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| Scritto da Ermanno Savarino, imc | |
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Una riflessione sulla santità a partire dalle parole di un monaco e da un incontro in missione Il santo è colui che diventa, giorno dopo giorno, talvolta senza che nessuno se ne accorga, talaltra con il riconoscimento altrui, una persona che nella sua umanità appare conforme a Gesù Cristo e, in tal modo, racconta Dio1.
Quando mi è stato chiesto di scrivere sulla santità ho accettato di buon animo, ma presto mi sono reso conto della difficoltà. Cosa dire a proposito della santità, in un’epoca in cui si pensa ai santi come a quelli sugli altari che fanno miracoli? Come parlare di santità senza essere solo teorici o retorici? O come raccontare invece la propria esperienza, senza sembrare presuntuosi? Un pensatore contemporaneo, filosofo del linguaggio, ha scritto che spesso ci mancano le parole per parlare delle realtà più belle e profonde della vita, perché le parole che abbiamo a disposizione sono quelle di sempre, che già usiamo per tutte le altre cose. Succede, però, di imbattersi nelle parole di qualcun altro, che subito ci colpiscono, che si accendono di un significato particolare, perché sembrano esprimere bene qualcosa di ciò che pensiamo. E così che ho scelto questa citazione di Enzo Bianchi, monaco e priore della comunità monastica ecumenica di Bose. Fare come faceva Gesù: la sorprendente semplicità della santità. Dell’anno trascorso in Brasile sono tanti gli incontri che porto nella memoria e nel cuore, ma ce n’è uno che vorrei raccontare. Un giorno, tornando a casa da una delle comunità della parrocchia, mi accompagnò Mateus, uno dei bambini del catechismo, dieci anni e molto sveglio. Mentre camminavamo per la strada sconnessa della favela, guardando distrattamente il mare giù in lontananza, ad un tratto mi domandò: “Come mai hai deciso di farti prete?”. Con il mio portoghese ancora stentato degli inizi cercai di formulare una risposta soddisfacente, anche se la domanda stava scendendo in profondità e mi portava indietro all’inizio del cammino, mi interrogava ancora una volta sul senso del mio stare lì. Dissi dunque qualcosa come: “Per far conoscere il Vangelo e spendere la mia vita per gli altri…”. Allora Mateus, tra il sollevato e l’illuminato, concluse semplicemente: “Ah! Vuoi fare come faceva Gesù!”. Le parole di Mateus mi stupirono per la semplicità con cui sembravano rivelare una grande verità e mi parvero allora la definizione più semplice di cosa voglia dire essere sacerdote e missionario, ma ora inizio a capire che possono riassumere anche il discepolato di ogni cristiano. Fare come faceva Gesù. Cercare di conoscerlo e di essere come Lui, convertirsi lasciando emergere poco alla volta in noi i suoi sentimenti; conformarsi a Gesù lasciandosi santificare da Lui, fino a riflettere qualcosa della sua vita nella nostra: questa conformità è la santità cui sono chiamati i cristiani. E noi religiosi con la nostra vita affermiamo che solo Gesù ci basta, ci impegniamo a questa conformità a Cristo e i voti sono la verifica per vedere se davvero stiamo seguendo il Signore. È un cammino che inizia da quando si affaccia l’intuizione che quel “Seguimi!” sia rivolto proprio a noi e che continua, giorno per giorno, per tutta la vita. Giorno per giorno: portare la santità nella quotidianità. Dovremmo forse recuperare la dimensione quotidiana della santità e con essa la sua accessibilità, in un contesto culturale che ha relegato il concetto di santità sugli altari, immaginando che i santi siano solo quelli che fanno miracoli. Anche nel linguaggio comune, quando si dice che “quell’uomo è un santo”, infondo, oltre all’ammirazione per la sua condotta, si esprime anche l’irriducibile distanza che sembra separarci dalla virtù di quell’individuo. Commentando la conversione di San Paolo, San Giovanni Crisostomo diceva che “non dobbiamo considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, […] ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto”. Santi non si nasce, si può diventarlo con la grazia di Dio. E si diventa santi nella vita di ogni giorno, quando si cerca di ascoltare e vivere la Parola di Dio dove ci troviamo e con le persone che incontriamo. Non si tratta di fare miracoli: è questa anche l’intuizione del Beato Giuseppe Allamano quando dice che “i santi sono tali non perché abbiano fatto miracoli, ma perché hanno fatto bene tutte le cose” e chiede ai suoi missionari che facciano “non cose straordinarie”, ma che siano “straordinari nell’ordinario”. Fare bene tutte le cose significa portare la santità nel quotidiano e fare del vissuto di tutti i giorni il criterio di misura della propria santità. Ma come non scoraggiarsi quando confrontandoci sinceramente con la Parola, nello specchio della coscienza vediamo la nostra immagine deformata dall’egoismo, invece del volto del Signore? Il segreto dei santi è ricominciare, confidare più nella misericordia di Dio che nell’evidenza delle proprie debolezze: i santi non sono coloro che non cadono, ma coloro che si rialzano continuamente afferrando la mano tesa di Dio. È come se camminassero per mano a Dio e rendessero così visibile la sua presenza nella loro vita e il loro essere figli. Raccontare Dio con la vita: il valore della testimonianza. Gesù, Figlio unigenito di Dio, ha raccontato il Padre (Gv 1,18), perciò anche chi cerca di conformarsi a lui in qualche modo racconta Dio. È capitato non poche volte di condividere tra confratelli e tra compagni di cammino la sensazione che le persone che incontriamo, o nel servizio di apostolato, o quando torniamo a casa per le vacanze, si aspettino qualcosa da noi. Un’attesa discreta, che si intuisce anche solo dalla stima e dall’affetto nel modo di salutare, dalla fiducia con cui si raccomandano alle nostre preghiere (quasi fossimo in qualche modo più famigliari con Dio…!). Anche quando ero in Brasile, nonostante il poco che sapessi o potessi fare, la gente mi accolse nella comunità (e anche nelle case e, soprattutto, nel cuore…) con un rispetto e una stima particolari. Tutto questo sempre mi stupisce, perché, conoscendo i miei limiti, mi verrebbe da pensare che questa accoglienza non sia meritata. Eppure c’è dell’altro, o, meglio, dell’Altro con la a maiuscola. Dietro la nostra scelta c’è il Signore: il mondo non vede Dio, ma vede il religioso che risponde con tutta la sua vita alla voce di Dio, che lo chiama a diventare immagine della parola che ha sentito. In un mondo che – come disse Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, è grande la nostra responsabilità in fatto di testimonianza, soprattutto nell’evangelizzazione. Tuttavia la testimonianza, per essere autentica, non può essere la prima preoccupazione, non può essere un obiettivo: prima viene la qualità della nostra vita di fede, la preoccupazione di essere veri testimoni, cioè discepoli che hanno riconosciuto e creduto all’amore di Dio per loro (1 Gv 4, 16). La testimonianza è una conseguenza di un’esistenza raggiunta e trasfigurata dall’amore di Dio. Il nostro impegno di giovani missionari in formazione credo sia quello di imparare a lasciare trasparire sempre più il Signore nella nostra vita, farlo vivere nei nostri sentimenti, nelle nostre relazioni e nelle nostre azioni, per portarlo così dove Lui ci chiama. Penso che intendesse questo l’Allamano quando insisteva di essere prima santi e poi missionari. 1 ENZO BIANCHI, Santificazione e liturgia, Collana “Testi di meditazione” 125, Edizioni Qiqajon, 2005, p. 4. Tratto da una relazione tenuta nel 2004 a San Giovanni Rotondo nell’ambito della LV Settimana liturgica nazionale. |
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