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Il Mozambico dei Macua tra cultura tradizionale e piaga dell'Aids Stampa E-mail
Scritto da P.Giuseppe Frizzi, imc   
ImageChiara Giovetti intervista P.Frizzi

La missione di Maúa si trova nella regione del Niassa, nord del Mozambico, a metà tra il lago Malawi e l'Oceano Indiano. È la terra dei Macua, un popolo di sei milioni di persone che vive tra Mozambico e Tanzania.


Padre Giuseppe Frizzi è missionario in Mozambico dal 1975: ha vissuto tra la gente gli anni terribili della guerra civile e ora continua a lavorare per il recupero e la conservazione della cultura Macua. Di passaggio in Italia, ci racconta la sua esperienza in missione.

"Sembra paradossale", dice p. Frizzi con un sorriso, "ma la guerra ha svolto sulla cultura una funzione di conservazione: ha tenuto il Paese in uno stato di isolamento tale che le tradizioni e la lingua sono rimaste quasi incontaminate".


Anche oggi, a guerra finita, il legame dei Macua con la loro cultura è molto forte: "Attraverso le cerimonie di iniziazione", continua P. Frizzi, "i giovani ricevono tutto quell'insieme di riti e credenze tramandato dagli anziani. Per le donne, poi, l'iniziazione è un processo continuo: le giovani passano molto tempo in compagnia delle nonne, le matriarche. Infine, è di fronte al mistero della morte che i pilastri della cultura tradizionale emergono più forti che mai".

Allo studio e alla sistematizzazione della lingua e della cultura Chirima (una variante della lingua Macua) è dedicato il centro nel quale si svolge gran parte delle attività di P. Frizzi: "Al centro abbiamo composto e pubblicato canti e preghiere, tradotto, commentato e illustrato la sacra scrittura, raccolto e documentato la cultura orale e la musica tradizionale Macua. Da quando poi il governo ha introdotto il bilinguismo (portoghese e Macua) nell'istruzione pubblica , il nostro materiale sulla grammatica e la linguistica viene utilizzato anche nelle scuole".

Ma le missioni imc di Maúa e Marrupa stanno portando avanti con successo anche progetti che esulano dall'ambito strettamente etnologico e linguistico. "Ci sono centri di promozione della donna", conferma il Padre, "gestiti da suor Silveria Casiraghi e Suor Lucildina Tassinari, che propongono alle donne di Maúa e Marrupa corsi di economia domestica, educazione sanitaria, nutrizione. Ci sono poi programmi di alfabetizzazione e di sensibilizzazione contro l'Aids, una piaga che continua a mietere tante vittime in tutto il Mozambico".

Il tasso ufficiale di diffusione dell'Hiv è intorno al 17%: meno della la metà del 37% dello Swaziland – il paese con il più alto tasso al mondo – ma sempre una percentuale significativa, se si pensa che in Europa la massima diffusione del virus Hiv è in Estonia, dove l'1,3% della popolazione è infettata.

"L'Aids è arrivato con il ritorno dei rifugiati: durante la guerra, il contagio non era così diffuso", spiega P. Frizzi. "Ci scontriamo con pregiudizi duri da superare: molti sono ancora convinti che l'Aids sia un'invenzione degli occidentali. Un altro ostacolo viene poi dal fatto che per la cultura locale è difficile accettare la malattia: o sei vivo o sei morto, vivere da malato è una condizione con cui la gente fatica a venire a patti".

Sono i membri dell'élite, quelli che hanno studiato, i più toccati dal contagio, segno che l'informazione sull'Aids è ancora drammaticamente insufficiente anche per chi ha un livello di istruzione più elevato. Per affrontare questa mancanza di conoscenza, le Suore missionarie della Consolata stanno seguendo un altro progetto rivolto ai giovani a Maiaca: "Le suore gestiscono diversi internati per i ragazzi delle medie", spiega P. Frizzi. "Il progetto coinvolge circa 200 bambini provenienti da tre diverse scuole e fornisce assistenza scolastica, alimentare e sanitaria, in particolare relativa al dramma dell'Aids".

Un quarto progetto che i missionari della Consolata stanno portando avanti è quello della scuola professionale rurale, che si concentra quasi esclusivamente sul lavoro di falegnameria: "Le difficoltà sono tante, a partire dalla carenza di strumenti e di macchinari. Ma speriamo, grazie anche all'aiuto di tanti amici dei missionari della Consolata, di riuscire a formare falegnami che possano poi mettersi all'opera e guadagnarsi da vivere nella zona intorno a Maúa per costruire case e strutture di accoglienza".
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