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P. Giovannino Tebaldi PDF Stampa E-mail
Inviato da Redazione Da Casa Madre   

(1932 – 2004)

 

Figlio di Gualtiero e Golfarelli Maria, nasce il 24.11.1932, a Ostellato (Fe). Nell’ottobre del 1945 entra nel seminario di Ravenna dove compie gli studi ginnasiali. Il 5 agosto del 1947 entra nell’Istituto. Nel 1952 si consacra a Dio con la professione religiosa. Nel 1954 è destinato a Roma dove, presso la Pontificia Università Urbaniana, completa gli studi teologici e, nel 1957, viene ordinato sacerdote.

La Missione

Dal 1958 al 1960 insegna materie letterarie nel nostro seminario di Castello di Brianza. Viene quindi destinato al Kenya dove, dal 1961 al ’63, nel seminario diocesano di Nyeri, insegna latino.

Nel 1963, mentre mons. Carlo Cavallera, vescovo di Nyeri, si prepara a lasciare il governo della diocesi in mano ai locali per lanciarsi nell’avventura missionaria del Northern Frontier District, che culminerà con la creazione della diocesi di Marsabit, p. Tebaldi viene coinvolto nella fase esplorativa del progetto, andando a sondare le condizioni di fattibilità di una o più scuole nel territorio di Marsabit.

Durante la costruzione delle missioni prima di Baragoi e poi di Laisamis, per mesi vive e dorme in tenda, in compagnia dei padri Michele Stallone e Luigi Graiff, sotto le temperature soffocanti del tropico, cercando un approccio con le popolazioni nomadi dei Samburu e tentando di penetrare nel loro animo. Una missione difficile e pericolosa per la quale sia Michele Stallone nel 1965, sia Luigi Graiff nel 1981, hanno dato la suprema testimonianza del martirio.

Dal 1964 al ’68 è preside della scuola secondaria cattolica di Gaichanjiru. Dal 1968 al ’73 assume l’insegnamento di cultura religiosa e storia del Commonwealth nella scuola secondaria statale di Nanyuki. In questo periodo prepara personalmente i testi di educazione religiosa secondo i programmi scolastici statali, che la tipografia della diocesi di Nyeri stampa e diffonde.

È un lavoro che lo appassiona come scrive al Padre Generale il 9.10.1970: «Si lavora molto seriamente e c’è cooperazione. Per parte mia mi sono buttato a fare un lavoro capillare tra i ragazzi. Con l’aiuto dei membri dell’Azione Cattolica stiamo tentando di trarre nella nostra cerchia un buon numero di ragazzi protestanti o indifferenti… Preghi per me che il Signore mi assista e mi dia la forza di vivere integralmente la mia vita sacerdotale». Dal 1974 al ’77, viene nominato responsabile del “settore giovani” in seno al Pastoral Centre della diocesi di Nyeri. È un periodo d’azione intensa e febbrile che lo mette costantemente a contatto con i giovani, i genitori e gli insegnanti coinvolgendolo in tutte le problematiche emergenti.

Il lavoro in Italia

Rientrato in Italia, viene incaricato della redazione del Da Casa Madre, quindi, dal 1983 al 1988 collabora intensamente all’attività dell’OPAM (opera di promozione dell’alfabetizzazione del mondo) percorrendo instancabilmente l’Italia come esperto conferenziere e animatore entusiasta, con rapporti sistematici con l’UNESCO e sopralluoghi nei paesi in via di sviluppo.

Parlando dell’Africa in incontri, conferenze e tavole rotonde, p. Giovanni si infiamma e sembra a volte voler prendere in mano il flagello del tempio per rovesciare le bancarelle dei luoghi comuni, dell’ignoranza, ma anche quella della retorica terzomondista. Per lui, l’Africa non è una bella idea per fare qualcosa di appagante: un documentario, un reportage, un’esperienza di volontariato possibilmente da far “passare” in qualche trasmissione di grande ascolto. «L’Africa è come una figlia – o una sorella - di cui all’improvviso ci si accorge che non è più una bambina». Padre Giovanni guarda all’Africa col cuore preso dal tumulto dell’affetto, della fierezza e della preoccupazione. Quel cuore bizzoso che gli aveva imposto la separazione dall’Africa, ma che non gli poteva impedire di amarla come figlia, sorella e forse anche madre.

 Nel 1985 compie un impegnativo viaggio attraverso Kenya, Tanzania ed Etiopia visitando scuole d’ogni ordine e grado, incontrando insegnanti e allievi, rilevando carenze e attese, interessando gli organismi direttivi ai progetti OPAM. Per far capire agli altri ciò che ha visto, scrive un opuscolo intitolato “Africa mia” che viene inviato come supplemento al n° 12 (dicembre 1985) del periodico mensile dell’Opera.

Quando, nel 1988, lascia il suo incarico, don Carlo Muratore, presidente dell’OPAM, ne loda l’operato scrivendo: «Debbo onestamente ammettere ed attestare la tua disinteressata e illimitata dedizione alla causa dell’OPAM e l’alto spirito di sacrificio che ti ha spinto a percorrere l’Italia spargendo ovunque il buon seme della promozione umana dei popoli dei Paesi sottosviluppati… Non so quale strada ti ha aperto il Signore. Ma sono certo che dovunque sarai chiamato seminerai bontà e grande voglia di fare del bene». Dal 1987 al 1997 il Vicariato di Roma lo nomina assistente diocesano e provinciale dell’AIMC (Associazione Italiana dei Maestri Cattolici).

Giornalista e scrittore

Giornalista e scrittore versatile, p. Giovannino ha lavorato per due anni nelle redazioni di Milano del quotidiano cattolico Avvenire e della rivista Mondo e Missione del PIME. Dal 1989 al 2002 è stato impegnato come redattore della rivista Popoli e Missione delle Pontificie Opere Missionarie.

Per la scuola del Kenya ha pubblicato testi di educazione religiosa e una raccolta narrativa africana, mentre in Italia ha pubblicato diversi titoli che hanno arricchito la saggistica missionaria degli ultimi anni. Nel 1994 pubblica Il Sinodo africano, un puntuale resoconto dell’assise che le Chiese d’africa hanno celebrato a Roma e delle sue coordinate: teologia, memoria storica, mete attuali, prospettive e sfide in atto.

L’anno dopo, nel 1995, prendono corpo alcune riflessioni scaturite dal Sinodo stesso: Sulle strade della speranza – Fermenti di Chiesa in Africa, fermenti sottesi a tanti problemi e debolezze emerse con realismo nel corso del Sinodo africano e che l’autore coglie come frutti ancora acerbi, ma già carichi di promesse.

È invece del 1997 Africa – I giorni dell’esodo, pagine dal sapore apertamente autobiografico sorrette da un motivo conduttore: la convinzione che gli avvenimenti che stanno coinvolgendo e spesso sconvolgendo molti paesi del continente sono altrettanti messaggi di una volontà di trasformazione: «Ho assistito alle brillanti conquiste dello sviluppo l’indomani dell’indipendenza – scrive l’autore ed ho più di un motivo per credere che l’Africa potrà raggiungere l’altra sponda»; la salvezza si trova sempre sull’altra sponda, per questo, secondo p. Tebaldi, i giorni che l’Africa sta vivendo sono giorni di esodo verso la salvezza.

Nel novembre del 1999 pubblica La missione racconta – i Missionari della Consolata in cammino con i popoli, dove narra i cent’anni dell’Istituto e traccia il panorama dell’opera che i suoi missionari hanno compiuto e stanno portando avanti nel mondo secondo il carisma lasciatoci in eredità dal beato Allamano.

Nel 2001 dà alle stampe La mia vita per la missione, biografia del Fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata dove, con agili tratti di penna, ci offre un’immagine inedita di Giuseppe Allamano, protagonista del suo tempo, che coltiva l’anelito della santità e vibra di passione per la missione”.

È qui che la sua felice vena di scrittore, incontrandosi con gli ideali missionari che animano la sua vita, l’amore per la propria famiglia religiosa e la passione per l’Africa, crea pagine di ineguagliabile bellezza e intensità. Tra i tanti, serva come esempio la descrizione che fa del missionario:

Egli è «quella figura straordinaria e patetica che ha calpestato tutti i sentieri dell’Africa, sospinto da un ideale di fede, quando altri vi erano attratti dall’insaziabile sete di terre, di possedimenti e di manodopera a nessun costo. L’Africa ha fatto da immenso sfondo a questo personaggio dai caratteri inconfondibili, dalla fantasia bizzarra, dalla vita frugale, dalla resistenza fisica quasi inesauribile. Il suo amore per l’Africa è stato travolgente come quello dell’innamorato, quasi una forma di morbo sulla pelle, nelle ossa e nell’anima. Un male mai diagnosticato: il mal d’Africa. Mito di operosità più che di scienza, non gli viene attribuita alcuna opera di alto ingegno, ma soltanto costruzioni di chiese, missioni, scuole, ospedali. E formazione di comunità credenti.

 Lo hanno scambiato per il suo fratello colonialista; forse in certe circostanze gli è stato molto simile, ma non nell’anima. Del colonialista non possedeva né il comportamento, né il senso di superiorità, né la vanità; ma a differenza di quello, il missionario era vicino alla gente, parlava la lingua locale, lavorava con le proprie mani, impartiva ai bambini i rudimenti del leggere e dello scrivere; ai contadini insegnava l’uso della trazione animale nel lavoro dei campi, agli operai l’uso del metro e della livella. Come uomo di religione insegnava catechismo, presiedeva al culto, annunciava le realtà venture del Regno» (pagg. 197-198).

L’opera di questo missionario ha come fine di «trasformare segretamente e intrinsecamente l’uomo, a qualunque Paese, popolo e cultura appartenga, in possibile candidato alla perfezione umana e divina. La missione, prima di essere una pedana di progetti e realizzazioni, è un momento di dialogo con l’uomo della strada per conoscerne le attese e le aspirazioni e per renderlo depositario delle beatitudini. È un roveto ardente sul quale il missionario e la missionaria immolano le scorie della loro umana fragilità per vedere Dio nel volto del prossimo» (ibid., p. 204).

Il lavoro editoriale di p. Giovannino non conosce tregua e nel 2004 pubblica L’ultimo carovaniere, la vita di p. Gaudenzio Barlassina, che emerge come straordinaria figura di missionario, sia in Africa sia come superiore generale dell’Istituto. Nel frattempo, tra una fatica letteraria e l’altra, scrive il profilo di vari missionari defunti e presta la sua collaborazione alle riviste missionarie, ai giornali diocesani e a L’Osservatore Romano.

Il trapasso

Cardiopatico da diversi anni, muore per un’infermità inattesa. Lamentando acuti dolori addominali, nella notte del 7 ottobre 2004 viene ricoverato all’Ospedale Santo Spirito, dove gli viene diagnosticata una pancreatite acuta. Il quadro medico generale è di tale gravità che i medici ritengono di non poterlo operare. Domenica 10 ottobre raggiunge la Casa del Padre. Aveva 71 anni di età, di cui 51 di professione religiosa e 48 di sacerdozio.

I funerali hanno luogo il martedì in Casa Generalizia. Presiede p. Vincenzo Mura, superiore della casa, il quale parla del confratello in modo affabile, deducendo dalla sua passione per la missione un mandato che coinvolge tutti noi come missionari a camminare accanto ai più poveri: «Padre Tebaldi lascia un vuoto di relazioni umane e amicizia che sapeva costruire con facilità e che ora ha portato come suo contributo in cielo».

Vengono poi lette le parole di cordoglio del Padre Generale che sta visitando il Congo: «Il Signore possa avere p. Tebaldi nella sua pace, lui che con tanto ardore e passione ha sempre lavorato e si è speso per il suo Regno. In questo momento due sentimenti sono particolarmente vivi in me. Il primo è di ringraziamento al Signore per aver dato all’Istituto questo confratello, vivace, creativo e allo stesso tempo tanto vicino alle persone. Non posso dimenticare le tante ore trascorse assieme a dibattere un problema o a programmare uno scritto o un nuovo libro. Faceva sempre tutto con entusiasmo e molta passione.

Il secondo sentimento è di grande ammirazione per il suo ardore missionario e per il suo amore all’Istituto. Tutto poteva passare al suo vaglio critico ma non la missione, non l’Istituto, non i poveri dell’Africa a cui ha dedicato tante energie d’intelligenza. Lascia all’Istituto una lunga serie di libri, ma lascia soprattutto un perenne ricordo di questa sua passione missionaria.

Dal cielo continui a pungolarci perché siamo sempre fedeli alla nostra vocazione, fedeli a quel carisma missionario che lo rendeva orgoglioso di essere “Missionario della Consolata”».

Conclusa la messa funebre, la salma, accompagnata dai pp. Vincenzo Mura, Norberto Louro e Giano Benedetti, prosegue per San Vito di Dogato (Fe) dove viene sepolta nella tomba di famiglia.

La Redazione del Da Casa Madre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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POBRES Y POBREZA EN LA FORMACIÓN MISIONERA
Introducción

Se ha pedido una reflexión sobre cómo usar los bienes materiales durante el currículo formativo del Misionero de la Consolata. Tema actual en este momento histórico que estamos viviendo a nivel de sociedad y a nivel de Instituto. A nivel socio-económico nos encontramos en una sociedad post-moderna donde el consumismo arrasa no sólo las personas sino también las estructuras e vida de la Iglesia. A nivel de Instituto porque hoy nuestras comunidades son internacionales e interculturales con diferencias culturales en la apreciación de pobres y pobreza, de economía y hasta de estratos sociales bien diferenciados.
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