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| Sr. Rita Rosa Castelli |
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| Scritto da Gian Paola Mina | |
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Per un pezzo di cielo suor Rita Rosa Castelli Lecco. 1924 - Mozambico, 1975 « Io sono felice e perciò sono
chiamata a dare di più. Per ti fatto che ho ricevuto dei talenti, che ho avuto un'infanzia felice, che vivo in condizioni confortevoli rispetto a questa povera gente, non devo considerare queste cose come logiche e naturali: devo dare, dare, dare! ». EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA Via Arcoveggio, 80/7 • 40129 Bologna N.A. 255 Proprietà riservata alla E.M.I. della Cooperativa "Servizio Missionario" - Bologna ---------------------------------------------------------------- Stampato in Italia da Arti Grafiche Alzani - 1982 Lecco. Un giorno del 1946. Eleganti nelle loro divise, le Guide erano schierate per l’investitura Scout. Ad un ordine, ad una ad una venivano al centro, rispondevano senza esitazione alle domande di rito, e scattavano nel pronunciare la “promessa” di arruolamento. Angela Castelli — ventidue anni, tutta brio e fuoco — attendeva il suo turno, eppure quando la capo-reparto rivolse anche a lei la domanda: « Posso contare sul tuo onore che farai del tuo meglio per vivere secondo la promessa Scout? », fu come se la domanda la trovasse impreparata, e tutti notarono in lei un senso di turbamento, di esitazione. E poiché l’inspiegabile incertezza si prolun-gava, don Teresio Ferraroni, l’assistente e il forma-tore spirituale del gruppo, le sussurrò un: « Deciditi! » per rincuorarla. Scattò allora nel segno Scout e la sua voce era insolitamente grave mentre diceva: « Con l’aiuto di Dio, prometto sul mio onore di fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese; per aiutare gli altri in ogni circostanza; per osservare la legge Scout ». Al termine della cerimonia, qualcuno osservò scherzando: — Ehi, tu! ci hai fatto stare con il fiato sospeso. Credevamo avessi cambiato idea e non volessi più fare la promessa! Questo no, ma l’ho sentita come un impe-gno tanto forte che in quel momento mi chiedevo se sarei stata capace di mantenerlo. Le altre risero scanzonate; solo don Ferraroni, che la conosceva bene, intuì ciò che era passato nell’animo di Angela. Infatti per lei — estremamente sincera con se stessa — la promessa Scout era effettivamente l’espressione di una scelta voluta a cui era giunta — attesta ancora don Ferraroni — attraverso un non facile itinerario spirituale di ricerca di verità e di liberazione. Un approdo, dunque, per lei, quell’arruolamento e, nello stesso tempo un punto di partenza per un impegno coerenziale. Ragazza piena di scoppiettante allegria, Angela riempiva la casa, i ritrovi di gruppo e di colleghi, con risate sonore fatte apposta per ammorbidire e dissolvere eventuali tensioni o dissapori. Impiegata alla sezione di Lecco dell’Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, portava nel lavoro una carica di simpatia e di interesse che favoriva i contatti, superava il formalismo della burocrazia e garantiva una cura personale per sveltire le pratiche, risolvere i casi. Tra le Guide del gruppo scoutistico, formato in prevalenza da studenti, lei diceva di avere qual-cosa in meno: « Io questo non lo so, non ho studiato ». Invece, assicura Antonietta Fezzi, « noi scoprivamo che lei aveva qualcosa in più: era immediata in tutto, realizzava concretamente ciò che noi ci attardavamo ad analizzare, a discutere, a catalogare, definire. Gli ideali che lo scoutismo ci proponeva e che noi, arrancando, cercavamo di esaminare, elencare, raggiungere, lei li viveva nelle piccole cose di cui quasi non ci si accorgeva: alzarsi da tavola prima delle altre, per servirle, per accorgersi che eri stanca e per sostituirti, per andare a cogliere un fiore per farti piacere. Mi disse una volta, continua la stessa signora Fezzi, che con lo scoutismo lei aveva scoperto Dio e il cristianesimo. In quegli anni infatti la sua formazione religiosa ebbe modo di consolidarsi maturando poi nella vocazione missionaria. Aveva espe-rimentato l’amore umano fino al fidanzamento, ma scoperto Cristo, era tutta per lui. Ho presente come fosse ora, il momento in cui mi disse che si sarebbe fatta suora. Mi parve impossibile: lei così esuberante, vivace, chiassosa, dinamica, in un con-vento, con tante ore di preghiera, con i silenzi, le obbedienze, la compostezza!... Poi mi resi conto che l’essenza della sua vocazione era l’esigenza di non fare le cose a metà. Dandosi a Cristo, nella sua concretezza e nella sua modernità, lo vedeva incarnato nei fratelli e voleva essere missionaria. Era lo specchio reale di quella parte di giovani che anche oggi risolvono i problemi del nostro tempo con l’azione concreta e continua. Quello che al primo momento poteva sembrare in con-trasto con la sua personalità, non era che la vera Angela, essenziale e autentica ». E così, l’il ottobre 1948, Angela Castelli, a ventiquattro anni, non per una delusione d’amore bensì per un amore più grande, lascia i genitori amatissimi, i fratelli, l’ufficio, il gruppo, va a Torino per diventare, dopo un periodo di tirocinio, suor Rita Rosa, missionaria della Consolata. Assume in pieno lo slancio apostolico della nuova famiglia religiosa, si arricchisce nello spirito con una soda formazione spirituale e biblica; la sua preghiera diventa più interiore, eucaristica e mariana. Se la legge scout ricorda ai giovani di puntare sempre verso l’alto nel compimento del proprio im-pegno, l’Allamano, il fondatore delle missionarie della Consolata, puntando ancora oltre, dice: « Vi voglio santi e santi da altare. Bisogna avere fame e sete della santità; desiderarla con la stessa forza con cui l’affamato desidera il cibo, l’assetato la fonte d’acqua fresca. Allora il Signore viene incontro alla creatura e la satolla, colma a poco a poco i vuoti, toglie ad uno ad uno i difetti, mettendo al loro posto l’abbondanza di ogni dono perfetto... Ciò che conta davanti a Dio è la volontà: una volontà piena, che non mette limiti, che non teme le altezze, il troppo... ». « Non mettere limiti, non temere il troppo... ». La “rover” di ieri freme di entusiasmo nuovo; con gioia scopre che la strada della missione conduce lontano e in alto. Difficoltà nel nuovo ambiente non mancano: la giovane novizia le affronta a cuore lieto, senza lasciarsi inceppare e senza voltarsi indietro. « E’ stato un tempo di noviziato bellissimo: suor Rita Rosa ci ha tenute allegre e serene tutte », assicurava la maestra delle novizie a don Ferraroni: e quella testimonianza preannunciava un modo spe-cifico di essere e di fare comunità. I periodi di formazione religiosa-missionaria le portarono via tre anni; i servizi vari, un anno; il corso infermieristico, tre anni; quello di assi-stente sanitaria, un anno; il servizio in ospedali e cliniche di Torino e Roma, ben otto anni. L’attesa dell’Africa si faceva dunque eccezionalmente lunga e laboriosa per lei, senza riuscire ad intaccarne l’entusiasmo. Nata per fare l’infermiera, nelle corsie e presso i malati ci godeva a servire ed era sempre come se fosse il suo primo giorno di lavoro. Capiva poi che il far pratica e il lavorare accanto a professionisti e a chirurghi illustri l’arricchiva con un dossier professionale d’eccezione. Addetta ai vari reparti, nulla sfuggiva ai suoi occhi: osservava, ascoltava, annotava, studiava e poneva quesiti ai professori che si meravigliavano dell’acutezza dei suoi rilievi e apprezzavano assai la sua collaborazione. « Ero convinta, scriverà più tardi, che la Provvidenza mi stava preparando un angoletto di Africa dove forse avrei dovuto affrontare le situazioni più impensate da sola, senza l’assistenza e le direttive dei medici e degli specialisti delle grandi città... ». Non si sbagliava. Finalmente, dopo un ultimo corso sulle malattie tropicali fatto a Lisbona, il 17 agosto 1965, Rita Rosa Castelli s’imbarcò per il Mozambico. Aveva quarantun anni e non li dimostrava, piena di vitalità com’era. Del resto, cominciare la vicenda africana a vent’anni o iniziarla a più di quaranta, non fa differenza: la missione non comincia dalla data di un imbarco, ma dal giorno in cui il cuore si vota interamente alla causa del Regno. « Vedo appagati i miei sogni... » II Mozambico con i suoi 787.000 chilometri quadrati è grande circa due volte e mezzo l’Italia. Le sue coste, lunghe ben 2.600 km. sull’Oceano Indiano, fronteggiano in tutta la loro lunghezza molte piccole isole, alcune con ricche formazioni coralline. Un quarto del territorio è coperto di foreste. Nelle pianure, la savana si alterna alla steppa. Il clima varia notevolmente da una zona all’altra, per la differenza di altitudine, la distanza dall’oceano e anche per la notevole differenza di latitudine: dal 10° al 27° sud. Comunque, specialmente sulla costa, la temperatura è molto elevata. La popolazione, costituita da diversi gruppi et-nici in maggioranza di razza Bantu, raggiunge i nove milioni, di cui un milione musulmani, circa 1.800.000 cattolici e mezzo milione protestanti. La grande maggioranza della popolazione segue tuttora le tradizionali religiosità africane, varianti da tribù a tribù. Tra loro l’evangelizzazione cristiana ebbe a protagonisti, oltre i preti portoghesi, i missionari gesuiti, i domenicani e, molto più tardi, i francescani, i Padri Bianchi, i Comboniani, i missionari olandesi monfortani. Nel 1925, giunsero anche i missionari della Consolata, seguiti nel 1927 dalle suore missionarie della Consolata. Colonia portoghese da più di quattro secoli, il Mozambico continuava ad esserlo negli anni ‘70, anche se ufficialmente era dichiarata « una provincia d’oltremare ». Era quindi ovvio che, mentre in tutta l’Africa sorgevano le nuove nazioni indipen-denti, prendessero forma in Mozambico i movimenti di liberazione, tra cui, il più noto e organizzato, il “Frelimo” (Fronte di Liberazione Mozambicana) che da più anni, attraverso la guerriglia, riusciva ad avanzare sistematicamente e a consolidarsi nelle regioni del Nord. Più lenta era la sua influenza in quelle del Sud, più vicine alla capitale, dove l’indipendenza sembrava ancora un sogno impossibile. È in queste regioni a sud del fiume Save, che suor Rita Rosa nel 1965, inizia la sua avventura apostolica. La sua prima missione è Massinga, nel cuore della foresta, al 600° chilometro della strada che, dalla capitale Lorenco Marques, conduce a Beira. Massinga fa parte della nuova diocesi di Inhambane, ricca di sole, di foreste, di spazio (è vasta come tre Lombardie messe insieme), e i missionari della Consolata sono riusciti ad aprirvi delle promettenti missioni. Da Massinga, la nuova venuta scrive all’amica Mirella: « La mia vita qui... non ti so dire. Quasi quasi non mi riprendo dalla realtà di una vita missionaria, scoutistica, in una foresta che è un paradiso terrestre » (15 dicembre 1965). Più dettagliatamente, in una relazione intitolata: « L’Africa non mi ha delusa » (cfr. “ECO”, 1-1966), racconta: « L’ho sempre sognata così la mia missione: piccole costruzioni in mezzo alla foresta, circondate di capanne di paglia, con nugoli di bambini che ti rincorrono quando ti vedono passare... Invece, quelli delle capanne dell’interno, non avvezzi a vederci, fuggono. Si avvicinano solo se chiamati dalla mamma o dalla nonna. Sempre però con diffidenza. Si fanno amici se regalo loro un pezzo di pane o un po’ di zucchero. Così vivaci come sono, se hanno bisogno di una medicazione a un piedino per una piaga tropicale o per un’otite purulenta, una congiuntivite di terzo grado, allora occorrono quattro braccia robuste che li tengano ben saldi, perché si possano prestar loro le cure del caso. La missione di Massinga, nel Sud do Save, è un’opera di assistenza sociale in pieno sviluppo. Chiesa, scuole, ospedale. Ospedale viene chiamato il luogo di cura dove passano centinaia, e non esagero se dico, migliaia di ammalati all’anno per cure ambulatoriali e degenze. Tutti i casi della patologia tropicale e non, compresa la lebbra. Molta la gente bisognosa di cure, di aiuto mate-riale, spirituale, morale. Così, curando il corpo, si conquista il cuore. Non sempre è facile, ma con l’aiuto di Dio, si fa sempre del bene. La gente è ancora tanto legata a superstizioni antiche. Non di rado prima di portare un ammalato al nostro ospedale, passano a consultare lo stregone. Se questi dichiara che la malattia può e deve essere curata da noi, ci conducono il paziente. Altrimenti il poveretto è lasciato in balia delle stregonerie con i risultati che si possono immaginare. Questo è l’ospedaletto dove, per ora, ho la fortuna e la gioia di prestare la mia opera: infermieristica? sanitaria? sociale? Chiamatela come volete. Quello che conta è che solo qui mi sento un’autentica missionaria e gusto pienamente la gioia di vedere appagati i miei sogni. Più volte mi ritornano alla mente i vecchi canti scout e gioiosa mente li canto. Qui s’incontra più da vicino il nostro Capo, Gesù Cristo. Qui si completa la no-stra vita di Guide! ». Massinga però doveva essere per lei soltanto una tappa preliminare di qualche mese, che le serve di ambientazione tra la gente di lingua Xitswa, di cui impara presto un frasario sufficientemente completo per farsi capire nel suo àmbito di lavoro tra i malati. Mapinhane, 170 Km. più a nord di Massinga, sempre sulla strada verso Beira, sarà il campo dove Rita Rosa potrà esplicare in pieno la sua vocazione missionaria e dare la misura della sua creatività e personalità apostolica. Vi giunge felice 10 (quella destinazione le era stata assegnata quando era ancora in Italia) il 5 febbraio 1966. Sono con lei suor Floriana Iericijo e suor Emma Piera Casali: e sono le prime suore che prendono residenza in quella missione, fondata dai padri della Consolata nel 1946, e dove, in quel tempo, lavorano padre Gerardo Gumiero, padre A. Marques e Fratel Giuseppe Cardinali. Le suore vi sono attesissime, specialmente suor Rita Rosa che dovrà aprire, organizzare e far funzionare il nuovo “Centro Sanitario” costruito dal Governo. Dovrà anche, prima di tutto, cercare di istruire qualche donna e qualche ragazza per avere un po’ d’aiuto nei servizi basici d’ospedale, dato che lì non c’è ancora neppure un infermiere. Il Centro Sanitario indubbiamente ha un grosso futuro, dovendo servire una zona vastissima e fare da punto di riferimento anche ad altre missioni non provviste ancora di centri sanitari. Il lavoro non spaventa certo suor Rita Rosa; il cuore che ama, non chiede che di dare e di darsi. L’ospedaletto nella foresta Racconta lei stessa nel suo articolo (cfr. “ANDARE alle genti”, 2-1970); « È caratteristico da queste parti: dove arrivano le suore subito si affollano le donne, i bambini, i malati d’ogni genere, i vecchi che di vivo hanno solo più gli occhi. Così a Mapinhane non ci fu bisogno di annunzi pubblicitari affinché la gente frequentasse il Centro Sanitario, come viene chiamato questo piccolo complesso nella foresta, che comprende soltanto il pronto soccorso, l’ambulatorio, un locale per le degenze, il consultorio e il reparto maternità. Questo fu il più difficile ad essere frequentato: le donne sono ancora terribilmente legate a mille superstizioni. Il parto, per avere buon esito, deve essere assistito solo dalle vecchie della parentela. Per fortuna, anche questa tradizione va lentamente cadendo in disuso e la mia piccola maternità ha già visto nascere a tutt’oggi settecentododici bambini. In posti isolati come Mapinhane, è indispen-sabile che l’infermiera sia anche ostetrica ed abbia una preparazione tecnica e professionale completa, perché un terzo del lavoro si svolge nel mondo delle mamme. Non sto a descrivere le ansie, i patemi d’animo, le notti insonni che mi sono costati i settecentododici bambini che finora ho visto nascere in Africa. Ma quello che più conta, è la gioia grande che provo ad ogni nuovo vagito che risuona in una culla. Da al mio cuore una felicità senza misura, specialmente quando è stato preceduto da ore di intensa trepidazione. Non dimenticherò mai Helena, la mia aiutante infermiera, alla sua prima faticosa maternità. L’avevo assistita per mesi con amore: tutto si presen-tava bene, ma un travaglio prolungato mise in pericolo la sua vita e quella del nascituro. Ricordo come sentii gravare su di me la terribile responsabilità di quelle due vite: le ore di ansia, i tentativi, le preghiere affannose di quella notte. E finalmente il bambino venne alla luce, con grande felicità mia e della mamma. Non esagero se dico che, in momenti come questi, mi pare di provare una gioia più grande ancora della mamma. Questa da al mondo un figlio frutto del suo amore. Io dono un po’ della mia vita che si fa a pezzi, al servizio dei fratelli più poveri, per amore di Dio. Le donne ora mi mandano a chiamare, e io accorro presso di loro anche nelle capanne della foresta. Nella mia casistica, batte il record Nuteja, la quale un mattino, alle prime luci dell’alba, aveva avuto una bella bambina. Tutto sembrava normale, e nessuno era venuto a chiamarmi. Ma, a sera, giunge un gruppo di uomini trafelati, « perché, dicono, sembra che Nuteja debba avere ancora un .altro figlio! ». Parto immediatamente con la mia borsa e, povera me! Per fortuna ho un velo e un casco in testa, altrimenti tutti vedrebbero che mi si rizzano i capelli dallo spavento quando trovo — in quali condizioni! — una madre, una neonata e un... nascituro... Certamente quella sera mi venne in aiuto tutta la corte celeste e finalmente Carlusciani, dopo una respirazione bocca a bocca durata per ben due ore, si decise a emettere il suo primo uhee! Ogni volta che ora la vedo passare nella missione in groppa alla mamma o che questa la porta all’ambulatorio, le dò una soffiatina in viso, come per ricordarle che vive del mio stesso respiro... ». Bellissima espressione: una di quelle che si trovano di frequente nelle lettere di Rita Rosa Castelli, e che rivelano il cuore con cui sta dan-dosi a tutti. Giacché Carlusciani non è la sola che « oggi vive dello stesso respiro » di questa missionaria; sono moltissimi anche gli adulti che, se sono tuttora vivi, lo devono a lei che si da a tutti come se ognuno fosse l’unico paziente da curare. Ne sono prova quelle centinaia di persone che ogni giorno, dal primo rischiarare dell’alba a tarda sera, si accodano di fronte alla porta dell’ambulatorio, e attendono pazientemente il loro turno. Purtroppo, i posti letto del Centro sono insufficienti. Inutile sognare costruzioni, ampliamenti, attrezzature specifiche. Ci vorrà del tempo prima che il Governo si decida a stanziare altri fondi per quell’ospedaletto della foresta che ha il torto di richiamare troppa gente anche da villaggi a due o tre giorni di strada. Per fortuna tutt'attorno ci sono degli alberoni enormi, dalla chioma foltissima, e i più bisognosi di cure si contentano di passare alla loro ombra tutto il tempo della degenza. Stanno lì non già alla rinfusa, ma ordinatamente, secondo le indicazioni di Rita Rosa, che ha contraddistinto ogni albero con un nome specifico, come si trattasse di un vero reparto clinico. Ecco così creato quello che lei scherzosamente chiama il padiglione S. Anna per le donne, quello S. Giuseppe, per gli uomini, il padiglione S. Domenico Savio per i ragazzi, il padiglione S. Giacomo, per l’isolamento, quello Santi Angeli Custodi, per i bambini... e altri ancora. E in ogni “reparto” lei passa più volte al giorno, per visitare, confortare, controllare la distribuzione dei medicinali. Ogni malato è fornito di una cartella su cui vengono annotati con diligenza i dati relativi; è pure rifornito di una stuoia e di una coperta, perché possa ripararsi almeno un poco dalla brezza notturna... Sempre sollecita, sorridente, immediata nella intuizione di una diagnosi, pensosa e accurata nella scelta della terapia, suor Rita Rosa attinge abbondantemente dal magazzino che le case farmaceutiche di Lorenco Marques, gli amici di Lecco, i familiari e tanti altri le mantengono costantemente ben fornito, permettendole di distribuire medicinali con larghezza, lieta di alleviare la sofferenza dei poveri, lietissima poi quando le sue cure intelli-genti riescono a dare a qualche donna, già consi-derata sterile, la gioia della maternità. Lei sente molto la sua responsabilità: « Quante ansie, scrive ancora, quanti dubbi! A volte invoco la comparsa improvvisa di un medico con cui consultarmi, per dissipare incertezze e timori. Invece nulla. Qui siamo in piena foresta! L’ospedale più vicino, dove c’è un gabinetto per analisi, una radiologia, una sala operatoria, è a duecento chilometri. Mezzi di trasporto: nessuno; strade, difficilissime. L’ufficiale medico incaricato della mia zona, non è giunto a Mapinhane che tre volte in un anno, perché è l’unico medico in un distretto di 30.000 chilometri quadrati! Perciò non sono poche le volte in cui mi inginocchio di fronte a Gesù Eucaristico, per un colloquio da infermiera al Medico per eccellenza. - Gesù, aiutami a salvare Finizasse! Arrivato stanotte, reduce da una rissa a coltello da cui è uscito con due larghe ferite, è in condizioni gravissime. Gli ho suturato quella del braccio, ma la ferita alla schiena mi preoccupa assai. Ha provocato un pneumotorace spontaneo. E Atalux? Tu sai, Gesù, che se ne andava tranquilla di buonissima ora con la sua zucca in testa in cerca d’acqua, e a un tratto stramazza al suolo, raggiunta dalla freccia di un cacciatore che cercava di colpire una gazzella. Portata alla missione, ho dovuto prontamente intervenire per estrarre la parte metallica della freccia (fatta ad àncora), incastratasi fortunatamente nelle parti molli del terzo medio superiore della coscia. Ricordati, Signore, anche della vecchia Sakimasi, che se n’è tornata a casa dopo quattro mesi di degenza, senza più un braccio, amputatele per la cancrena. Se n’è andata perfettamente guarita delle sue bruciature di primo, secondo e terzo grado... E così potrei continuare l’elenco dei miei malati di ogni specialità, tipo e qualità: adulti, vecchi e bambini in condizioni disastrose per la fame e per i postumi di malattie tropicali trascinate da lunga data, con i segni caratteristici della denutrizione e sue conseguenze... È tanto bello poter aiutare tutti e dimostrare veramente che « Come il Padre ha amato me, così io amo voi tutti », cara gente di Mapinhane! E questo da alla mia vita di missionaria infermiera una misura colma e straripante di gioia » (cfr. “ANDARE alle genti”, 2-1970). Un missionario giornalista, P. Giovanni Mazza, IMC, che nel febbraio 1969 capitò in visita a Mapinhane, restò tanto colpito dalla multiforme attività di suor Rita Rosa, che non esitò a chia-marla « la dott. Schweitzer sotto il velo » (cfr. “MISSIONI CONSOLATA”, giugno 1969). Il giornalista ricorda anche una significativa dichiarazione di suor Rita Rosa, sfuggitale quando, passando da uno all’altro di quei caratteristici “reparti arborei” per mostrargli i suoi malati, gli diceva: « Io sono felice e perciò sono chiamata a dare di più. Per il fatto che ho ricevuto dei talenti, che ho avuto un’infanzia felice, che vivo in condizioni confortevoli rispetto a questa povera gente, non devo considerare queste cose come logiche e naturali: devo dare, dare, dare! ». E dava e si dava con amore crescente. Parlando delle flebo che applicava ai malati, diceva: «Sono trasfusioni d’amore». Vedendo tanta sofferenza che ora almeno trovava un po’ di conforto all’ospedale, immaginava quanto triste doveva essere la sorte dei poveri, quando a Mapinhane non c’erano infermieri. Esclamava: « Perché non sono nata e non sono venuta qui vent’anni prima? ». La sua felicità trapela dalle lettere che invia ai lontani e, soprattutto, dal suo comportamento quotidiano. Nel cuore della foresta, in un clima caldo-umido con temperature che fanno salire, il termometro anche oltre i 40°, ella difficilmente da segno di stanchezza e a sera, al termine di una giornata faticosa, in casa si mette a cantare forte una canzonetta, una barcarola allegra. Però, se c’è qualcuno che sta male, lei quella sera non può cantare. Deve vegliare accanto a lui, attenta ad ogni cosa, per cercare sollievo alla sua sofferenza, alla sua agonia. Quella volta che, tornando da una camminata ai villaggi, spossata di forze, non poté vegliare una ragazzina che poi morì nella notte, se ne rattristò oltre ogni dire. E’ vero che si trattava di tisi all’ultimo stadio e che non c’era più nulla da fare per lei, ma Rita Rosa spiegava che « avrebbe potuto farle sentire almeno la presenza di qualcuno che le voleva bene ». Colpita dalla malaria, periodicamente era costretta anche lei a letto, con febbroni violenti. Si rialzava non appena la temperatura si abbassava, per essere di nuovo tra i malati: « Questi poveretti stanno più male di me, e stanotte essi hanno dormito per terra, su una stuoia, e non su un letto come me... », diceva, riprendendo la sua fatica. Sentire dal di dentro Ogni missionario è testimone di una felice esperienza. Partito per “insegnare” secondo il genuino mandato evangelico, scopre che ha anche molto da imparare dai popoli in mezzo a cui è inviato, particolarmente dai più poveri. E la scoperta lo riempie di gioia. Suor Rita Rosa ripete nelle sue lettere: « Abbiamo molto da imparare da questa gente che sembra nata ieri nel paradiso terrestre! ». Fin dagli inizi, è colpita dalla semplicità sconcertante del loro tenore di vita, dalla tranquillità con cui affrontano gli imprevisti. « Ci sono dei malati, scrive, che camminano magari tre giorni per giungere al mio ospedaletto. Eppure sono partiti senza por-tare nulla con sé, sicuri di trovare per strada il cibo che la natura provvidente offre a tutti. Si contentano di una banana, di un cocco. Il cocco serve da pane, pietanza, frutta e bevanda. Trovi sempre un cocco. Esso ha sufficienti calorie da so-stenere una persona per una giornata, e a volte contiene anche mezzo litro di succo. Sono poveri e il Signore dona loro quello che per noi, in piena civiltà, ci vogliono fabbriche e hotels a preparare ». In dicembre, all’inizio della stagione delle piogge, gusta con piacere le formiche bianche che la gente arrostisce rendendole così croccanti da rappresentare, osserva lei, un pregevole piatto natalizio. Ammira la semplice gioia con cui i poveri godono di tutto; scopre che i cosiddetti “primitivi” non sono poi così sprovveduti di fronte alla vita come qualcuno ingenuamente crede; conoscono le leggi della vita, della natura, le insidie della foresta e delle belve e sanno come affrontarle, Apprezza particolarmente la religiosità che si esprime in gesti cultuali di profondo significato: i Watswa sono monoteisti e hanno delle leggi di comportamento basate su una moralità naturale. Da vera missionaria, i suoi contatti con loro sono pieni di simpatia e di rispetto. Prima di evangelizzare, e per una evangelizzazione che vada in profondità, è ansiosa e attenta a cogliere le motiva-zioni dei loro comportamenti, a scoprire gli usi, i costumi di una cultura che le è sconosciuta, e di cui intuisce i valori reconditi. Ammira la fortezza e la dignità con cui le donne sanno affrontare il travaglio del parto; ammira la solidarietà che unisce gli uni agli altri, l’ospitalità spontanea e l’accoglienza che trova an-che nelle più remote capanne della foresta. Simpatizza con tutti, giovani e adulti, guadagnandosene la fiducia, tanto che un vecchio stregone, sentendosi verso la fine, la manda a chiamare per affidarle i segreti della sua arte, delle sue erbe, delle sue divinazioni a base di pietruzze, bastoncini e ossicini... Suor Rita Rosa ascolta la lunga lezione con serietà e attenzione; capisce che è .un grande gesto di fiducia e di stima che il vecchio sta dimostrando verso di lei, una straniera. Ne raccoglie le erbe; « Di qualcuna, scrive, conoscevo già le proprietà terapeutiche, di altre no e le ho inserite nella mia farmacopea ». Più volte, capitando in un villaggio mentre lei gente, raccolta in circolo, sta eseguendo il tradizionale pianto funebre per un morto, lei si inserisce nel gruppo non per curiosità, ma per spontanea partecipazione al dolore comune, e con tutta naturalezza formula anche lei le sue condoglianze. La gente ne è favorevolmente impressionata e commenta: « Questa suora è proprio una di noi ». Se poi si tratta della sepoltura di un cristiano, la sua partecipazione è ancora più viva, e le preghiere spontanee e le abluzioni con l’acqua benedetta sono così abbondanti che qualcuno le dice: « I funerali a cui tu presiedi, sono più belli ». E ciò perché lei con disinvoltura adatta il rituale alla loro mentalità, e, soprattutto condivide e sente dal di dentro tutto ciò che tocca gli altri. Non c’è nulla infatti che lei non senta « dal di dentro ». Le sue lettere africane sono interessantissime e meriterebbero di essere pubblicate sia per la loro ricca aneddòtica, sia perché rivelano la sua partecipazione sincera alla vita quotidiana della gente, perfino all’attesa spasmodica delle piogge che mettano termine alla tragedia della fame. Missionaria autentica Missionaria veramente post-conciliare, aveva fatto suo il documento “Ad Gentes” portando nella routine della missione antica, i fermenti dinamici della missione nuova, attenta ai “semi del Verbo” che sono racchiusi nelle culture dei popoli, e soprattutto attenta a scorgere l’azione dello Spirito Santo in mezzo a loro e alle giovani Chiese. Benché abbia la giornata piena di malati, vuole trovare tempo anche per la catechesi, sia spicciola, da persona a persona, sia di gruppo. E’ piena di ammirazione per l’impegno cristiano dei neofiti, per la semplicità con cui vanno a Dio nella preghiera, per il coraggio anche eroico che dimostrano nella pratica della vita cristiana. Ne parla con entusiasmo nelle sue lettere agli amici lontani, anche con lo scopo di stimolare la fede un po’ stanca delle nostre Chiese di antica tradizione cristiana, dove si fa fatica perfino ad assistere alla Messa festiva. « Qui invece, scrive, il primo sabato di ogni mese c’è il raduno dei catechisti e di tutti i cristiani. È sempre uno spettacolo commovente: ragazzi e ragazze, donne e adulti, fanno anche 40-60-80 chilometri a piedi per non mancare al raduno. Questa notte, dormiranno sotto le piante; domani mattina, ascoltata la Messa, s’incammineranno per le loro case, dopo aver mangiato un po’ di polenta, tutto ciò che possiamo dare. Per loro, venire alla missione centrale, è come per noi andare a Roma l’Anno Santo. E il Signore darà loro ogni mese i meriti di un Anno Santo! » (1° marzo 1966). E in un’altra lettera: « Anche per questa Pasqua battezzeremo una ventina di donne adulte, catecumene già da diversi anni e che hanno dimostrato nella loro vita pratica che cosa vuoi dire essere veramente cristiani. Una di queste donne mi aiuta in ospedale. Ha un cuore d’oro in cui “la semente del Verbo” lavora molto e da tempo. Il venerdì santo, alle tre del pomeriggio, l’ho lasciata sola in ospedale per andare alla Via Crucis con la comunità che gremiva la chiesa. Ad un certo punto, non essendo tranquilla sulla sorte di una puerpera che aveva partorito da poche ore, uscii di chiesa e feci una scappata in ospedale. Floriana non sentì il mio passo, perché calzavo scarpe di gomma, e così la sorpresi mentre inginocchiata davanti al Crocifisso, pregava e colloquiava forte con Lui; ne doveva sentire la voce, perché poi gli rispondeva. Accortasi finalmente della mia presenza, non se ne sconcertò. Mi spiegò semplicemente che, ricordando la Passione di Gesù, gli parlava e ne ascoltava la voce. Non vi nascondo che questo è servito a me per un serio esame di coscienza, e alla sera non riuscivo a prendere sonno. Avrei voluto sentire anch’io la voce di Gesù che mi dicesse molte, molte cose... Eppure non è la mia vita, il mio lavoro tutta una preghiera, un dialogo con Cristo (nel malato, nel povero)? Non è una testimonianza in mezzo a questi miei fratelli? » (21-3-1974). Suor Rita Rosa è molto fedele a quelle soste di preghiera che punteggiano la giornata della sua comunità missionaria: nella recita dei salmi, del rosario, la sua voce s’alza sonora e chiara. Com’è tutta nel lavoro/è anche tutta nella preghiera. E’ vero che « lavoro da mattina a sera, e qualche volta dalla sera alla mattina, finché il Signore mi da forza e salute. Gesù è vicinissimo, non si può dimenticare; il lavoro stesso, di momento in momento, mi ricorda la sua presenza. Non potremmo vivere, umanamente parlando, solo con le nostre povere forze e possibilità umane. E così, lavorando, cerco di farmi santa. Lo spero e lo desidero vivamente » (19 marzo 1966). E un’altra volta: « Cerco di non lasciarmi prendere dalla febbre del lavoro (quella della malaria viene da sola anche se non si vuole): altrimenti, senza preghiera, povera vita missionaria! Sì, prima santa religiosa, e poi tutto il resto. Qui si sente ancor più la necessità di essere santi o niente! Aveva ragione l’Allamano, il nostro Fondatore, nel raccomandare ai partenti per l’Africa di essere sempre aggrappati fortemente alla preghiera, ai voti, all’Istituto. Viviamo in mezzo a gente per lo più non cristiana, le cui uniche preoccupazioni (condizionate dalla sopravvivenza) sono le necessità materiali, per cui conducono sì una vita naturale buona. ma molto terra terra. E si fa presto a diventare “materiali” anche noi » (ottobre 1966). Riflettendo sulla sua vocazione missionaria scrive: « Pur stanca, esausta qualche volta e con la malaria nelle ossa, sei trascinata a pregare e a darti a questa cara gente... Il Signore è stato tanto buono nel chiamarmi alla missione e a darmi tante consolazioni (per il lavoro). Non me le sono meritate. Sono state certamente le preghiere di chissà chi, perché (Lui) mi abbia prescelto in mezzo a molte altre più buone di me » (13 maggio 1967). « E’ così bello spendersi per questi malati, soprattutto per le loro anime! E queste si pagano con i propri sacrifici, con la propria vita » (19 marzo 1966). « Vi sono suore che sono qui da venti, trent’anni... A pensarci mi viene un brivido. Però è come una molla per correre, correre, e non solo camminare e sedersi all’ombra di qualche pianta, quando il sole brucia le cervella... » (25 marzo 1968). « Le giornate sono afose. Ho fatto un po’ la pelle dura al sole equatoriale, ma ciò non toglie che il caldo non si senta... e fa venire voglia di tuffarsi in acqua come le rane, seppur bagnate come pulcini (o meglio come galline, perché ora sono vecchia), per il sudore che cola giorno e notte... Ma veramente i sacrifici che facciamo per essere proprio qui sul campo missionario, ci sono largamente ricompensati anche su questa terra... ». « ...La mia vita continua sempre bene... Il lavoro che mi costa più sacrificio è la cura di certi malati: una cosa che non si può descrivere, sì che devo fare sforzo per vedere il Corpo di Cristo in persone così deturpate. Ma il Signore non poteva darmi regalo più grande: poter fare la buona samaritana. Aiutami, Mirella, e prega perché sappia portare sempre la testimonianza di Cristo nel mio lavoro e sia veramente buona, una santa missionaria. E’ l’unica cosa a cui dobbiamo mirare: farci sante, ognuna al suo posto » (25 marzo 1968). Confessa che per il suo carattere, sempre tutto impetuosità, le è facile sbottare, impazientirsi. Ma ama così tanto il Signore che è certa di esserne perdonata: con le persone poi che ha sconcertato con qualche scatto, è pronta a riparare, ad andar loro incontro con una parola di scusa, un gesto di aiuto. Il sole non tramonta mai senza che il suo volto sia tornato gioioso e sia in pace con tutti. A vederla così spericolata al volante di una jeep, a guado a piedi nudi nell’acqua, in bilico su certi ponticelli dondolanti su fiumi in piena, oppure tutta presa da un’attività incalzante, non si direbbe che dentro di lei ci sia tanta carica di interiorità, tanta sete di Dio, di santità. Ma quelli che le stanno vicino lo sanno: sanno che il coraggio della sua vita donata sta tutto nella fede, nella coerenza a un sì pronunciato un giorno lontano al « Se vuoi » di Cristo e che rinnova ogni giorno con amore nuovo, con gioia. Scout sempre « Scout una volta, scout per sempre », diceva Lord Kitchener. E’ un fatto che per suor Rita Rosa l’aver incontrato in gioventù un movimento i cui ideali erano stati determinanti nelle sue scelte di vita, fu un qualcosa che lei non poté mai dimenticare, tant’è che dopo vent’anni e già verso la cinquantina confessava che nei momenti difficili le era tuttora spontaneo ricorrere ai ricordi degli anni verdi per riprendere quota. Ricordando che « gli scouts nelle difficoltà sorridono e cantano », si faceva animo: « Canto che... mi passa », confida a don Aldo Cattaneo. E quando la fatica si fa più pesante e i contrasti più acuti, guardando al cielo, dice che « lo vuole di prima classe », e con ciò si riferisce ai due gradi del distintivo scout. Chi conosce un po’ le caratteristiche e il gergo scout, capta facilmente le sfumature di certe espressioni che ricorrono sul labbro e negli scritti di Rita Rosa Castelli. Infatti, in una missione d’Africa affondata nel cuore d’una foresta tropicale, dove le avventure si moltiplicano, le notti sotto la tenda sono frequenti, il contatto con la natura più intenso, i riferimenti allo scoutismo balzano nelle lettere, specialmente in quelle dirette alle antiche Guide, ai Lupetti, alle Scolte di Lecco. « Ora sì, dice, ho imparato a distinguere sulla sabbia o sui sentieri della foresta le orme di un uomo, di una donna, di qualsiasi animale ». Il riprendere lo zaino in spalla dice che la ringiovanisce e le fa anche rimpiangere i suoi scarponi da montagna. Accoccolata attorno al fuoco nei bivacchi notturni nella foresta o in un villaggio, non può non ricordare i giocondi falò dei campeggi giovanili. Tutto questo spiega la gran voglia che ha di fondare un gruppo scout tra le adolescenti della missione. In un articolo tuttora inedito, inviato al periodico dell’Istituto scrive: « Se non avesse la pelle nera Kissinau assomiglierebbe proprio alla vec-chietta della Buona Azione (come chiamavo una nonnina di Lecco quando, “camoscio sempre in vetta”, le portavo un fascio di legna, le pulivo la casa, le lavavo qualche straccio). Sono passati parecchi anni, eppure rivivo con le ragazze della missione molti monumenti di vita scoutistica. Non posso parlare- ancora di una organizzazione di Guide vere e proprie. Sono ancora molto immature in tante cose, ma non per quanto, riguarda la B. A. (buona azione) quotidiana della legge scout. Così le mie gazzelle in erba di Mapinhane sono “sempre pronte” (il motto scout: Nzi ikena} e, visitando le capanne dei poveri, dei malati e dei vecchi portano loro acqua, che in questo periodo di siccità è più preziosa dell’aria che si respira. Simpatico il gesto della piccola Marta. In una uscita con le ragazze, io m’ero fermata al pozzo per aiutarle ad attingere acqua, ed ecco che mi vedo tornare Marta, senza blusa e solo più con la gonnellina stinta. Attorno al torace nudo, s’era annodato il fazzolettone che le ragazze generalmente portano in capo. Al mio sguardo interrogativo, Marta mi si avvicina a testa bassa e, con un fil di voce mi dice: — Ho lasciato il mio Kikatau (blusa) come vestito alla piccola Misilasi: non aveva niente, credimi, era proprio nuda... Cara Marta, senza conoscere la storia di san Martino, hai seguito anche tu le sue orme! Ed io, ancora una volta, ho goduto nello scoprire i tesori di bene che si nascondono in mezzo a questa gente... ». L’articolo, come altre volte, si conclude con un invito alle Guide di venire in Africa per un cam-peggio, e magari per tutta la vita, giacché dice, « l’ideale scout si completa e si perfeziona in quello missionario ». Animatrice missionaria Come ricorda lo scoutismo, così ricorda la famiglia, Lecco, la sua gente, le amiche di un tempo e, dopo tanti anni, continua ad essere legata con tutti da forti vincoli di amicizia. L’amicizia e la fedeltà nell’amicizia, è infatti un’altra caratteristica di Rita Rosa! Nonostante la molteplicità delle sue attività, lei riesce, anche da lontano, a mantenere i contatti sia con la famiglia e i fratelli 26 carissimi, sia con gli antichi colleghi d’ufficio, i dottori, il personale delle cliniche dove ha fatto pratica, le compagne di studio e di lavoro. Nuove amicizie ha intessuto a Roma, a Lisbona, a Lorenço Marques, e tutti ella coinvolge nella sua passione apostolica, riuscendo, attraverso la corrispondenza, a suscitare ed alimentare una cooperazione missionaria concreta e fedele. Le sue lettere al Laboratorio Missionario di Lecco, sono puntuali, cor-diali, vibranti di entusiasmo. Sempre ricche di notizie, di contenuti e di discrete sollecitazioni al bene, sono anche piene di provocazioni per un mondo di iniziative. Ora si tratta di trecento camicini e di altrettanti pannolini per neonati, ora di medicinali, di attrezzature ospedaliere, agricole... Le risposte dei Lecchesi sono pronte e gene-rose, e la missionaria cresce in ardire: così da Lecco partirà dapprima un trattore per dissodare i terreni incolti, poi un’autoambulanza per il tra-sporto dei malati all’ospedale del capoluogo di provincia; infine partirà anche una Volkswagen per rendere più veloci e frequenti le sue puntate apostoliche. Esprime la sua riconoscenza alla parrocchia di Acquate, al Gruppo Missionario, e a tutti quelli che rispondono ai suoi appelli, in un simpatico articolo intitolato « La gioia di ricevere e di dare » (cfr. “ANDARE alle genti”, 2-1973). Ricordando come da ragazzina era fortunata nelle lotterie e nelle tombole, tanto che tutti dicevano che lei era nata con la camicia, scriveva: « Io ci ridevo su, allora, ma in fondo credevo alla mia fortuna e alla mia sorte privilegiata. Ci credo ancora adesso perché la vita, e specialmente quella missionaria, non mi ha delusa, tanto che perfino i bimbetti del mio ospedaletto-maternità partecipano alla mia fortuna e nascono oggi anch’essi con la camicia, non solo, ma quasi con un “corredino Chicco” da far invidia a qualsiasi mamma del mondo. E’ la generosità di tanti amici che dall’Italia mi mandano pacchi, doni, offerte per le nostre missioni; è l’inesauribile carità cristiana che mi da la possibilità e la gioia, da quando sono in Africa — e sono ormai otto anni — di non lasciare mai partire nessuno dalla mia missione senza avergli donato qualcosa che a mia volta ho ricevuto. La felicità di ricevere è grande quanto è grande la gioia di poter donare aiuti a tanti bimbi, alle mamme, ai numerosi vecchi e a tutti quelli che possiamo avvicinare e che hanno spesso bisogno di tutto... Vedo attorno a me e dietro ogni dono, una persona, una mano che vorrei stringere, un amico che vorrei ringraziare... Quando sento pulsare il potente motore del trattore che ci avete provve-duto, mi sembra che esso canti il canto della carità, mentre la gente batte le mani misurando i raccolti che, oggi, grazie a quel trattore, sono dieci volte quelli di un tempo. La gratitudine dei poveri è grande ed io vorrei che il loro grazie potesse giungere a tutti, con il mio di missionaria, che è pieno di gioia. Sì, perché personalmente il mio ricevere è sempre stato in misura tale da superare ogni mia aspettativa, da prevenire e soddisfare ogni mio desiderio, da non farmi mai temere di rimanere in secca, anche se il mio dare è continuo ». L’11 agosto 1972 suor Rita Rosa ritorna in Italia per qualche mese di vacanza e di aggiorna-28 mento religioso-professionale. Prima di lasciare l’Africa, ha avuto la gioia di inaugurare il reparto S. Rita, stavolta in muratura, e il reparto S. Antonio, per gli anziani. Due realizzazioni per cui ha faticato e che le fanno sperare che, poco per volta, altri reparti in muratura sostituiranno i “padiglioni arborei” d’emergenza distribuiti nei pressi dell’ospedale. E dei malati, dei suoi catecumeni, della sua gente e della carissima missione di Mapinhane ella parla a Lecco, a Como, a Milano, a Torino, a Roma e dappertutto dove, in quei mesi di vacanza, riuscirà a portare la sua testimonianza missionaria. Le parole le sgorgano dal cuore con spontaneità e calore contagiando missionariamente chi l’ascolta nelle assemblee e negli ambienti più vari. E’ ancora una volta la testimonianza fresca che viene dalla missione e dalle giovani Chiese e che i missionari di passaggio sono lieti di portare alle loro Chiese d’origine, per raccontare a tutti, come si legge negli Atti degli Apostoli, « le grandi cose » che lo Spirito di Dio opera in tutte le Chiese. Si costituiscono così dei ponti tra l’una e l’altra comunità e degli scambi preziosi di grazia. La ricchezza convincente di esperienze vissute in prima persona, pagate sulla propria pelle, è di un’efficacia insostituibile. Dei giovani domandano a suor Rita Rosa: — Si sente realizzata, lei? E’ contenta della sua voca-zione? E lei esplode: — Non solo realizzata, non solo contenta, ma felice, felice! Ne è prova la gioia che le sprizza dagli occhi, parlando del suo prossimo ritorno in missione. I giorni dell’ansia e del sacrificio Riparte per l’Africa il 16 marzo 1973; ai familiari e agli amici non nasconde qualche preoccupazione per la nuova situazione politica che si sta creando in Mozambico a causa della guerriglia che ha già condotto alla chiusura di alcune missioni del nord del paese. Le notizie sono incerte e contraddittorie. — Pregate, pregate per il Mozambico, per i nostri cristiani... E pregate anche perché noi missionari possiamo essere fedeli alla Missione, al nostro popolo, fino alla fine. In viaggio verso Lisbona, dove s’imbarcherà, ha la possibilità di fare una sosta a Lourdes: ne ha bisogno per prendere coraggio nuovo anche per accettare di compiere un grosso distacco. Infatti, proprio alla vigilia della partenza, ha saputo che è stata trasferita alla missione di Nova Mambone, e la notizia le ha spezzato il cuore. Deve dunque esperimentare anche lei l’indescrivibile pena che ogni missionario prova nel lasciare una missione dove ha faticato per primo a disboscare, a seminare, a impiantare, per andarsene altrove e ricominciare tutto dal nulla. Eppure la prova della vera vocazione missionaria è anche questa: avere il coraggio di separarsi da ciò che si è creato da zero per ritentare tutto da capo in un campo diverso. Suor Rita Rosa non nasconderà di aver pianto, sostando a Mapinhane, per fare le consegne e salutare la gente: ma ha promesso « alla Madonnina una carica di serenità, di allegria, di buon spirito ». Manterrà la promessa, costi quel che deve costare. E già il 22 maggio, scrivendo da Nova Mambone, può dire ancora una volta: « Sono felice, felice, felice! ». Lì, invece di un ospedaletto affollato, ha trovato solo un piccolo dispensario frequentato da pochissima gente che, restia, si fida solo degli stregoni locali. Per varie settimane dovrà andare lei stessa, di villaggio in villaggio, a farsi conoscere, a rompere la diffidenza, a convincere le donne a curare in modo diverso i loro piccoli. In una di quelle scorribande perlustrative, capita in un villaggio dove si sta facendo il pianto pubblico per la morte di un guerrigliero, che ha lasciato vedova la giovane moglie con quattro figli. La missionaria ne ha pena; piange con la sconosciuta donnina e, venuto il suo turno, formula così sentite condoglianze che tutti ne sono meravigliati. « Quella stessa sera, racconta, mi vedo arrivare alla missione una dozzina di donne: una porta in testa una zucca piena d’acqua, un’altra, un grosso vaso di terracotta pieno di polenta, un’altra, tre banane, una quarta, un intingolo locale. Tutte mi offrono i loro doni, in segno di riconoscenza per avere io, straniera, partecipato oggi ad un lutto, piangendo con loro. Per questo mi riconoscono ora come una del loro clan, chiamandomi mamani malungo munene kwazi, che vuoi dire: “la mamma bianca che ci vuole bene...”. Non ho ragione di cantare e di dire che sono felice, felice, felice? Dite poco aver conquistato il cuore, la simpatia, la fiducia della gente? Sono certa che da domani non avrò più tempo di girare di capanna in capanna, perché il mio piccolo ambulatorio finalmente comincerà a essere frequentato ». E’ bastato uno di quei suoi gesti pieni di partecipazione umana al dolore di un fratello anche se sconosciuto, che la diffidenza è caduta, la gente non la ritiene più una straniera e non avrà più timore di essere avvelenata dalle sue medicine. Così anche a Nova Mambone le sue giornate sono di nuovo piene di malati piccoli e grandi: in più Nova Mambone le permette numerose esperienze di evangelizzazione diretta e di servizio nei villaggi lontani. Gli aneddoti, le avventure, gli incontri si moltiplicano e le sue ultime lettere dimostrano che il « vecchio camoscio scout è sempre in vetta », secondo il suo stile. Però nelle sue lettere le notizie sulla incerta situazione politica del paese, sono sempre più frequenti. Il 25 aprile 1974, a Lisbona, la « rivoluzione dei fiori » abbatte il regime ‘di Caetano. Per il Mozambico, questo segna l’inizio di una nuova vita, ricca di speranza e, nello stesso tempo, di contraddizioni e di rischi. Il Frelimo cammina verso l’indipendenza del paese, ottenuta senza più ricorrere alla guerra armata. Tuttavia la guerriglia continua ancora a mietere vittime e le rappresaglie si moltiplicano. Solo con l’accordo di Lusaka (7 settembre 1974) si raggiunge un’intesa tra i capi del movimento rivoluzionario e il governo portoghese, fissando per il 25 giugno 1975 la data dell’indipendenza: da quella data il capo del Frelimo, Samora Machel, diventerà il Presidente della nuova Repubblica Popolare del Mozambico. Ma l’ingiustizia di quattrocento e più anni di dominio coloniale non può essere dimenticata: nella seminata d’odio e di rancore verso i portoghesi detentori fino all’ora del potere, vengono accomunati anche i missionari bianchi, annunciatori di una religione straniera. Comincia così a salire verso i missionari un’onda pesante di astio, di calunnie. La propaganda marxista-comunista, a cui si ispira il nuovo regime, metterà presto duramente alla prova anche i cristiani nonché i gruppi islamici del paese. Più incerto che mai si fa il domani della mis-sione: suor Rita Rosa, assieme agli altri missionari, mentre sinceramente partecipa alla gioia euforica che pervade tutti in quei mesi di preparazione al grande giorno dell’indipendenza nazionale, soffre profondamente per il cerchio d’odio che si stringe attorno alla comunità cristiana. Ne parla con rapidi e velati accenni nelle lettere, perché è iniziata la censura e bisogna andare cauti nell’esprimersi. Dall’Italia scrivono promettendo l’invio di altre casse di medicinali, di indumenti, di suppellettili. Per la prima volta, nonostante le necessità incalzanti di quella poverissima popolazione, suor Rita Rosa deve dire di sospendere le spedizioni, non essendo più accettate queste forme di aiuto. « Di una cosa sola abbiamo bisogno ora: di preghiere », scrive. E la richiesta di preghiere riempie le sue ultime pagine che esortano addirittura ad una crociata corale di suppliche e di offerta di sacrifici, per ottenere grazia per il paese, per il popolo e per i missionari. Apparentemente la vita continua come prima; nel sud quasi tutti i missionari sono ancora al loro posto di lavoro e suor Rita Rosa a Nova Mambone è in piena attività. Le mancano dei medicinali, deve fare delle provviste, deve portare la Volkswagen per riparazioni fino alla capitale, che dall’indipendenza prenderà il nome di Maputo. Un viaggio di circa novecento chilometri. Lungo questo percorso, da Mambone alla capitale, si trovano scaglionate le missioni di Maimelane, di Vilanculos, di Mapinhane, Muvamba, Massinga, Inhambane. Così ha modo di rivedere confratelli e consorelle, di scambiare parole di saluto e di incoraggiamento reciproco. A Maputo, alla casa centrale, si ferma volentieri circa una settimana. Fa le provviste nelle farmacie e nei negozi: i primi razionamenti cominciano a pesare e i fornitori nicchiano, ma lei è sempre così convincente nel perorare la causa dei malati e dei poveri, che anche quella volta riesce ad ottenere ancora provviste relativamente abbondanti: è felice per quello che riuscirà a portare a casa ed è fiduciosa’nelle prospettive di lavoro che si delineano a Nova Mambone. Confida i suoi progetti a suor Gian Carla, soffoca la tristezza di certe difficoltà ambientali con un sorriso: l’Africa non la deluderà neppure questa volta. Dio le vuoi bene e lei vuoi bene a tutti; quando si ama, nella fede, le ombre si dissipano al sole. Il lunedì mattino 27 gennaio 1975, si mette in viaggio per tornare da Maputo a Nova Mambone. Sono con lei due fratelli coadiutori: Fratel Giuseppe Cardinali e Fratel Francisco Neves. Quest’ultimo è alla guida del camioncino carico di provviste, con a fianco un giovane catechista; Fratel Giuseppe guida la Land-Rover dove prende posto suor Rita Rosa. Partono prestissimo, per rifare i novecento chilometri di strada. Contano di pernottare a Inhambane o a Massinga, per proseguire il martedì mattino per Nova Mambone. Dopo cinquanta chilometri di strada, Fratel Francisco, che purtroppo si sente i brividi della malaria, ferma il camioncino: non ce la fa più a guidare. Fratel Giuseppe prende allora la guida del camion e suor Rita Rosa, con la sua solita prontezza, quella della Land-Rover, perché Francisco possa riposare. Così i due uomini proseguono il viaggio sul camion, mentre la missionaria si mette al volante della Land-Rover, con a fianco il catechista indigeno. In verità non sta troppo bene neppure lei, ma anche quel giorno non ha esitato a dimenticare se stessa, per sollevare un fratello: la generosità non è forse il suo stile? Un’altra cinquantina di chilometri, sono appena le sette e mezza del mattino. Tutto procede bene: scambia qualche parola con il catechista, pregano insieme e così la strada si fa meno lunga. A un tratto, una foratura, uno sbandamento, un piroettare e un ribaltare tragico della macchina su se stessa. Il catechista, proiettato fuori della cabina, se la cava con qualche ammaccatura e un grosso spavento; per suor Rita Rosa invece, è la morte che, improvvisa e rapida, bagna di sangue l’ultima eroica “Buona Azione” di una scout missionaria. In tutte le missioni del Mozambico e, particolarmente in quelle della diocesi di Inhambane dove suor Rita Rosa era conosciutissima, il cordoglio fu grandissimo. « Mi vogliono un ben dell’anima », diceva lei degli Africani. Ed essi lo dimostrano in quella circostanza, accorrendo d’ogni dove, per salutarla un’ultima volta. L’avrebbero voluta con loro per sempre, ma a Lecco, mamma Ancilla e i due fratelli Giovanni e Amedeo, vollero che la sua salma venisse riportata in patria, per essere deposta nella tomba di famiglia. Il suo ritorno a Lecco Acquate, la sua parrocchia, fu un avvenimento: il sabato 15 febbraio, deposta nella cappella di S. Anna, tutta Acquate e tutta Lecco si radunò per sfilare davanti alla sua bara, in un trionfo di fiori. Tutti passavano lì e, in un silenzio doloroso, raccoglievano l’ultima testimonianza di quella missionaria che per anni, con le sue lettere dall’Africa, aveva animato missionariamente la parrocchia e la città. Ne ricordavano il saluto, due anni prima, al momento di ripartire per il Mozambico. Loro l’avevano ricoperta di doni per la sua missione, ma lei quel giorno aveva chiesto soltanto più preghiere e sa-crifici: per sé, per la giovane Chiesa mozambicana, per un popolo in cerca di libertà. I funerali si svolsero il giovedì 20 febbraio, nella chiesa parrocchiale di Acquate. Presiedeva la concelebrazione eucaristica mons. Teresio Ferraroni, ora vescovo di Como e già assistente degli scouts di Lecco. Accanto a lui, mons. Cattaneo, don Lauri, molti sacerdoti, don Luoni che, anni prima, aveva consegnato il crocifisso di missionaria a suor Rita Rosa. C’erano i familiari, gli amici, le Guide di ieri e quelle di oggi, assieme a una folla strabocchevole, commossa. A tutti mons. Ferraroni ricordò le tappe del singolare itinerario spirituale di una Guida missionaria che aveva sempre camminato verso Dio con gioia, seminando gioia. Quale il suo segreto? Forse è racchiuso nelle parole che lei stessa un giorno, con semplicità, tra i malati del suo ospedaletto nella foresta, aveva detto a un missionario giornalista: « Bisogna sempre avere un pezzo di cielo davanti agli occhi quando si lavora ». E quando si cammina. E per quel pezzo di cielo suor Rita Rosa Castelli aveva giocato la vita. INDICE « Vedo appagati i miei sogni... » L'ospedaletto nella foresta “ Sentire dal di dentro “ Missionaria autentica Scout sempre “ Animatrice missionaria “ I giorni dell'ansia e del sacrificio “ |
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