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Missione ad Gentes Stampa E-mail
Scritto da p. Antonio Rovelli, imc   
Paradigma di un progetto pastorale parrocchiale

Quali sinergie di Animazione Missionaria?

PRIMA PARTE

1. GLI ISTITUTI MISSIONARI IN ITALIA
1.1. Disagio, forza, debolezza
1.2. Organismi di comunione degli Istituti missionari
1.3. L’ AD GENTES IN UN MONDO CHE CAMBIA
1.4. Accendere il fuoco della missione
1.5. Ripartire da Cristo: alle origini della missione ad gentes
1.6. Alcune provocazioni: perché l’ “ad gentes”


SECONDA PARTE


VERSO UN PROGETTO DI PASTORALE PARROCCHIALE MISSIONARIA “ad gentes”

2. Rapporto tra missio “ad intra” e “ad extra”
2.1. Alcuni atteggiamenti pastorali ad gentes
2.2. Orientamenti per una pastorale missionaria ad gentes
2.3. Quali sinergie per costruire il progetto


TERZA PARTE

LA CORNICE DEL PROGETTO: ALCUNE SCELTE DI FONDO

3. Riconoscimento dell’altro: da “hostis” a “hospes”
3.1. Fare amare il Vangelo di Gesù
3.2. In ascolto dell’uomo post – moderno
3.3. Per una speranza a caro prezzo
3.4. A servizio dell’unica missione di Gesù
3.5. Dal “mio” futuro all’Avvenire di Dio



PRIMA PARTE

1.GLI ISTITUTI MISSIONARI IN ITALIA

Gli Istituti missionari si qualificano come "unicamente" o "esclusivamente" missionari perché hanno come fine specifico e unico la missione. Questa loro caratterizzazione ha come punti nodali, comuni e irrinunciabili, del loro carisma: il primo annuncio del Vangelo a chi non l’ha avuto (ad gentes), con totale dedizione (ad vitam), con preferenza a ciò che sta "oltre" in senso geografico e antropologico (ad extra). In questo senso si parla di "Istituti missionari".

Ci sono poi gli Ordini, le Congregazioni religiose e le Società di vita apostolica che hanno come prioritari altri obiettivi, pur riconoscendo che hanno dato e danno un grande contributo alla missione della Chiesa. Infatti, «si può dire che la missionarietà è insita nel cuore stesso di ogni forma di vita consacrata. Nella misura in cui il consacrato vive una vita unicamente dedita al Padre (cf. Lc 24,49; Gv 4,34), afferrata da Cristo (cf. Gv 15,16; Gal 1,15-16), animata dallo Spirito (cf. Lc 24,49; At 1,8; 2,4), egli coopera efficacemente alla missione del Signore Gesù (cf. Gv 20,21), contribuendo in modo particolarmente profondo al rinnovamento del mondo» (VC 25).

La particolare scelta carismatica degli "Istituti missionari" pone degli interrogativi sul senso della loro presenza e azione in una Chiesa di antica tradizione cristiana e solidamente strutturata come quella italiana. Nonostante la loro specifica vocazione li proietti fuori di essa, hanno sempre sentito la responsabilità di impegnarsi per la formazione missionaria del popolo di Dio, di sollecitare la solidarietà con i popoli impoveriti del Sud del mondo, con gli oppressi a cui sono negati i diritti fondamentali, e di suscitare donazioni personali alla evangelizzazione delle genti. Questo «primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all’intera umanità» (RM 2) viene compiuto, soprattutto con persone "totalmente" dedicate alla missio ad gentes, «con uomini e donne consacrati a vita all’opera del Vangelo, disposti ad andare in tutto il mondo a portare la salvezza» (RM 79). I vescovi italiani raccomandano agli Istituti missionari “di saper assolutamente rimanere se stessi, fedeli all’azione missionaria ad gentes e ad vitam che ben lungi dall’aver esaurito il proprio compito, devono piuttosto avere ancor più ampia incidenza nella vita della Chiesa intera”(Adc n. 2c). Essi sono: “memoria della missione della Chiesa”, “segno e stimolo della sua animazione missionaria”(CEI – Commissione episcopale per la cooperazione tra le chiese, Gli Istituti Missionari nel dinamismo della Chiesa italiana, 10 febbraio 1987, n.27), richiamo alla Chiesa della sua responsabilità per “l’evangelizzazione universale”(ID., L’impegno missionario della Chiesa italiana, 25 marzo 1982, n.28).

Essi si devono sentire “parte viva della Chiesa italiana, condividendone preoccupazioni e problemi e partecipando al suo cammino pastorale; riconoscano il ruolo proprio della Chiesa locale nella missione e vivano il loro carisma in spirito di comunione ecclesiale, superando ogni tentazione di isolamento e di monopolio; apprezzino tutte le forze missionarie presenti nella Chiesa locale, con la disponibilità ad una reale collaborazione”(Gli Istituti missionari nel dinamismo della chiesa italiana, n.15).

I missionari stessi vivono e operano legati alla Chiesa da cui sono stati generati e formati e che, in qualche modo, li ha inviati a compiere una missione, che è la sua. Questo cordone ombelicale, a motivo della loro origine, è sentito in modo speciale dagli Istituti missionari nati in Italia. Dei 14 Istituti che fanno parte della Conferenza Istituti Missionari in Italia (CIMI): 7 maschili e altrettanti femminili, 8 (ancora 4 e 4) sono sorti, e fin dagli anni della loro fondazione hanno avuto un particolare radicamento, in Italia, specialmente in: Lombardia (PIME e Missionarie dell’Immacolata), Veneto (Comboniani e Comboniane), Emilia-Romagna (Saveriani e Missionarie di Maria), Piemonte (Missionari e Missionarie della Consolata), anche se si sono poi estesi a altre regioni, ma conservando una prevalente presenza nel nord.

Questo vale anche per i membri italiani di Istituti sorti altrove, ma presenti e attivamente impegnati in Italia: Società Missioni Africane (SMA), Padri Bianchi, Verbiti, Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, Francescane Missionarie di Maria, Missionarie Mariste.

Sono inoltre da ricordare altre istituzioni, associazioni e/o comunità laicali, che pur avendo forme giuridiche diverse sono considerate tra gli "Istituti missionari" perché si identificano con le tre componenti sopra ricordate: Ancelle del SS. Sacramento, Comunità Missionaria di Villaregia, Comunità "Redempt0r Hominis", Figlie di Maria Missionarie; e le associazioni laicali: Movimento S. Francesco Saverio, Missionarie Secolari Comboniane, Associazione Laicale Missionaria (ALM), Francescane Ausiliarie Laiche Missionarie (FALMI), Missionarie Laiche di Maria Corredentrice (MILMAC).

1.1. Disagio, debolezza, forza

Anche se questi Istituti “non stanno accanto alla Chiesa, ma sono dentro di essa come espressione peculiare della sua missionari età”( Gli Istituti missionari nel dinamismo della chiesa italiana, n.15), i loro membri, in forza della vocazione, si sentono come "di passaggio". Vivono la spiritualità della itineranza che richiama alla Chiesa di essere sempre "inviata" altrove, come Gesù che non aveva stabile residenza e rifiutava gli inviti a fermarsi perché «deve andare altrove» (cf. Mc 1,38). Per questo la comunità cristiana locale avverte di non poter contare stabilmente su di essi e fatica a considerarli come "suoi" in senso pieno. Altri missionari, ritornati in Italia per un impegno di animazione, non riescono a reinserirsi nella realtà socio-religiosa del loro paese di origine, conservano mente e cuore a quello che hanno lasciato, contano i giorni del desiderato ritorno, fino a prendere le distanze dalla Chiesa in cui sono nati e cresciuti, ma che non riescono più a capire e in cui si sentono a disagio. Così, con il passare degli anni, si affievolisce il senso di reciproca appartenenza dall’una e dall’altra parte.

La fisionomia degli Istituti missionari negli ultimi anni è cambiata. Infatti se fino a pochi anni fa, il personale di questi Istituti (almeno quelli di origine italiana) proveniva quasi esclusivamente dall’Italia e anche con una certa abbondanza, che ha consentito loro di raggiungere un notevole sviluppo e visibilità, attraverso presenze, pubblicazioni, riviste, seminari per la formazione, Istituti teologici anche affiliati a Università romane (con preferenza all’ Urbaniana), attività varie di animazione missionaria. Soltanto dopo il Vaticano II, l’animazione vocazionale si è rivolta con una certa sistematicità ai giovani provenienti da altri paesi, specialmente dove gli Istituti erano presenti per l’attività missionaria, nel desiderio di trasmettere il loro carisma alle Chiese che hanno fatto sorgere. Così si sono progressivamente internazionalizzati, mentre è venuta drasticamente a diminuire la componente proveniente dall’Italia.

Di fronte a questa situazione e per maggiore fedeltà al carisma, le stesse Direzioni Generali degli Istituti missionari di origine italiana, che per meglio provvedere alle varie necessità delle missioni hanno una struttura organizzativa centralizzata, hanno privilegiato la destinazione del personale ad altri continenti. E anche coloro che in linea di principio considerano l’Italia e l’Europa come "territorio di missione" continuano a privilegiare l"‘andare oltre" e il primo annuncio fuori della propria patria. Questo è positivo; attesta la fedeltà al proprio carisma, e dice come l’ad extra, anche in senso geografico, e quindi la partenza, è parte costitutiva del loro modo di essere. D’altra parte, una simile scelta tradisce un calo di interesse per e una sorta di "abbandono" dell’Italia, non per numero di persone, che anzi si è accresciuto per la necessità di provvedere a malati e anziani, ma di missionari pienamente efficienti per l’animazione missionaria. Avendo gli Istituti spostato l’asse portante delle attività all’estero, in Italia si è avuta la crescita di missionari di altre nazioni, certamente con un arricchimento di sensibilità e forme di presentazione della missione.

Anche le sedi internazionali di studio, specialmente per la teologia, sono state trasferite in altri continenti, o comunque fuori dall’Italia, in un momento in cui la voce dei missionari sull’incontro (o scontro) con altri popoli, culture e religioni, e la stessa teologia della missione, la spiritualità, il rinnovamento della pastorale in senso missionario, avrebbero bisogno di una adeguata base culturale.

1.2. Organismi di comunione degli Istituti Missionari

Negli anni è maturata la sensibilità a favore di una maggiore comunione tra gli Istituti e sono sorti vari organismi di collegamento e anche di azione comune per l’animazione missionaria:

SUAM (1971): "Segretariato Unitario Animazione Missionaria", per favorire il coordinamento e la formazione tra quanti sono impegnati in questa attività e facilitare pure la cooperazione con altri organismi interessati e coinvolti nella missione e in temi ad essa collegati. Per la formazione degli animatori missionari il SUAM organizza periodicamente dei corsi aperti a tutti i centri missionari e gruppi e associazioni laicali sensibili alla missione della Chiesa. Inoltre insieme al CUM ( Centro Unitario Missionario) di Verona il SUAM organizza annualmente, nel mese di Novembre, un corso di aggiornamento per i missionari religiosi, laici, e preti fidei donum, rientrati dalle missioni per lavorare in Italia.

CIMI (1979): "Conferenza Istituti Missionari in Italia", che raggruppa i Superiori e le Superiore provinciali/regionali, per creare comunione, approfondire gli aspetti comuni di carisma, analizzare situazioni socio-ecclesiali in relazione alla missione universale, esprimere l’opinione degli Istituti missionari su situazioni, problemi, eventi di particolare importanza che toccano la missione, essere presenti in organismi nazionali a carattere missionario. Alla CIMI fanno capo altre iniziative di comunione, in particolare, recentemente, la costituzione delle Commissione di giustizia e pace e la nascita della Intesa Unitaria sulle migrazioni che cerca di proporre riflessioni ed attività di animazione missionaria coinvolgendo in prima persona i fratelli e le sorelle immigrati.

“AD GENTES”: rivista missionaria, sorta per promuovere una riflessione a livello teologico su missione, antropologia, spiritualità, inculturazione, dialogo interreligioso e interculturale. Stimola la collaborazione tra studiosi. Collegati alla rivista sono pure i Seminari di studio da essa promossi.

FORUM CIMI: per la sentita esigenza di esaminare e ripensare il ruolo degli Istituti missionari in Italia la CIMI organizza periodicamente dei “forum” aperti ai CMD e dedicati alla riflessione su tematiche riguardanti l’ “ad gentes” e il ruolo degli Istituti nella chiesa e nel mondo.

SERMIS (1973): cooperativa dell’Editrice Missionaria Italiana (EMI), espressione della missione in campo editoriale, e riconosciuta ormai come tale a livello nazionale anche da organizzazioni laiche, con le quali ha la possibilità di contatto e di dialogo, attirando anche simpatia per il mondo missionario, spesso coinvolto in prima persona in problemi che riguardano la giustizia, il futuro dell’umanità, la comunione tra popoli, le culture e le religioni, la salvaguardia del creato e i nuovi stili di vita. È stata un’iniziativa coraggiosa da parte degli Istituti, che hanno dato prova di credere nella comunione, abbandonando le proprie editrici in un momento favorevole per dare vita a un’editrice comune. I settori a cui rivolge particolare attenzione riguardano "Storia della salvezza" (teologia della missione e aspetti connessi: antropologia, dialogo, documenti delle giovani Chiese, spiritualità); "animazione missionaria" (testimonianze, racconti di vita vissuta, strumenti per l’animazione); "animazione nella scuola" (educazione alla mondialità, interculturalità, insegnamento della religione cattolica); "Cooperazione e volontariato" (giustizia, rapporti nord-sud, nuovi stili di vita); "Conoscenza dei popoli" (etnologia, antropologia, geografia, storia e attualità di paesi diversi). (www.emi.it)

MISNA: (Missionary New Agency) agenzia telematica per informare in tempo reale su situazioni di paesi del sud del mondo, farsi voce di chi non trova risonanza nei mezzi di comunicazione. Molti avvenimenti tragici sarebbero passati totalmente inosservati se non ci fosse stata questa agenzia, che ha il vantaggio di usufruire di una rete informativa sicura tra i missionari presenti in ogni parte del mondo. Il suo ruolo è ormai riconosciuto e riscuote consensi favorevoli in ambito nazionale e anche internazionale. (www.misna.org)

Queste forme di comunione, oltre che qualificare la formazione interna degli Istituti e produrre dell’informazione alternativa, evidenziano una caratteristica fondamentale della testimonianza della missione, che non è mai azione individuale, di "navigatori solitari", ma sempre atto profondamente ecclesiale (cf. EN 60). Questa comunione va allargata, promuovendo strategie di collaborazione, in ambito ecclesiale e anche in contesti che si professano "laici" o non credenti, ma sono sensibili a temi attinenti la missione.

1.3. L’ AD GENTES IN UN MONDO CHE CAMBIA

Non è finito il tempo della missione della Chiesa, “la missione ad gentes è oggi più valida che mai” (Messaggio Giornata Missionaria Mondiale 2001 n.3 ), e “… non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza” ( Orientamenti Pastorali della CEI n. 32 ), per questo mai si esaurirà il ruolo carismatico degli Istituti missionari, salutare e provvidenziale per tutta la Chiesa.

Si può affermare però che le sintesi teologiche, la prassi, il linguaggio di ieri non rispondono più efficacemente alle domande di senso originate dai nuovi contesti sociali e dalle sfide culturali e globali che interpellano la missione della chiesa universale.

I flussi della globalizzazione hanno investito i contesti politico, sociale e culturale dell’ Europa e suscitando un interessante dibattito e riflessione anche all’interno del mondo missionario, per ricercare delle risposte nuove alla nuova situazione creatasi.

Gli Istituti Missionari sono animati dal desiderio di ridefinire gli spazi di azione che sembravano acquisiti, lo specifico del carisma ad gentes, e un salto di qualità per l’ animazione missionaria del popolo cristiano. Alcuni Istituti missionari hanno tentato delle risposte coraggiose aprendo delle comunità in zone di frontiera come Platì nella Locride, i quartieri di Napoli, oppure investendo personale nella scelta di servizio agli immigrati. La riflessione continua soprattutto nei Forum della CIMI come è successo in quello recente (febbraio 2008) dal titolo molto significavo e provocatorio: “Missione ad gentes e ad gentes in Europa. Gli Istituti Missionari si interrogano”.

1.4. Accendere il fuoco della missione.

La nuova situazione in un’ottica di fede appare come un “kairos”, un momento opportuno, un appello per discernere l’oggi di Dio, per cambiare rotta, come il significato etimologico greco originale della parola “crisi” ci ricorda: “krinein”, cioè “decisione”, “cambiamento radicale”.

E’ il momento delle decisioni importanti perché la missione ad gentes, oggi più che mai, è chiamata a farsi portavoce dell’insopprimibile nostalgia di speranza che si cela nel cuore di ogni uomo e donna del nostro tempo. La situazione attuale della società e del mondo non ci consente alcun compiacimento nel catastrofismo, semmai, per tutti noi è un perentorio invito alla speranza.

In questo nuovo scenario noi pensiamo sia fondamentale ripartire dall’evento fondante della missionarietà della Chiesa: la vita di Gesù in “tutta la parabola della sua esistenza” (CMVC N.16). Si, è da Lui e dalla Sua vita che noi dobbiamo ripartire per ridare slancio alla evangelizzazione, per imparare la missione ad gentes e per riaccendere il fuoco della missione in noi e nella Chiesa locale. Lo affermano molto bene i Vescovi italiani: “La coscienza missionaria nasce si forma nell’incontro con Cristo. Ne deriva che ogni debolezza cristologia indebolisce la radice stessa della missione. Forse sta proprio qui la ragione di certe nostre esitazioni….Lo slancio missionario richiede una forte spiritualità di cui forse, siamo ancora carenti. Senza dubbio la vivacità missionaria delle prime comunità cristiane – di cui si parla nel libro degli Atti degli Apostoli – nasceva dall’esperienza di un personale incontro con Cristo. L’urgenza della missione nasce dall’interno, e la stessa convinzione che Cristo è atteso da ogni uomo … Non si abbia paura di questa forte accentuazione della centralità di Cristo” (AdC, N. 1)

Siamo infatti convinti che “l’incontro con il Signore Gesù sia decisivo perché la missionarietà attecchisca nel cuore di ciascuno di noi e nelle nostre comunità” (Adc n. 1). Un invito rivolto alla Chiesa, alle parrocchie affinché “assumano gli stessi tratti della missionarietà di Gesù: la sua sollecitudine verso tutti, per cui accoglie le folle e dono loro parola e vita, senza però lasciarsi rinchiudere da esse (cfr. Mc 1:37-38); la cura per il gruppo dei discepoli, invitati a “seguirlo”, ma anche ad “andare” (Mc. 3:14-15). Gesù pensa alla comunità in funzione della missione e non viceversa (PMVC n.7).

E’ una regola fondamentale per la Chiesa: tornare sempre alle proprie origini, ricavare linfa dalle proprie radici, ridare evidenza all’essenziale. Tutto ciò che Gesù ha vissuto nella sua carne è per noi un’ occasione fondamentale di insegnamento, poiché “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (GS n.22); perché “La Chiesa può affrontare il compito dell’evangelizzazione solo ponendosi, anzitutto e sempre, di fronte a Gesù, parola di Dio fatta carne. Egli è la “grande sorpresa di Dio” (NMI n.4), che, nella sua vita ci ha lasciato un esempio, affinché camminassimo sulle sue tracce … Solo seguendo l’itinerario della missione dell’Inviato…sarà possibile per la Chiesa assumere un stile missionario conforme a quello del Servo, di cui essa stessa è serva … La Chiesa “mira solo a questo: continuare, sotto la guida della Spirito Paraclito,l’opera stessa di Gesù…Perciò essa medita anzitutto e sempre sul mistero di Cristo, fondamento assoluto di ogni nostra azione pastorale” (NMI, n.15)

“La presenza certa dello Spirito è lì a ricordarci costantemente come soltanto lasciandoci conformare a Cristo, fino ad assumere il suo stesso sentire (cf Fil 2:5), potremo predicare Gesù Cristo e non noi stessi. L’evangelizzazione può avvenire solo seguendo lo stile del Signore Gesù, il “primo e più grande evangelizzatore” (EV n. 7)

Questi inviti a ritornare a Cristo a conformarci alla sua prassi per “imparare da Lui” la Missione, esigono una rilettura della vita di Gesù da un particolare punto di vista, che per noi è la prospettiva della missione.

1.5. Ripartire da Cristo: alle origini della missione ad gentes

Vangeli ci dicono che la tensione missionaria è inscritta nell’evento stesso di Gesù. Appartiene all’indicativo della rivelazione, non anzitutto agli imperativi della risposta. Quindi la missione non va subito collocata nel capitolo dei doveri (“andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura …), ma nel capitolo stesso che racconta ciò che Dio ha fatto per noi.

Il luogo più luminoso in cui scorgere la figura evangelica della missione è il volto di Dio rivelato da Gesù. Letta alla luce del Crocifisso la missione acquista dei contorni molto precisi. Gesù ha rivelato se stesso facendo missione. Capire la missione non è altra cosa rispetto alla comprensione di Gesù Cristo, né altra cosa rispetto all’essere ”servo” del Signore Gesù.

Gesù non solo ha annunciato il Regno, ma lo ha mostrato nella concretezza della sua esistenza. La vita di Gesù è stata lo specchio del Regno: della sua presenza e della sua figura. Sottolineo: la figura: la presenza e l’azione salvifica di Dio (questo è, appunto, il Regno) si sono manifestate nell’evento di Gesù con tratti di sorprendente novità. Nuovi, ad esempio, sono i tratti della misericordia e dell’universalità. Per mostrare la presenza e la figura del Regno di Dio, Gesù ha accolto, servito e perdonato. Questa prassi, che Egli stesso ha indicato come lo specchio dell’amore di Dio nei confronti dell’uomo, è stata sempre caratterizzata dall’accoglienza degli esclusi, a incominciare dai peccatori.

Nella misericordia di Gesù e poi racchiuso anche il tratto dell’universalità. L’accoglienza di Gesù supera, infatti, ogni differenza tra gli uomini, travolge ogni barriera emarginante. E’ vero che Gesù non ha percorso l’intero mondo, pero ha fatto crollare tutti gli steccati che ha incontrato nel suo piccolo mondo. E questa è missione universale. Si comprende perché Gesù - volendo elencare i segni dell’appartenenza al Regno - vi abbia incluso anche questo: “Ero straniero e mi avete ospitato”.

Il regno di Dio è missionario nella sua radice. Se mancasse la nota dell’universalità, non sarebbe più il regno di Dio in tutta la sua verità. La tensione universale - una nota che dovrebbe apparire, nella misura del possibile, anche nei gesti pastorali più comuni, se questi vogliono essere evangelici - è richiesta dalla natura del Regno. L’universalità è un tratto essenziale che identifica il vero Dio che si e rivelato in Gesù Cristo.

Mi permetto di insistere. Se si vuole capire il cammino di Gesù (le sue scelte e la sua direzione) bisogna partire dalla missione, intesa come costante preoccupazione per tutti, compresi i lontani. La venuta di Gesù (“per questo sono venuto”) è costantemente espressa in direzione dell’universalità (Mc 1,38; 2,17; 10,45). Secondo Mc. 1,38 (e ancor più chiaramente secondo Lc 4,42-43) non si può “trattenere» Gesù, neppure una grande folla può farlo, neppure se tutti lo cercano.

Ma se la prima coordinata della vita di Gesù è stata la missione la seconda è stata la comunità. Gesù ha raccolto attorno a sé un gruppo di discepoli perché “stessero con Lui”. A questo gruppo Gesù ha dato tempo e cure, ma la sua preoccupazione non ha mai cessato di essere sempre per tutti. Non si vede un prima e un dopo nella preoccupazione di Gesù. Questo significa che Egli ha pensato al gruppo in funzione della missione, non viceversa.
Se la prima coordinata è la missione e la seconda la comunità, la terza è la comunità in missione, davanti alla folla e per la folla. I vangeli documentano con chiarezza che Gesù portava il gruppo in missione. La comunità dei discepoli è itinerante come il Maestro. Gesù e i discepoli sono costantemente davanti alla folla. Cosi Gesù ha superato d’un balzo la vecchia logica - dura a morire — del primo e del dopo: prima la formazione del gruppo, poi il suo invio in missione. Gesù fin dall’inizio va ai lontani con il gruppo dei vicini. Non si tratta di una tecnica pedagogica, ma di una questione di identità: se la comunità non va in missione, se non sta sempre davanti alla folla, mostra di non aver capito (e accolto) l’evento di Gesù e non si fa più segno nel mondo di quell’evento. Il sale non è più sale.

Nel vangelo di Marco (3,14-15) si legge che Gesu “ne costituì dodici perché stessero con Lui e per mandarli a predicare”. Lo “stare” non é la premessa dell’ “invio”, ma molto di più. Il rapporto fra i due momenti é costantemente circolare. E’ stando con Gesù che si comprende la necessita dell’andare: perché andare, dove, per quale annuncio. Ma è andando che si sta veramente in compagnia di Gesù: la sua vita infatti è itinerante, senza fissa dimora.

L’universalità è al cuore dell’evento di Gesù: il Crocifisso è il Figlio di Dio che muore per tutti e il Risorto è il Signore del mondo. Se si dimentica la nota dell’universalità si tradisce profondamente la memoria della morte e risurrezione del Signore. Senza dimenticare, naturalmente, che Croce e risurrezione sono strettamente congiunte: la signoria di Cristo - che va testimoniata in tutto il mondo - non è altra cosa rispetto allo splendore dell’amore di Dio (dedizione, servizio, perdono, povertà) del Crocifisso. Non basta essere presenti dappertutto per potersi dire universali, cattolici: è necessaria una presenza con precise modalità.

Sulla universalità mi sembra importante insistere. Si tratta di una nota che caratterizza il vero Dio, come la misericordia, la bontà o altro. Mancasse questa nota non si potrebbe più parlare della figura del Dio di Gesù Cristo. Il “per tutti” è la direzione obbligata, perché qualsiasi gesto pastorale possa dirsi evangelico. Ma allora non si può più pensare alla missione ad gentes come al punto di arrivo degli altri momenti della pastorale, quasi ne fosse l’ultima tappa, ma e l’orizzonte da cui partire per comprendere ogni forma di pastorale e correttamente configurarla. L’ad gentes - con le sue note di universalità, annuncio e inculturazione - è il paradigma della pastorale. Non c’è “cura d’anime” che possa essere volta solo all’interno e ferma sul locale.

Missione ad gentes dice un modo di fare missione, non soltanto né anzitutto un luogo dove fare missione. Anzi, dice un modo di fare semplicemente pastorale, un modo di essere Chiesa. La nota costante è il “per tutti”, l ’oltre. L’ad gentes dice una tensione e una modalità.

1.6. Alcune provocazioni: perché l’ “ad gentes”

Proviamo ora a collocare il discorso maggiormente sul versante pratico, per cercare almeno di chiarire alcuni “luoghi comuni” e rispondere alle provocazioni rivolte ai missionari dai cristiani e dalla gente. Questa, per lo meno, e l’intenzione, lo sguardo rimane fermo comunque sull’evento cristologico.

Mi capita di sentire ad esempio, che la comunità prima deve diventare matura, adulta, forte nella fede, e solo poi potrà incamminarsi nella direzione della missione, uscire verso i lontani. Certamente c’è molta verità in questa convinzione. L’imperativo “venite dietro di me” (Mc 1,17) è un presente: dice qualcosa a cui si deve dare subito inizio. “Vi farò diventare pescatori di uomini” è invece un futuro. Tuttavia il rapporto fra i due momenti è molto più stretto di quanto lascino supporre i tempi verbali. Andare dietro a Gesù è già - da subito - un protendersi verso la missione. Infatti il gruppo dei discepoli è dall’inizio itinerante come il Maestro, costantemente davanti alle folle e per le folle. Gesù ha portato il gruppo in missione, senza aspettare che diventasse numeroso o adulto nella fede. Gesù “ne costituì dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14-15): lo “stare” non è la premessa dell’invio: indica piuttosto il modo di andare, non da soli, ma in compagnia del Maestro. È andando che si sta in compagnia di Gesù: la sua vita è, infatti, itinerante e missionaria. La conclusione è semplice: come si può aiutare una comunità a farsi adulta, se non sollecitandola sin dall’inizio ad aprirsi alla testimonianza e alla missione? E come può una comunità aprirsi alla missione senza un pastore che - camminando davanti al suo gregge - pensa alle pecore che non sono ancora nell’ovile (Gv 10; 16)‘? Il pastore evangelico non sta continuamente a contare le pecore che ci sono, ma pensa anche alle altre. Ed è così — e solo così — che aiuta i suoi fedeli a farsi adulti e responsabili.

Sento spesso dire: la missione è anzitutto qui, nelle nostre parrocchie, nei nostri ambienti. L’emergenza è qui. Inutile ricordare che in questa affermazione c’è una parte di verità. Tuttavia la logica evangelica non si lascia, neppure sotto questo aspetto, rinchiudere nel prima e nel dopo. E una mentalità giudaizzante che Paolo ha superato d’un balzo. Molti cristiani, a volte anche pastori, sembrano essere rimasti giudaizzanti. Peggio poi se il prima e il dopo nascondessero una strategia: prima qui, perché è questa la parte di mondo importante; evangelizzata questa parte di mondo sarà più facile, poi, evangelizzare altrove. Ma questa é una strategia che appartiene più alla logica politica che alla logica evangelica della missione. Per il vangelo Dio non fa differenze, non ci sono popoli prima e popoli dopo, uomini che contano e altri che non contano. E poi - diciamolo francamente - si inizi pure da qui, ma che si faccia missione, non conservazione. La vera missionarietà è un movimento inarrestabile: da qualsiasi parte cominci, rompe le chiusure e sfugge alle strategie degli uomini. In ogni caso, qualsiasi pastorale missionaria locale non potrà prescindere dal guardare altrove. È vero: non tutti possono e debbono andare, ma tutti – probabilmente - dovrebbero coltivare una certa disponibilità a farlo, certamente tutti devono sempre guardare oltre.

Mi capita di sentire dire da più parti: perché tanta insistenza nel partire dagli ultimi Dio non fa differenze. Il vangelo non discrimina. E perché poi, non partire dai primi? Se si vuole cambiare il mondo, partire dai primi può essere la scelta più produttiva! Neppure queste valutazioni mancano di verità. Dio ama anche i primi, non solo gli ultimi. Verissimo, tuttavia, l’universalità evangelica inizia dal basso, dagli ultimi. Certo Gesù ha frequentato anche i ricchi unicamente perché amati da Dio e bisognosi di salvezza come tutti, non per il loro prestigio, la loro forza, la loro influenza. Dio non discrimina, tuttavia anche Dio ha le sue predilezioni. Ci sono priorità che dividono e priorità che uniscono. La predilezione per gli ultimi non introduce differenze, al contrario le abolisce. Dio predilige gli ultimi perché ai margini, e non è giusto che lo siano. La predilezione degli ultimi è profondamente evangelica e missionaria, del tutto gratuita, non strategica. È rivelazione dell’amore di Dio, non calcolo pastorale, come se si prediligessero gli ultimi perché più numerosi o perché più aperti all’annuncio o perché possono diventare una forza di cambiamento. Nulla di tutto questo: non si prediligono i poveri per affermarsi o per contare, ma unicamente per mostrare a tutti — ai poveri come ai ricchi — che Dio ama ogni uomo senza differenze.

Né si dimentichi, infine, che Gesù - figura del regno di Dio - si è inserito nel numero degli ultimi (il suo battesimo, sedersi a tavoli con i poveri, essere cercato da loro, per esempio, la sua morte atroce “fuori” dalla città Santa). La sua è stata una scelta teologica, di rivelazione, non ascetica. Forse potremmo anche parlare di scelta ermeneutica: una collocazione, cioè, che rende capaci di vedere il mondo dalla parte giusta, come lo vede Dio. Come altrimenti comprendere il compiacimento del Padre (Mt l l,25•26)?

E poi ancora sento dire: dobbiamo diventare “visibili”. D’accordo, ma quale visibilità? Visibili per mostrare che cosa? Visibili mediante quali i segni? Visibili dappertutto, certo, ma come? Non basta essere visibili dappertutto, come già abbiamo sottolineato, per essere cattolici. Lo si è - anche se si è in un posto solo! - quando si fa propria la visibilità di Gesù Cristo, i cui segni sono stati l’itineranza, l’accoglienza degli ultimi, la carità fraterna, la lavanda dei piedi, la Croce innalzata (Gv 13,32). So bene che ora, nel tempo della Chiesa, il Cristo è il Risorto glorioso. Ma la risurrezione è la gloria del Crocifisso, non di un altro. I tratti rivelati dal Crocifisso sono divenuti splendidi, riconoscibili, vittoriosi, ma rimangono tuttavia i medesimi. La risurrezione non cancella la Croce! La Croce non è una strada che mi fa entrare in una condizione retta da una logica diversa rispetto alla dedizione. In ogni caso, Paolo evangelizza con la Parola della Croce (1 Cor 2,2). L’Eucaristia è per Paolo l’annuncio (il verbo utilizzato è un verbo missionario) della morte del Signore (1 Cor 11,20). Giovanni dice: “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me” (12,32). In questa linea di pensieri, merita un’osservazione in più anche l’universalità, parola che nel nostro discorso ritorna continuamente. L’universalità è la direzione obbligata della missione, ma non è la radice che la sostiene e dalla quale scaturisce. Non si fa missione per essere numerosi e dovunque, ma per rivelare un amore gratuito di Dio che è già universale. La missione è donare, non anzitutto attirare. La missione è rivelare, non anzitutto convertire.

Sento parlare molto di inculturazione, ed è giusto. La missione evangelica non salta la modernità e la sua complessità. Tuttavia - ed è ancora il vangelo a dircelo - non si dimentichi che ci sono bisogni che attraversano ogni cultura. Sono gli “appelli” che appartengono all’uomo di ogni cultura. Questi luoghi trasversali sono i primi luoghi dell’evangelizzazione. La cananea era straniera e di altra religione, ma aveva una figlioletta ammalata, come per la Samaritana è stata la sete... E questo bisogno è per Gesù il punto dell’incontro. Questa sensibilità ai bisogni trasversali dell’uomo apre lo spazio per la così detta missione “per contagio”, che il vangelo ben conosce. Così i primi discepoli nel vangelo di Giovanni, così la donna di Samaria. Il primo di questi bisogni trasversali, quello sul quale l’evento di Gesù ci invita a scommettere, è il bisogno di amore, il bisogno di uscire dalla propria solitudine. Sta qui la connivenza fra l’uomo e la salvezza di Gesù. È una connivenza che precede la missione, perché è struttura di creazione. Il bisogno di amore invoca la missione.

Sento sempre ripetere: perché la missione? Domanda giusta, tuttavia interrogarsi troppo sul perché della missione può significare che non è più evidente l’esperienza dell’ incontro con Cristo, che sta alla radice di ogni tensione missionaria. Quando si affievolisce la tensione, si amplificano le tensioni. È un dato storico da tutti ammesso che i primi cristiani erano vivacemente missionari, convinti di dover portare al mondo una notizia attesa. Non sempre, però, si osserva che questa vivacità non nasceva, anzitutto, dall’incontro con le molte emergenze in cui gli uomini del tempo vivevano, ma scaturiva dall’esperienza del loro personale incontro con Gesù Cristo. Qui hanno incontrato una notizia che li ha affascinati, ha cambiato la loro vita, qui hanno colto la novità che, proprio perché nuova e sorprendente, ha profondamente cambiato la loro attesa. E qui hanno capito che il vangelo è per l’uomo, per ogni uomo. L’urgenza della missione nasce dall’interno, e la stessa convinzione - senza la quale la missione cade - che Cristo è atteso da ogni uomo non può che scaturire dalla propria esperienza dell’incontro con Lui. È all’interno della propria fede che il cristiano comprende che l’attesa di Cristo è profonda, anche se spesso è generica e informe, nascosta dietro altre attese. È l’incontro con il vangelo che la libera, dandole una precisa figura. Più il suo incontro con Cristo è profondo e chiaro, e più il missionario sa vedere i segni della sua attesa nel mondo, scorge la vera domanda dietro le molte domande, e comprende che annunciare Cristo non è annunciare un estraneo, ma un atteso. La risposta al “perché” della missione matura, e si fa urgenza, dentro la propria personale esperienza dell’incontro con Cristo. Le riflessioni teologiche servono a purificare questa spinta interiore, ma non bastano a suscitarla.

SECONDA PARTE

VERSO UN PROGETTO DI PASTORALE PARROCCHIALE MISSIONARIA “ad gentes”

2.Rapporto tra missio “ad intra” e “ad extra”

La seconda parte del mio intervento inizia con il cercare di delineare come la missione sul territorio si rapporta alla missione universale ad gentes e viceversa.

La conversione alla “nuova evangelizzazione”, allo stato di missione permanente sul proprio territorio non ha entusiasmato i missionari ad gentes: le nostre istituzioni e la nostra stampa vi hanno intravisto il rischio di ripiegamento, di uno svuotamento della missione universale, di troppa concentrazione di energie sui bisogni del territorio.

D’altra parte, mi sembra che, in generale, il programma della Chiesa italiana, lanciato nel Convegno di Palermo (1995), di una “conversione pastorale” per una “nuova evangelizzazione” faccia fatica a realizzarsi. Non solo, rileva un dato preoccupante nel pericolo assai diffuso di interpretare il “nuovo” come un ripiegamento, chiusura dei ranghi dentro il cortile – perimetro delle nostre parrocchie. Ci sono dei lodevoli tentativi, rimane, come spesso succede, un programma sulla carta, scritto nei documenti, ma difficilmente realizzabile. In tanti parrocchie i programmi pastorali rimangono assorbiti prevalentemente dal culto, dalle devozioni, pratiche sacramentali e la cura delle poche pecore rimaste nell’ovile.

Anche la distinzione fra “cura pastorale” e “missione”, certamente utile e giustificale, può suscitare qualche confusione e non è priva di qualche pericolo. Infatti non c’è vera cura pastorale che non formi alla missione e alla mondialità. E non c’è comunità che possa rinchiudersi in se stessa, unicamente preoccupata delle proprie necessità, pur se importanti e numerose. “Anche se piccola e povera, antica o nuova, ogni comunità deve farsi segno dell’amore di Dio per tutti. L’universalità è veramente essenziale per un’autentica testimonianza evangelica. Tutto questo richiede una trasformazione mentale, un modo diverso di pensare e gestire le cose, un superamento delle abitudini pastorali più consolidate” (adc n.5).

Io ritengo che “conversione pastorale” debba essere alimentata ed orientata dal “fuoco della missione”, l’ unico capace di trasformare profondamente la nostra pastorale, in tutte le sue forme e strutture, e di incidere su tutto il lavoro della formazione cristiana. Non si tratta dunque semplicemente di rimescolare le carte delle nostre abitudini pastorali, ma di assumere il dinamismo proprio della “missio ad gentes (che) può infatti essere intesa non soltanto come il punto più alto e conclusivo del nostro impegno pastorale, ma anche come il suo paradigma più stimolante ed illuminante… Una convinzione che ci chiede di rivedere i capitoli della pastorale e a rinnovarli” (adc n. 5).

“Dobbiamo essere grati ai missionari perché ci segnalano questi rischi di ripiegamento e in questo senso essi ci sono di grande stimolo. Anche la missione permanente sul territorio potrebbe, diciamo così, deviare verso esiti che non sono desiderabili. La conversione pastorale della Chiesa italiana deve svilupparsi senza mortificare la missione universale” (S.E. Ennio Antonelli, in “Il fuoco della Missione”, pp. 38-47). Ma non solo, perché “la missionarietà ad intra è segno credibile e stimolo per quella ad extra e viceversa. Quindi missione permanente sul territorio e missione universale si sostengono a vicenda e si devono potenziare reciprocamente”( RM n.34).

La missione ad gentes è la forma esemplare, il culmine, il vertice a cui tende tutto il dinamismo missionario della Chiesa, perché “senza la missione ad gentes la stessa dimensione missionaria della Chiesa sarebbe priva del suo significato fondamentale, della sua attuazione esemplare” (RM, 34) e del “paradigma di ogni impegno missionario della Chiesa” (RM n.64).

La guida per ricercare nuove sinergie nel fare animazione missionaria oggi, ci viene dalla scoperta dei sentieri battuti dalla missione ad gentes, le scelte e metodologie di azione pastorale che la sostengono. In questo potrà diventare un paradigma illuminante e stimolante per far sì che l’animazione missionaria ad gentes diventi la dimensione trasversale e costante della pastorale ordinaria. Personalmente rimango della convinzione che l’ impegno per la “nuova engelizzazione” dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno dalla missione ad gentes se quest’ultima non verrà concepita e ridotta ad un ambito della pastorale, ad una appendice delegata ad un gruppo di persone.

Il dinamismo della missione ad gentes, la sua ispirazione e il suo modello devono essere compresi e vissuti come una dimensione essenziale alla vita delle comunità cristiane, una tensione di fondo, un dinamismo trasversale che innervi tutte le attività pastorali. Che effettivamente ed efficacemente aiuti a ripensare prima di tutto e soprattutto il modello di chiesa di riferimento e poi reimposti la pastorale nella sua globalità.

Da questo potrebbe nascere una pastorale di missione permanente, cioè di evangelizzazione commisurata al contesto culturale attuale, locale e globale, basato su due attenzioni tra loro complementari, anche se a prima vista contrapposte. Di entrambe ci è testimone Gesù: l’ascolto del mondo, della gente e l’ascolto illuminante della Parola Dio.

Come rendere operativo tutto questo, quali sono gli atteggiamenti richiesti, le aree cruciali, gli aspetti di fondo e le scelte pratiche?

2.1. Alcuni atteggiamenti “pastorali” ad gentes

Alcuni recenti documenti ecclesiali si sono soffermati sulla centralità della speranza per un’autentica testimonianza cristiana e con coraggio hanno indicato le linee da seguire. Cito brevemente alcuni riferimenti su cui, come individui e parrocchie dovremmo lavorare per elaborare insieme una pastorale della speranza.

• “… Come già al tempo delle comunità delle origini cristiane, la prima via dell’evangelizzazione è il contatto personale: una via povera, che non abbisogna di troppi strumenti, e tuttavia efficacissima. Una via povera, ma non facile, perché esige di ritrovare la gioia di sentirsi chiamati a rendere conto della speranza che è in noi (1Pietro 3:15) in una quotidiana e capillare testimonianza, attraverso relazioni fedeli al Vangelo, significative a livello personale, familiare e comunitario” ( AdC n. 7b). Il contatto personale diviene premessa fondamentale per riscoprire l’importanza del “primo annuncio”, soprattutto per coloro che arrivano da noi e chiedono di iniziare un cammino della conversione e/o catecumenato.

• La Chiesa di discepoli e inviati è invitata a diventare “casa e scuola di comunione” (CVMN, 63,65)

• Molto bello è il numero 13 del documento “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” che invita la parrocchia a diventare “una casa aperta alla speranza” attraverso i seguenti atteggiamenti: l’ospitalità “per far spazio a chi è, o si sente, in qualche modo, estraneo o addirittura straniero”… “la ricerca dei dispersi come azione che connota il pastore e la pastorale”…”sono attenzioni che possono sembrare eccessive per dare un volto missionario alla parrocchia. Esse comportano fatica e difficoltà…ma attraverso di esse si può giungere a condividere le felicità e le sofferenze di ogni creatura. Una condivisione sostenuta dalla “speranza che non delude” ( Romani 5:5)

• Il documento L’amore di Cristo ci sospinge ai numeri 6 e 7 offre delle indicazioni molto precise per aiutare i singoli e le parrocchie a disporsi a una conversione pastorale animata del “fuoco della missione”:

o L’itinerario della formazione cristiana in tutte le sue tappe e manifestazioni deve essere missionario fin dall’inizio, non soltanto nelle sue ultime tappe, quasi a conclusione;

o Non è però un obbligo in più, bensì un respiro nuovo negli impegni ordinari e comuni: l’assemblea domenicale, la celebrazione dei sacramenti, l’educazione quotidiana in famiglia, la catechesi e la carità;

o Gesti di vita nuova … cambiamento del nostro stile di vita rapportato alla realtà dei popoli poveri; la scelta di mezzi poveri per tutto ciò che riguarda la missione della Chiesa;

o L’impegno per la giustizia, a livello locale e internazionale, la vicinanza a chi soffre delle molteplici forme di emarginazione; la solidarietà con i deboli e le vittime e la difesa dei loro diritti; la testimonianza di scelte evangeliche nei conflitti

o Da non sottovalutare sono anche certe iniziative innovative di missionarietà presenti diffusamente sul territorio, soprattutto in favore dei più poveri. Esperienze di missionarietà di strada e di attenzione alle povertà emergenti: gli immigrati, le donne coinvolte nella tratta delle prostitute, i ragazzi ridotti in schiavitù nel lavoro nero, le difficili condizioni umane delle periferie urbane. Come abbiamo visto, l’universalità di Gesù infatti parte sempre dal basso. Cioè dagli ultimi

o Un’attenzione evangelizzatrice particolare meritano coloro che sono condotti fra noi dal fenomeno delle migrazioni che ci hanno portato, in un certo modo, l’ “ad gentes” a casa. In favore di tutti questi fratelli e sorelle è giusto e doveroso vivere il “Vangelo della carità”; ci dobbiamo sentire non meno chiamati a offrire loro, nei modi e nei tempi più opportuni, anche la “carità del Vangelo”;

o Quanto appena accennato suggerisce che le missioni ci chiedono allenamento al dialogo con le culture diverse, nella certezza che Dio non soltanto accompagna e sostiene la sua Chiesa, ma la anticipa; bisogna facilitare e promuovere il dialogo interreligioso in celebrazioni e incontri che facilitino la conoscenza e comprensione reciproca fino a delle azioni comuni;

o Novità significative si registrano nella cura pastorale di comunità di immigrati e un impegno di formazione alla interculturalità nell’ambito scolastico con percorsi interdisciplinari volti a far conoscere e apprezzare “i diverso”, non come minaccia, ma come ricchezza.

2.3. Orientamenti per una pastorale missionaria ad gentes

E’ tempo di osare il futuro, aprirci al vento di Pentecoste per risentire l’invito di Gesù fatto a Pietro: Duc in altum” ( Luca 5:4 ).

Alla luce della prassi di Gesù, della mia esperienza “missionaria” in Africa e del cammino degli Istituti missionari in Italia vorrei fare delle proposte, dare delle indicazioni, scrivere la bozza di un sogno: un progetto di pastorale parrocchiale missionaria ad gentes. Le proposte che seguono vogliono semplicemente essere un punto di partenza da adattare alle varie situazioni, una meta verso cui tendere, uno stimolo contro la rassegnazione alle solite e stanche consuetudini pastorali.

Per essere efficaci le esprimerò in formule polari oppure indicherò un cambio di atteggiamenti che non ha la pretesa di rispecchiare alternative, ma piuttosto, mostrare un cammino, disegnare una “tensione verso”, un salto qualitativo di scelte, di abitudini, di impostazione e di luoghi per liberare la tensione missionaria insita nella nostra fede e rendere la missione ad gentes promotrice di una pastorale parrocchiale e un’ animazione missionaria più incisiva, più profetica e più di comunione.




DA
A
Da un PROGRAMMA

Calendario pastorale di date, attività e celebrazioni, cose da fare …

A un PROGETTO

Visione generale: obiettivi chiari, itinerari con delle mete, strategie per raggiungerle …

DALL’ OASI ALLA STRADA

 DA una pastorale attendista, paurosa, chiusa nel cortile arroccata e sulla difensiva, custode gelosa di un patrimonio e di una tradizione
 

A una pastorale dell’incarnazione, che parte dalla lettura della realtà del proprio territorio, in cui scopre l’ oggi di Dio, e si lascia contaminare dalla polvere della strada dove cammina la gente. Capace di accogliere e rispondere al disagio della gente: le solitudini, le paure, precarietà, insicurezza esistenziale, incertezza del futuro, sindrome consumista, “individualizzazione”, perdita di punti di riferimento istituzionali. Fenomeni culturali a cui parlare con un linguaggio attento, appropriato, sensibile e misericordioso.

DA UN USO “MAGICO” dei SACRAMENTI ALL’ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO

 Da una chiesa “stazione di servizio” (multiservice), basata su una pastorale unicamente sacramentale,

A una chiesa formata da piccoli nuclei di comunità che si incontrano per rileggere la propria vita alla luce della Parola di Dio e da Essa si sentono interpellati al servizio (ministeriale)

DALL’ UFFICIO ALLA TAVOLA
 DA una pastorale di conservazione, gestione e amministrazione, centralizzata di “impresa efficiente” e clericale  dove i “laici” sono solamente esecutori;

A una pastorale della “prossimità”, dell’incontro, dei “volti”. Che crea “luoghi” di incontro, accogliente e della convivialità eucaristica. Meno direttiva a favore di una maggiore corresponsabilità del popolo di Dio

DALLE PREDICHE ALLA VITA

Da una pastorale basata sugli insegnamenti, dogmi, rimproveri, direttive e lamentele

A una pastorale che riscopre l’importanza del primo annuncio, vive la vita nella liturgia e nella catechesi. Valorizza i periodi le celebrazioni liturgiche “missionarie” (ottobre, 24 marzo, Epifania, settimana unità dei cristiani, Pentecoste, 1 gennaio …)

DALLA COMPETIZIONE ALLA CORRESPONSABIITA’
DALLA FRAMMENTAZIONE ALLA COMUNIONE

Le nostre parrocchie e diocesi, a volte, sono teatro di arrivismo e concorrenza tra gruppi missionari tra di loro e con altri. Il popolo della missione fa a gara per organizzare raccolte, lanciare iniziative per progetti di solidarietà. Anche tra i vari uffici, Caritas, San Vincenzo, pastorale giovanile non c’è coordinamento. Si sono formati gruppi legati ad un “missionario” o a un prete fidei donum, altri gruppi spontanei che organizzano viaggi “in missione” senza coordinarsi con il CMD.

E’ venuto il tempo di cambiare “vocale”, cioè di iniziare ad usare la “e” piuttosto che la “o”. Fare rete con tutti, sia nell’ambito parrocchiale che con gruppi e movimenti “laici” sensibili alla giustizia e alla pace. Una pastorale dell’inclusione più che dell’esclusione.

DA UN’ IDEA A UN’ESPERIENZA
DA “EPISODI” a uno stile di vita

E’ importante offrire occasioni per l’incontro diretto con esperienze di vita di missione in Africa o America Latina. Però è necessario coordinare e preparare bene tali esperienze, coinvolgere le comunità cristiane nella preparazione, partenza e soprattutto il momento del rientro.

Tale esperienza, sporadica, dovrebbe gradualmente portare a cambiare il proprio stile di vita, fare scelte di servizio ai poveri, promuovere incontro con gli immigrati, per coinvolgerli nell’animazione al nostro fianco. Fino a capire l’importanza di fare scelte politiche e compromettersi affinché le leggi sostengano le istanze di giustizia, pace, accoglienza e solidarietà per tutti.

DAL Fare “PER I POVERI” A essere interpellati “DAI I POVERI”

 
“Every view point is a point of view”

Illuminante è l’esperienza del vescovo martire del Salvador Oscar Romero e di altri missionari la cui vita è stata cambiata dall’incontro con i poveri, interpellati da essi, alla luce della Parola di Dio. Quindi non basta raccontare, “parlare della missione”, è necessario “partire dalla missione”, per far trasparire la situazione dei miliardi di impoveriti, affamati, calpestati che vivono in situazione disumane sul nostro pianeta. Partire, anche in Italia, dalle varie marginalità, dai confini della città, zone disagiate, per assumere “il punto di vista”, la prospettiva del “malcapitato” ed degli emarginati, che ci aiutino a leggere la realtà del territorio dal loro punto di vista.

DALLA BENEFICIENZA ALLA PROFEZIA
 Dal fare per l’altro, alla analisi e comprensione delle cause che creano ingiustizie e povertà nel mondo. La gente è sempre pronta ad aiutare, fare beneficienza, adozioni a distanza. Il discorso si fa più difficile quando si cerca di fare capire alla gente che noi – occidente, ricchi - con una mano aiutiamo, siamo solidali, con l’altra continuiamo a saccheggiare, depredare i paesi dell’Africa, America Latina e Asia. E che la situazione dei poveri che aiutiamo è in grande misura causata dalle scelte dei nostri governi, Istituzioni internazionali e anche le nostre scelte di vita.

Spesso, purtroppo, anche noi missionari, soprattutto rientrando in vacanza, proponiamo un idea di “animazione missionaria” troppo sbilanciata e, a volte, unicamente mirata alla raccolta di fondi per finanziare progetti, raccolta di materiale da spedire in containers. Diventiamo complici di potentati economici, politico – finanziari che a livello internazionale causano le ingiustizie. Diventiamo cos’, insieme al variegato mondo del volontariato, i “crocerossini” della storia, curiamo le ferite e i mali che altri ( e noi indirettamente) causano. E poi un certo tipo di animazione missionaria mantiene viva l’equazione: missionario = soldi e alcuni stereotipi sui popoli “in via di sviluppo”. Pensiamo ai tanti messaggi “promozionali” trasmessi dai canali pubblici della TV e dalle reti private a favore di “adozioni a distanza”, bambini o famiglie bisognose, come nel caso di quelli a favore della “Fabbrica del Sorriso” o altre ONLUS e/o ONG. Mai però, ci si chiede, e men che meno si aiuta la gente a capire il legame fra quelle situazioni e le politiche dei nostri Governi, della Comunità europea o di Istituzioni internazionali (Banca Mondiale, FMI, WTO) per poterle contrastare e così agire sulle cause che generano orfani o gettano famiglie nella povertà della baraccopoli del mondo.

In altre parola noi tutti siamo contagiati dalla “sindrome del Buon Samaritano”. Dovrebbe sviluppare invece insieme all’intervento umanitario, qualora necessario, anche l’atteggiamento della prevenzione e della identificazione dei “briganti” oggi.

L’impegno di qualificare la missione oggi e produrre informazione alternativa dovrebbe aiutare a disintossicare il significato di alcune parole come “sviluppo” e “sottosviluppo”, cooperazione e solidarietà, parole i cui significati distorti camuffano un nuovo neocolonialismo, oppure una cooperazione internazionale che funge da “Cavallo di Troia” per l’accaparramento di risorse, la bio-pirateria e di un “modello di sviluppo” atto a conquistare le risorse e violentare la cultura di comunità autoctone e trasformare in merce qualsiasi cosa il mercato tocchi (come Re Mida della mitologia greca).  “Lo sviluppo è stato solo il proseguimento della colonizzazione con altri mezzi, la nuova mondializzazione, a sua volta, è soprattutto il proseguimento dello sviluppo con altri mezzi” (Latouche); “Lo sviluppo: ovvero la corruzione dell’armonia in valore; ciò che era gratuito e buono diventa a pagamento ed è stato trasformato in merce” (Ivan Illich)

DA DILETTANTI A QUALIFICATI
DAI Corsi AI Percorsi

Centri missionari laboratori di culturale missionaria

 DA una pastorale di iniziative e attività, di “corsi” per trasmettere delle nozioni AD un effettivo “percorso” di formazione missionaria integrato, sistematico e coeso. Una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta alla formazione dei seminaristi, i futuri sacerdoti.

E’ importante aiutare i cristiani a risalire per giungere alla sorgente di acqua viva per fondare l’impegno missionario.

E per delegittimare i “luoghi comuni” divulgati dal mass media ufficiali occorre uno sforzo comune per divulgare strumenti di informazione alternativa (libri, riviste, siti…) che aiuti i cristiani e la gente comune a capire i meccanismi e le cause strutturali delle povertà nel mondo.



2.4. QUALI SINERGIE per costruire il progetto

All’interno di un progetto di pastorale missionaria ci sono alcuni ambiti per i quali sviluppare delle sinergie, dei sentieri lungo i quali poter camminare insieme. Mi limito ad accennarli, lasciando l’elaborazione alle forze missionarie in un determinato territorio.

Fare rete:

a livello parrocchiale superare la logica del “mio gruppo e/o competenza” per lavorare insieme e proporre delle iniziative comuni;

a livello di forze missionarie presenti per preparare insieme un progetto di pastorale parrocchiale missionaria o almeno iniziare con alcune attività (ottobre missionario, testimonianze)

a livello di territorio: con tutte quelle forze che hanno a cuore i problemi di giustizia, pace e integrità del creato, per creare dei tavoli di lavoro, conoscenza reciproca, e di elaborazione di percorsi formativi (teoria e pratica) sui quali lavorare insieme.

Formazione all’universalità:

Autoformazione: degli agenti di animazione missionaria, dal punto di vista biblico, della teologia della missione e di analisi dei fenomeni che caratterizzano il territorio e l’Italia in generale; Da tutto ciò dovrebbero nascere le linee di una “spiritualità missionaria”;

Percorsi di formazione missionaria per adulti, per gruppi missionari parrocchiali e/o quelli legati ad un missionario;

giovani e le scuole: proposta di programmi interdisciplinari sui Paesi del Sud del mondo, giustizia e pace e integrità del creato;

seminaristi: gli Istituti specificatamente missionari visitano annualmente i seminari, per garantire una certa continuità sarebbe opportuno coinvolgere altre realtà missionarie presenti nelle diocesi;

catechesi: per aprire i ragazzi e i giovani alla dimensione universale; merita una nota particolare la sfida di percorsi di catecumenato per i migranti. L’esperienza diretta dei missionari potrebbe senz’altro dare un contributo significativo. “Il fuoco della missione dovrà animare l’intera formazione cristiana, in tutte le sue tappe e in tutte le sua manifestazioni … L’itinerario della formazione cristiana deve essere missionario fin dall’inizio, non soltanto nelle sue ultime tappe, quasi a conclusione” (adc n. 6a);

laicato missionario: alcuni Istituti Missionari hanno accolto al’interno delle loro strutture il cammino di giovani che hanno fatto della missione una scelta di vita condividendo il carisma specifico degli Istituti Missionari, disposti a partire per le missioni e collaborando nell’animazione missionaria in Italia. Con loro si possono aprire strade nuove di conoscenza e collaborazione.

informazione alternativa: la divulgazione di libri e riviste prodotte dagli Istituti Missionari in occasioni e celebrazioni speciali in parrocchia oppure nel territorio.

Valorizzare la partenza e/o il rientro di missionari o di gruppi o laici dalle missioni per organizzare incontri

Animazione missionaria della parrocchie: organizzare delle settimane di “animazione missionaria” delle parrocchie con attività rivolte a tutte le fasce di età, istituzioni, scuole e realtà associative del territorio. Momenti liturgici, celebrazioni, ma anche dibattiti, serate;

profezia e denuncia: banche armate, la tratta delle donne, la “caccia ai rom” e i CPT (centri di detenzione temporanea)

dialogo interculturale: organizzare incontri per facilitare di fratelli e sorelle che sono immigrati e vivono con noi, e coinvolgerli nell’elaborare e realizzare attività di animazione missionaria

scelte di abitare i confini: privilegiare e proporre attività a favore delle zone “rischio”, abitare i confini culturali, le periferie urbane più disagiate, i campi rom;

Giornate missionarie: ripensarle e riscoprirne l’importanza come la visita capillare delle parrocchie, occasione per animare, informare e coinvolgere e NON ( almeno non solamente) per raccogliere soldi.

Ruolo del CMD: il CMD dovrebbe diventare un laboratorio di una cultura missionaria, anima missionariamente degli altri uffici diocesani; sia provvisto di biblioteca a disposizione di chiunque voglia aggiornarsi sui problemi della mondialità;


TERZA PARTE

LA CORNICE DEL PROGETTO: ALCUNE SCELTE DI FONDO

3.Riconoscimento dell’altro: da “hostis” a “hospes”


I fatti dell’11 settembre hanno accentuato in modo drammatico la svolta epocale che il mondo stava vivendo: niente è più come prima! A tale constatazione fa eco la perdita di certezze messa a nudo dalla fragilità e insicurezza globale. Dopo gli attentati ai centri economico-politici degli Stati Uniti a livello internazionale si avverte, forte e distinta, una tendenza. Tracciare confini netti, profondi, in un mondo che li aveva perduti. Il clima di disorientamento subentrato sembra avere incoraggiato la costruzione di nuovi muri. O almeno muretti. Che, per lo più, reinventano fratture antiche e aprono nuove lacerazioni.

Viaggi e sai che non è più come prima; guardi un arabo per strada e con orrore ti senti intollerante, vergognandotene immediatamente, ma per un attimo la tua ragione ha deragliato e la crepa si è aperta. Avevamo imparato che la globalizzazione significa anche confronto, convivenza e armonia, adesso scopriamo di avere paura dell’altro da noi. E si insinua un’altra paura che la ragione e la tolleranza subiscano anch’esse un attentato e che i governi e la stessa politica si abbandonino alla deriva della vendetta o della ritorsione.

C’è ormai una tendenza diffusa a presentare l’immigrato, soprattutto il clandestino, come deviante, dedito allo spaccio di droga, allo sfruttamento della prostituzione. E per quel che riguarda le immigrate la convinzione che una larga parte di esse sia dedita alla prostituzione ( per scelta, o perché costretta, poco importa ) è diffusissima. La stessa Africa che servi lontana lottizza i marciapiedi di casa tua. Non solo. Sono mesi che la “paura dell’immigrato, del rom” è diventata un investimento redditizio alla borsa della politica. Le cronache dei giornali tuonano: “spazzare via i campi rom”. Per noi tutto questo diventa inaccettabile. E non spetta forse a noi, alla Chiesa, e a noi missionari con essa, denunciare questa “caccia all’uomo” e la tratta delle donne africane e dell’Est europeo?

Alla base di qualsiasi formazione missionaria c’è una sfida antropologica senza precedenti: imparare a transitare senza perderci tra le differenze culturali, etniche e religiose che sono il vero crocevia della nostra società complessa. Al tentativo di chiusura entro perimetri culturali di civiltà superiori, le sicurezze di muri che discriminano e accusano, vogliamo rispondere con la formazione di uomini nuovi, inspirati dalla Parola di Dio, immersi criticamente nelle contraddizioni del mondo d’oggi, che a partire dall’altro, sappiano scoprire la propria identità e specificità missionaria nella relazione, nel dialogo, nello scambio e nella convivenza. L’altro non sarà più il nemico (hostis), ma diventerà il tuo ospite (hospes). In quest’ottica la differenza non verrà sacrificata sull’altare dell’assimilazione, ma assunta come dono e risorsa.

Oggi più che mai dunque non si tratta più come si diceva una volta, di cambiare mentalità, ma di acquisire una mentalità di cambiamento, o del “viaggiatore”, come si conviene in un epoca di mobilità e di contaminazioni, dove tanto chi viaggia quanto chi rimane nel suo luogo vive comunque da “homo migrans”. Come viandanti, uomini e donne in “esodo”, nel deserto di una situazione di smarrimento, insicurezze e incertezze, per incontrare l’altro, il diverso dei cortili di casa nostra, ma anche quello che assume la condizione di interi continenti piagati ed oppressi, segnati dall’esclusione dai processi economici dettati dalle regole di mercato della globalizzazione neoliberista.

3.1. Fare amare il Vangelo di Gesù

Per rinnovare lo slancio missionario, accendere il fuoco della missione, e rifondare la “fede come sequela” rimane indispensabile proporre e attuare in ambito ecclesiale e parrocchiale la lettura e la conoscenza del vangelo tra quanti compongono la comunità cristiana. La lettura popolare della Parola di Dio ha segnato il cammino delle “comunità di base”, movimenti sociali soprattutto in America Latina e in alcune regioni dell’Africa. Sappiamo che in alcune Chiese locali Italia sono stati proposti dei cammini d Lectio Divina con giovani e adulti soprattutto durante i periodi liturgici forti (Avvento e Quaresima). Nella missioni cittadini delle parrocchie è consuetudine iniziare i “centri di ascolto”, nella speranza che possano continuare a lungo. Cosa che purtroppo raramente succede.

Come animatori missionari siamo chiamati a fare amare la Parola di Dio, facilitarne la comprensione e con essa calarci nella vita del territorio e leggere i drammi della storia attuale. E’ vero il cristianesimo non è la religione del libro, è altrettanto vero, però, che solo il vangelo consente la conoscenza di Gesù Cristo, centro e cuore del cristianesimo. “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo” affermava San Gerolamo. Quale figura di cristiano può mai emergere senza una conoscenza diretta di Gesù Cristo e della sua umanità esemplare come quella che può venire dalla lettura e dalla familiarità con i Vangeli? Un cristianesimo il cui vangelo non ispira la vita e il vissuto dei credenti come riuscirà a non divenire rituale, devozionale, a non ridursi a fatto culturale o sociale, se non addirittura fenomeno folcloristico o superstizioso. Solo con la lettura personale e diretta della Bibbia – e in primo luogo, dei vangeli, il cristiano può nutrire la sua fede e irrobustire la sua capacità di testimoniarla. Alcuni si stupiscono e rammaricano di fronte al dato che neppure un quinto degli italiani afferma di avere letto i quattro vangeli. Senza conoscere il vangelo come è possibile conoscere Gesù Cristo e sentirlo Signore? Come si può cogliere la sua umanità esemplare, la sua prassi missionaria basata sulla misericordia e universalità? Il suo amore per i poveri e derelitti e quindi conformarsi ai suoi sentimenti per tradurli in prassi anche oggi?

Accanto a questa esigenza ne emerge un’altra altrettanto vitale per la missione della Chiesa. E’ l’ascolto dell’umanità che geme e soffre, che avviene nella prossimità e l’ascolto delle persone, l’incarnazione nella realtà e l’umiltà di chi sa di essere pellegrino in compagnia degli uomini, forte solo dell’anelito di liberazione insito nel Regno di Dio.

3.2.In ascolto dell’uomo post – moderno

L’ascolto è fondamentale, è l’atteggiamento base per iniziare a comunicare, comprendere e dialogare. Se vogliamo entrare in contatto, farci comprendere, dobbiamo prima di tutto porci in atteggiamento di ascolto della realtà, e degli uomini e donne del nostro tempo. Cerco di sintetizzare alcuni tratti e fenomeni della realtà tracciando, con delle pennellate veloci, l’identikit dell’uomo post-moderno.

L’individuo post-moderno è un individuo riconciliatosi con la transitorietà e l’incertezza del tutto, alleato delle molteplici interpretazioni del reale, destinato a vivere nella precarietà, nella paura e nell’ insicurezza esistenziale. Vive nella indifferenza e ambivalenza dei suoi e degli altrui principi, norme e sensazioni. E’ un individuo che ora è assolutamente libero dalle costrizioni in cui un tempo i vari sistemi religiosi, economici e politici, educativi …. Lo avevano rinchiuso con le loro pretenziose sicurezze e obblighi. E’ un individuo che prende le cose e gli eventi come vengono e le dimentica come vanno. Senza memoria, ha paura del futuro, vive in un eterno presente. Manca di progettualità a lungo termine e per questo, ricerca ansiosamente la novità nelle emozioni di cui esige la gratificazione immediata. E’ un individuo che predilige il mondo dei diritti e non dei doveri, che vive la sua vita come una successione di atti sconnessi e staccati dalle loro conseguenze, una biografia di frammenti senza cornice. Chiama “dio” chiunque lo faccia star bene per un minuto e incorona “santo” chi lo ha improvvisamente miracolato. Si oppone al sacrificio in nome dei benefici futuri, e non ne ammette ritardi nella gratificazione.

E’ senz’altro a questo “uomo” che noi dobbiamo rivolgerci con un linguaggio appropriato fato di parole e gesti. Ma ciò non basta! L’ascolto deve andare oltre i confini territoriali, per captare il grido dei nuovi poveri della nostra società opulenta e di quelli costretti a vivere di stenti nei “sotterranei della storia” di intere nazioni del “Sud del Mondo”, serbatoi di tragedie e sofferenza, dove la logica onnivora del neoliberista internazionale sforna quotidianamente milioni di “scarti umani”. Ascolto di un grido che si fa denuncia purtroppo da tanti ancora inascoltato. Anche la terra grida, sfruttata fino all’esaurimento, come merce di compravendita al prezzo del sangue di tanti, teatro di guerre per l’ accaparramento delle sue risorse, e per la quale oggi i potenti del mondo stanno firmando la condanna definitiva degli equilibri del suo ecosistema.

3.3. Per una speranza a caro prezzo

Il futuro fa paura, la speranza non riesce a ricompattarsi in scelte significative per un cambiamento immediato e tangibile. Incontriamo tante persone sono rassegnate, “dimissionarie”, in uno stato di “serena rassegnazione”, che soffrono l’impotenza di cambiare drammi così gravi generati da organismi lontani e irraggiungibili. Anche le nostre comunità parrocchiali provano lo stesso disagio nella rassegnazione che sconfina nella perdita di speranza. A questo, probabilmente, si riferisce Giovanni Paolo II nel suo monito alle Chiese dell’Europa: “Questa parola è rivolta oggi anche alle Chiese in Europa spesso tentate da un offuscamento della speranza. Il tempo che stiamo vivendo, infatti, con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza e non pochi cristiani condividono questi stati d’animo” (EE., n.7). Parole che hanno fatto eco a quelle dei Vescovi italiani che nell’introduzione agli Orientamenti Pastorali per il primo decennio del nuovo secolo, avevano espresso da una parte il desiderio di “recare una parola di speranza”, ammettendo però, d’altra parte, che “Non è così facile, oggi, la speranza”. Non ci aiuta il suo progressivo ridimensionamento: è offuscato se non addirittura scomparso nella nostra cultura l’orizzonte escatologico, l’idea che la storia abbia una direzione, che si incamminata verso la pienezza che va al di là di essa. Tale eclissi di manifesta a volte negli stessi ambienti ecclesiali, se è vero che a fatica si trovano le parole per parlare delle realtà ultime e della verità eterna”. (CVMC, N.2)

Il cristiano, il missionario non può indulgere in facili catastrofismi e nemmeno in un fatalismo disincantato, nemmeno può accettare di rassegnarsi, perché il Signore guida la storia. In essa dobbiamo imparare a individuare gli indizi di vita, i germogli della speranza che è essenzialmente un appuntamento con il futuro. La speranza è virtù difficile perché ha ben poco da farti vedere, al limite te lo fa vedere in lontananza. Sperare significa fidarsi del futuro, da costruire insieme agli uomini e donne di buona volontà. Prepararlo con pazienza, nell’attesa trepida e nella fedeltà agli impegni presi. Il germoglio non delude, non ti offre riparo come i muri, ma ti espone al rischio della vita.

L’approccio qui presentato consente di comprendere la complessità del tempo presente stretto tra le certezze e le inerzie del passato, gli effetti dei cambiamenti già intervenuti e una progettualità di scelte al vaglio della verifica pratica. Siamo senza ancoraggi certi, ma ugualmente, sulla Sua parola, prendiamo il largo. Un sano realismo con un poco di pazzia possono aiutarci. Dobbiamo essere animati da questa semplice, seppur difficile, convinzione: non possiamo e dobbiamo rassegnarci alla situazione presente, perché la Missione non è opera nostra, noi siamo dei servi inutili nella mani del Signore che è con noi fino alla fine dei tempi.

3.4. A servizio dell’unica missione di Gesù

Il Vangelo di Giovanni esprime questo molto bene con l’espressione “Come il Padre ha mandato me, così anche io mando voi” (20:21). Il come dice: origine e modello, casualità e similitudine. E’ appunto il duplice significato di come (kathos) nell’uso di Giovanni. La missione dei discepoli trova la sua origine e il suo modello nella missione del Figlio. Ma, se ci arrestassimo qui, resteremmo però ancora all’esterno della vera natura della missione. L’invio del Figlio da parte del Padre non è un puro comando e i due verbi usati da Gesù in 20:21 “mandato me” riferito alla “sua” missione (apostellein) e “io mando voi” (pempein) non sottendono un’apprezzabile diversità di significato. Più importante è notare il tempo perfetto del verbo “mandare”: suggerisce che l’invio di Gesù non è un evento chiuso nel passato, ma una condizione permanente. Cioè, il Figlio è continuamente inviato, sempre – anche ora che è risorto – è il missionario. Perciò non basta dire che l’invio dei discepoli è il prolungamento, nel tempo e nello spazio, dell’invio del Figlio. Meglio dire che è la “trasparenza visibile” di un Cristo presente che continua ad essere il vero e unico missionario. Non due missioni, dunque, ma una sola!!

La conclusione è che il discepolo – e quindi la Chiesa – non ha una missione personale da condurre, ma una missione “delegata”. Per sapere quale – che cosa, in che modo e a chi – non gi resta che guardare alla missione svolta da Gesù. La missione non è opera nostra, non è una nostra impresa, ma deve diventare trasparenza dell’unica missione del Figlio che continua nel mondo. Questa è la nostra grande responsabilità.

3.5. Dal “mio” Futuro all’ Avvenire di Dio

Qui avviene un fenomeno significativo. L’uomo rinuncia al proprio futuro per aprirsi all’”avvenire” (avvento) di Dio. Gli studiosi, infatti, distinguono giustamente tra le due prospettive: Il “futuro” viene interpretato e progettato come semplice prolungamento (e magari miglioramento) del presente. E’ il domani riciclato sull’immagine dell’oggi. Al limite, l’uomo ci proietta i suoi desideri irrealizzati, le sue esigenze frustrate.

L’ “avvenire” contemplato dalla fede ( e che nel linguaggio del credente prende il nome di Regno di Dio) non è una semplice proiezione del presente, ma si configura in una dimensione nuova, grazie all’irruzione di elementi sorprendenti, inattesi, che determinano un sostanziale mutamento qualitativo. L’avvenire, quindi, sta sotto il segno della pienezza, dell’impossibile divenuto possibile, e non semplicemente della quantità, della ripetitività, delle previsioni rispettate.

Beati coloro che hanno l’audacia di sognare e sono disposti a pagare il prezzo necessario perché il loro sogno prenda corpo nella Storia. Bisogna annunciare e vivere una speranza credibile. Non si tratta di “sperare stando seduti”. Né accetteremmo una dare speranza cinicamente. La speranza non può fondarsi su volatili promesse ne tradursi in passiva rassegnazione religiosa, anche quando “speriamo contro ogni speranza”, speriamo camminando. Chi ha consapevolezza costruisce la propria ora, non aspettando che accada. La speranza ci è stata data per servire i disperati. Di speranza in speranza camminiamo, dandoci speranza, dando speranza.

E’ degna di credito sola la speranza che si dà, la speranza che rischia, quella che lotta contro ogni ingiustizia e contro ogni menzogna e contro ogni conformismo. E’ speranza cristiana solo quella che si allea ai poveri della Terra e “condivide la loro sorte” seguendo Colui che apparentemente fallì, fu escluso “fuori della città”, ma che è Risorto per fare nuove tutte le cose.

Scegliere di sperare significa decidersi per una responsabilità, per un impegno riguardo al destino comune, significa educare le persone trasmettendo loro la capacità di ascoltare e di guardare l’altro: quando due esseri umani si ascoltano e si guardano con stupore e interesse, allora nasce e cresce la speranza! Per poter dire, alla fine della propria vita, come scriveva Hans Urs von Balthasar: “Sperare è possibile solo se si spera per tutti”.

Oppure gridare con Santa Teresina di Liseux: “la mia follia è sperare”.


Documenti della chiesa da consultare

“Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo”;
“Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (CVMC);
“L’amore di Cristo ci sospinge (AdC)”;
“Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (VMP)”
“Ecclesia in Europa (EE)”

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