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| Il vetro appannato |
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| Scritto da p. Ugo Pozzoli, imc | |
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Inevitabilmente fragili o santi in potenza? «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…». Così si concludeva «Via del Campo», una delle più belle canzoni-ballate di Fabrizio De André: la fotostoria in musica di una donna di vita del centro storico genovese, piccolo raggio di luce nel grigiore di tante esistenze banali e dimenticate, un angolo di paradiso «proprio lì al primo piano». La prostituta e il suo cliente, tra cui forse l’io narrante, sono anime fragili che vivono al confine fra condanna e salvezza, perdizione e redenzione, terra di nessuno magistralmente esplorata da De André in tante sue canzoni. «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…» è anche una bellissima frase che dovrebbe essere utilizzata come mantra del nostro vivere quotidiano e del nostro cammino di fede. Potrebbe essere la colonna sonora della presentazione in Power Point della nostra vita, episodio dopo episodio, scandagliata in quegli anfratti che neppure noi stessi conosciamo in tutta la loro profondità: noi, che vorremmo esser gemme e che invece siamo concime, vetri appannati del fiato rotto e ansimante di una vita faticosa che viaggia, a volte, «in direzione ostinata e contraria» (anche questa, perdonate, è una citazione da De André). Anime fragili, certamente, ma ricchi di humus vitale. Se c’è un merito che possiamo riconoscere al biennio della santità che volge ormai al suo termine è quello di averci dato, oggi, nel contesto culturale e soprattutto esistenziale in cui come missionari della Consolata ci troviamo ad operare, quella iniezione di fiducia necessaria se vogliamo continuare ad essere credibili apostoli di un messaggio di speranza nel mondo. Dobbiamo però essere consapevoli che tale messaggio diventa credibile solo nel momento in cui ci sforziamo di riconoscere quella sottile linea rossa che, nella sfocata estensione dello spettro morale dell’individuo, rappresenta il confine fra bene e male. Anzi, è proprio il carisma della consolazione che può darci, attraverso la consapevolezza dei limiti e della fragilità propria ed altrui, la forza per fare il primo passo verso una conversione e quindi verso la salvezza. Nel deserto, ricorda Isaia, siamo chiamati a preparare la via del Signore (cf Is 40, 3). La relazione esistente fra santità e limitatezza umana è più stretta di quanto si possa pensare; non soltanto in termini antitetici (limitatezza è sinonimo di fragilità e quindi può a volte coincidere con una situazione di peccato), ma come condizione di possibilità, in cui il limite diventa elemento formale e non solo accidentale dell’essere umano; ovvero, non contingente, ma necessario. In altre parole, un cammino di santità che non sia radicato nella consapevolezza del limite umano sarebbe un «non-cammino», espressione di un errato concetto di santità, di una santità «pelosa» e, fondamentalmente, un atto di presunzione. Eppure, in una società che sembra aver perso il senso del limite, questo fatto potrebbe apparire persino un controsenso. Le imperfezioni non hanno posto nel nostro mondo di belli, forti, sani, “palestrati” e brillanti individui: un tocco di chirurgia estetica o di sano vecchio sofisma eliminano dai nostri nasi come dai nostri pensieri i nei più evidenti, garantendoci costantemente la simpatia del prossimo o, meglio, della massa. Tutto va corretto, giustificato, aggiustato, non in nome del vero, ma dell’apparenza. Non importa tanto il fatto che io mi senta a posto con me stesso – con il mio spirito e con il mio corpo – quanto l’opinione che gli altri hanno di me e il giudizio che su di me essi possono formulare. Sono i media, poi, a stabilire i luoghi dell’odierna santità, decretandone criteri e punti di partenza, fotografandone i suoi santuari: la palestra, il medico, il salotto e canonizzando i «santi» contemporanei dell’intrattenimento. Difficile proporre oggi un cammino di santità, lì dove l’imperfezione viene negata o per meglio dire celata, ricoperta di cerone, mimetizzata e banalizzata nel gossip. Basti vedere come in questa società «liquida» che frammenta e individualizza, il concetto di santità abbia perso completamente la sua forza di attrazione. Raramente il santo viene proposto come modello di vita. Il Barnum mediatico direbbe che “non vende”, non è trendy, non buca il video e avrebbe forse bisogno di un supplemento di gadgets per poter essere appetito e quindi comprato. The holy person – figura trasversalmente presente in ogni religione ed espressione di ogni sincera via spirituale – ha alzato bandiera bianca ed è sparito dalla circolazione. La secolarizzazione tende ad annacquare il concetto di santità, relegandone lo spazio a forme di vita monastica e ascetica, oppure limitandone (e quindi banalizzandone) il concetto a quello di “brava persona”, una figura dai contorni così sfumati da essere immediatamente delegittimata dall’esperienza. Oppure ancora - e questa è la minaccia più seria al concetto di santità oggi – si insinua subdolamente l’idea che l’invito alla santità sia riservata a pochi eletti chiamati ad intraprendere cammini sovrumani fuori dalla portata dei più. Una santità che, quindi, voglia costruirsi senza tener conto della fragilità umana, che la fugga aborrendola e non la usi come punto di partenza del cammino che a lei conduce, nega la sua stessa essenza. Anzi, di più, non permette a Cristo di compiere la sua missione di salvezza (cf Mt 9, 13b). Non stupisce allora che il primo santo assunto in cielo, non canonicato dalla chiesa bensì direttamente da Gesù Cristo, sia stato un delinquente (cf Lc 23, 39-43). Non c’è miglior punto di partenza di questo per iniziare a disquisire di santità. Il perdono salvifico ricevuto sulla croce vale al famoso «buon ladrone» la medaglia d’oro nella maratona verso il paradiso, al netto di processi canonici, avvocati del diavolo e miracoli da dimostrare. Reo confesso (e quindi consapevole dei propri limiti), il «beato ladrone» resta aperto alla possibilità che il Signore possa salvarlo ugualmente. Se l’atteggiamento di Gesù invita da una parte a non credersi perfetti, dall’altra ci impedisce di pensare che la presenza di debolezze ed errori nella nostra vita possa alienarci dall’amore di Dio. Quanti di noi vorrebbero presentarsi la sera davanti al Signore con le mani linde e il cuore aperto, grondante di opere buone come uno scaffale di supermercato alla vigilia di Natale? Quanti invece, non presentano altro che mani vuote e cuori gonfi, carichi di rimorso, di «mi piacerebbe, se dipendesse da me, se solo…». Se solo non mi vergognassi di esser povero, talora brutto, sovente fallito… Se solo non inseguissi la santità in un farisaico concetto di perfezione, allora, forse, potrei iniziare a camminare. Bonhoeffer ci ha ricordato come la grazia che Dio offre non sia un prodotto a buon mercato: è croce, è rinnegare la tentazione di confondere la ragione della nostra esistenza con le gratificazioni personali, per salvare invece la nostra vita alla maniera di Gesù (cf Mc 8,34-35). Gesù è venuto ad abolire una “prassi della purezza”, come quella falsa e deviante propugnata dai farisei, per proporre, al contrario, una prassi della misericordia liberante. Ai puri, casti e integerrimi «bacchettoni», ai santi per definizione, eredità, potere d’acquisto e non per scelta, Gesù offre lo scandalo di una santità che risorge dalle miserie umane. Uomini e donne “da rottamare” trovano nella Buona Notizia il coraggio, la forza o anche solo la possibilità di diventare “usato sicuro”. L’episodio della visita di Gesù a casa del fariseo Simone è paradigmatica (cf Lc 7, 36-50): una donna legalmente impura riguadagna la sua purezza grazie a un gesto di misericordia e amore, mentre chi si ritiene puro viene da Gesù redarguito per mancanza di misericordia. La prima compie un passo avanti sulla scala della santità, mentre il secondo retrocede di un buon numero di scalini. La santità è una questione di cuore; non di testa né di muscoli. Non stupisce che proprio parlando di cuore, Cristo imbastisca una delle sue catechesi più efficaci su ciò che purezza e impurità rappresentano nella vita morale dell’essere umano (cf Mc 7, 18-19). La prassi del cuore contro la politica della purezza: una scelta difficile. La seconda gode infatti di tutta la forza rassicurante della legge e sempre rappresenta una tentazione per chi si accontenta dello status quo e cerca costantemente di inserirsi di soppiatto nella lista dei puri, con tanto di avallo di codice, regola e direttorio. La prassi di misericordia ci invita invece ad affrontare un percorso più difficile, anche se, nel medesimo tempo, ci spinge a vivere la nostra vita battesimale in modo più sereno, libero e liberante. Vivere una prassi di misericordia vuol dire vivere in modo maturo la crisi che tale scelta comporta. Ogni crisi ha in sé due componenti: il problema e l’opportunità. Affrontare la vita con il cuore ci immerge nel problema e ci offre l’opportunità di cambiamento, di crescita, di scoperta di finora sconosciute potenzialità. Superare la crisi significa disappannare il vetro, liberando alla vista una figura forse non perfetta, ma viva, reale, autentica. Significa scoprire che il letame non è solo «escremento», ma è soprattutto concime: vita in potenza, fiori, colori, profumo e bellezza. Significa, infine, «tendere» costantemente, senza soste, senza paura e soprattutto senza presunzione alla perfezione. Significa dare alla nostra vita una spinta che ci porti al quotidiano e continuo superamento di crisi e difficoltà; in un percorso che, se da un lato non ci condurrà subito alla santità sperata, dall’altro ci porterà senz’altro – beato Giuseppe Allamano docet – ad essere buoni missionari. |
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