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Profilo del Missionario della Consolata Santo Stampa E-mail
Scritto da Comunità Beato G. Allamano - Alpignano   
Profilo del missionario della Consolata santo e confratelli che hanno incarnato il comune ideale della santità

Pensieri espressi nei lavori di gruppo del 28/03/2008

In generale

La santità è una virtù, un modo di vita che è comune a coloro che vogliono vivere il vangelo come lo richiede Gesù.

La santità è chiesta ed è possibile a tutti i cristiani, di qualunque condizione familiare e sociale, e consiste essenzialmente nel vivere radicalmente il proprio battesimo fino a raggiungere la perfezione dell’amore verso Dio e il prossimo, usando diligentemente dei sacramenti (lo Spirito santo e i sacramenti ci fanno santi), la preghiera e le direttive della Chiesa. Così, come dice san Francesco di Sales, può essere e deve essere santo il semplice contadino, il professore, il mercante, il politico, il soldato, ecc… Naturalmente questa santità avrà connotazioni e manifestazioni diverse, secondo lo stato di ognuno.

Per i sacerdoti e i religiosi questa santità fondamentale dovrà rappresentare più vivamente ancora la perfezione e gli esempi di Gesù, in modo da poter dire con San Paolo: “Per me vivere è Cristo”. Ecco allora che, oltre i comandamenti, vanno seguiti perfettamente anche i consigli del Signore. Anche a questo riguardo, la santità dei consacrati avrà qualche caratteristica speciale, a seconda del carisma della propria fondazione, anche se sostanzialmente sarà uguale per tutti.

Il Missionario della Consolata aggiunge a questa condizione di vita alcune caratteristiche proprie, proposte del Fondatore: spirito di famiglia devozione eucaristica, devozione mariana, che sono un po’ la denominazione comune di tutte le famiglie religiose Quest’ultima si esprime in modo particolare con la pietà mariana, sotto la devozione alla S.S. Consolata, fondatrice dell’Istituto.

In particolare

Per il missionario della Consolata, la via maestra per santificarsi consiste nell’impegnarsi a tradurre in vita vissuta gli insegnamenti che l’Allamano ha impartito ai suoi figli e figlie, secondo l’ispirazione ricevuta da Dio, per il tramite della SS.ma Consolata, nella consapevolezza che solo in quanto sapremo essere strumenti idonei della volontà di Dio nelle mani dei legittimi superiori, nell’osservanza della regola dell’Istituto e nell’uso dei suoi pilastri portanti che sono lo spirito di fede, d’obbedienza, di carità vicendevole, d’umiltà e di spirito di sacrificio. Soltanto così potremo pensare di realizzare il nostro fine: la nostra santificazione, per poter essere di stimolo a chi guarda a noi nella consapevolezza che è l’esempio ciò che vale e non le parole.

La santità del missionario della Consolata deve potersi riconoscere nella serenità che la sua presenza irradia su coloro che incontra e con cui condivide la sua vita e la sua opera: Tale santità è frutto del suo spirito di corpo e della sua unione con Dio, di cui si sente docile strumento nelle mani dei superiori.
Essere di esempio nel vivere lo spirito di famiglia. È bello sentir dire da persone esterne: “Quando si va in quella casa si respira aria di pace e di serenità”.

Ricordiamo quello che per il P. Fondatore è la santità: “Fare bene quello che si deve fare”. E’ qualcosa quindi di molto pratico…! E senza rumore!

La base è il Vangelo:“Faccio quello che piace al Padre mio” dice Gesù.

Tutto questo richiede l’obbedienza fatta con il cuore e la mente, anche se costa: mettere cuore in quello che ci è stato affidato.

La santità ha come base Gesù, il Santo a cui tutti devono rifarsi! Importante chiedersi quindi: cosa farebbe Gesù in questo momento? Sapendo che la volontà di Gesù era quella di “fare la volontà di Dio Padre”, sempre e in ogni istante.

Questo lo si deve fare vivendo in comunità o da soli (come lui che fu solo per 20 anni).

Lo colpì molto e sempre quello che il P. Fondatore ripeteva: “prima santi e poi Missionari”.

Santità equivale fare sempre opere buone (asserzione tipica di P. Domenico Viola!) e non solo evitare il male! Più opere buone uno fa, più è santo.

E per me missionario della Consolata c’è una regola, una costituzione che ne suggerisce lo spirito, che mette in concreto i consigli evangelici.

L’articolo 19 delle costituzioni è un piccolo compendio di santità: fare nel miglior modo il bene e senza rumore, con costanza e perfezione.

La fonte è nelle nostre Costituzioni, in più. bisogna. procurare di rispecchiare gli insegnamenti del P. Fondatore e dei suoi rappresentanti.

Ci sono le Costituzioni, ispirate alle intuizioni del Fondatore, il quale si è lasciato guidare dalla Provvidenza e cammin facendo ha dato forma definitiva all’Istituto.

Per un missionario della Consolata è importante la disponibilità che uno deve avere per qualsiasi servizio.

“Straordinari nell’ordinario”. Il Miss. della Consolata si distingue per due caratteristiche:

a) lavoro (nelle missioni o quello richiesto dall’istituto: farlo bene e senza rumore);

b) vita spirituale: preghiera, liturgia, eucaristia che è il centro dell’evangelizzazione!)

Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra le due (la tentazione del “fare” può diventare più forte del “pregare”!).

La nostra vita non deve essere solo il “fare “ ma il fare deve avere un timbro che caratterizza l’operare del discepolo del Signore.

Operare, con Cristo, per Cristo in Cristo. Anche nel servire il Signore con nelle celebrazioni ben fatte, secondo le rubriche della Chiesa, il che vuol dire, amore per la liturgia.

Lo stile di santità è avere come modello Cristo e la Consolata e andare avanti all’incontro degli altri senza pregiudizi, senza sentirsi investiti dalla grandezza dell’Ideale, ma fiduciosi che il bene va fatto bene e senza rumore.

Si è missionari con lo scopo preciso dettato dalla volontà di andare, seguendo il mandato di Gesù agli apostoli: andate, predicate, battezzate.

I mezzi per essere missionario della Consolata:

Devozione eucaristica: solo se partiamo dall’Eucaristia: da quella mensa, ciò che faremo avrà la firma d’autore del Signore.

Oltre la santità sostanziale per tutti e senza crederci superiori a nessuno, dovrebbe consistere in un appassionato desiderio di apostolato missionario; essere completamente impastati di eucaristia; innamorati della Madre di Gesù, Maria Consolata; perfettamente disponibili alle direttive del Papa e della Chiesa e tutto questo con semplicità e senza esibizionismo o rumore. E naturalmente con la osservanza perfetta dei voti religiosi.

Come lo ricorda la biografia di San Francesco Saverio, missionario allo sbaraglio nelle isole del Giappone, così tanti missionari della Consolata sono partiti (sono stati destinati) allo sbaraglio perché spinti ad andare senza sapere bene dove, come e in quali condizioni si sarebbero trovati. Arrivando nel ’48 in Tanzania un confratello fa notare che trovò diversi missionari allo sbaraglio, per molti anni isolati, visitando i vasti territori a loro affidati e con pochissimi mezzi. Sarebbero da recuperare i diari dell’epoca per rendersene conto. I missionari si sono “buttati” là dove erano inviati; qualcuno persino in Russia come cappellani della Consolata (PP. Coassin, Battello e poi anche Bargetto…). Lo stesso capitò a P. Giovanni Barra… Allo sbaraglio per sfondare e proporre l’umanesimo cristiano; vivendo l’obbedienza verso i superiori, le programmazioni e gli obiettivi della missione.

Tutti, in un modo o nell’altro, esprimiamo e viviamo la santità… Certamente ci si fa santi nelle circostanze della vita, nelle situazioni concrete e con le persone che incontriamo e con cui viviamo; le circostanze e le persone ci fanno santi.

Anche i tanti e spossanti anni dedicati all’insegnamento nei nostri seminari ci hanno fortificato e temprato nella nostra vocazione e nella santificazione.

MODELLI DI MISSIONARI DELLA CONSOLATA SANTI

Le vite dei Santi sono impronte della presenza dello Spirito santo nella nostra storia missionaria.

Ci è stato chiesto di segnalare il nome di un confratello che secondo noi è stato un santo missionario e quali sono le ragioni che ce lo fanno ritenere tale. Non è facile rispondere a dette domande sebbene ciascuno di noi abbia presente più di un confratello per il quale gli viene da suggerire: quello sì che era un santo.

Pensiamo che l’ideale della santità sia stato raggiunto da tanti Missionari da noi conosciuti. Naturalmente, il giusto giudizio lo può dare soltanto il Signore e, senza togliere niente ad altri che ci hanno impressionato di meno, vorremmo nominare…

Fratel Rubinetto (segnlato in particolare dal nostro gruppo dei Fratelli) nacque a Tetti Ruffini di Carignano (11/11/1908); entrò nell’Istituto come aspirante Fratello nel 1929 ed emise la sua prima professione religiosa il 7/10/1930. Terminata la sua formazione religiosa, nel 1933 fu destinato al Gimma. Causa la guerra fu fatto prigioniero e internato. Rimpatriato nel 1943, fu destinato ad offrire il suo servizio in svariate comunità, dove ha riversato a piene mani la sua testimonianza di vita religiosa e missionaria, con quel suo fare riservato e servizievole, sempre disponibile e puntuale, con cui avvicinava le persone e i confratelli, irradiando attorno a sé serenità, pace, guadagnandosi la stima e la simpatia dei confratelli.

Chi di noi ha avuto la fortuna di conoscerlo si è incontrato con lui qui ad Alpignano, motivo per cui la nostra testimonianza è molto limitata. Possiamo comunque dire che era sempre il primo ad alzarsi al mattino e silenziosamente si recava in cappella per una breve visita al suo signore e furtivo poi sgattaiolava silente verso la cucina per preparare la colazione e mentre il latte si scaldava faceva il giro d’ispezione per controllare che tutto fosse in ordine prima di suonare la sveglia e preparare il lavoro della giornata. D’inverno, il primo lavoro da fare era quello di accendere le caldaie del riscaldamento. Spostandosi da un posto all’altro, faceva scorrere il coroncino del rosario tra le dita. Incontrando qualcuno era sempre il primo a salutare, voltando il capo con un sorriso.

P. Domenico Viola (il più ricordato nella nostra comunità!): l’uomo dei “rosari” (misurava la distanza tra luoghi in base ai rosari che diceva). “Ho avuto la grazia di convivere con un confratello, P. Domenico Viola, che all’inizio di una parrocchia con la sua presenza ha saputo essere un santo missionario; è riuscito con facilità formare dei gruppi di giovani e di adulti e di servirsi di essi come camino per raggiungere la santificazione della parrocchia nella sua identità missionaria”. “L’ho avuto come assistente al ginnasio: era come una madre”. Diceva che la santità consisteva nel fare opere buone.

Fr. Bruno Viola: uomo, anche se burbero sul primo momento, pieno di spirito di servizio verso tutti (suore!) e di preghiera (rosario).

Fr. Tonino Villosio: semplice, disponibile, umile e obbediente

P. Giovanni Salatteo (2): semplice, allegro, caritatevole con tutti (es.dell’ubriaco), accogliente (tanto da dare addirittura un’offerta all’ospite).

P. Lorenzini Silvio: un insegnante umile, paziente, semplice, gioioso..

P. Mario Bianchi (3) Sup. Gen.: uomo di preghiera (es: pregò tutta la notte per un confratello che doveva prendere una decisione seria).

P. Giulio Cesare (2): sempre disponibile all’obbedienza, armato di grande amabilità con i confratelli, tipico per la sua gentilezza signorile. Faceva bene tutte le sue cose, specialmente attraverso l’arte. Accettò la sua malattia con grande serenità.

P. Angelo Sala: gran lavoratore e gran devoto della Madonna (diceva: si può dimenticare qualche parte del breviario, ma non dimenticare mai il rosario!).

P. Biasizzo Tommaso: uomo dedito alla comunità ecclesiale in cui viveva (padrone minuzioso della lingua parlata!), alla preghiera (mai visto dimenticare il breviario!) e alla giustizia (con se stesso e gli altri).

P. Eugenio Menegon: Uomo di Apostolato, contrattava con tutti e di tutte le categorie. Solo per seminare la Parola di Dio. Uomo per gli altri, Uomo di preghiera . Il Rosario era il suo compagno.

Fr. Liberini Bartolomeo: un angelo sempre in preghiera.

P. Fausto Vergine: il confessore dei missionari in Kenya.

Vescovo Carlo Cavallera (3)

e poi…

Fr. Pietro Menegon, P. Massa Luigi, P. Marcello Vampini, P. Colusso Giovanni Battista, P. Babbini Francesco, P. Barbero Antonio, Fr. De Cesari Marino, Fr. Grosso Guido, Fratel Giovani Arneodo, P. Gaudenzio Barlassina, Fr. Ottavio Mussetto, P. Enrico Manfredi, P. Francesco Comoglio, Fr. Serafino Breusa

… e tanti altri confratelli che si sono distinti per lo spirito di attaccamento all’Istituto. Non avevano bisogno di uscire fuori di casa per caricarsi di altro spirito, per esercitarsi nelle virtù esigita dalla vita comunitaria e religiosa.

FORMAZIONE ALLA SANTITÀ

“Quando frequentavo le scuole elementari, mia mamma mi parlava di S.Ignazio di Antiochia, di Santa Genoveffa, di Santa … e di altri Santi e sante. La vocazione mi è arrivata attraverso queste brevissime conversazioni”.

“La santità è sempre stata una meta da raggiungere in qualsiasi situazione mi trovassi. Ha fatto parte del bagaglio ricevuto nel Battesimo, imparato dal catechismo per la prima comunione, che ci mettevano davanti alcuni giovani da imitare: Guido Fongallan, S. Giovanni Bosco, S.Luigi Gonzaga ed altri giovani”.

La santità è il cammino iniziato sin dalla prima risposta alla vocazione missionaria nella famiglia IMC. La formazione ricevuta nelle varie tappe della vita di seminario ci ha trasmesso lo spirito di famiglia e le caratteristiche della spiritualità (Eucarestia, Consolata, obbedienza al Papa, laboriosità, entusiasmo per la missione ad gentes e l’indimenticabile motto “ci riposeremo in paradiso”).

La formazione ricevuta ci è stata trasmessa da testimoni della missione che hanno impegnato tutta la loro vita di consacrati alla evangelizzazione dei popoli.

Nel cammino formativo del seminario sempre ci hanno parlato della santità. Tutti siamo chiamati alla santità, specialmente dal voler essere santo nasce la vocazione religiosa e missionaria. Anche se passati da una diocesi all’Istituto, abbiamo riscontrato che in entrambi i casi la formazione era marcatamente mariana e incentrata nell’eucaristia.

Bisogna che l’ideale della santità sia preparato con uno stile di vita che esige una formazione continua.

Il Beato Allamano voleva che fosse ben presente lo scopo della evangelizzazione. E per riuscirvi bisogna essere santi; essere che vuol dire fare un cammino spirituale che supera ogni nostro atteggiamento egoistico e ci porta ad avere in noi stessi lo spirito di carità che si incarna nel servizio agli altri, che si chiama zelo apostolico, per far conoscere il Signore a tutte le genti.

Una volta nel seminario si praticava con entusiasmo la “crociata missionaria”: fioretti, preghiere, rinunce… tutto per le missioni (abituava alla rinuncia e al fervore).

Siamo chiamati alla santità nella quotidianità, in coerenza con la formazione ricevuta, agli studi fatti e all’esempio ricevuto dai formatori, edificati all’obbedienza praticata dai superiori stessi.

Dunque, nel passato in seminario si insisteva su: obbedienza militare, disciplina, spirito di adattamento, avendo speranza e desiderio di andare in missione, con una spiritualità a volte più mariana che eucaristica e spesso formati in modo ossessivo sulla purezza e meno sull’umiltà.

In molti è vivo il ricordo di formatori santi. Per esempio, un missionario ricorda: da studente, in ginnasio: Bottacin Giuseppe; da Chierico liceale: Bertone; da Novizio il Maestro:P. Caffaratto; da Teologo: Grosso e P. Carnera; da Missionario in campo di Missione: P. Eugenio Menegon; P. Vampini Marcello, P. Benedetto Pietro.

Abbiamo imparato che cos’è la santità specialmente in questa casa di sofferenza, grazie alla testimonianza di molti confratelli che ci hanno preceduto in paradiso …

Una conclusione da tener ben presente:

“Dopo tutta la formazione ricevuta, ho dovuto ripartire da Gesù Cristo risuscitato…”.
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Missione Oggi

La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa
La mia riflessione sulla centralità della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa è anzitutto quella di un pastore, che attinge certamente al suo cammino di teologo al servizio della Verità che libera e salva, ma soprattutto parla in rapporto ai molteplici vissuti umani che continuamente incontra e a cui annuncia la Parola della fede. È tenendo conto di questi vissuti che vorrei articolare le mie considerazioni costruendo una sorta di “menorah” dello spirito, un settenario ispirato al candelabro sacro, che arde nel Santuario di Dio, per aiutarci a illuminare gli scenari del tempo e gli scenari del cuore con la luce della Parola. Partendo dall’attesa della Parola, dal bisogno cioè di una rivelazione che rompa il silenzio del mondo e delle sue solitudini, vorrei riflettere sul Verbo rivelato anzitutto nel suo carattere di buona novella per tutte le solitudini, per fermare quindi la riflessione sull’evento che ha inondato il silenzio dell’intero creato e ha aperta la possibilità della comunicazione trasformante con l’Amore eterno: “Deus dixit!” – “Dio ha parlato!”.
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