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Cosa intendo io per Santità di vita? |
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Scritto da Fratel Paolo Ferrari
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In attuazione degli orientamenti suggeriti dal XICG la Direzione Generale ha impegnato il biennio 7 ottobre 2006 – 20 giugno 2008 allo studio ed approfondimento del tema inerente la santità di vita.
Come frutto di detto lavoro ci si attendeva uno scambio d’esperienze personali, di gruppo, di comunità, ma … salvo errori, stando a quanto mi risulterebbe non si è fatto molto in questo campo; le stesse comunità formative sembra non abbiano trovato il tempo per dedicarsi ad una tale riflessione a motivo degli impegni scolastici ed in tanto il tempo trascorre.
Ho pensato allora che è ridicolo scaricare sugli altri quello che io per primo non ho fatto ed ho così ritenuto di cimentarmi ad esternare qualcosa di ciò che si agita in me. Cosa vuol dire, cosa significa per me parlare in merito alla santità di vita?
Non è facile coniare una definizione della santità che calzi a cappello per tutti indistintamente basti pensare a due grandi santi come Ignazio di Loyola e Filippo Neri.
Ambedue sono santi, mah che divario! E di questo era ben conscio l’Allamano il quale istruiva i suoi figli sul fatto che molte sono le vie per raggiungere la santità e ciascun istituto ha la sua e per noi la via maestra per raggiungerla è quella di vivere i suoi insegnamenti generosamente con cuore allegro puntando ad una santità al superlativo con il vivere l’ordinario in modo straordinario; non cercandola quale frutto di penitenze particolari non necessarie e per noi fors’anche controproducenti od ancora cercarla a destra e a manca al seguito di maestri secondo il nostro capriccio.
E’ lui la guida e maestro e nessun altro ha diritto d’intromettersi noi dobbiamo solo seguire le sue direttive con la certezza che non mancheremo il bersaglio da lui affidatoci come punto di partenza per poter essere missionari secondo il cuore della nostra Fondatrice e Madre, la SS.ma Consolata che suona essere santi in grado superlativo ricordandoci che non sono sufficienti i pii desideri ma dobbiamo sforzarci d’essere poiché solo nel grado in cui saremo potremo venire riconosciuti quali inviati di quel Dio di cui vogliamo vantarci d’indossare il blasone. Non parole ma opere.
Se vogliamo spostarci con passo sicuro lungo il sentiero della santità ci chiede di donargli un dito della nostra fronte e lasciarlo lavorare affinché possa dar forma in noi al suo capolavoro che consiste nell’impartirci un profondo spirito di fede, di preghiera, di carità , umiltà ed obbedienza, distacco da noi stessi al fine di operare per Dio e colla nostra condotta, rappresentare Dio stesso quali suoi inviati tra i popoli ed essere riconosciuti quasi come degli esseri soprannaturali.
Non vorrei si pensasse abbia voluto donarmi a dei virtuosismi di parole o fare della poesia. Se vogliamo parlare di santità di vita nella scia degli insegnamenti dell’Allamano non possiamo ignorare che per lui la santità è inscindibile dalla vita interiore che trova il suo alimento e la sua forza in Gesù Eucaristia da cui sprigiona quella fiamma che fa ardere il cuore e lo sprona a donarsi in suo nome per il bene di tutti spargendo intorno a sé serenità che avvolge l’ambiente ed ogni attività e conquista all’amore di Dio coloro che avvicina. A mio parere altro elemento importantissimo della santità Allamaniana è lo spirito di famiglia, spirito di corpo, alimentato da un cuore sempre allegro che sprona a vedere nei confratelli dei fratelli e nei superiori dei padri con cui condividere la vita e le attività rendendo il nostro vivere quasi un paradiso anticipato, ma bisogna far attenzione a non illudersi di trovare il cammino cosparso di petali di rose. No. non dobbiamo illuderci. i sacrifici e le rinunce non mancheranno ma l’allegrezza di cuore che se ne ricava è grande e ricompensa abbondantemente il sacrificio richiesto.
So che non tutti sono pronti a condividere il mio pensiero sia da parte dei confratelli che dei superiori; si preferisce parlare di mancanza di inculturazione, e va bene, ma cosa comporta la mancanza di inculturazione? Se nel confratello vedo un fratello da comprendere, d’amare, d’aiutare; se nel superiore vedo un padre e se il superiore riconosce nei sudditi dei figli, cos’altro manca? Nella nostra qualità di figli dobbiamo saper riconoscere nel capo famiglia l’autorità, rispettarla ed onorarla e nei fratelli persone d’amare con cui dividere il nostro essere ma purtroppo molto spesso sappiamo lavorare più con la lingua che di cuore e d’azione. Spero questa fiumana di parole non travolga innanzi tutto me stesso ma piuttosto mi serva di autocritica e mi sproni a fare ciò che sono capace dire agli altri.
Per più anni sono stato vicino a chierici e seminaristi e m’auguro che la mia presenza tra loro non mi debba essere addebitata quale controtestimonianza ma mi possa essere riconosciuta quale impegno a mettere in pratica quanto vado affermando con le parole e questo a lode dei formatori che ho incontrato sul mio cammino.
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