si trattava di un vago sentimentalismo, ma di convinzioni solide, maturate nella preghiera, nello studio della Parola di Dio e nelle ore trascorse davanti al tabernacolo. Dio c’è ed io lo amo - Dio c’è ed Egli mi segue - Dio c’è ed io mi abbandono al suo Amore - Dio c’è e quel che conta è la sua Volontà - Dio c’è ed è il Punto fermo della mia vita - Dio c’è e io gli dò tutto...
Questo suor Prisca Io diceva anche a parole, ma soprattutto lo esprimeva con atteggiamenti e scelte che avevano sempre la coerenza della fede. Gustava la « Sapienza » intesa come dono dello Spirito per comprendere intimamente la Verità; parlava della Madonna come di Colei che, avendo per prima compreso i misteri di Dio, li svela a quanti camminano nelle vie della fede, cercando Dio solo e il compimento dei suoi piani divini.
Sapeva che le sue scelte non si spiegavano senza la fede: « La mia vita è senza scopo se è senza fede», diceva, così come altra volta scriverà ad un’amica in ricerca della Verità: « Se Dio non spiega la tua vita, allora è il vuoto ».
Risolveva: « Voglio credere ostinatamente... Allora tutto l’ordinario diventa miracolo, intervento di Dio. E il miracolo stesso non è più stra-ordinario. Paradossale! Ma forse per i santi era così... » (novembre 1963).
« Poter dare la vita per la fede! » scriveva. Il grido di fede diventa grido di amore, preghiera.
Prisca crede nella preghiera e nella potenza della preghiera. Crede nel grido d’invocazione che provoca l’ascolto e la risposta di Dio. Crede nella croce e ama il crocifisso che porta al collo, che raccoglie i suoi baci e che in Africa offre volentieri a quelli dei bambini. Il costante studio e approfondimento teologico non le tolgono ne le parole ne i gesti semplici della fede: i fiori sull’altare o davanti alla Madonna, la richiesta esplicita di preghiera in questa o quella situazione, sono gli umili atteggiamenti esteriori di una religiosità sentita di cui non si vergogna, perché non si vergogna del suo amore ne della sua fede.
Considerava il voto di obbedienza un impli-cito atto di fede, il voto di castità, un’espressione d’amore, quello di povertà, un gesto di Speranza. Tra i foglietti dei suoi propositi, ritornano più volte queste parole: « Povertà = Speranza »; « Povertà = fiducia nella Provvidenza ». Era felice che quel voto la mettesse nella condizione di tutto sperare da Dio, e osservava che « Povertà non è miseria, spilorceria, disordine: Povertà è una virtù che spinge nelle braccia di Dio », sicuri della sua Provvidenza e disposti automaticamente ad allargare le mani verso i fratelli.

La legge di vita che Prisca Groppo, medico missionario, ha saputo trarre dalla sua fede-amore, dalla speranza-fiducia e dalla sua consacrazione-dono è stata quella della carità verso i fratelli. Tutta la sua vicenda africana e gli episodi che la compongono sono la farina buona con cui lei ogni giorno si sforzava di impastare la sua vita per diventare — era uno dei suoi propositi — « pane di carità per tutti » e ciò avveniva non solo tra i poveri e gli infermi del suo ospedale, ma anche all’interno della propria comunità, dove 50 i gesti della carità e della fraternità sono meno appariscenti e subiscono l’urto dei contatti quotidiani, il vaglio della ripetizione di monotoni in-contri con le stesse persone e con le stesse noiose difficoltà. « La carità fraterna era un’espressione forte della sua fede », attestano le missionarie che le furono più vicine e alle quali offrì con semplicità un po’ di se stessa, un po’ del suo pane.
E il suo, non era un pane amaro, rinsecchito e duro, che spezza i denti, o un pane stantio che rivolta lo stomaco per la muffa di bigotterie o per la posa di gran donna. Il suo era un pane fragrante, impastato d’amicizia e d’ascolto, regalato con il sorriso. « La virtù sorridente è la più bella e credo che sia anche la più sapiente e la più alta »: suor Prisca aveva fatto sue queste parole di un mistico persiano e se le teneva bene in vista su un biglietto posto sullo scrittoio. Le sue fotografie, specialmente quelle dell’Africa, tra-smettevano il suo sorriso: cordiale, aperto, comu-nicativo. La gente lo conosceva bene e per questo le si accostava con fiducia e senza timore.
Per motto aveva da lungo tempo scelto una frase di san Paolo: « Fare la verità nella carità » (Ef. 4,15). A volte nelle sue lettere si firmava: « La mendicante della Verità ».
Ed ecco una sua preghiera:
« Ti chiedo, o Gesù, per Maria Mediatrice, « Un cuore semplice sempre più grande e fanciullo;
« Un cuore che sia il Tuo
« Per amare Tè e i fratelli.
« Ti chiedo di non offenderti mai
« E di offrirti il dono totale di me stessa...
« Credo al Tuo Amore,
« E alla Tua Misericordia,
« Spero nella Tua Onnipotenza. Amen ».

Ed eccone un’altra:

« O Gesù, Bene supremo della nostra vita,
« Per intercessione di Maria, Madre delle Anime,
« Ti chiediamo la Bontà mite e paziente.
« Un cuore ed una mente che sia il Tuo cuore e la Tua Mente
« Per amare Dio e i fratelli come Te
« Fino a dare la vita come Te...
« Rendici amabili per Tuo amore
«E capaci di ricevere, conservare e trasmettere
« La Tua santa Verità e Volontà. Amen ».

Africa bella!

Amava appassionatamente l’Africa. Ogni angolo le rivelava una bellezza particolare di cui godeva intensamente, fosse la pietraia selvaggia come quella che attraversava viaggiando verso la missione di Baragoi, o fosse uno spettacolo panoramico da mozzare il fiato per la sua grandiosità, come quando si affacciava sul grande squarcio della Rift Valley che attraversa il Kenya da cima a fondo.
«Dio, Dio! Com’è grande il tuo nome su tutta la terra... », cantava con il salmista.
E che richiamo non aveva per lei, buon’alpinista e cultrice della montagna, quel massiccio del Kenya che lì, di fronte a Riara, ogni giorno pareva sollecitarla a raggiungerne i ghiacciai splendenti, la vetta altissima, dove la gente antica pensava abitasse l’Onnipotente Creatore del mondo!
Avanzò la proposta di scalare il monte Kenya. La proposta contagiò le suore giovani e assieme attesero il momento per realizzare il sogno. Le missionarie anziane la guardavano sbalordite: nella loro giovinezza non avrebbero mai ardito tanto!
La scalata si realizzò nel 1965. In una rela-zione minuta e dettagliata che venne data alle stampe, fissa per sempre le impressioni di quel giorno. Stralciamo qualche veloce battuta:
« Partimmo un mattino molto prima dell’alba, in piena attrezzatura da alta montagna. Ci guida padre Davoli, missionario esperto delle montagne equatoriali e ci scortano alcuni africani snelli e giovani. Gli inizi si presentano emozionanti. L’occhio abbraccia un vasto semicerchio delineato sull’orizzonte dalla catena dell’Aberdare. E’ tutta una gloria di luci e di colori; l’azzurro intenso del cielo, l’arancio dei licheni a pennellate sulle rocce brune, l’argento degli elicrisi... Ad un certo punto, sollevando il capo un po’ curvo per l’andatura sotto lo zaino, scorgiamo inaspettatamente la vetta che ci invita. Scompare la stanchezza... Siamo a quota 3.500. Ad est il Kenya sovrasta col suo scintillante ghiacciaio del Diamont incastonato tra i due picchi più alti: il Batian e il Nelion, entrambi ripidissimi toccano i 5.300 metri. Dietro, nascosta, la terza punta, la Lenana, la nostra meta. Ci fermiamo al rifugio, ma domani saliremo la Lenana e toccheremo i 5.000 metri...
« ... Ci siamo! L’ultimo tratto roccioso si fa impraticabile e allora attacchiamo il ghiacciaio. La guida ci scava gli scalini. La vetta è guada-gnata con fatica, ma con immensa soddisfazione. Padre Davoli traccia un segno di croce ai quattro punti cardinali per benedire tutta l’umanità. Vorremmo partecipare a tutti i sentimenti che ci in-vadono, noi che al di sopra di ogni bellezza e ricchezza creata siamo stati inseriti nel mondo mi-stico della stessa vita divina... ».

Quando scese dal monte Kenya, suor Prisca aveva gli occhi pieni di sole, di bianco, di azzurro... Era più che mai felice di vivere e di essere in Africa. Nel corpo giovane e sano, il sangue pulsava con ritmo più pieno.
Ma le sue scalate al monte Kenya (ne fece infatti una seconda quando già l’ospedalino l’assorbiva molto), non furono per lei solo fugaci e piacevoli divagazioni sportive. Le definiva esperienze forti di «mistici» incontri con Dio, con la Bellezza Pura, con la Libertà dell’Assoluto. Ed erano gioie profonde e vere di cui avrebbe voluto rendere partecipi tutti i fratelli, come di esperienze liberanti e tonificanti nel cammino ver-so l’Altissimo e l’Infinito.

Sulle sponde dell’oceano

Era più stanca del solito, in quel novembre 1971. Però non pensava affatto di essere vicino all’ultima sera!
Aveva quarant’anni. Era convinta che le rimanesse molta strada da percorrere prima di ave-e esaurito la sua missione. Proprio per essere in forma, spiritualmente e fisicamente, per l’apertura dei padiglioni nuovi — che prevedibilmente sarebbero stati inaugurati sul finire dell’anno —domandò ed ottenne di andare a passare qualche giorno a Mombasa. « Farò là gli esercizi spiri-tuali — disse — e sarò pronta per i tempi nuovi... ».
Felice di questa tregua che già pregustava con gioia, si preparò alla partenza. Mise le sue cose in ordine: incaricò perfino una consorella di pre-parare in anticipo i pacchi-dono natalizi per le infermiere, i malati, i benefattori, gli amici. Ap-profittò di una missionaria in partenza per l’Italia, per mandare alcuni medicinali alla mamma: sa-peva che, da lei, la signora Giovanna gradiva le medicine come un dono... Tutto giungerà in Italia quando lei non ci sarà più, mentre la mamma, ignara, stava preparando il solito grosso pacco natalizio per la figlia missionaria.
Prisca distribuiva saluti, espansiva come sem-pre.
« Ciao, ciao... Non lavorate troppo durante la mia assenza! ».
Carlo, giovane laureando in medicina, l’avrebbe sostituita al « Nazareth » negli impegni più immediati di routine; gli raccomandò di non muoversi da Riara fino al suo ritorno. Si accomiatò dalle infermiere, abbracciò le suore, fece ancora un giro per le corsie dando a tutti un saluto: sarebbe ritornata presto!
D’ordinario andava a Mombasa in macchina: c’era sempre qualcuno da accompagnare là per cure e riposo. Quella volta, invece, decise di prendere il pulmino di linea. « Costa di meno, scherzò, e mi darà anche modo di meditare sulla morte! ». Si riferiva alla paura che le procuravano gli autisti di linea con le loro spericolate manovre.