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Cammini di comunione IMC MC: collaborazione e autonomia (2) Stampa E-mail
Scritto da IMC-MC   

6 - Collaborazione e autonomia, spunti psicosociali - Sr. Simona Brambilla

7 - Cammini di comunione: collaborazione ed autonomia tra i due Istituti della Consolata” - P. Renzo Marcolongo

8 - la collaborazione missionaria nella teologia della missione oggi - Sr Teresa Agostino

9 - Motivazioni della vita religiosa e missionaria - P. Ramon Cazallas

Collaborazione e Autonomia,
Spunti psicosociali
Sr. Simona Brambilla

L’esperienza umana è imprescindibile dall’alterità. La persona non è un sistema chiuso, a nessun livello di vita: fisico, sociale, razionale o spirituale che sia. L’influsso dell’altro è innegabile nello sviluppo psico-sociale della persona.

Accorgersi di come io entro in relazione con l’altro è accorgersi di una dimensione fondamentale del mio essere: da solo/a, io non sarei mai venuto/a al mondo; da solo/a, non sarei cresciuto/a; da solo/a, sarei morto/a.

La tensione verso l’alterità, dimensione fondamentale della persona, porta in sé una tipica caratteristica dell’essere umano, che riconosce se stesso come “sospeso” tra due mondi; quello dei desideri infiniti e quello dei limiti. La tensione tra i due “mondi” si ripercuote anche nella relazionalità umana.

“L’alterità si inserisce, dal punto di vista antropologico, in quella realtà di tensione tra infinito e limite, di un essere che, essendo al confine di due universi o mondi (materiale e spirituale), e non avendo in se stesso la ragione ultima di essere, la trova in un altro e in un Altro. Ed è proprio questo o quell’altro o Altro a definire l’orizzonte” .

Ma di quale orizzonte si tratta? L’alterità è costituita senz’altro da oggetti, persone, Dio, dal mondo che la persona scopre, ma anche dal come essa percepisce, qualifica, categorizza, struttura la realtà che scopre. Per questo, riflettendo sulla relazionalità e sull’altro, è senz’altro importante chiedersi chi è l’altro, ma è altrettanto importante domandarsi come io percepisco l’altro, con quali categorie mentali (intellettuali o affettive), attraverso quali prismi (intellettuali o affettivi) lo leggo, lo sperimento, lo interpreto e perciò gli rispondo.

L’altro è diverso da me: sembra un’affermazione banale, ma dietro a questa apparente banalità possono celarsi delle sorprese. Per la persona umana il riconoscimento della diversità dell’altro è un traguardo raggiunto attraverso un graduale ed elaborato processo di sviluppo: la differenziazione tra l’io e la realtà esterna rappresenta il requisito di base non solo per poter parlare di relazioni interpersonali, ma anche per poter parlare di sanità mentale. Una volta elaborata la distinzione tra il sé e l’altro, il compito dello sviluppo relazionale non si arresta: prosegue per il suo sentiero, non sempre diritto e facile, attraversando ulteriori tappe. Una di queste è l’acquisizione della capacità di individuazione e di relazione, o, se vogliamo, della mutualità, o della reciprocità: presupposti, tutti, indispensabili ad una sana collaborazione.

Non si può andare verso l’altro senza prima aver trovato se stessi; o meglio, si può anche farlo, ma come? Il neonato e il lattante che vive in simbiosi con la madre ha un tipo di “relazione” con l’altro che, in effetti, è relazione con un’estensione di sé. Così si può dire di una persona adulta cronologicamente, ma psicologicamente regredita o fissata ai primi stadi relazionali.

Occorre dunque aver raggiunto una certa separazione dall’ambiente; occorre, se vogliamo, aver raggiunto e accettato la consapevolezza e la capacità di restare soli, unici, irripetibili e perciò essenzialmente incomunicabili all’altro.

La relazione suppone un’individuazione sufficientemente raggiunta.

“Divenire se stessi come persona significa allora divenire individui, soli e irripetibili, ma nello stesso tempo significa inserirsi progressivamente in un mondo di relazioni (…). Il compito di svilupparsi come persone, rispettando la realtà del mistero è, inscindibilmente, un compito di individuazione e di relazione. Non soltanto non c’è individuazione senza relazione e viceversa, ma quanto più si raggiunge l’individuazione, tanto più si può o si è realizzata la relazione; mentre tanto minore è l’individuazione, tanto minore è la relazione.”

Non si tratta quindi di un’opposizione tra due atteggiamenti inconciliabili, tra autonomia e collaborazione, tra solitudine e intimità, tra indipendenza e dipendenza! Lo sviluppo della relazione non avviene secondo un modello rettilineo in cui uno dei due poli rappresenta l’immaturità e l’altro la maturità; piuttosto, nel mistero della crescita umana, troviamo la realtà della relazione presente fin dal primo inizio (e mai eliminabile!), che si trasforma continuamente nell’arco dello sviluppo, verso forme in cui i poli dell’autonomia e collaborazione, della solitudine e intimità, dell’indipendenza e della dipendenza non si oppongono né si confondono, ma si richiamano e si sfidano in sintesi sempre più ricche. Tanto che le persone più mature nelle relazioni sono quelle capaci del massimo dell’individuazione e del massimo della relazionalità, della vicinanza, dell’intimità con l’altro. Se abbiamo incontrato persone così, davvero se stesse e davvero vicine, è difficile dimenticarsele…

La persona capace di reciprocità sa dare e ricevere. Sa mettere a disposizione se stessa sopravvivendo anche al rifiuto senza chiudere la porta a chiave; e sa ricevere con gioia e gratitudine, cosciente che ha bisogno dell’altro e che ha da imparare. Sa accettare di non capire l’altro in tutto; sa accettare i “no” dell’altro, le sue distrazioni e le sue assenze, cosciente che anche l’altro, come lei, è sospeso tra il mondo dei desideri e dei limiti.

Tutto ciò che abbiamo detto fin qui è valido per le relazioni in generale, compresa la relazione tra uomo e donna: due mondi molto simili ma anche diversi, chiamati a entrare in rapporto di reciprocità, di mutualità, e in questo arricchirsi.

La reciprocità non si fonda sull’uguaglianza assoluta: chi di noi vorrebbe vivere o lavorare con la fotocopia di se stesso? E non si fonda nemmeno sull’esasperazione delle differenze: chi di noi vorrebbe vivere o lavorare con qualcuno con cui nulla ha in comune?

La reciprocità si distanzia dal controllo dell’altro considerato come “cosa mia” o come “alle mie dipendenze”, così come si distanzia dalla passività indifferente che uccide la relazione. La reciprocità sa attendere i tempi opportuni ma sa anche muoversi per prima, riprovare, rischiare, perché ha caro l’altro e il rapporto che con l’altro si istaura. La reciprocità sa dare a fondo perduto e sa fare spazio e silenzio grato e accogliente quando l’altro parla, si comunica, si da.


Per la riflessione

Attraverso quale prisma leggo e interpreto l’altro/a (MC/IMC)? Pongo particolare attenzione a: esperienze personali positive o negative che influenzano la mia percezione; retaggi storici; etichette attribuite da me o da terzi; pre-giudizi; pettegolezzi; disagi personali nei riguardi della figura maschile/femminile o del religioso/religiosa; altro…

Come vivo il rapporto con l’altro/a (IMC/MC): sbilanciamento sul polo della dipendenza/? Dell’indipendenza?


Penso a mie esperienze concrete di collaborazione o contatto con IMC/MC: quali le difficoltà relazionali? Quali invece le gioie relazionali? Da dove vengono?

Che cosa suggerisci per una crescita nella collaborazione/ reciprocità?



1 F. IMODA, “Sviluppo Umano, Luogo del Mistero, e i Colloqui di Crescita”. In: F. Imoda (a cura di), Antropologia Interdisciplinare e Formazione, Bologna: EDB, 1997, p. 185.
2 IDEM, Sviluppo Umano Psicologia e Mistero, Casale Monferrato: Piemme, 19952, p. 196.




Cammini di comunione: collaborazione ed autonomia tra i due Istituti della Consolata”
P. Renzo Marcolongo


Per moltissimi secoli, le differenze tra uomini e donne erano bien chiare e determinate e la chiarezza veniva offerta dalla societá. C’erano pochi spazi per sbagliarsi: era sufficiente seguire quello che tutti facevano e si era sul cammino giusto. Gli uomini erano superiori alle donne e queste avevano ben chiaro chi era “il signore” della situazione, qualunque fosse la situazione.

Non mi addentro ad analizzare quali furono le conseguenze di un tal modo di pensare, é suficiente mettersi ad ascoltare quello che le donne piú anziane e no dicono di come vivevano o di come dovevano vivere.

Da un pó di tempo a questa parte (dipendendo dalla nazione in cui uno vive) si sta lottando perché l’uguaglianza tra uomo e donna diventi realtá. Diventiamo testimoni di battaglie –se non di guerre- tra i due sessi; siamo bombardati da messaggi che invitano all’uguaglianza e in molte occasioni preferiamo starcene zitti per non correre il rischio di dire parole che non siano “politicamente corrette”. Il continuo messaggio di uguaglianza tra uomo e donna ha portato ad offuscare quello che é importante, ha creato piú confusione che chiarezza con il pericolo che di fronte alla confusione e offuscatezza uno si rifugi nelle sicurezze del passato o si chiuda in un “dignitoso silenzio”.
Per quello che ci dice la Bibbia, uomini e donne sono allo stesso tempo uguali e diversi. Il testo biblico ci p
arla di uguaglianza (“a sua immagine li creó”) e di diversitá (“maschio e femmina li creó”). In queste parole c’é una profonditá di pensiero e veritá che dovrebbero guidare il nostro modo di vivere e di relazionarci.


UGUALI

L’uguaglianza si trova andando al di lá delle differenze fisiche e fisiologiche. La si trova nella dignitá di essere ambedue creati “a sua immagine” con importanti conseguenze nella vita di ogni giorno. Siamo uguali in dignitá e nei diritti civili, sociali, laborali e religiosi (beh, forse nel diritto religioso le cose sono un pó piú lente ad essere percepite, ma il cammino procede anche se con molta lentezza).

DIFFERENZE

Le differenze fisiche sono forse le piú eclatanti e visibili. Senza andare nei dettagli per evidenziare l’evidente, il corpo maschile é diverso dal femminile (complementare, qualcuno direbbe): il cranio dell’uomo é piú spesso di quello della donna (non per niente l’espressione ‘testa dura’ si applica piú sovente agli uomini che alle donne) ed in natura si nota come molti animali maschi lottino “a testate” per il predominio del branco. Il cervello (o la massa grigia) si dice sia piú pesante nell’uomo che nella donna, peró … il cervello femminile tiene 4 volte piú neuroni che connettono l’emisfero destro con quello sinistro del cervello stesso. Per questo le donne possono dedicarsi a diverse attivitá allo stesso tempo mentre gli uomini si concentrano solo su una alla volta. Sembra che il cervello delle donne sia come un’autostrada a sei corsie mentre l’autostrada dell’uomo é ad una corsia unica.

Questo ha i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi ……

Le differenze psicologiche sono meno eclatanti e piú difficili da descrivere perché molte dipendono dalla cultura e dalla societá. Queste differenze influenzano e determinano il modo con cui ci relazionamo tra di noi, il modo con cui affrontiamo il lavoro, come viviamo l’amicizia e l’amore, come percepiamo la pastorale e la missione e cosí via.

Il non saper riconoscere queste differenze e il non saperle apprezzare conduce verso frustrazioni, tensioni, delusioni e incomprensioni. Difatti moltissimi problemi sorgono perché si assume che il sesso opposto pensi, senta e viva tal come l’altro. Quando ci accorgiamo che cosí non é, allora ne restiamo sorpresi e forse ci diamo da fare perché l’altro o l’altra cambi il suo modo di pensare, sentire ed agire. E questo produce ancor piú frustrazioni, tensioni, delusioni ed incomprensioni.

In pratica:

Modi di affrontare i problemi.

Uomini e donne sanno trovare una soluzione piú o meno corretta ai problemi che debbono affrontare. Molte volte la soluzione é simile. Quello che cambia é il cammino che i due percorrono: le donne –in generale- prestano molta attenzione non solo alla soluzione ma anche al “come” il problema viene risolto. Sentirsi emozionalmente parte di un gruppo che é alla ricerca di una soluzione, il senso di appartenenza, di vicinanza, di non essere sole facilita la ricerca di una via d’uscita. Se una donna si sente emozionalmente esclusa, difficilmente saprá dare il meglio di sé. Probabilmente si chiuderá in se stessa ostacolando il lavoro.

L’uomo invece affronta il problema come occasione per dimostrare la sua competenza, professionalitá, la sua forza e autoritá ed il suo impegno. Il ‘modo’ con cui trova la soluzione é meno importante della soluzione stessa, soluzione che esprime il meglio di se stesso. Gli uomini tendono a dominare (scelgono un capo!) e ad assumere posizioni di autoritá: non c’é molta attenzione ai sentimenti. Un uomo affronta il problema e non lo lascia fin tanto che non lo abbia risolto. Le donne possono “lasciar perdere”, l’importante é che ci sia armonia tra di loro.

Le donne trovano una soluzione ai loro problemi parlandone e ‘buttandoli fuori’. Gli uomini trovano la soluzione ai loro problemi ‘chiudendosi in se stessi’ e una volta trovata la soluzione ne parlano. In moltissime occasioni il silenzio dell’uomo viene percepito dalle donne come un sentirsi rifiutate; mentre il continuo parlare e fare domande delle donne viene vissuto come una intromissione nella intimitá maschile.

Pensiero

Il processo informativo é diverso. Le donne tendono ad essere intuitive, globali, dando attenzione ai vari elementi che si interconnettono. Sovente capiscono “al volo” e percepiscono la complessitá del pensiero (autostrada a sei corsie). Quello che diventa piú difficile per loro é il sapersi “staccare” emozionalmente: il loro modo di pensare tende a mettere assieme sentimenti personali (che le derivano dalla loro esperienza) e fatti.
Gli uomini si concentrano su un pensiero alla volta (autostrada ad una corsia) e sanno andare ‘fino in fondo’ aiutati in questo dalla loro capacitá di staccare le emozioni dai fatti.

Memoria

Una battuta dice: “quando una moglie si arrabbia non diventa isterica ma storica”. Ed é vero! Le donne possono ricordare date, parole, gesti ed eventi in modo molto preciso soprattutto quando ne sono coinvolte emozionalmente. Di piú: una donna non solo ‘ricorda’ ma ‘rivive’ il tutto con la stessa intensitá di emozioni percependone sia il piacere che il dolore sperimentati. E questo ha delle notevoli conseguenze nelle relazioni interpersonali soprattutto quando gli uomini non solo non ‘rivivono’ ma neppure ‘ricordano’. Infatti i maschi ricordano eventi, situazioni e fatti nei quali si sentivano parte attiva di un processo, ricordano attivitá fisiche a cui hanno partecipato senza tanti ‘ricordi emozionali’. L’uomo ricorda, la donna rivive.

Relazioni.

L’uomo crea relazioni significative attraverso attivitá condivise, nello sport, lavoro, giochi etc. Le donne creano relazioni significative attraverso la comunicazione verbale ed il dialogo, attraverso il condividere cose intime che abbiano un contenuto personale ed emozionale. Due uomini possono trascorre un giorno intero pescando uno accanto all’altro senza dirsi una parola e descrivere il giorno come “fantastico”, mentre due donne possono far passare le ore parlando di mille cose diverse senza fare nulla e … il giorno fu “fantastico”.

Queste sono solo alcune differenze che ho scelto perché mi sembrano che possano offrire una base per migliorare le relazioni. Naturalmente queste differenze sono “tendenze” non “assoluti”.

IMC

Dando uno sguardo “a volo d’uccello” alla storia delle relazioni tra i due istituti, vediamo diversi momenti di collaborazione e autonomia. Nel passato i padri comandavano e basta!. Poi ci fu il tempo della ‘separazione’ quando i due istituti –nonostante i documenti che parlavano di collaborazione- seguirono cammini distinti con aperture diverse (vedi le scelte di nazioni diverse per esprimere la missione e i diversi paesi o situazioni in una stessa nazione). Ultimamente c’é una ricerca di una nuova collaborazione che rispetti l’autonomia.
Lavorare insieme non é solo possibile ma anche desiderabile, peró il lavorare insieme appartiene piú ad individui che a comunitá. Un missionario ed una missionaria possono condividere molte cose belle integrando le loro diversitá ed esprimendole con libertá e rispetto. Il pericolo di queste relazioni é che diventino ‘esclusive’, accompagnate da critiche anche feroci. Peró sono una benedizione!

Purtroppo a livello comunitario o di gruppo le cose non sono cosí semplici. Qui vale il detto: “senator bonus vir, senatus mala bestia”. Infatti i gruppi si sviluppano diversamente per i motivi che ho accennato prima e sovente lo fanno a discapito dell’altro.

Le due famiglie imc hanno lo stesso fondatore, lo stesso carisma e la stessa missione peró il passato e soprattutto il ricordo del passato determina le scelte di oggi. Miti, ideologie, abusi, stereotipi, idiosincresie personali (padri che non possono vedere le suore e meno ancora viverci assieme e suore che non sopportano la presenza dei padri) e comunitarie rendono difficile la collaborazione e spingono piú fortemente verso l’autonomia.

Le scelte imposte dall’alto non servono. E’ molto piú necessario educare all’incontro con l’altro e l’altra nelle diversitá e complementarietá che imporre situazioni. I ripetuti richiami da parte dei due consigli generali per vivere in comunitá, per fare scelte e cammini comuni, per creare armonia nelle vita missionaria hanno forse creato aspettative di una vita in comune troppo elevate ed irrealistiche che sovente hanno lasciato e lasciano l’amaro in bocca per il non poterle raggiungere.

Abbiamo adesso esempi di collaborazione piú stretta tra i due istituti (Mongolia, indios in Venezuela ed altre realtá che non conosco) e questa é la strada da percorrere forse non con tutti e tutte, ma con quelle persone che si sentono bene con se stesse senza tanti problemi e con un passato personale che non impedisca relazionarsi con libertá e rispetto all’altro o all’altra.





LA COLLABORAZIONE MISSIONARIA NELLA TEOLOGIA DELLA MISSIONE OGGI
Sr Teresa Agostino


Oggi l’azione missionaria della chiesa trova la sua interpretazione teologica nella dottrina Trinitaria. Definito come il lavoro del padre che manda il figlio e ambedue che mandano lo Spirito Santo a continuare l’azione della salvezza attraverso la chiesa1. L’apostolato Missionario, l’attività missionaria è compresa come la manifestazione del piano di Dio, la sua epifania e relazione nel mondo e nella storia2. La chiesa è chiamata a partecipare come uno strumento che rende testimonianza dell’amore di Dio per l’umanità. La missione della chiesa, una partecipazione all'opera di Dio, non ha vita in se ma nel mandato di Dio - missione in solidarietà con il Verbo incarnato e crocefisso. Non è la chiesa che ha una missione di salvezza da compiere nel mondo, ma è la missione del Figlio e dello Spirito Santo dal padre che compresse la chiesa, riferita come Missio Dei in altre parole l’opera di salvezza di Dio nel mondo .

La comunione Trinitaria diventa la base per la collaborazione missionaria tra i diversi agenti d’evangelizzazione. La collaborazione missionaria degli Istituti missionari e di tutto il popolo di Dio scaturisce dal fatto che, loro sono partecipi di una missione che ha la sua origine nella comunione Trinitaria. Imitando la comunione che esiste nell’opera della Santissima Trinità per la redenzione del mondo, tutto il popolo di Dio è chiamato a collaborare nell’opera redentrice. “Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di spargere quanto gli è possibile la fede” . Nel decreto sull’attività missionaria della chiesa, i missionari sono invitati ad essere in piena armonia e con reciproca carità nell’offrire la loro collaborazione ai confratelli ed a tutti coloro che svolgono lo stesso lavoro, sull’esempio della prima comunità apostolica, formino un cuore solo ed un’anima sola ( At, 2, 42: 4, 32) . La collaborazione tra diversi istituti religiosi diventa una testimonianza della loro fede in Cristo ed anche segno credibile della loro proclamazione. La mancanza della comunione indebolisce l’annuncio che deve essere accompagnata dalla testimonianza della vita.

La teologia della missione propone oggi l’unione con Dio Trinitario prima di tutto perché solo da questa comunione saremo capaci di collaborare effettivamente tra noi. La mancanza di una comunione personale con Dio, diventa causa di carenza di comunione con i nostri con-fratelli/ sorelle. “I membri della chiesa, in forza del battesimo sono tutti corresponsabili dell’attività missionaria. La partecipazione delle comunità e dei singoli fedeli a questo diritto dovere è chiamata cooperazione missionaria. Tale cooperazione si radica e vive innanzi tutto nell’essere personalmente uniti a Cristo. Solo se si è uniti a lui come il tralcio alla vite (Gv 15, 5) si può produrre buoni frutti” . La santità è alla base di una vera collaborazione. La chiamata alla missione deriva di per sè dalla chiamata alla santità. “Ogni missionario è autenticamente tale solo se s’impegna nella via della santità. La spiritualità missionaria della chiesa è un cammino verso la santità. La rinnovata spinta verso la missione ad gentes esige missionari santi. Non basta rinnovare metodi pastorali, ne organizzare e coordinare miglior le forze ecclesiali, ne esplorare con maggior accuratezza le basi bibliche e teologiche della fede. Occorre suscitare un nuovo “ ardore di santità” fra i missionari e in tutta la comunità cristiana” .

Con l’ecclessiologia di comunione del Vaticano II, dove il popolo di Dio viene prima dei ruoli o ministeri svolti nella chiesa, la collaborazione missionaria, ha preso un posto privilegiato dove ogni battezzato è invitato a contribuire all’opera della redenzione, secondo il dono ricevuto dallo Spirito. Il popolo di Dio, “costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità è pure da Lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti a quale luce del mondo e sale della terra è inviato a tutto il mondo” . La collaborazione missionaria viene basata sul dovere d’ogni battezzata di promuovere il Regno di Dio come suo compito e non come una delegata di nessun altro che Cristo. Nei documenti post Conciliari lo stesso invito di comunione è ripetuto. Giovanni Paolo II nella sua enciclica Redemptoris Missio auspica chiaramente la necessità della collaborazione missionaria: “Anche se la fondazione di una nuova chiesa richiede l’eucaristia e quindi, il ministero sacerdotale, tuttavia la missione, che si esplica in svariate forme, è compito di tutti i fedeli” .

Occorre perciò sviluppare una spiritualità della comunione. Nel Novo millennio Innuente il Papa ci parla della spiritualità della comunione. Il terzo millennio, ha come sfida di fare la chiesa casa e scuola di comunione se vogliamo essere fedeli al piano di Dio e rispondere alle profonde ansie del mondo oggi. Prima di promuovere la vita pratica, abbiamo il bisogno di promuovere una spiritualità di comunione come principio e guida della vita Cristiana. Questo indica la contemplazione del mistero della santissima Trinità che vive in noi perché tutti fanno parte della comunione, dello stesso corpo mistico. Tutti sono membri del corpo di Cristo. Questo ci aiuta a vedere quello che è positivo nella vita degli altri e di accoglierlo come dono da Dio .

Il primo mezzo d’evangelizzazione è la testimonianza autentica di vita Cristiana “l’uomo moderno ascolta più la testimonianza che i maestri”. Per esprimere la forza della testimonianza vita vogliamo presentare un esempio di condivisione di un cristiano dal Kenya della parrocchia di Gatiiguru. Questo cristiano studiò nelle nostre scuole e fu preparato con la moglie al matrimonio, dalle nostre suore, nell’anno 1958. In occasione di una visita alla sua famiglia così ci disse riguardo alla collaborazione Missionaria tra suore, padri e fratelli: “La collaborazione nell’apostolato era chiara. Tutto quello che le suore facevano, visite ai villaggi, insegnamento nelle scuole, catechismo, cure nei dispensari e lavori manuali era indirizzato all’evangelizzazione, fatto in comunione con i padri. I fratelli pure nel loro lavori indirizzavano tutti alla fede. Tutto era guidato allo stesso fine, conversione della gente. la testimonianza della loro comunione era visibile e secondo me questo è quello che ha attirato la gente alla fede Cattolica. Oggi questa cooperazione manca tanto! Se le suore hanno le scuole pensano che è opera loro, così anche i padri che sono parroci delle missione portano avanti l’apostolato senza preoccuparsi di incorporare il lavoro delle suore nell’insegnamento e nei dispensari. A volte anche i fratelli impegnati nelle scuole Tecniche non sono interessati delle attività parrocchiali. Si vedono attività portate avanti in privato da missionari/e senza coordinazione come era in passato”. Questo cristiano finiva dicendo “ oggi ci manca la testimonianza autentica di comunione nell’opera dell’evangelizzazione”.

E’ un dato di fatto che l’avere la comunione o non averla tra noi come religiosi/e incide sull’evangelizzazione “… la vita fraterna è altre tanto importante quanto l’azione apostolica … Si diffonde l’apostolato con la parola, l’azione ed esempio” . ‘Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’ Gv. 13, 35. Persone che sono tra loro unite da comune impegno della sequela di Cristo, animati dello stesso spirito sono chiamati ad esprimere un’esemplare fraternità, che sia di stimolo agli altri elementi ecclesiali nel quotidiano impegno di testimonianza al vangelo. La comunione fraterna, in quanto tale è gia apostolato, contribuisce vale a dire direttamente all’opera di evangelizzazione. Il segno per eccelenza lasciato dal Signore è, infatti, quello della fraternità vissuta accanto alla missione di predicare il vangelo ad ogni creatura il Signore ha invitato i suoi discepoli a vivere uniti “perché il mondo creda” che Gesù è L’inviato del Padre al quale si deve dare il pieno assenso di fede . La comunione nel campo apostolico oggi diventa la nostra sfida nel cammino di collaborazione tra IMC/MC. Le nostre attività devono dare un volto di coordinazione, di comunione mirata all’evangelizzazione e non semplicemente come opere di sviluppo umana.

Cf. ECUMENICO VATICANO II, Decreto Conciliare “Ad Gentes” sull’attività missionaria della Chiesa, n. 2.
2 Cf. Ibid. n. 9.
3 BOSCH J. David, Transforming Mission paradigm shifts in the theology of Mission, Orbis books, Maryknoll, New York, 1991, 392.
4 ECUMENICO VATICANO II, Costituzione Dogmatica “Lumem Gentium” sulla Chiesa, n. 17.
5 Cf. ECUMENICO VATICANO II, Decreto Conciliare “Ad Gentes” sull’attività missionaria della Chiesa, n. 25.
6 GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica “Redemptoris Missio”, Roma, 7 decembre 1990, n. 77.
7 Ibid., n. 90.
8 ECUMENICO VATICANO II, Costituzione Dogmatica “Lumem Gentium” sulla Chiesa, n.9.
9 GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica “Redemptoris Missio”, Roma, 7 decembre 1990, n. 71
10 GIOVANNI PAOLO II, Apostolic Letter “Novo Millennio Innuente” Rome, 2001, n. 43.
11 CONGREGAZIONE PER VITA CONSACRATA, La Vita fraterna in Comunità, 2 febbraio 1994, n. 54
12 Idid.





MOTIVAZIONI DELLA VITA RELIGIOSA E MISSIONARIA
P. Ramon Cazallas

Nel nostro carisma non possiamo separare le motivazioni che nascono dalla vita religiosa e missionaria. Tutte e due sono intrinsecamente unite per il carisma e per la sua storia. La missione é luce per la vita consacrata e questa é profondità per la missione. Non siamo genericamente consacrati, ma specificamente donati alla missione, con la forza e la profondità de la consacrazione missionaria.

A questo riguardo é bene ricordare il n. 5 delle nostre Costituzioni: “Il fine che ci caratterizza nella Chiesa é l’evangelizzazione dei popoli, lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita, nel senso inteso dal Fondatore quando ribadiva: “Prima santi e poi missionari”. Questo fine deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza”. Questa affermazione delle Costituzioni rompe il dualismo esistente per anni nella vita e i due Istituti e che ancora perdura in alcuni Missionari e Missionarie della Consolata.

Per forza di cose e di alcun mezzi, li separiamo per meglio capire i mezzi e le iniziative comuni nei nostri cammini de comunione e sopratutto nella collaborazione e autonomia dei due Istituti.

1. Motivazioni che nascono dalla vita Consacrata.

1.1 Riaffermare il primato di Dio nella nostra vita e nella nostra storia. Alle volte é esistito un certo clima de “scisma emozionale”, sopratutto dopo la Visita apostolica e nei tempi più recenti, per la denuncia del “machismo” e l’avvento del “femminismo”. Espressioni come “le suore sanno soltanto pregare” o “ i padri soltanto sono affaristi”, ed alcune altre simili, indicano che mai parliamo tra di noi della nostra fede e della nostra esperienza di Dio assieme. Parliamo delle nostre cose e parliamo poco o niente del nostro essere cristiani e delle nostre esperienze spirituali. Facciamo molte cose assieme, pensiamo poco assieme e preghiamo quasi niente assieme ( soltanto nelle grandi celebrazioni). La vita consacrata ci colloca davanti e con Dio. La santità é la terra natale della vita religiosa che feconda la Missione.

In questo cammino della vita consacrata due compiti sono urgenti:

-Restaurare le brecce aperte e ancora non chiuse e

- Costruire dei ponti, piccoli ma significativi.

E in tutto, passare “dallo scontro all’ incontro”.

Possiamo immaginare detto per noi quello che si legge nel libro dei Proverbi:
“Venite a mangiare del mio pane e bere del vino che ho preparato” (Pr 9,5).
Le nostre famiglie missionarie sono il pane e il vino che Dio ha preparato per tutti i popoli.

1.2 La riconciliazione carismatica.

Il ritorno dall’esilio sta chiedendo la riparazione della terra. Abbeverarsi alla nostra storia nelle intuizioni e prassi del Fondatore, non ristorare “quello che fu”, ma ricrearlo nelle intuizioni profonde dell’inizio del nostro cammino. Purificare la memoria storica susciterebbe in molti missionari e missionarie nuovi atteggiamenti positivi di fronte alle nove sfide della Missione. Il soffio delle origini é un memoriale profetico per i giovani che aprirebbe molte ricchezze alle nostre famiglie e sarebbero dei fari per tanti giovani che a noi si avvicinano, ma non restano. Ogni discernimento ci porta a procurare nelle origini il coraggio, la generosità e la radicalità evangelica dei nostri fratelli e sorelle. Siamo fedeli al nostro passato, ma allo stesso tempo creatori di un futuro che viene indicato dalle situazioni che troviamo, a volte situazione di martirio, di conflitto, di tutte le povertà esistenti e di tanti sentieri nuovi che scopriamo camminando per i quattro continenti dove siamo presenti.

Dalla consacrazione religiosa nasce impellente la necessità della comunione, molto di più perché le nostre famiglie hanno gli stessi vincoli “la partecipazione all’unico pane e allo stesso calice, la presenza materna di Maria Consolata, l’identica vocazione, la paternità del Fondatore” tutto questo mette in evidenza la nostra condizione di fratelli e sorelle” (cf Const 21)

Da questo nasce non soltanto la comunione ma anche una certa unità e legittimo pluralismo nelle differenti situazioni in cui viviamo e nelle nostre condizioni di uomini e donne votate all’evangelizzazione. Questo pluralismo viene fondato in tante situazioni personali, culturali che l’ Istituto sta vivendo da alcuni anni a questa parte. Mi sembra che la risposta continentale é una risposta ancora in embrione, che deve svilupparsi in tutti i campi e in tutte le scelte. Sarebbe una ricchezza per l’Istituto mostrare le diverse facce della Missione e la forza intrinseca che esiste nel nostro carisma.

Per arrivare alla riconciliazione carismatica, anzitutto abbiamo bisogno di DIALOGO. La Parola stessa dialogo, significa attraverso la parola. Ad alti livelli sembra che il dialogo sia fluente, ma nella base c´è molta strada da fare. Il dialogo missionario é dono, impegno, compito e conquista.. Il dialogo è fatto di azione, di prassi. Dobbiamo sederci a tutti i livelli:

- in uguaglianza: il dialogo é orizzontale per vocazione
- nell’amore al mondo e alla missione, non sono due amori ma lo stesso amore con due facce.
- solidarietà e partecipazione, non soltanto nelle alture ma anche nella base.
- spirito critico e creativo: allontana il paternalismo e il materialismo.

Il mistero di comunione e di comunicazione ha bisogno di mezzi concreti per fare un cammino di insieme

2. Motivazioni che nascono della Missione

La Missione é tutto per noi, diceva il Fondatore sovente. “E le Suore sono sorelle e non serve”. Il fatto storico o leggendario che, il Fondatore sul letto di morte, fece un nodo con le fasce di una suora e di un Padre, che stavano al capezzale, dimostra la volontà esplicita del Padre di unire le due famiglie missionarie.

La Missione supera i nostri progetti di Istituto e chiede collaborazione di tutti per la sua realizzazione e testimonianza, se oggi facciamo comunione con i Laici molto di più dobbiamo procurare di fare comunione, collaborazione con le sorelle e fratelli, nati del cuore dello stesso Padre. La Missione é più grande noi e in vista del Regno, dobbiamo adoperarci per farlo presente. Questo principio dovrebbe ridimensionare i nostri progetti personali e istituzionali.

Alcune cronache della nostra storia narrano che la necessità delle Suore per la Missione fu intravista prima della partenza de primi missionari. Appena messo piede in Africa, la questione non riguarda più la necessità, ma ruolo e doti che devono possedere, per essere all’altezza dei loro compiti accanto ai missionari.

Missionari e Missionarie hanno l’origine, la finalità e lo spirito in comune. Loro, le Suore, operano in stretta collaborazione e insieme ai Missionari della Consolata per lo stesso fine...dedite per vocazione, disposte a lavorare insieme ai Missionari della Consolata... Queste considerazioni non sono per importanza o prerogative dei Padri, é soltanto per questione di precedenza storiche nella nascita degli Istituti. Fossero nate prima le Suore, la stessa cosa serviva ai Padri.

Partendo da queste premesse ci vuole una formazione di base e permanente che possano fondare la comunione nella collaborazione:

1. Sentire la Missione
2. Sentire nella Missione
3. Sentire con la Missione.

Se i due Istituti vivono la, nella e con la Missione nascerà una volontà inclusiva da dove scaturiscono e seguenti valori:

- l’arte della reciprocità
- le molteplici identità
- tutori e tutrici da forza personale e resistenza collettiva.

Bisogna anche vivere in un continuo DISCERNIMENTO personale e comunitario per le opzione di vita e delle situazioni missionarie.
La Missione ci chiedi di stare in ardente vigilia per vedere dove si fa più presente e più eloquente la nostra presenza missionaria. Questa ardente vigilia non é tensione nervosa, né agitazione interiore, né paura. É ammirazione, stupore e fremito. É vita che procede da Missione e da contemplazione nella grandezza di Dio.

Interscambiare i progetti

La Missione e la fraternità esigono non soltanto conoscere i progetti degli altri mas interscambiare le sue scelte. Dobbiamo conoscere non soltanto quello che facciamo, ma anche quello che siamo. Alle volte ci limitiamo dare le nostre programmazioni e quando penseremo assieme la missione? Questo non é cadere in un riduzionismo, ma pensare assieme la diversità e il pluralismo tanto necessario per la missione oggi. A livello Generale forse questo già si fa, meno a livello regionale e molto poco a livello delle comunità locali. Dobbiamo sentir in noi l’ urgenza che tutti abbiamo bisogno gli uni del altri. Biblicamente possiamo appoggiarci in certe figure bibliche: La Samaritana, Il Cieco nato, la Cananea, etc., e altri che lo stesso Gesù precisa: il bambino con i pesci, l’asino per entrare in Gerusalemme, il Cireneo, etc. La missione va fatta da molte mani, ma anche da tante teste, per pensare la Missione di Gesù qui e adesso.

La Missione come Diaconia pastorale

Davanti alle urgenze della Missione e ai cambiamenti rapidi dobbiamo instituire canali di “procura congiunta” (ricerca congiunta) dei campi e dalle esigenze missionarie. É un cammino da percorrere fondato dalla formazione insieme. Non bastano le celebrazioni per aumentare la gioia, abbiamo bisogno anche dei tempi e scelte che cambino le nostre teste. Senza subordinazioni e prepotenza da una parte o dell’altra. Siamo servitori e serve della missione. In questa diaconia pastorale sono importanti le proposte pastorali significative, Mongolia può essere un cammino di futuro, ma anche del presente onde insieme realizzare la Missione. Penso che abbiamo dei missionari e missionarie cui piacerebbe fare questo cammino.

Croci per la collaborazione

La collaborazione che nasce dalla Vita consacrata e dalla Missione non è una parola bella che causa allegria. Non nasce per decreto o frutto di una bella lettera circolare. É um cammino da percorrere. Sono delle attività da gridare e iniziative da intraprendere con coraggio.
Ma esistono delle croci che incontreremo nel nostro cammino. Ne enumero alcune:

- la mancanza di preparazione e formazione in alcuni missionari e missionarie;
- l´etnocentrismo culturale in diversi paesi;
- il tradizionale machismo e il femminismo esasperato;
- la assolutizzazione istituzionale di diverse spiritualità o mezzi;
- la chiusura al nuovo, al rischio e alle nuove sensibilità missionarie;
- la paura di sbagliare da parte di certe autorità;
- la formazione umana ricevuta che a volte rende incapaci di lavorare uomini e donne assieme.

Per finire, direi che i Missionari e le Missionarie della Consolata siamo “condannati”, bella condanna, a fare la Missione insieme, nella complementarietà e sussidiarietà. Maschile e femminile che danno la vita insieme per la Missione. E ricordare, che in tutte le lingue “Missione” é sempre femminile.
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Domenica Missionaria

I dom Avvento - B
I Domenica Avvento B

Nell’attesa della sua venuta

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Missione Oggi

La opción por el pobre después de Aparecida: Confirmación, desafío, y búsqueda
INTRODUCCIÓN
 
El objetivo de la ponencia que les voy a compartir es triple:
 
Primero: mostrar cómo Aparecida tiene el inmenso valor no solo de confirmar ( G. Gutiérrez emplea el término de reafirmar) el valor y el sentido de la Opción por el Pobre, expresión que empezó a utilizarse en la Teología desde la Conferencia de Medellín y que popularizó y divulgó la Teología de la Liberación, sino sobre todo, de poner un punto final a las discusiones, ambigüedades, diversidad de interpretaciones que suscitó esa expresión y sobre todo de mostrar el valor fundamentalmente evangélico de la manera de pensar y de actuar que conllevaba la práctica de esta Opción por el pobre.
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