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I Consolata Lay Missionaries di Buffalo Stampa E-mail
Scritto da P. Antonio Bellagamba, imc   
Un’istituzione all'avanguardia pressoche’ dimenticata

INTRODUZIONE

Nella mia vita di missionario della Consolata, ho partecipato a tre Capitoli Generali: il primo nel 1975, il secondo nel 1999 e il terzo nel 2005. In tutti e tre i Capitoli si parlò di Laici Missionari della Consolata, o di Aggregati, Volontari, ecc.. Il punto di partenza era sempre l’Europa: (o Bevera, o Nervesa della Battaglia, o Malaga), ed anche qualche accenno alla Colombia. Gli Stati Uniti non vennero mai menzionati. Le ragioni per questo atteggiamento di fronte a fatti, dati statistici e non a sogni o illusioni, non le ho mai comprese bene. L’unica via di uscita fu di ricordare il famoso detto biblico nei riguardi della missione di Gesù: “Che cosa di buono può venire da Nazareth?” Forse quella sentenza può offrire le ragioni nascoste in essa, per la condanna della missione di Gesù da parte dei suoi denigratori, o per cercare di obliterarla dalla mente di coloro che l’acclamavano con tanto entusiasmo. In tutti e tre i Capitoli, io cercai di fare conoscere i Consolata Lay Missionaries (CLM), ai capitolari, e di convincerli di accettare la realtà dei fatti e iniziare la storia, o la vicenda dei Missionari Laici della Consolata dal Nord America, invece che dall’Europa. Invano. Il pregiudizio rimaneva e faceva da muro all’accettazione della realtà. “Che cosa di buono”???? Finchè, nell’ultimo Capitolo, il rappresentante del Segretariato Generale della Missione, notificò ai partecipanti dei suoi sforzi presso l’incaricato dell’AMV del Nord America di conoscere la realtà, ma gli fu risposto che lui non sapeva nulla e non aveva documenti alla mano per rispondere alle sue interpellanze. Dopo aver ringraziato, come di dovere, il rappresentante del Segretariato, per il suo interesse, io mi proposi di fare una ricerca storica sui CLM nati a Buffalo, N. Y. . Perchè? Per due motivi: uno di correttezza storica, e l’altro di giustizia verso i primi CLM dell’Istituto.

Questo studio, anche se un po’ affrettato, si propone di dimostrare chiaramente che la Regione degli Stati Uniti iniziò, sviluppò un programma ben chiaro e preciso di laicato missionario, ed inviò in missione Laici Missionari della Consolata, iniziando dopo la metà degli anni 60, quando l‘Istituto aveva solo lettere circolari dei Superiori Generali, e nessun’altra Regione aveva né un piano, né un programma anche solo abbozzato. Leggevo in questi giorni sul Da Casa Madre che il gruppo di Malaga, che pur rimane sempre uno dei più significativi, fu iniziato nel 1980. [1]E quindi quando si parla di Missionari Laici della Consolata, si deve partire da quella regione e non da altre, da quella data e non dopo. Si noti che io parlo di Missionari Laici della Consolata, (Consolata Lay Missionaries, CLM) non di Amici, di Aggregati, di Volontari della missione fatta con i missionari stessi o in patria, o all’estero.

E poi è un dovere di giustizia dare credito a quei giovani singoli, o a quelle coppie, che come missionari partirono dopo un’adeguata preparazione, e lavorarono di fianco ai nostri Padri e Suore missionarie, con lo spirito e il carisma dell’Allamano, e con la gioia di sentirsi un nuovo ramo dell’Istituto stesso. Queste persone mai si chiamarono Volontari, Ausiliari, Aggregati, ma solo e sempre Missionari Laici della Consolata. Molti di essi ancora vivono e ancora si sentono orgogliosi di continuare la loro missione dovunque si trovano, sempre come missionari laici, e, se possibile, a fianco dei Missionari e Missionarie della Consolata..

PARTE PRIMA

BREVI CENNI STORICI SUGLI INIZI E SVILUPPO DEI LAICI MISSIONARI DELLA CONSOLATA (LMC) NEI DOCUMENTI UFFICIALI DEL IMC

Questi brevi cenni storici sono desunti dal materiale dell’Archivio Generale di Roma, datomi da P. Tomei nella mia breve visita a Roma nel Maggio 2006, o trovati negli archivi di Somerset con l’aiuto di P. Parè. Li situo quì per dare al mio studio sui Consolata Lay Missionaries di Buffalo, che, a mio avviso, rimane ancora il primo tentativo organizzato di un inserimento dei laici nel carisma e attivita’ dell’IMC, perchè costituisce sempre un’espressione di un nuovo gruppo basato a piu’ largo raggio nel seno dell’Istituto, e non IL movimento par excellence!

Divido questa prima parte in due sezioni: documenti dei Superiori Generali, e documenti dei Capitoli Generali.

A) DOCUMENTI DEI SUPERIORI GENERALI

1. P. Domenico Fiorina

Il primo documento ufficiale dell’Istituto sul tema, secondo i testi ricevuti dall’Archivista, P. Tomei, è parte delle Lettera Circolare N. 103 di P. Fiorina, e risale al 16 Febbraio del 1964. Il Padre era membro del Concilio Vaticano II, e un tema scottante trattato dai Padri Conciliari era quello delle vocazioni. Infatti il tema centrale della Circolare N. 103 era sulle vocazioni in generale e poi su quella dei laici in particolare. P. Fiorina inizia la lettera con queste parole: “Il problema del personale è sempre il primo problema per ogni Istituto. Lo è anche per il nostro”. [2] Dopo aver fatto una breve analisi della situazione generale delle vocazioni nell’Istituto, il P. Fiorina volge la sua attenzione al problema della vocazione missionaria laicale. “Ubbidendo ed assecondando il pressante invito del S. Padre e della Chiesa, l’Istituto sente il dovere di interessarsi degli Ausiliari laici missionari”. [3] Brevemente ne descrive la necessità, la sua natura, e annuncia che sta preparando “un abbozzo di norme che possono servire di guida nell’iniziare questa attività. Noterete nelle norme tre aspetti della presenza degli Ausiliari ed Ausiliarie nell’Istituto:

a) l’aspetto religioso che moltiplica l’offerta a Dio di virtù e di meriti per la salvezza degli infedeli;

b) l’aspetto di collaborazione nel lavoro missionario che va dalla collaborazione alla completa attività personale in patria e nelle Missioni;

c) l’aspetto familiare e giuridico specialmente verso quelli che consacrano totalmente la loro vita al lavoro missionario”. [4]

Il Superiore Generale si preoccupa del modo con cui l’invito di interessarsi delle vocazioni laicali verrà ricevuto dai confratelli, e quindi sottolinea “due esigenze che sono pure mezzi di intercessione presso Dio, che ciascuno di noi deve offrire con amore e perfezione perché l’Istituto possa dilatare le sue tende e farvi posto per le buone volontà che desiderano lavorare con noi nella vigna del Signore:

Per prima cosa dobbiamo aumentare nella stima della nostra vocazione …… La stima della vocazione si manifesta nell’impegno di esserne sempre più degni e più diligenti a valorizzarla per se stessi e per gli altri. La seconda esigenza per poter tranquillamente iniziare questa attività di reclutamento, specialmente di Ausiliari missionari, è l’impegno di convivere e lavorare assieme…” [5]

Questo nuovo lavoro di reclutamento di Ausiliari, non deve essere a scapito delle vocazioni alle nostre case apostoliche e seminari minori. Però l’esperienza “deve essere fatta, anche se ciò ci facesse ritardare l’apertura di altre scuole medie”. [6]

Dopo questo primo annuncio di un inizio di riflessione dell’ Istituto nei confronti degli Ausiliari Missionari, seguono altri tre documenti, sempre di P. Fiorina, e scritti unicamente per la nuova forma di appartenenza e di lavoro degli Ausiliari nell’ IMC. Cercherò di sintetizzarli senza ripetizioni, ma solo per far risaltare lo svolgimento di questo nuovo impegno nell’Istituto. Mi fermerò più dettagliatamente sul secondo documento, perché mi sembra il più ampio e specifico.

Il Primo Documento è la Lettera Circolare N. 108, scritta a Torino il 26 Dicembre 1964, solo alcuni mesi dopo la prima già menzionata. Lo scopo di questa lettera è di far risaltare “l’impegno di vivere la nostra vocazione missionaria”: un impegno che “si estende al dovere di inserire nel lavoro dell’Istituto ogni energia che desidera portare una collaborazione. Per adeguare la nostra organizzazione alle esigenze e possibilità attuali, scrivo la presente lettera circolare, che vuole sintetizzare quello che già si fa nell’Istituto per vivificarlo di nuovo spirito e più perfetta organizzazione e per incamminarci per nuove vie indicateci dalla Chiesa”. [7]

Il Superiore vede gli Amici Missioni Consolata come l’ombrella che copra tante forze unite allo spirito e lavoro dell’IMC, fra cui ci sono anche gli Ausiliari. Però questi ultimi hanno caratteristiche uniche che P. Fiorina così descrive. “Gli Ausiliari Missionari sono una estensione ed approfondimento degli Amici delle Missioni, con una forma più sentita e più organizzata di collaborazione spirituale e di attività, che può giungere ad una vera inserzione nell’Istituto, con reciproci impegni e di servizi”. [8] Il testo sviluppa la parte spirituale dell’Ausiliario, come pure quella di collaborazione che noi vedremo più chiaramente nel prossimo documento. Invece il presente documento presenta in un modo più sviluppato la presenza e attività degli Ausiliari sia in patria, come in missione.

In patria gli Ausiliari sono richiesti di “collaborare nella scuole e nella casa. Si ricorre a Professori esterni, Sacerdoti e laici per la scuola e domestici per la casa…. Se il Signore moltiplicasse questi Ausiliari e Ausiliarie si potrebbe allargare il campo della loro attività fino a comprendere opere sussidiarie alla nostra organizzazione missionaria”. [9]

“Sorge il problema dell’inserimento nella famiglia dell’Istituto degli Ausiliari ed Ausiliarie che volessero dare alla loro vita e presenza il valore di un impegno continuato…. I punti principali che già risultano necessari sono i seguenti:

- Esigere le doti personali di carattere necessarie a chi desidera convivere con altri in spirito religioso;

- Avviarli verso la comprensione e la pratica della spiritualità degli Ausiliari ed Ausiliarie;

- Stabilire i reciproci impegni per garantire loro ed all’Istituto una certa indipendenza, con la sicurezza economica per gli Ausiliari.” [10]

In missione “già lavora un certo numero di Ausiliari e di Ausiliarie, di Sacerdoti e laici, liberi od appartenenti a qualche Associazione o Istituto, di varie nazionalità e lingue. L’Istituto si trova pure nella felice necessità di dover considerare le richieste di Ausiliari e Ausiliarie che desidererebbero una aggregazione all’Istituto stesso. Tutto questo svolgersi della situazione va tenuto presente. In primo luogo l’Istituto desidera accompagnare and aiutare le Missioni nella ricerca di Ausiliari e Ausiliarie , Sacerdoti e laici che possono rendersi utili nel lavoro missionario. E’ questo un punto del programma di lavoro già indicato a certe Regioni dell’Istituto che si trovano con più facili possibilità, come gli Stati Uniti ed il Canadà….. Dobbiamo pure continuare a prestarci per la loro preparazione ….., ed assisterli in quanto possono abbisognare. Con amore fraterno e spirito di famiglia e con impegno di assistenza spirituale e materiale, si risolvano i problemi della convivenza. Non siano lasciati soli, ma possibilmente trovino posto nella organizzazione delle case e della famiglia missionaria”. [11]

Solo qualche giorno dopo la pubblicazione di questa lettera circolare, il 12 Gennaio del 1965, P. Fiorina invia un nuovo documento dal Titolo: Ausiliari Missionari della Consolata. In esso, il P. Generale scrive un memorandum ai Consiglieri Generali, per richiedere il loro parere su certi punti di un programma sugli Ausiliari che la Direzione Generale aveva preparato.

Egli chiede il loro parere “sulla convenienza ed utilita’ per l’Istituto, di inserire nella sua organizzazione e nella sua attività, la presenza e l’opera degli AUSILIARI e AUSILIARIE, nel senso e nello spirito di questa collaborazione alla Chiesa Missionaria che si sta sviluppando nella Chiesa.

1. Si propone allo studio del Consiglio Generale un abbozzo di norme per stabilire le finalita’ e l’organizzazione necessaria per aggregare all’Istituto AUSILIARI e AUSILIARIE, assisterli nella preparazione e nel lavoro onde ottenere una collaborazione spirituale e di attività nel suo impegno missionario.

2. Si chiede al Consiglio Generale di autorizzare un prudente inizio per attuare nell’Istituto l’organizzazione degli AUSILIARI e della AUSILIARIE secondo le norme approvate.” [12]

Questo memorandum è accompagnato da una specie di bozza di statuto che letteralmente stupisce per la sua lungimiranza, il suo contenuto e aspetti pratici. Lo riassumo qui’ in breve.

TITOLO AUSILIARI MISSIONARI DELLA CONSOLATA

Norme e finalità

1. “L’IMC .....si propone di organizzare ed assistere una Associazione di laici denominati “Ausiliari Missionari della Consolata (A. M. C. ).... Gli Ausiliari si propongono di collaborare all’azione missionaria della Chiesa ed in particolare dell’Istituto Missioni Consolata, per divulgare la conoscenza e la dottrina di Gesu’ Redentore presso tutti gli uomini, specialmente tra i non cristiani”. [13] Si noti qui’ come la finalita’ e’ desunta solamente dal lavoro missionario e non dal carisma e spirito dell’Istituto. Questo cambierà nel corso del contenuto!

M E M B R I

“Gli Ausialiari possono essere uomini o donne, Sacerdoti o laici, liberi od anche con impegni di famiglia..... L’Ausiliare che vive la sua vocazione, fa parte della famiglia dell’Istituto, con i relativi vincoli umani e religiosi reciproci”. [14] Si noti qui’ il desiderio di riconoscere queste persone non solo per il loro lavoro, ma per la loro appartenenza all’Istituto: quasi un nuovo tipo di membership!

Principi ispiratori

“La vocazione dell’Ausiliare ha il suo fondamento nella grazia divina che l’invita:

a) alla perfezione dell’amore verso Dio ....

b) alla perfezione della carita’ verso il prossimo”. [15]


M E Z Z I

“L’Ausiliare ...offre quale preghiera olocausto la consacrazione della propria vita al Signore, con l’impegno di osservare gli obblighi del proprio stato nello spirito delle beatitudini e dei consigli evangelici; inoltre con la pratica della vita cristiana compie un Apostolato di testimonianza e di esempio....si propone di partecipare all’azione missionaria dell’Istituto con la collaborazione alle attività del medesimo ...in patria od in Missione”. [16]


O R G A N I Z Z A Z I O N E

“l’Istituto ....considera la presenza ed il lavoro degli Ausiliari quale parte integrante della sua organizzazione missionaria.....

L’Istituto si impegna di curare l’organizzazione ed il lavoro degli Ausiliari, di assistere la loro preparazione spirituale e professionale, di accompagnare ed organizzare il lavoro missionario, tenendo pure conto degli aspetti economici.....

L’Ausiliare conserva la piena responsabilità di se stesso e della propria vita. Per il tempo di preparazione ed anche per il servizio missionario, si stabilirà per ciascuno Ausiliare una particolare convenzione, anche economica.....”. [17]

ACCETTAZIONE E FORMAZIONE

“(Gli Ausiliari) tendano ad acquistare una formazione spirituale nello spirito dell’Istituto per giungere ad una consacrazione di se stessi a Dio e renderGli testimonianza presso i fratelli.

Compiano le pratiche comunitarie che comprendono;

1) Un programma di preghiere per unirsi in spirito tutti i giorni con Dio e l’Istituto.

2) Riunirsi in piccoli gruppi, “Cenacoli”, mensilmente per pregare…..;

3) Trovarsi insieme qualche volta nell’anno, … per pregare, pensare ed infervorarsi nello spirito missionario.

Si applichino a qualche opera di collaborazione missionaria per la Chiesa e l’Istituto… Offrano … un contributo per le Missioni, l’Istituto e le attività degli Ausiliari…..

Durante il periodo della preparazione ed anche in seguito, l’Ausiliare … può studiare la possibilità di dedicarsi ad una attività diretta per le Missioni dell’Istituto.” [18]

C O N S A C R A Z I O N E

“La sua consacrazione a Dio impegna l’Ausiliare; in generale ad osservare i doveri del proprio stato nello spirito dei consigli evangelici; in particolare ad osservare i consigli evangelici di castita’, poverta’ ed obbedienza pesando le esigenze di una vita religiosa.
Una più completa consacrazione a Dio, oltre al merito e valore spirituale, mette l’Ausiliare nella possibilità di offrire una collaborazione od attività più completa.
A qualunque grado di consacrazione appartenga, l’Ausiliare è nella possibilità di compiere il suo dovere di testimonianza e di esempio ai Fratelli”. [19]

T E S T I M O N I A N Z A

“L’Ausiliare Missionario rende testimonianza a Cristo con:

a) la visione spirituale, cristiana della vita e dei suoi problemi;

b) l’esempio e la pratica delle virtù umane e cristiane nella vita famigliare, professionale e sociale

c) la carità nell’offrire un’amicizia cristiana ed un’assistenza fraterna.

L’Ausiliare può compiere questo impegno di testimonianza tra i suoi Fratelli cristiani, con la bontà ed un prudente zelo apostolico, e tra i Fratelli non cristiani, sia in patria che all’estero, mostrando in se stesso un cristianesimo vivo ed operante….” [20]

C O O P E R A Z I O N E

“L’Ausiliare offra una collaborazione alle attività missionarie della Chiesa e dell’Istituto. Questa collaborazione può assumere diversa fisionomia od entità a seconda delle capacità e possibilità di ciascuno……” [21]

Lo stesso documento poi segue ad applicare questi principi generali agli Ausiliari che lavorano in patria o in Missione. Ma non mi fermo ad accennarli, perché questi temi sono stati trattati nella Lettera Circolare che ho riportato sopra.

Infine il P. Fiorina scrive un terzo documento, in forma di Lettera Circolare N. 121, del 15 Ottobre 1966, che contiene aspetti generali sul problema degli Ausiliari, ma il cui scopo specifico, come annunciato dal Superiore, è quello di “parlare in particolare delle Ausiliarie. L’inserimento di Ausiliari è di più facile organizzazione: possono appoggiarsi alle nostre case. Del resto, gli Ausiliari, con la specifica caratteristica di totale dedizione, generalmente chiedono di entrare nell’Istituto quali Coadiutori o aspiranti al Sacerdozio. Più delicato e complesso è l’inserimento di Ausiliarie. Diversi fattori già analizzati e sperimentati da altri, consigliano che l’organizzazione sia studiata in modo che si sostenga da sé, con l’ appoggio dell’Istituto…. Cercherò di essere molto schematico, per avere sotto gli occhi una impostazione chiara che serva all’Istituto quale materiale di studio e di pratica applicazione”. [22] In realtà, però, questa lettera circolare è come il compendio degli altri documenti pubblicati dal Superiore Generale. Tutti i punti dispersi negli altri documenti sono qui ripetuti, corretti, ampliati o accorciati; però, non è ancora la sua versione finale, ma deve servire “all’Istituto quale materia di studio e di pratica applicazione”, anche se le Ausiliarie sono particolarmente menzionate nel testo. Sintetizzarla sarebbe un errore: leggerla nel suo intero dà la visione complessiva della presente situazione del laicato missionario nell’IMC, e nelle ulteriori possibilità da scoprirsi e sviluppare con l’esperienza quotidiana riflettuta, e l’assistenza dello Spirito accettata e ispiratrice.

Nonostante la superficiale base teologica, alcuni punti che si contraddicono, e incertezze di prassi, penso che P. Fiorina debba avere una menzione speciale per i suoi interventi sul tema del laicato missionario, sulla visione presentata all’Istituto, le motivazioni chiare per il suo proseguimento, un piano abbastanza concreto, anche se non del tutto sviluppato, e soprattutto l’insistenza con cui ha seguito questo nuovo sviluppo della vocazione missionaria laicale e delle enormi possibilità aperte alla Missione, con l’inserzione del laicato nella vita e attività missionaria.

2. P. Mario Bianchi

Dovranno trascorrere ben sette anni per un nuovo documento dell’Istituto che studi gli ultimi svolgimenti dei sacerdoti Fidei Donum e dei Laici nell’Istituto. Il Documento porta il titolo di AGGREGAZIONE ALL’ISTITUTO DI SACERDOTI E LAICI MISSIONARI, fu pubblicato il 20 Giugno 1973 da P. Mario Bianchi, il Superiore Generale che seguì P. Fiorina,. [23] Presentandolo ai confratelli, P. Bianchi dichiara che “in questi anni, a livello di Istituto e di Regioni, si sono avuti studi, contatti ed esperienze nel campo della collaborazione con i Sacerdoti Fidei Donum e i Laici Missionari, per cui, sembra ormai opportuno tentare una sintesi di queste ricerche ed esperimenti, e offrire ai Confratelli le indicazioni e direttive del Capitolo e della Consulta, in vista di sviluppare e rendere più efficace il servizio missionario di queste nuove forze, sopratutto quando si trovano ad operare accanto a noi, nello stesso contesto missionario ed ecclesiale. Lo scopo del presente libretto è appunto quello di dare dei principi e norme sull’aggregazione all’Istituto degli Ausiliari Missionari, sia sacerdoti che religiosi e laici.” [24] Il librettino è diviso in tre parti: la prima, dal titolo GLI AUSILIARI MISSIONARI; la seconda, dal titolo AGGREGAZIONE ALL’ISTITUTO; e la terza, dal titolo NORME PRATICHE PER L’AGGREGAZIONE.

Nella prima parte [25], P. Bianchi riprende i temi generali sugli Ausiliari Missionari, già trattati da P. Fiorina ed aggiornati dal Capitolo del 1969 e la Consulta del 1972. Riportiamo solo i titoli della prima parte: Origine e sviluppo, Organizzazione, Gli Ausiliari Missionari e il nostro Istituto.

La seconda parte [26] è la novità del documento. Ne riportiamo i punti più salienti. L’Attualità: [27] “In questo contesto, (di persone che partono isolate per le Missioni) l’iniziativa di aggregare al nostro Istituto sacerdoti, religiosi e laici che desiderano prestare un servizio temporaneo nelle Missioni, si presenta senza dubbio una maniera valida e attuale, anche se non esclusiva…..Diventa per noi un dovere che trova conferma nell’invito del Concilio …. di aiutare coloro che si consacrano all’attività missionaria solo temporaneamente.”

La natura: [28] “L’aggregazione …è una forma di appartenenza temporanea, in base alla quale l’aggregato …. si trova sotto la giurisdizione del Superiore Generale …., e viene inserito nella vita dell’Istituto con particolari diritti e doveri …, secondo lo spirito e le norme dei Documenti Capitolari, N. 335-374”.

I Membri Associati: [29] “Possono chiedere l’aggregazione all’Istituto i sacerdoti diocesani, i membri di Istituti religiosi e secolari non missionari, e i laici….. Per quanto riguarda i laici, l’aggregazione intende limitarsi, almeno come inizio, unicamente al ramo maschile. Tale limite è suggerito dalla natura religiosa dell’Istituto e dal fatto che la aggregazione non intende esaurire tutte le forme di prestazione laicale, né tanto meno sostituirsi ai Servizi Missionari Diocesani o agli Organismi di Laicato Missionario. L’aggregazione dei laici all’Istituto, pur intesa in senso limitato, non vuole escludere dalle nostre Missioni personale femminile o sposato, per il cui inserimento si preferisce passare attraverso le Diocesi o agli Organismi di Laicato Missionario”.

La terza parte tratta delle NORME PRATICHE PER L’AGGREGAZIONE. [30] Questa parte tratta delle norme giuridiche e pratiche dell’Aggregazione.

Competenze: [31] a livello d’Istituto spetta al Superiore Generale con Consiglio l’ammettere alla Aggregazione, e a livello di Circoscrizione al Superiore e suo Consiglio. Per le pratiche di ogni candidato, a livello generale le tratta il Vice Generale, e a livello di Circoscrizione il Superiore, Vice Regionale, o anche la persona incaricata del programma. Il Vice Generale deve ricevere tutte le informazioni di ogni richiedente.

Preparazione: [32] l’aggregazione deve avere un periodo di preparazione non inferiore di sei mesi, in una casa dell’Istituto, a due tempi: il primo “ha lo scopo di inserire gradualmente il candidato nella vita dell’Istituto e di garantire al medesimo la necessaria formazione umana, spirituale e missionaria; il secondo ha lo scopo di dare una formazione più specifica e immediata in rapporto al futuro…..”

Ammissione [33] I seguenti punti debbono essere seguiti: a) primo contatto con l’interessato da parte del Superiore Regionale/Delegato o suo rappresentante…. per un primo scambio di informazioni, con lo scopo di conoscerlo e parlare del significato dell’Aggregazione; b) raccolta di informazioni dallo stesso candidato…, da altre persone degne di fede…; c) inizio del primo periodo di preparazione come spiegato sopra; d) trasmissione al Vice Generale delle informazioni quali stato civile, lavoro o professione, prove della idoneità alla vita missionaria (salute, formazione morale e spirituale, attitudini particolari); ….modulo di contratto…e) presentazione della documentazione al Superiore Generale e Consiglio per l’ammissione all’Istituto come Aggregato… con la firma del Superiore Generale, la persona diventa Aggregato.

Prestazione: [34] durante il primo periodo di preparazione,…a) si concorderà fra le parti un contratto di lavoro per stabilire: il tipo di prestazione, la località, la durata e le condizioni; b) la prestazione può essere fatta anche in patria: in ogni caso deve essere gratuita; c) il contratto di lavoro è regolato da appositi moduli, secondo la natura del candidato e firmato dai tre contraenti (aggregante, aggregato e la missione); d) i moduli presentati dal libretto hanno solo valore indicativo, e debbono essere adattati alle circostanze reali di ogni caso; e) la durata dell’aggregazione non è inferiore ai tre anni per i laici…..; f) l’aggregazione cessa allo scadere del contratto: può essere rinnovato di comune accordo anche per periodi più brevi.

B) I CAPITOLI GENERALI

I superiori Generali hanno lanciato l’idea della collaborazione missionaria nell’Istituto di altre forze, oltre le tre tradizionali: preti, fratelli e suore missionarie. Hanno ispirato l’Istituto con i loro scritti, motivandolo per un’accettazione e una collaborazione fraterna e serena. Come hanno reagito i Capitoli, a cui spettava il compito di accettare la sfida dei Superiori e tradurla in realtà sia canonica, che organizzativa? Brevemente presenterò un sunto sia della teoria, che delle linee direttive provenienti dai Padri Capitolari.

1. Capitolo del 1969

Questo fu il capitolo di rinnovamento dopo il Concilio Vaticano II. Il tema degli Ausiliari (sacerdoti, religiosi e laici), è ripreso tre volte, e si limita a sintetizzare principi e le proposte pratiche già presentate dai Superiori Generali.

a) Ausiliari missionari (N. 80-82). Parla della necessità da parte dell’Istituto di interessamento al desiderio di molti di darsi per un po’ di tempo alle Missioni (n. 80), e di mettere a loro disposizione e al servizio degli organismi che sono involti in questo, tutto l’aiuto possibile per un’idonea preparazione, una personale assistenza spirituale e materiale e un accompagnamento durante il lavoro missionario (n. 81). “Il Capitolo Generale ritiene che l’Istituto, in casi particolari, possa offrire agli Ausiliari missionari forme individuali e di aggregazione o associazione. Affida alla Direzione Generale dell’Istituto lo studio di tutto il problema degli ausiliari missionari, e la formulazione delle convenzioni per le forme di aggregazione o associazione” (n. 82)

b) Ausiliari laici (n. 217-224). Mentre nel capitoletto sopraccennato si parlava di Ausiliari in generale (preti, religiosi ed anche laici), qui si parla unicamente dei laici ausiliari. Il n. 217 auspica che il numero di laici per la missione aumentino sempre di più, e il n. 218 invita i nostri missionari a considerarli come una nuova espressione della coscienza missionaria, e di valorizzarli nel lavoro missionario. Il seguente paragrafo delinea i campi più specifici di lavoro missionario per laici (.n. 219), e finalmente un accenno allo spirito e alle caratteristiche proprie della presenza e lavoro dei laici in missione (n.. 220). I due numeri che seguono sono rivolti ai membri dell’Istituto e agli incaricati delle sue strutture, perché offrano tutto l’appoggio ai nuovi missionari laici, l’aiuto per la lingua, per una conoscenza reale della situazione socio-culturale del luogo e delle persone, e faccia di tutto per provvedere ai bisogni spirituali e fisici di queste nuove forze missionarie (n. 221-222). Il Capitolo propone la possibilità di un consiglio diocesano per affrontare tutti i bisogni e difficoltà del laicato missionario (n. 223). I missionari debbono prestare anche una minima assistenza a quei laici che non sono motivati da ragioni di fede nel loro operato, ma che vivono e lavorano nei territori ove l’ IMC ha le sue missione, per un fraterno aiuto (n. 224).

c) Laici: (n. 908) “Seguendo le indicazioni del Concilio, l’Istituto è disposto a prendere in considerazione le richieste dei laici che intendono prestare servizio nelle Missioni. I promotori vocazionali valutino bene se tali laici sono forniti delle qualità richieste. In caso di giudizio positivo, li indirizzino agli organismi che attendono alla loro formazione. Le Regioni studino anche con iniziative proprie, eventuali possibili forme di collaborazione con questi organismi”.

2. Capitolo del 1975: a metà degli anni 70, l’Istituto aveva già sperimentato la presenza dei laici nelle Missioni, specie in Kenya, e quindi al Capitolo ci fu una revisione di questo nuovo fenomeno con l’intento di discernere chiaramente i pro e i contro, e come migliorare, se ritenuti opportuni, gli sperimenti già fatti. Il discernimento ben presto si trasformò in una vera battaglia campale, con il Superiore Regionale del Kenya e i suoi delegati al Capitolo da una parte, e il Superiore Regionale degli Stati Uniti e il suo delegato al Capitolo, P. Bellagamba, dall’altra parte. Il Superiore del Kenya presentò una relazione al Capitolo dal Titolo: Missionari Laici, che fa parte dei documenti del Capitolo, in cui presentò il fenomeno con critiche aspre e pochi encomi. Considereremo questo documento più avanti: però fu la scintilla che incendiò i capitolari. Purtroppo la ragione fondamentale del dissenso fu una visione diversa del laicato missionario, e il considerare assieme tutti i laici in Missione, senza distinzione di sorte, e qualsiasi fosse la loro motivazione per il loro essere ed operare in Missione. Come conclusione del lungo dibattito, il Capitolo scrive una paginetta quasi insignificante per il futuro.dell’esperimento:

“AGGREGATI”

1. L’Istituto, seguendo le indicazioni del Capitolo del 1969 (cfr. 80-82), ha iniziato l’aggregazione di sacerdoti, religiosi e laici, che intendono dedicarsi temporaneamente al servizio nelle Missioni. E’ inoltre continuata la disponibilità dell’Istituto ad accogliere e a collaborare con gli ausiliari missionari non aggregati. La breve e limitata esperienza dell’aggregazione è stata valutata attentamente dal Capitolo nei suoi aspetti giuridici e pratici. In generale è risultato un esperimento valido e positivo, nonostante varie difficoltà come la poca disponibilità di qualche missionario nell’accettare la novità di questa forma di cooperazione missionaria. Tali difficoltà, inevitabili agli inizi di un nuovo programma di cooperazione missionaria, non debbono pregiudicare il suo valore e la sua necessità.

2. Il Capitolo ha perciò maturato i seguenti orientamenti:

a) L’Istituto intende continuare a valorizzare queste nuove forme di partecipazione nell’attività missionaria.
b) Per evitare le difficoltà incontrate in passato e perché la collaborazione degli aggregati dia maggiori risultati, il Capitolo invita a seguire le direttive date dalla Direzione Generale nel volumetto ‘Aggregazione Missionaria’, limitando l’aggregazione a chi chiaramente dimostra di comprendere e accettare il concetto d’inserimento temporaneo nell’Istituto.
c) Tutti i missionari s’impegnino a sviluppare nei confronti degli aggregati un profondo senso di accoglienza, di fratellanza e di armoniosa cooperazione nel lavoro apostolico.” [35]
“I fratelli siano disponibili ad aiutare i volontari laici a inserirsi nell’Attività missionaria”. [36]

3. Capitolo 1981: il suo scopo principale fu quello di discutere ed approvare le nuove Costituzioni e il Regolamento Generale. Però, guardando alle situazioni concrete dell’Istituto, il Capitolo tracciò una lista di PUNTI DI PROGRAMMAZIONE per il sessennio 1981-1987. In questo volumetto, solo una volta si fa menzione dell’aggregazione all’Istituto di altre forze, specie sacerdoti. “La Direzione Generale incoraggi l’aggregazione di sacerdoti all’Istituto, promuovendo la conoscenza di questa possibilità di servire la Missione, sulla base del libretto ‘Aggregazione all’IMC di sacerdoti e laici’, opportunamente aggiornato. Prima dell’aggregazione si insista con gli interessati sulla necessità di un periodo di permanenza nelle nostre comunità; sulla fedeltà ai contratti. Le comunità siano preparate ad accoglierli; i superiori abbiano per essi vero e proprio interessamento, e si mantengono in collegamento con i loro Vescovi di origine”. [37]

4. Capitolo 1987: due volte si parla dei laici. Nella pianificazione sessennale dell’Ufficio di Pastorale, uno dei temi da considerarsi è “il ruolo dei laici nella Chiesa”. [38] Un più lungo capitoletto è riservato ai laici, quando il Capitolo tratta dell’Animazione “Missionaria Vocazionale”, dal titolo ‘Laicato Missionario IMC’. “Dalla relazione delle Direzione Generale e da varie altre delle circoscrizioni e di singoli missionari, emerge la proposta di dare avvio a un Laicato Missionario IMC, formato al nostro carisma e alla nostra spiritualità, per un lavoro missionario. La Direzione Generale sensibilizzi e mentalizzi l’Istituto su questa nuova forma di comunione e collaborazione per la Missione. In seguito, studi come concretizzare il progetto, avviandolo in quelle circoscrizioni dove il terreno sembra più preparato. Il prossimo Capitolo valuterà le prime esperienze fatte, in vista di una definitiva istituzione”. [39]

5. Capitolo 1993: accenna ai laici missionari brevemente due volte, e presenta una specie di valutazione dei tentativi fatti. Parlando della Missione da farsi in comunione, scrive: “Incrementare gli sforzi e le iniziative per accogliere, formare e inviare i laici missionari e valutarne l’esperienza apostolica in dialogo con le Chiese locali”. [40] E nella sintesi del medesimo capitoletto afferma: “Una missione a servizio della Chiesa locale, svolta con il metodo e lo spirito della comunione, nella ministerialità e nella complementarietà con i laici”. [41] Fra le ALTRE DECISIONI CAPITOLARI, c’è anche quella sui “Laici Missionari IMC. Ottemperando alla Programmazione del 1987, il Capitolo ha valutato positivamente le esperienze in corso e giudica valido il progetto ‘Laici Missionari IMC’. La presenza dei laici che vogliono vivere e realizzare la Missione con noi, condividendo il nostro carisma, costituisce un’apertura alla sensibilità e agli orientamenti ecclesiali, rappresenta un elemento di novità e ci aiuta a vivere la nostra consacrazione per la missione nella comunione e complementarietà. Per cui le circoscrizioni.

- incrementeranno nelle comunità e centri di animazione gli sforzi e le iniziative per accogliere, formare e inviare laici missionari;

- stimoleranno la pastorale d’insieme perché la prassi di collaborazione con i laici porti allo sviluppo del Laicato Missionario IMC;

- organizzeranno i tre momenti particolari del progetto: preparazione-invio, destinazione-inserimento nelle varie comunità, aiuto-accompagnamento, anche dopo il ritorno in patria;

- provvederanno a seguire il progetto con riunioni ordinarie e straordinarie, secondo le necessità;

- valuteranno l’esperienza apostolica assieme alle Chiese locali”. [42]

6. Capitolo 1999: Questo Capitolo riprende il titolo degli ultimi due precedenti e lo rende più specifico: Laici Missionari. Non accenna mai ai Volontari, o Aggregati, Affiliati, Ausiliari. Presenta una definizione abbastanza precisa del Laico Missionario “Il laico missionario IMC è una persona che, motivata dal desiderio di rispondere alla chiamata di Cristo, fa della Missione una scelta di vita, partecipa per alcuni anni al progetto di Missione dell’Istituto, in patria o all’estero, ispirandosi alla sua spiritualità” [43] ….Il nome già denota un approach diverso, e basato su una teologia più aggiornata. I laici sono missionari per il loro battesimo che da loro il ‘diritto-dovere’ di impegnarsi sia come singoli, sia riuniti in associazioni, perché l’annuncio della Salvezza sia conosciuto e accolto da ogni uomo…(RM, 71)….”I laici sono veri agenti di pastorale e di Missione, per vocazione, e non soltanto ‘tecnici’ a suo servizio….” [44] Tutto il resto del capitoletto è in sintonia con la teologia e prassi del gruppo Consolata Lay Missionaries. Una sola eccezione su cui il nostro progetto per i laici avrebbe avuto difficoltà è la proposta operativa sulla “collaborazione e inserimento di laici nell’attività missionaria dell’Istituto. Si seguano per ora le indicazioni date dal documento Laici Missionari IMC e la forma sperimentata dell’aggregazione” [45]. Ancora non è chiaro il concetto che questi laici non sono né aggregati, né ausiliari degli IMC, ma sono veri e propri missionari, il quarto ramo del tronco missionario Allamaniano. Per cui l’inserimento non è negli IMC, ma nel gruppo CLM, e la collaborazione è reale e distinta come fra gli altri gruppi della famiglia missionaria dell’Allamano.

7. Capitolo del 2005: Riassume un po’ tutto il cammino fatto, conferma tanti passi, ne propone altri per arrivare ad una comune visione teologica e pastorale dei LMC, e la loro Missione nel carisma e spirito dell’Allamano [46]. Penso che l’Istituto stia arrivando al traguardo, e il nostro gruppo CLM sarebbe stato totalmente in sintonia. Due osservazioni che potrebbero aiutare a rendere più accettabile il futuro testo o Statuto per i nostri Laici (CLM) sono:

a. Al N. 66, 2, cambiare il testo in modo che sia in sintonia con la dottrina proposta dallo stesso Capitolo: “La comunità dei LMC si attende dall’Istituto l’accettazione della loro vocazione specifica e distinta e un accompagnamento……”.

b. Al N. 67,5 sarebbe più accettabile la seguente formulazione: “Data la specifica e distinta vocazione missionaria, normalmente le comunità IMC e LMC vivano separatamente, ma pur sempre in comunione, come con le MC. Eccezionalmente, e per motivi seri e riconosciuti da ambo le parti, ci potranno essere comunità miste di IMC e LMC, salvaguardando le esigenze specifiche delle due comunità”. P. Bellagamba pensa che se i CLM del USA fossero ancora in vita, i due cambiamenti sarebbero accolti nel segno della giustizia e con sentimenti di gratitudine.



PARTE SECONDA

CENNI STORICI SUI CONSOLATA LAY MISSIONARIES DEGLI STATI UNITI

Laici Americani e Canadesi che hanno lavorato nelle nostre missioni, specie in Africa, sono stati tanti e provenienti da diversi gruppi. Il gruppo più consistente era quello dei Lay Mission Helpers di Los Angeles (LMH). I primi tre membri arrivarono a Nyeri verso la fine del 1959 e per molti anni altri li seguirono dando un contributo sostanziale alle nostre Missioni dei Kenya. Altri giovani Canadesi o Statunitensi, che avevano conosciuto nostri studenti o padri che avevano lavorato nei due paesi, si associarono a loro nel lavoro missionario in Africa. Nella Conferenza Straordinaria del 1962 del USA, il P. Fiorina ricorda questi laici con piacere: “Dieci Laici Statunitensi qualificati lavorano nelle nostre missioni del Kenya. Gli Ordinari delle Missioni sono pienamente soddisfatti del loro comportamento” e chiede alla Delegazione USA di includere come un lavoro prioritario il “reclutamento di Ausiliari Laici per le Missioni”. [47] Uno dei promotori più entusiasti e prolifici di questo reclutamento a livello di amicizia e di conoscenza personale fu il P. De Marchi. Quando egli fu destinato al Kenya nel 1964 ed ancora agli inizi dell’apertura delle nostre Missioni in Etiopia nel 1969 [48] , i laici sono sempre stati i suoi fedeli collaboratori. Il Centro Missionario della Consolata (CMC) di Buffalo ne assistette diversi per sbrigare le pratiche, per una breve preparazione spirituale, e per orientamenti missionari.

1. Data di nascita

Ma il vero programma per il reclutamento, preparazione ed invio dei Consolata Lay Missionaries (CLM) iniziò nel Seminario di Buffalo, N. Y. Quando? Questo è il dilemma. Quando il Seminario fu chiuso e venduto, tutti gli archivi dovevano essere inviati all’archivio regionale in Somerset, N. J. Però tutto ciò che riguarda il progetto dei Laici Missionari al momento non è reperibile, né nella casa di Buffalo, né in quella di Somerset. Quello che l’archivio regionale conserva, è datato dal 1972 ed oltre. Cioè quello che P. Bellagamba conservò quando nel 1972 fu destinato dalla comunità di Buffalo, alla casa di Washington, D. C., e il programma continuò da quella residenza. Oppure copia di lettere e programmi inviati al Superiore Regionale e conservati negli archivi. Per cui, se non si riuscirà a rintracciare i documenti, bisogna ricostruire i primi anni del progetto o con referenze ad altri documenti, e consultando persone che erano parte del progetto stesso.
Al momento si può dire che la scintilla che accese il fuoco fu il riconoscimento da parte di P. Fiorina della presenza di laici nordamericani nelle nostre Missioni, e l’approvazione dei vescovi del loro operato. Riconoscimento che il Generale ripetè nella sua lettera circolare N. 108, ove scrisse: “E’ questo un punto del programma di lavoro già indicato a certe Regioni dell’Istituto che si trovano con più facile possibilità, come gli Stati Uniti ed il Canadà.” [49] Un altro incentivo venne da P. Bernardi, nella sua relazione dopo la visita canonica del 1965, quando riconobbe che uno degli insuccessi del nostro lavoro era “la mancanza nell’organizzare gruppi Ausiliari per le missioni secondo le istruzioni del Superiore Generale (Lettera Circolare N. 103, 108.)”. [50] Per cui la data di inizio si può considerare l’anno 1965. Dal 1965, quando la prima coppia affidataci da P. De Marchi per una breve preparazione e assistenza per le pratiche di visto, partì per il Kenya, fino al 1969, quando si iniziò la preparazione regolare dei CLM, P. Bellagamba ed i Padri del Seminario prepararono laici missionari per tutte le attività del Centro Missionario di Buffalo, e per assisterli nella stesura del primo statuto dei CLM, e per reclutare giovani per diventare laici missionari della Consolata. Il primo gruppo fece la sua preparazione nell’anno 1969 e partirono nel 1970. [51] Il breve annuncio scritto su Consolata conferma questo inizio: “In 1969 the Consolata Mission Center of Buffalo, N. Y., initiated a program of recruitment and preparation of lay volunteers (sic), for the Missions. Since then many lay people have worked side by side with the Consolatas in Africa, Latin and North America, and with other religious groups. At present these Consolata Lay Missioners (sic) are working with us overseas in Africa…… [52]. Questo sembra contraddire ciò che P. Bellagamba scrisse al Vescovo di Buffalo: “On Thursday, January 29 Father Hogan officially opened the first training course of the mission volunteers to Africa….. [53] In realtà però le due versioni non si eliminano, ma si complementano a vicenda. Infatti il 29 di Gennario, il corso fu aperto “ufficialmente”, mentre i corsi erano già aperti prima, ma senza alcuna ufficialità.

2. Luogo di nascita e di sviluppo

Il programma dei Laici Missionari della Consolata si ideò e sviluppò nel nostro Seminario di Buffalo, N. Y. La costruzione del seminario fu iniziata nel 1961, i primi studenti arrivarono a Settembre dello stesso anno, anche se non tutta la costruzione era terminata, e fu benedetto e solennemente inaugurato nell’Agosto del 1962 dal Vescovo di Buffalo, Mons. Burke. Era un Junior College, cioè offriva corsi per i primi due anni di università. Affiliato all’inizio al Seminario di Cromwell, CT. [54] e poi alla Università Cattolica di Washington, D. C., [55]conferiva il primo diploma di studi superiori. Il Seminario fu aperto proprio all’inizio della crisi delle vocazioni nella chiesa Americana. Per cui nel giro di pochi anni si dovette chiudere. I superiori di Torino fecero di tutto per tenerlo in vita: inviarono studenti da altre regioni dell’Europa e Sud America, aprirono il noviziato per vocazioni dei due continenti: [56] ma nulla arrestò l’emorragia vocazionale. Per cui, dopo qualche anno, ci si domandava: casa fare di questa costruzione? I padri decisero di convertirlo in un Centro Missionario della Consolata (Consolata Mission Center), che mentre accudiva alle pochissime vocazioni per la vita missionaria, apriva le sue porte per tante altre attività di natura missionaria, come The Ladies Guild and the Centurion [57], Experiment in Integrated Living [58], Adult Education Programs for all the parishes of the city of Buffalo [59], Mission in Focus [60] etc. Tra queste attività, ci fu anche il gruppo Consolata Lay Missionaries [61]. Fu nel Buffalo Mission Center che la maggioranza dei Laici Missionari della Consolata ricevettero la loro preparazione e partirono per le Missioni.

Quando il P. Bellagamba fu destinato alla casa di Washington, D. C., il programma diventò parte del Segretariato per la Missione [62]. Il Padre era l’incaricato del Segretariato e continuò pure il lavoro di reclutamento e di preparazione di questi laici missionari. Per cui il progetto iniziò e si sviluppò molto a Buffalo, e continuò, ma con un ritmo molto più lento, a Washington. Tutti e due i locali erano ideali per la preparazione dei missionari laici, sia per lo spazio e il numero delle camere, che per la facilità di trovare personale qualificato per l’insegnamento e le attività.

3. Nomi e Natura del Programma

Durante la sua breve storia, il programma ha cambiato nome tre volte. Il primo nome fu Consolata Lay Missionaries, o, Lay Consolata Missionaries. Il titolo metteva in risalto la natura del programma: laici, i soli membri; missionari, la loro vocazione specifica, e Consolata, l’Istituto da cui i essi prendevano ispirazione, il carisma e le linee fondamentali della spiritualità adattate al laicato. Quando chiedemmo al Vescovo la sua approvazione e, possibilmente, il coinvolgimento della diocesi, anche in campo finanziario, egli espresse i suoi desiderata circa il titolo ed alcune modificazioni dello statuto. Per cui il titolo si cambiò in Buffalo Consolata Lay Missionaries, o Consolata Lay Missionaries of Buffalo. Il Vescovo, Mons. James A. McNulty, desiderava di cambiare il termine ‘missionario’ con ‘volontario’, ma noi spiegammo che i documenti pontifici [63] parlavano di laicato missionario e lui accettò il termine, anche se nelle sue lettere usa più frequentemente il termine ‘volontari’, e noi, per deferenza a lui, seguimmo la stessa linea nelle nostre lettere.. Ci chiese anche di preferire i cattolici, anche se nello statuto e foglietti di propaganda si diceva che “non-Catholics are as welcome as Catholics”. [64] I Superiori quasi ci obbligarono di aggiungere “anyone in religious life” [65], perché la loro visione a quel tempo era quella di Ausiliari/e, mentre la nostra era solo quella dei laici. Il terzo titolo fu “The Consolata Lay Missioners”, che adottammo quando il Cancelliere della Diocesi, Rev. Donald W. Trautman ci informò che “after consultation and careful consideration it has been decided that the Diocese in unable in the future to support this missionary endeavor” [66] , per cui il programma ritornò nella mani della Consolata. Il nome di Missioners (o Missioneers), invece di Missionaries, fu adottato perché gli Istituti Missionari in America, seguendo i missionari di Maryknoll, lo fecero loro.

Il nome doveva sintetizzare la natura del gruppo. E la natura era basata chiarissimamente sui seguenti principi:

a. I suoi membri erano esclusivamente i laici, incluse le donne e sposati. Per le ragioni menzionate sopra, circa i diversi nomi del gruppo, ed altre, dovemmo accettare alcune eccezioni, ma il principio rimase inalterato nella mente dei membri e dei leaders, e, per quanto possibile, anche nella descrizione del programma. E’ vero che la comunità di Buffalo inviò altre persone in Missione, come le Suore Francescane di Williamsville che andarano al Meru, [67] e il P. Francis M. Holland che servì come cappellano nel Newman Center dell’Università di Nairobi, [68] ma rimasero sempre eccezioni se non imposte, almeno influenzate dall’Istituto che, fino al 1993, considerava i laici come gli Ausiliari e Ausiliarie, alla stessa stregua dei preti e religiosi, e non come autentici missionari. Non è che noi escludessimo gli altri gruppi dal lavoro missionario, ma essi non dovevano essere mischiati con i LMC, che, secondo noi, avevano una chiamata tutta speciale, e non solo di lavoro accanto ai, o con i missionari della Consolata, ma come persone chiamate alla Missione. Per cui il seguente suggerimento di P. Bianchi non aveva alcun senso per i CLM, né come soluzione temporanea e, tanto meno come soluzione finale. “Per quanto riguarda i laici, l’aggregazione intende limitarsi, almeno come inizio, unicamente al ramo maschile. …. L’aggregazione dei laici all’Istituto, pur intesa in senso limitato, non vuole escludere dalle nostre missioni personale femminile o sposato, per il cui inserimento si preferisce passare attraverso le Diocesi o agli Organismi di Laicato Missionario” [69]. Ma se questo è accettato, come si può parlare di laicato missionario della Consolata? O il laicato è nostro, e allora tutto il processo deve essere stabilito assieme, senza esclusione, senza limiti: o è di altri, ed allora questi laici non si possono chiamare missionari della Consolata, ma laici che lavorano di fianco a noi, pur appartenendo ad altri gruppi o organizzazioni.

b. Questi laici erano veramente missionari, nel senso pieno della parola. Cioè loro sentivano la chiamata alla Missione come un dono di Dio, e rispondevano ad essa come missionari e non solo volontari, ausiliari, lavoratori sociali al posto del servizio militare, ecc. E ciò comportava tutta una preparazione specifica, una carica di vita cristiana profonda, una fede vissuta nella testimonianza della vita e nel lavoro assegnato loro. Quando P. Bellagamba fu notificato che una coppia non frequentava più la chiesa per le divergenze fra loro e i preti, e per accuse fatte loro dai Padri agli alunni della scuola, scrisse immediatamente cercando di ricordare loro che la loro testimonianza di vita cristiana era la parte più importante della loro presenza in Missione, e il perdono il dono più bello che possiamo fare gli uni agli altri, essi risposero: “At the time of the crisis, neither of us felt much like attending their Masses, but after some extra prayer and time, we found ourselves going back to the liturgies and, as you say, it is one aspect of Christianity to forgive and to continue helping each other and working together …. for the good of the (school) girls” [70].

c. Missionari della Consolata: loro erano felici di condividere il carisma missionario, la visione e la spiritualità (applicata alla vita laicale) dell’Allamano, con le susseguenti riforme e adattamenti apportati dai Capitoli Generali, dalle Conferenze Regionali e dai suoi missionari più zelanti e profetici. Questo è stato il motore di tutta la loro vocazione missionaria attiva. Loro però volevano essere non degli aggregati, o affiliati, o aggiunti, o complementari agli altri gruppi della famiglia Allamaniana, ma il quarto gruppo della stessa, o il quarto ramo dell’albero missionario che si rifà all’Allamano. E questo, non per superbia, o per rifiuto degli altri, ma proprio perché desideravano vivere la vita missionaria nello spirito e carisma del Fondatore, e rilevarlo, farlo crescere nella vita dei laici. Durante la cerimonia di Appartenenza al Gruppo dei Laici Missionari della Consolata, e della partenza, che ogni laico doveva preparare con l’aiuto della comunità che lo inviava, leggiamo questi sentimenti. Una coppia che parte con tre bambini scrive nel loro mandato missionario: “We wish to dedicate ourselves for two years to the missionary apostolate of your (God’s) church as Consolata Missioneers”. Nell’introduzione alla Messa leggiamo: “The call of Christ to proclaim the Good News is sent to each one of us. Every Christian, because he is a Christian, must participate in the task of spreading God’s kingdom. Everyone of us should be so filled with the wonders of what God has done out of love for us by sending His Son Jesus, that we will in turn reach out in love to all our brothers and sisters throughout the world.”. Una della Preghiere dei Fedeli così si esprime: “That those individuals whom the Lord calls in a special way to preach to the nations by infusing the missionary vocation into their heart, through the Holy Spirit, may always respond willingly to his call”. [71]

A young lady, member of the Newman Apostolate at a University, writes in her ceremony: “ You are sent by this community …., be helped by this community both spiritually and materially, and you will be working to extend the faith of this community to the African Peoples….You are a missionary now, and, as such, you will have to imitate the first missionary, Jesus. He saved the world by dying; He preceded His teachings and preaching with his example ….If you are ready to accept such a responsibility, express your readiness … by letting your community know:

P. Barbara, do you want to become a Consolata Lay Missioneer”? B. Yes. Altre domande seguone. Alla fine delle domande, il prete rappresentante degli IMC dice: “Barbara, in the name of the Consolata Society for Foreign Missions I accept you as a Consolata Missioneer”. [72] I candidati venivano accettati per un certo tempo, come Missionari Laici della Consolata, come un novizio o novizia venivano accettati per tre anni, come missionari della Consolata. Loro non si sentivano una semplice foglia degli altri rami, o Istituti dell’Allamano, loro non venivano inseriti come aggregati fra gli altri missionari, ma erano missionari per conto loro e secondo il loro stato laicale. Ci vorranno ancora anni, fino al Capitolo del 1993, e finalmente quello del 1999 e 2005, per ricuperare questa realtà che per i nostri laici missionari era così semplice e palese. E certamente fu questa ambiguità e mancanza di chiarezza sulla vocazione missionaria laicale, una delle ragioni principali della povertà del movimento missionario laicale del IMC e speriamo non sia la sua pietra tombale.

4. Partecipazione Diocesana nel Programma.

Quando i Superiori IMC chiesero alla comunità di Buffalo di trasformare il Seminario in Centro Missionario, assieme ai laici studiammo i vari programmi che si potevano generare, sempre in sintonia con il carisma missionario dell’Istituto. Dopo molti raduni, si fece un piano che si sottomise ai nostri Superiori e al Vescovo di Buffalo. In generale sia i Superiori che il Vescovo espressero soddisfazione per il piano, e, il Vescovo di Buffalo, Mons.McNulty, ci chiese di: tenere informati i vari uffici diocesani dell’andamento dei nostri progetti. Per cui, quando la prima investitura e partenza di tre coppie che passarono attraverso tutto il tirocinio della preparazione per diventare CLM si avvicinava, noi chiedemmo al Direttore Diocesano della Propagazione della Fede, il Rev. Robert J. Hogan, di presiedere la cerimonia. E lui, molto diplomaticamente, ci suggerì di chiedere un incontro con il Vescovo, per fargli sapere che il programma andava avanti bene, e i primi frutti stavano maturando, e che noi lo invitavamo alla prima cerimonia di investitura e partenza. E così facemmo. P. Bellagamba, un altro padre e un laico fecero visita al Vescovo, gli parlarono del programma, della partenza, lo invitarono a presiedere ed anche a diventare partner del programma stesso, e delle sue spese finanziarie. Il Vescovo ringraziò, chiese di consultarsi con P. Hogan sulle nostre proposte. P. Bellagamba gli promise di inviargli una lettera per ricordare la nostra conversazione. La lettera fu inviata il 26 Dicembre, 1969, e i due archivi di Roma e di Somerset, contengono coppia. Dopo aver fatto un breve sommario della discussione, e ricordato al Vescovo della possibilità di un Consiglio Direttivo per il programma dei Laici Missionari, di cui egli sarebbe stato l’Onorario Chairman e P. Hogan uno dei sei membri, P. Bellagamba conclude: “It is our understanding that Your Excellency would give your complete co-operation and encouragement to this most important work by allowing the Mission Center to recruit candidates in the Diocese. We would respectfully suggest that the Diocese share equally in the expenses of this project, and provide some monthly donation for these volunteers, while they are in the mission fields”. [73] Il Vescovo scrisse una breve lettera al P. Bellagamba, chiedendo spiegazioni sulla questione finanziaria. [74] P. Bellagamba risponde e dichiara che non può offrire precise indicazioni, ma solo vaghe soluzioni [75].

La diocesi di Buffalo mantenne le sue promesse e per quattro anni fu di grande aiuto per il programma [76]. L’ultima breve relazione inviata alla diocesi dava i seguenti dati: nel 1972-73, quattro Laici Missionari partirono per le Missioni: sette furono reclutati e quattro erano pronti per partire, e sette lavoravano già in Missione. Le spese per tutto l’anno ammontavano a $6,260.46 ($1,732.07 per viaggi, $1,583.58 per programma, $344.81 per spese di ufficio, e $2,600.00 per assicurazione dei volontari). La diocesi versò un check per $3,130.23 con una lettera in cui P. Donald W. Trautman, il Cancelliere, che annunciava la decisione della Diocesi di non continuare il sussidio finanziario per difficoltà finanziarie. [77] Il Regionale P. Lombardo scrisse una lettera a nome dell’Istituto, ringraziando per tutto l’aiuto dato al programma dei Buffalo CLM. [78] Più tardi, quando il programma abbisognava di aiuti, il P. Lombardo scrisse al nuovo Vescovo Msgr. McLaughling per vedere se si poteva iniziare nuovamente il gemellaggio circa i CLM [79], ma negli archivi non si trova risposta alcuna.

5. Programma di Preparazione dei CLM

Nella parte tecnica della preparazione, ci siamo trovati d’accordo con le direttive del P. Fiorina (Lettere Circolari N. 103, 108, e N. 121), ma non nella teologia del laicato e spiritualità missionaria che, come abbiamo notato sopra, era alquanto differente. Per cui noi seguimmo la parte tecnica nella scia dell’Istituto, e la parte teologica e spirituale secondo la filosofia del nostro programma. Ed è per questo motivo che P. Bernardi, nella sua visita Canonica del 1965, elencò fra gli insuccessi della Delegazione USA la “mancanza nell’organizzare gruppi di Ausiliari per le Missioni, seguendo le istruzioni del Superiore Generale (Lettera Circolare, numeri 103, 108). [80]

P. Bellagamba non è riuscito a rintracciare il primo statuto e programma, per cui i principi di questo punto sono desunti dai seguenti documenti: CONSOLATA MISSIONEERS [81], THE CONSOLATA MISSIONEERS, Serving in Mission Fields Abroad and at Home [82], THE IMC LAY MISSIONARY PROGRAM [83], VOLUNTEERS FOR THE MISSIONS [84] AUXILIARY ORGANIZATION of the IMC in the US [85]

La prima fase del programma consisteva in una o più interviste personali fatte dal Direttore del programma sulla situazione in generale della persona, su come aveva conosciuto il programma, sulla famiglia, il lavoro, ecc.

La seconda fase consisteva nel radunare tutti i documenti necessari per una conoscenza ufficiale della persona (certificato di nascita, battesimo, cresima, matrimonio se sposati, studi e diplomi accademici, tipo di professione/lavoro/impiego, certificato medico e possibilmente psicologico). Lettere di raccomandazione del datore di lavoro, del parroco o prete che conosceva la persona da molto tempo e abbastanza profondamente, di amici/amiche di lavoro, di vita parrocchiale, di apostolato.

La terza fase era basata su altre interviste per rilevare i requisiti, le motivazioni e le attitudini della persona circa la Missione, gli altri, la religione, la vita cristiana, ecc. [86] Queste interviste venivano eseguite all’inizio e continuate per tutto il tempo del programma, ed i laici che erano già stati in missione erano pure coinvolti, in modo da avere una visione più completa possibile dei candidati. E’ ovvio che molti candidati erano conosciuti bene dai missionari, perché facevano parte della famiglia delle Consolata nei diversi centri missionari del paese. Terminata questa fase, il candidato era o accettato nel programma, o rifiutato. [87]

La quarta fase era costituita dal programma stesso, diviso in due parti: Preparazione Remota, Preparazione Prossima.

La preparazione remota consisteva in letture sul Fondatore, la sua spiritualità, la sua visione della Missione, della comunità, del lavoro missionario, e sui documenti della Chiesa in temi missionari, e in attività personali per la promozione della Missione in qualsiasi situazione il candidato si trovasse.

La preparazione prossima consisteva in partecipare due volte la settimana, per circa due ore ogni volta, a conferenze, lezioni, condivisione con persone specializzate in temi di Missione e dell’Istituto della Consolata, e in dialoghi personali fra i candidati e il direttore del programma, o i relatori, sia per completare le lezioni, come per scegliere il luogo e il ministero in Missione. [88]

Alla fine, tutti coloro che avevano aiutato i candidati nel programma, si riunivano e discutevano i singoli casi per poi votare sulla idoneità o meno dei candidati. Questa decisione veniva inviata al Consiglio Regionale a cui spettava l’autorità di accettare i candidati come membri dei Consolata Lay Missionaries o no. Questo è di un’importanza capitale. I candidati venivano accettati ed inseriti come membri nel gruppo dei CLM, e non Aggregati, Affiliati nell’IMC. Ed è questo punto che ancora non è chiaro nell’IMC e che non ci permette di comprenderci a vicenda e di vivere la vocazione missionaria nello spirito e visione dell’Allamano, adattata allo stato di vita della persona.

L’ultima fase del programma era di preparare e condividere un agreement (contratto) fra l’IMC degli USA, della Regione a cui il candidato veniva assegnato e il candidato stesso, specificando le responsabilità e i doveri e diritti di ognuno, su tutte le modalità della sua vita e ministero in Missione. [89] Una volta firmato il contratto, il candidato diventava membro dei CLM e preparava la sua celebrazione dell’appartenenza al gruppo stesso e della partenza per la Missione.

Quando il programma cambiò sede da Buffalo a Washington, D. C., tutte le fasi del programma rimasero identiche a quelle di Buffalo, eccetto la Preparazione Prossima della Quarta Fase. Dovuta all’impossibilità di radunare ogni settimana i candidati a Washington, la preparazione prossima fu sostituita dalla partecipazione a corsi per missionari offerti in Washington o dal U. S. Catholic Mission Council/Association, [90] o da International Layson, un ufficio di coordinamento dei laici cattolici per la Missione [91]. Questi corsi duravano da due a quattro settimane, richiedevano la residenza dei partecipanti, e, tutto sommato, erano un valido sostituto per questo punto della preparazione dei nostri laici missionari. E siccome P. Bellagamba dal 1972, al 1984 viveva in Washington, nella comunità IMC, era molto facile per lui avvicinare i volontari, dialogare con loro, invitarli nella nostra comunità e, sia prima, che durante e dopo il corso, offrire l’aspetto IMC che non era possibile offrire nel corso stesso.

6. Difficoltà incontrate dai Laici

Una veloce, ma abbastanza accurata lettura della corrispondenza con i nostri laici che si trova negli Archivi di Somerset, non fa rilevare nessun scandalo, o mancanza di testimonianza della vita cristiana dei medesimi. E il P. Bellagamba non ricorda di aver ricevuto nessuna critica dei nostri missionari e missionarie su questi due punti. Anzi vedremo che il contrario è vero.

La maggioranza dei CLM terminarono il loro mandato, superando le difficoltà inevitabili della vita missionaria. Quei pochi che non lo terminarono avevano ragioni che vedremo meglio più avanti. Ma difficoltà c’erano.

La prima difficoltà era che i CLM non si sentivano accettati come tali dai nostri missionari/e stessi. Erano considerati come volontari, come ausiliari, come evasori della leva militare e sostituendo la leva con servizi sociali all’estero. Per cui molte volte non trovavano nei nostri missionari l’aiuto spirituale di cui avevano bisogno, la comprensione della loro appartenenza alla famiglia dell’Allamano, e della vita della missione, a cui erano stati inviati come missionari, e non solo come professionisti o tecnici. P. Bellagamba ricorda che in una sua visita ai missionari laici di una nostra regione dell’Africa, una coppia gli riferì che avevano chiesto al missionario se poteva celebrare una messa in Inglese una volta al mese assieme a loro e poi cenare assieme per parlare della Missione e della loro partecipazione alle attività missionarie. Loro partecipavano alla Messa ogni giorno, ma non comprendevano nulla perché non sapevano la lingua, e allora non esistevano missalette in altre lingue fuori del latino. Il Padre rispose che lui non era in Africa per celebrare per i bianchi, e che la vita missionaria non era parte del loro lavoro, e quindi non dovevano ingerirsi. Questo caso si potrebbe ripetere per una buona maggioranza dei volontari, che, confrontati con dichiarazioni di questo genere, rimanevano letteralmente distrutti nella loro visione di vocazione e di servizio missionario. Eppure nel contratto questo punto era chiaramente espresso: “During his/her service, the IMC Lay Missionary will enjoy the spiritual …assistance necessary for efficacious missionary service”. [92]

La seconda difficoltà si aggirava attorno alla questione finanziaria. E ciò fu dovuto non che i laici chiedessero cose straordinarie, o non seguissero il contratto, e neppure che i Padri fossero insensibili ai loro bisogni, ma al fatto che il contratto era firmato dai Superiori delle Circoscrizioni, e a volte non era conosciuto dai Padri o Suore responsabili delle Missioni, o scuole, ed ospedali in cui i CLM lavoravano. Per cui si chiedeva a questi missionari responsabili del lavoro dei laici di pagare certe somme di cui essi non erano al corrente, oppure il finanziamento veniva fatto dalla Commissione Governativa, ma non arrivava subito e qualcuno doveva pagare salari durante questo periodo e non si sapeva chi. Altre cause furono gravidanze inaspettate, oppure malattie non coperte dalla assicurazione, ecc. Il P. Bellagamba si raccomandava sempre ai Regionali di non fare tragedie, o di non creare malanimo per le finanze. Lui si rendeva sempre disponibile ad aiutare in tutti i modi, qualsiasi fosse la causa, o il dissenso finanziario, anche se il contratto richiedeva che altri pagassero certe somme. In una lettera a P. Giorgis, Regionale del Kenya, egli scrive: “I would like that you make the insurance policy for all the volunteers ….. Once you have decided and made the policy, send me the bill and I will refund you” [93]. I laici stessi facevano il possibile per aiutare le missioni e non essere di aggravio ad esse. Jim and Judith Clasen scrivono al p. Bellagamba: “Personally Judy and I feel that we do not want to be a burden on any mission, or agency, in the area of finances….. We would be most interested in trying to raise the necessary money to pay for the trip, insurance and as much as possible… If this is a possibility, and you do not object, we would like to begin approaching people whom we think would consider this avenue of service” [94]. These are not exceptions, but the common desire of the missionaries, as the correspondence in the Archives of Somerset reveals to us.

La terza difficoltà rimase sempre lo shock, l’impatto del nuovo, del diverso, della povertà che confrontava i laici, e la difficoltà di aiuto da parte dei Missionari e Missionarie che si aspettavano un inserzione immediata nel lavoro e si stupivano delle crisi psicologiche dei giovani laici, come se i religiosi non avessero le stesse difficoltà, non ostante tutta la loro preparazione e il sostegno di una comunità.. La Missione che ha causato le difficoltà più serie in questo campo, e un po’ in generale, è stata quella di Garissa che, pur avendo un programma molto attraente per molti laici, era minata da una gestione che scontentava tutti. Fu in questa Missione che uno dei volontari terminò il suo servizio molto prima del tempo stipulato nel contratto per cause descritte dal direttore del programma in una lunga lettera [95]. Il P Bellagamba risponde, cercando di far riflettere il missionario responsabile del progetto, e promette di visitare il giovane durante la sua visita in Kenya [96]. Un secondo caso fu la partenza anticipata, ma di poco, di un altro giovane laico missionario di nome Gene. Il direttore del programma di Garissa scrive al P. Bellagamba che “Gene left Garissa … He wanted to pass a month to visit various parts of Kenya. In a few months about 40 of our orphans ran away, but what displeased me most was the fact that a woman came and brought away two of our smallest children … I reprimanded him for this, and this is what decided him to leave earlier than agreed upon [97]. Il terzo caso fu quello di una ragazza di nome Barbara. Nel contratto c’era una clausola che dichiarava che lei doveva dividere il suo tempo in tre attività: segretaria del direttore del progetto, contabile del progetto, e assistente degli orfani. Appena arrivata, le fu detto che il suo lavoro era solo quello di segretaria e di contabile. L’impatto con la realtà Africana, e l’impossibilità di lavorare con i bambini, la prostrarono. Scrisse una lettera al P. Bellagamba descrivendo tutto questo, e dicendo che non poteva continuare, ma che aspettava una mia risposta prima di decidere. Il Padre risponde immediatamente e le chiede di pensare bene alla situazione, di parlarne anche con gli altri due padri che erano presenti (P. Colombo e P. Rondina), di chiedere un colloquio con il direttore e fargli presente ciò che il contratto richiedeva [98]. In poche settimane Barbara scrive una lettera di risposta a P. Bellagamba in cui essa dichiara: “I just got your reply … I don’t know if you had experience with people like me before, but I am glad you told me to just wait … I guess I was just being childish, because I was so lonely and frightened …….Everything has changed now and I am really content. I am not scared about brother, and I have gotten much closer to Fr. Rondina and Fr. Chris Colombo …. who is here and really sweet and loving to me – that is what I missed so much at first ….. I promise I’ll work very hard all my time here, and try to make you proud of me from now on” [99] Resistette, ma con tanta difficoltà, fino a che il direttore fu cambiato e I Capuccini di Malta lo sostituirono.

Il P. Bellagamba ancora è convinto che la difficoltà basica, sorgente di molte altre, fu che i CLM percepivano nei Padri delle Missioni una visione diversa sulla loro vocazione e ruolo missionario, da quella che avevano imparato nella preparazione, e di cui erano fortemente convinti. Molti missionari li vedevano come aiutanti, come ausiliari, come professionisti e non come CLM, imbibiti dello stesso carisma dell’Allamano, animati dalla stessa spiritualità del Fondatore, partecipi di diritto, e con molti doveri, della missione a cui erano stati inviati. Non erano considerati missionari, non erano trattati come tali, non si sentivano a casa loro nella casa dei Padri, non erano invitati alla preghiera comune, non avevano quell’aiuto spirituale indispensabile per una Missione alla ‘Allamano’, e, se esisteva un team direttivo della missione, erano il più delle volte esclusi dai loro raduni.

Fu su questo punto che il Capitolo del 1975 si confrontò, e lo scontro fra i due gruppi fu forte, senza scendere al banale, o allo sgarbato, perché risultò chiaro che la differenza non era prodotta da cattiva volontà, ma da mancanza di una base comune su tutto il programma.

Il Superiore Regionale del Kenya preparò un documento su cui si svolse la discussione. Il Titolo era: MISSIONARI LAICI, e secondo il redattore era il frutto di “osservazioni che ho potuto fare nei miei contatti diretti con molti laici in missione” [100].

Il relatore invita a “non generalizzare …senza tener conto del generoso contributo dato da molti laici, in modo speciale nel campo medico, scolastico e sociale in genere” [101]. Eppure è quello che lui stesso fa nella sua relazione. Fa un breve cenno al bene, al positivo, al nuovo, ma poi tutto il resto viene visto in chiave negativa, di laici in generale, senza distinzioni chiare e doverose. E soprattutto il soggetto in discussione viene considerato in chiave italiana, mentre i Laici Missionari veri venivano principalmente dal mondo anglo-sassono.

Il primo punto della relazione si focalizza sulle sorgenti da cui provengono i laici: 1) ISOLATI. Individui che chiedono di passare un periodo in Missione senza però appartenere ad alcuna organizzazione. 2) INCORPORATI A GRUPPI (CUAMM – LVIA – LMH – CIIR – IMC ecc.) I CLM non erano neppure menzionati, eppure a quel tempo erano più di dieci che lavoravano in Kenya.

Il secondo punto considera le motivazioni.

a) SENSO APOSTOLICO: sono casi tanto più nobili quanto più rari: ma rari comunque. Forse vero se si guarda ai laici Italiani, ma errato se si guarda ai Missionari Laici di lingua inglese come i LMH, CLM, VMM, e quelli che P. De Marchi aveva chiamati in Kenya.

b) ASSISTENZA SOCIALE: sono assai frequenti…., pur senza una diretta motivazione apostolica.

c) LEVA MILITARE: molti giovani optano per un servizio sociale sostitutivo a quello militare.

d) EVASORI. Questo caso, necessariamente riservato, è penoso…. perché cercano di fare qualsiasi cosa buona, pur di evadere a situazioni personali, di famiglia, sociali, ecc….. [102]

Il terzo punto riguarda le difficoltà notate in Missione. Le enumero solo, perché sono evidenti di per se stesse. Carenza di ideali – Apatia Religiosa – Contestazione – Relazioni sociali – Vita comunitaria – Indisciplina di programmazione – Critiche e commenti – Critiche in Missione [103].

Uno si sarebbe aspettato che, dopo aver diviso i laici per motivi di ispirazione, le critiche fossero dirette ai diversi gruppi. No! Sono dirette a tutti, anche se il relatore si difende in corner scrivendo all’inizio di questo punto: “pur restando valido il fatto che molti volontari si sono inseriti bene ed hanno supplito in casi numerosi alla carenza di direttive con l’iniziativa personale, non si può tuttavia non essere perplessi davanti alla lista numerosa di insuccessi e di ‘casi difficili’”

E poi tutte le critiche sono fatte senza alcuna discriminazione sui casi difficili, come se la maggioranza dei laici, in un modo o in un altro, fossero parte di quella lista.

E purtroppo questa era la mentalità di troppi missionari a quel tempo, per cui i Missionari Laici sia nostri che del LAMH, che dei VMM o di altri gruppi, venivano visti sotto questi aspetti, giudicati con queste categorie, e tenuti lontani per non avere a che fare con i loro problemi, ecc. Ad onor del vero, il relatore, che è sempre stato un uomo onesto, sincero, capace di correggersi quando convinto di ingiustizia o scorrettezza, ritornò al suo lavoro dopo il Capitolo e due anni dopo scrive al P. Bellagamba dicendosi ben impressionato dai nostri CLM, e ne chiedeva altri [104].

7. Tentativi per un accompagnamento proficuo

Credo che l’aiuto più visibile e forte sia venuto dai laici stessi. Si sentivano uniti, sapevano che erano membri della stessa famiglia missionaria, e quindi dovevano essere interessati gli uni degli altri, ma non in modo astratto, bensì in modo concreto e palpabile. Rileggere oggi tutta la loro corrispondenza su questo mutuo aiuto, è una della più belle esperienze per promuovere la vita comunitaria in Missione. Quando un membro era ammalato, oppure aveva difficoltà di qualsiasi genere, si passavano la voce, si scrivevano, pianificavano un visita. I periodi di vacanza, le feste religiose o civili, erano pianificate in antecedenza e o a gruppi geografici, oppure tutti assieme, si radunavano e celebravano assieme, ognuno portava ciò che aveva ricevuto da casa, oppure ciò che potevano comperare con il loro magro salario. E in questi incontri, c’era sempre la parte spirituale, la condivisione di tutto ciò che causava timore, paura, pena nella loro vita, come pure tutto ciò che era di aiuto e di vero ammaestramento.

Un grande aiuto per creare l’unità del gruppo del Kenya fu la compera di una macchina per loro uso. Questo diede loro la possibilità di muoversi più liberamente, di visitarsi a vicenda, di solidificare l’unione fra loro. Tutti la potevano usare per le loro necessità, o per le visite vicendevoli. I laici missionari compresero questo gesto e il suo significato e inviarono i loro ringraziamenti: “We both would like to thank you for getting the car … it was a great idea…it makes us so much more mobile! Not that any of us use it constantly, but just to get into Meru for supplies, or during break to go to Nairobi. Terry and Chas took it this week to Nairobi….. [105].
L’aiuto vicendevole fu rivolto specialmente ai membri con difficoltà di qualsiasi genere. Chas and Terry scrivono a P. Bellagamba circa le relazioni di Bud and Pat con i Padri, per ottenere un aiuto. “Unfortunately for Bud and Pat their experience of the Church proved slightly less than valid. We, the youthful optimists, have high expectations and have a difficult time accepting anything that does not live up to them…..For Pat and Bud the school to which they dedicated their lives was closed and they have yet to be given the reason – perhaps the organization of the church feels that it is not their business -, and this is obviously going to have a major impact on them ….We regret that the people to whom Bud and Pat expressed their discontent could not see it as a need for them to express frustration and resolve the negative impressions in order to allow the positive aspects of the church’s service to surface” [106].

Kevin and Maureen write: “Terry, Chas and John were all here for a few days to welcome in the New Year……And now some information about what we have been up to. John, Terry and Chas, and Kevin, all went down to Nairobi…..We joined them and stayed at the Consolata Seminary in Langata, with Fr. Ravasi. Friday night we had a big dinner which Terry and Chas cooked. Saturday Terry, Chas, John, Kevin and I (Maureen), drove out to Nakuru for a picnic …. Then we all returned … and on Sunday we went to dinner at the house of the former Board Mistress of Mujwa…. [107].

Alcuni dei Padri, specialmente quelli che avevano studiato, o lavorato negli USA, si misero a disposizione dei CLM per aiutarli, come i P. Ravasi, Lacchin, e Santoro. P. Ravasi fu considerato da questi giovani laici missionari come il loro confidant, e la sua assistenza, sia spirituale che fisica, fece la differenza nella loro vita, fu accettata con tanta apertur di mente e di cuore, dovuto alla personalità amabile dell’uomo, alla santità della sua vita, e all’empatia del suo cuore. La corrispondenza fra P. Ravasi e Bellagamba è la prova più evidente di questo ruolo di P. Ravasi. [108]. P. Ravasi li conosceva tutti, li visitava tutti, li