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La vocazione del fratello missionario Stampa E-mail
Scritto da P. Mario Barbero, imc   
Qualche spunto biblico riflettendo sui nomi di COADIUTORE e FRATELLO

INTRODUZIONE

In continuità con la tradizione dell’Istituto e con la dottrina della Chiesa le nostre Costituzioni dicono chiaramente che «Tutti i membri dell’Istituto sono a uguale titolo MISSIONARI. I Sacerdoti sono chiamati a essere ministri della Parola e dei Sacramenti come pastori del popolo di Dio; i Fratelli sono chiamati a esercitare l’apostolato missionario con la collaborazione nella pastorale e PARTICOLARMENTE, con l’esercizio delle attività tecniche e professionali.» (Cost 8).

Cosa significhi per noi essere missionari e’ espresso dalle Costituzioni nell’articolo 4 «L’Istituto e’ una FAMIGLIA di CONSACRATI per la missione ad gentes per tutta la vita, nella comunione FRATERNA, nella professione dei consigli evangelici e avendo MARIA come modello e guida. E’ nostro dovere APPROFONDIRE i valori missionari della consacrazione religiosa e cogliere il dinamismo che la missione imprime alla vita religiosa.»

Volendo quindi descrivere l’identità’ del Fratello missionario della Consolata vi sono tre aspetti da considerare. Egli e’ MISSIONARIO esattamente come il prete missionario della Consolata, stessa dignità, stessi diritti e stessi doveri. Egli e’ CONSACRATO ad vitam alla missione, anche qui esattamente come il prete missionario. Egli esplicita la sua missione come consacrato PARTICOLARMENTE con le attività tecniche e professionali, cioè come LAICO, nel campo delle attività laicali di consacrazione, e santificazione delle realtà terrestri.

Come missionario, la sua differenza dal prete missionario e’ nel campo delle attività; la sua differenza dal laico e’ nel fatto di essere religioso consacrato. Egli testimonia che fa senso dare tutta la vita per santificare il mondo per indirizzare al Signore le attività «mondane» quali il lavoro, l’insegnamento, la cura dei malati, l’impegno sociale.

Volendo esaminare i fondamenti biblici di questi aspetti occorre riflettere sui fondamenti biblici della missione, della vita consacrata e della spiritualità laicale. Ci si può inoltre soffermare sull’insegnamento del Vaticano II sulla missione (Lumen Gentium e Ad Gentes) vita consacrata (Lumen Gentium e Perfectae Caritatis) apostolato dei laici (Lumen Gentium, Apostolicam Actuositatem, Gaudium et Spes).

DUE TERMINI BIBLICI: SUNERGOS ADELPHOS

Più specificamente, qui vorrei invece soffermarmi a riflettere sul senso biblico dei due vocaboli usati nel nostro Istituto per designare i Fratelli Coadiutori e cioè i termini COADIUTORE e FRATELLO, cominciando a ricercare questi termini nella lingua greca del NT. Non ci si spaventi quindi se ci saranno varie citazioni bibliche, che volendo si potranno leggere nella loro interezza nella Bibbia.

COADIUTORE «SUNERGOS»

Molto usato soprattutto nei primi decenni dell’Istituto e dal Fondatore stesso fu il termine COADIUTORE. Dice l’Allamano spiegando le Costituzioni: «Poi c’e’ la classe dei Coadiutori. O miei cari Coadiutori. Se sono utili in tutte le comunità, qui nelle missioni sono indispensabili» (Conf. III, 389).

Questo termine «sunergos» (= collaboratore, coadiutore, dal greco «lavorare insieme») e’ usato 13 volte nel Nuovo Testamento, soprattutto da San Paolo che lo usa per Urbano (Rom 16,9), Timoteo (Rom 16,21; 1 Tess 3,5), Apollo (1 Cor 3,9), Filemone (Fm 1), Aristarco, Marco, Dema, Luca (Fm 24); Epafrodito (Fil 2,25) Evodia, Sintiche, Clemente ed altri (Fil 4,2-3), Tito (2 Cor 8,23) Aquila e Priscilla (Rom 16,3). Alcuni di questi collaboratori (Apollo, Filemone, Timoteo, Tito, Marco, Luca) sono piu’ conosciuti perche’ citati anche in altri testi che li descrivono ulteriormente; alcuni invece (Aristarco, Dema, Evodia e Sintiche e Clemente) non sono nominati altrove e quindi ci sono sconosciuti nella loro attività più specifica di collaboratori. In alcuni testi il termine collaboratore e il verbo collaborare sono uniti al verbo «kopiao» cioè faticare: «Una raccomandazione ancora, o fratelli: conoscete la famiglia di Stefana, che e’ primizia dell’Acaia; hanno dedicato se stessi a servizio dei fedeli; siate anche voi deferenti verso di loro e verso quanti COLLABORANO E SI AFFATICANO con loro (1 Cor 16,14-16); «Salutate Maria che ha FATICATO MOLTO per voi… salutate Urbano nostro collaboratore in Cristo… salutate la carissima Perside che ha FATICATO (lavorato) per il Signore.» (Rom 16, 6.9.12). Per Paolo essere cristiano significa essere disposti ad affrontare qualsiasi fatica in vista di una partecipazione attiva alla diffusione del vangelo. Il termine sunergos=collaboratore nei testi paolini designa persone che lavorano con Paolo nella diffusione del vangelo, ha quindi un significato strettamente missionario. Essi non sono tanto collaboratori di Paolo ma colleghi missionari che assieme a Paolo sono dediti all’evangelizzazione. Tutto questo si vede bene a proposito di Priscilla e Aquila. «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù’; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa» (Rom 16, 3-5). Aquila e Prisca sono la sola coppia per i quali venga usato il titolo di «collaboratori» e tali sono come coppia e lo sono a pieno diritto. Anzitutto perché realmente hanno lavorato con Paolo nell’attività di fabbricatori di tende. Anzi lo hanno ospitato e impiegato a lavorare nella loro azienda (Atti 18, 1-3). Ma chiamandoli qui «collaboratori in Cristo» Paolo ne sottolinea l’attività missionaria come persone che lo hanno affiancato nell’ evangelizzazione sia a Corinto come poi a Efeso (Atti 18,18-26) e che continueranno in questa missione anche ospitando una comunità cristiana nella loro casa di Roma (Rom 16, 5). E’ possibile anche pensare che il laboratorio ove Paolo lavorava a fabbricare tende abbia offerto nuove opportunità di evangelizzare altri compagni di lavoro (e questo e’ sempre stata una caratteristica del fratello IMC, evangelizzare l’ambiente di lavoro). La collaborazione di Aquila e Priscilla con Paolo non e’ basata solo sulla stessa professione lavorativa,ma sulla stessa fede cristiana e la stessa missione.

Collaboratori IN CRISTO GESU: «In Cristo» oppure «nel Signore» sono espressioni paoline che stanno ad indicare il legame profondo che lo lega ai suoi collaboratori. L’espressione «in Cristo Gesù’» appare la prima volta in Rom 6,11 a significare l’unione, direi l’incorporazione, del cristiano con Gesù’ attraverso il Battesimo: «nello stesso modo dovete considerarvi morti al peccato ma vivi per il Signore IN CRISTO GESU’». E’ questa profonda unione cristologica che lega Paolo ai suoi collaboratori ed e’ anche a questo livello che nell’Istituto preti e fratelli sono collaboratori: in Cristo Gesù’, in grazia anzitutto del loro comune battesimo e del loro comune impegno missionario a far conoscere Gesù’.

Si può ancora rilevare che il termine collaboratore si riferisce spesso a missionari itineranti (si pensi a Timoteo, Tito, Luca, Aquila e Priscilla) i quali con Paolo hanno solcato le strade dell’impero romano seminando il vangelo nelle città e nei villaggi del mondo antico. Questo ci ricorda i nostri fratelli coadiutori che vivono oggi accanto a tante comunità sperdute e povere di mezzi offrendo la loro vita come autentici fratelli.

Aquila e Priscilla hanno rischiato la vita per Paolo. La collaborazione missionaria non si limita alle attività ma e’ comunione di vita e talora anche di martirio, a imitazione di Gesù’ che la sua vita l’ha offerta.

FRATELLO ADELPHOS

Il termine che e’ diventato oggi più comune per designare i coadiutori nell’Istituto e’ quello di FRATELLO, un nome molto bello e significativo se inquadrato sullo sfondo della Chiesa delle origini.

La Chiesa primitiva era una chiesa a dimensione familiare. Per tre secoli non ci furono cattedrali, chiese come vasti edifici di riunione per i seguaci di Gesù’. Fu invece nelle case che la nuova fede in Gesù’ prese radici, seguendo quello che pare fosse già il metodo di Gesù’ che iniziò il suo ministero pubblico a Cafarnao chiedendo ospitalità a Pietro e Andrea: «Usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e Andrea» (Mc 1,29) nella cui casa guarì la suocera di Pietro e dove pare si ritirasse dopo i suoi interventi in sinagoga o lungo le strade della Galilea (cf Mc 2,1 «ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa, e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta.») Su quella casa di Pietro sorge oggi una chiesa a forma di barca con magnifica vista sul lago di Genezareth. Soprattutto nel vangelo di Marco, e’ nella casa che Gesù’ dopo aver predicato alla gente rientrava per integrare il suo insegnamento agli apostoli («Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola» Mc 7,19).

Dopo la Pentecoste la prima comunità di Gerusalemme pur continuando ad andare al Tempio si riuniva nelle case per «spezzare il pane»: «Ogni giorno tutti insieme frequentavano il Tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (Atti 2,46). Non si rifletterà mai abbastanza su questa incredibile realtà che l’eucarestia e’ nata in una casa privata (il cenacolo) e fu nelle case, nelle famiglie che i primi cristiani, obbedendo al comando di Gesù’ «fate questo in memoria di me» cominciarono la tradizione di spezzare il pane. L’Eucarestia nasce in una casa, in un ambiente di famiglia.

Nel NT ci sono quattro testi: 1 Cor 16,19; Rom 16,5 (la casa di Aquila e Priscilla); Fm 1-2 (la casa di Filemone e Appia); Col 4,15 (la casa di Ninfa) che parlano della «chiesa che e’ nella casa» espressione che nella traduzione latina sarà «ecclesia domestica» la quale però si tradurrebbe meglio con «la comunità che si riunisce nella casa di…» segnalando la base familiare di queste comunità le quali però erano «case aperte» ad accogliere gente di religione e livello sociale diverso. In queste case-chiesa l’interazione delle persone di diversa estrazione etnica e sociale diventano relazioni di famiglia.

Un’atmosfera di famiglia e di attenzione reciproca diventa il modello dei rapporti tra i membri della chiesa.

Partendo da questa realtà dell’origine della comunità cristiana nella casa-famiglia, si capisce allora come il linguaggio domestico-familiare sia così frequente nel NT. Dio come Padre di Gesù’ e’ anche Padre nostro (Lc 10,22; Giov 10,15), la fede e il battesimo e’ una rinascita (Giov 3,4; cf Tit 3,5). Ciò e’ evidente soprattutto nelle lettere di Paolo. Paolo si considera un genitore verso le comunità da lui fondate: egli si e’ comportato verso i Tessalonicesi come un papà verso i suoi figli (1 Tess 2,11 cf 1 Cor 4,14-15). Chiama Onesimo «mio figlio» (Fm 10), verso i Galati si sente come una mamma: «figlioli miei che io partorisco nuovamente nel dolore finché Cristo sia formato in voi» (Gal 4,19, cf 1 Tess 2,7). Per esprimere il suo affetto verso le sua comunità Paolo usa varie immagini: le doglie del parto, padre che ha generato i figli alla fede: «Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi come figli carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo Gesù’, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù’ mediante il vangelo» (1 Cor 4,15). Paolo e’ l’amministratore (oikonomos= chi amministra la casa, 1 Cor 4,1-2); i Galati sono la casa, la famiglia (Gal 6,10). Costruire la comunità e’ oikodomeo=–costruire la casa (1 Tess 5,11; 1 Cor 8,1.10).

Su questo sfondo della casa-chiesa si capisce meglio il senso profondo del termine fratello per designare i membri della stessa famiglia di Gesù’. Fa parte di questa terminologia di famiglia l’uso frequentissimo del termine «fratello». Esso si trova 343 volte nel NT e 114 volte in San Paolo (solo alcuni testi: 1 Tess 1,4; 2,1; 1 Cor 1,10.11.16; 8,11 «ed ecco per la tua scienza va in rovina un debole, un fratello, per il quale Cristo e’ morto»; 2 Cor 1,8; 8,1; 13,11; Gal 1,11; 3,15; Rom 15,14 «Fratelli miei»; Fil 2,25 «ho creduto necessario mandarvi Epafrodito, questo nostro fratello che e’ anche nostro compagno di lavoro e di lotta»; 3,1; 4,1 ecc). Il termine sorella si trova 5 volte (1 Cor 7,15; 9,5; Rom 16,1.15; Fm 2).

Alla radice di questo uso così frequente del termine fratello per designare i cristiani, sta la concezione che la comunità cristiana, la chiesa e’ una famiglia. E’ la conseguenza dell’esperienza dei primi discepoli con Gesù’ (Mc 3,13 «ne costituì dodici che stessero con lui») e della parola di Gesù’ in Mt 23,8 «voi siete tutti fratelli.» La fratellanza non e’ basata su legami di sangue ma sull’appartenenza a Gesù’.

Da molti anni porto con me un libretto scritto da Joseph Ratzinger quando aveva trent’anni e pubblicato in Italia nel 1960 che mi aveva impressionato sin dalla prima lettura molti anni fa. Esso e’ stato ristampato recentemente: J. RATZINGER «Fraternità cristiana», Queriniana 2007, 10.50 euro.

Ecco la presentazione succinta offerta dall’editore:

«Il libro è un'indagine, risalente al 1960 ma di insuperata attualità, sull'ethos dei cristiani come ethos della fraternità. Ne emerge con chiarezza il vero significato tanto dell'universalismo cristiano quanto della fraternità 'nuova' che si instaura fra i seguaci del Risorto.

Il libro indaga l'ethos dei cristiani in quanto ethos della fraternità. Pubblicato nel 1960, è ormai un classico, e viene riproposto in una nuova edizione italiana per la sua insuperata attualità. L'analisi comprende due parti distinte, ma tra loro intimamente connesse. La prima, di carattere prevalentemente storico, ricostruisce il concetto di "fratello" prima e al di fuori del cristianesimo, ossia nel mondo greco, nell'Antico Testamento, nell'ellenismo, nell'Illuminismo e nel marxismo; poi all'interno del cristianesimo, in particolare nelle parole stesse di Gesù, in Paolo e nei Padri della Chiesa. La seconda parte, di carattere sistematico, è un efficace tentativo di sintesi che evidenzia il fondamento della fraternità cristiana nella stessa fede in Dio, unico Padre di tutti gli uomini, e mostra come in Gesù Cristo si operi, da un lato, una cancellazione di confini in nome di una universale figliolanza, ma, dall'altro lato e al tempo stesso, si delinei nella storia una nuova comunità fraterna più ristretta. Da questo studio, nel suo insieme di analisi e di sintesi, emerge con chiarezza il vero significato dell'universalismo cristiano e della fraternità nuova che si instaura fra i cristiani.»

Con la venuta di Gesù’ e la costituzione della sua comunità si instaura nel mondo una nuova relazione tra gli uomini la cui caratteristica e’ la «fraternità», l’appartenenza alla stessa famiglia di Gesù’, al di là dei legami di sangue, razza, cultura. Conoscere questa identità e viverla nel quotidiano e’ il compito del cristiano. Questa fraternità nuova si vive (o si dovrebbe vivere) in modo speciale nelle comunità di consacrati, da qui l’uso diffuso di chiamare «frati» i religiosi che vivono in comunità.

E’ un’intuizione profonda di questa realtà che ha plasmato il linguaggio che chiama «Fratelli» i religiosi e «Sorelle» le religiose perché la gente ha percepito qualcosa della loro identità profonda: offrire la loro vita e la loro attività per edificare la famiglia di Dio, per testimoniare la fraternità possibile già in questo mondo. Rinunciare a costituirsi una propria famiglia per contribuire a creare questo nuovo senso di famiglia. Il Fratello consacrato con la sua vita di ogni giorno testimonia la vicinanza e la fraternità. Egli, più ancora o per lo meno in una maniera differente dal sacerdote, incarna questa fraternità con la sua consacrazione. Vivendo a contatto con la gente soprattutto col mondo del lavoro e della professione sia nel campo dell’istruzione che della salute può costruire questa fraternità al di là di ogni limite.

Già l’Allamano faceva queste osservazioni: «I coadiutori sono più a contatto cogli indigeni, e possono fare loro molto bene coll’esempio, colle parole, col catechismo che fanno loro. Un coadiutore può fare più del bene che un missionario, perché si trovano all’atto pratico.» (Conf III, 390).

CONCLUSIONE

Non potrò mai dimenticare un’esperienza vissuta con un gruppo di Fratelli in Kenya. Era il I maggio 1982 e ci eravamo radunati per celebrare insieme la festa dei Fratelli, andando a pranzo al Samburu Lodge, vicino alla missione di Achers’ Post. Mentre eravamo a tavola vennero alcuni lavoratori del Lodge che avevano riconosciuto Fratel Carlo Troyer. Fratel Carlo era stato, molti anni prima, l’iniziatore della scuola tecnica di Maralal che li aveva formati come falegnami e muratori ed ora, a distanza di anni, essi erano così radiosi nel rivedere il loro «Brother Charles» e la gioia dei loro volti esprimeva la loro riconoscenza per colui che, insegnando loro un mestiere, aveva dato loro una formazione perla vita.

Mons. Lorenzo Bessone volle avere accanto a sé, nella Bishop’s House di Meru, un gruppo di Fratelli IMC che furono suoi amici e collaboratori, sostegno del suo ministero episcopale, e ai quali anche nel suo testamento spirituale riservò parole di commovente gratitudine.

Riflettendo sul senso biblico di questi due termini – Coadiutore e Fratello – si può quindi scoprire qualcosa della ricchezza della vocazione del Fratello IMC, consacrato al Signore e totalmente dedito a incarnare il valore della fraternità cristiana nella Chiesa e nella società.

P. S.
Per una riflessione più ampia sul tema credo sia bene rileggere l’Esortazione vaticana “La Vita Fraterna in Comunità. Congregavit nos in unum Christi amor" del 2 febbraio 1994.

Per noi Missionari della Consolata credo sia fruttuoso riprendere in mano una lettera scritta il I luglio 1991 dal Superiore Generale P. Giuseppe Inverardi “I Fratelli nell’Istituto”: e’ difficile poter dire qualcosa di più di quanto presentato in quella lettera; ciò che occorre fare e’ impegnarsi, da parte di tutti, a metterla in pratica.
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