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In difesa della vita Stampa E-mail
Scritto da Marco Longoni, lmc   
ImageRilettura del caso di Eluana Englaro in un’ottica missionaria

Il caso di Eluana Englaro, la giovane ragazza di Lecco che, in seguito ad un grave incidente stradale nel 1992 finì in coma e tuttora vive in stato vegetativo, alimentata con un sondino nasogastrico, negli ultimi giorni ha non solo creato scalpore in tutta Italia, ma ha letteralmente diviso in due il Paese.


Dopo 8 ricorsi ed impugnazioni presentati negli ultimi anni dal padre di Eluana, volti ad ottenere l’autorizzazione a sospendere l’alimentazione e l’idratazione della ragazza, sempre finora respinti, la Corte d’Appello di Milano, con decreto datato 8 luglio 2008, ha accolto la domanda ed ha quindi autorizzato la sospensione delle terapie – sostanzialmente, l’alimentazione e l’idratazione mediante il sondino –, dando altresì alcune indicazioni sulle modalità con cui Eluana debba essere “accompagnata alla morte”.

Questo accadrà non nella clinica dove Eluana è ricoverata fin dal 1992: le Suore che gestiscono la casa di cura hanno accolto questa ragazza nella loro casa e nella loro famiglia, e non vogliono che sia lasciata morire. Tantomeno nella loro clinica.


Roberta (nome di fantasia), una giovane dottoressa anestesista, mi conferma che, in un caso come quello di Eluana, considerato “stato vegetativo cronico”, la sospensione dell’alimentazione provoca la morte per disidratazione, in modo lento e doloroso. Doloroso non solo per chi accudisce il paziente, ma anche per il paziente stesso. Non vi è dimostrazione scientifica che un paziente in stato vegetativo non provi dolore. E francamente anche la proposta della c.d. “terapia del dolore” per essere sicuri di evitare eventuali atroci sofferenze, mi sembra quantomeno contradditoria: si toglie una terapia che sta facendo vivere Eluana (il sondino nasogastrico) per somministrare un’altra terapia (morfina) che la porta a morire. Roberta aggiunge anche che la motivazione che ha sostanzialmente portato i Giudici di Milano ad autorizzare la sospensione delle cure (Eluana, qualche tempo prima di restare coinvolta nel grave incidente stradale che l’ha portata in coma irreversibile, aveva manifestato ad alcune amiche che in un caso simile avrebbe preferito non essere rianimata), condivisa sia dal padre di Eluana che dall’avvocato nominato curatore speciale degli interessi di Eluana, non è convincente, perché nella maggioranza dei casi, chi magari “in gioventù” (o anche in età matura) aveva sostenuto questa tesi, nel momento in cui si trova a dovere - e potere - decidere se rimanere in vita in uno stato pietoso o se lasciarsi morire, sceglie la vita. E’ il caso, ad esempio, della maggioranza dei malati di SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica.

Ma non voglio addentrarmi in discorsi o analisi per discutere se sia giusta o sbagliata la decisione presa dai giudici di Milano. Sono discorsi che lascio volentieri agli esperti di bioetica, teologia, scienza medica. Né mi permetto di giudicare in alcun modo la scelta del padre di Eluana: anche se in questo momento ritengo che lasciare morire un figlio sia la scelta che non farei mai, ritengo che non sia possibile capire in fondo le motivazioni, per chi non si sia trovato in una situazione così drammatica.

In ogni caso è evidente che, a prescindere dalla valutazione dei retroscena della fattispecie in questione, quello di Eluana sia attualmente un caso limite che è divenuto il “simbolo” (come lo fu quello di Terry Schiavo, qualche tempo fa) del sì o del no all’eutanasia in Italia.

Mi limito, quindi, a riportare alcune esperienze raccolte nei due anni vissuti in missione in Congo, che mi aiutano – e spero possano in qualche modo stimolare anche altri a rifletterci – a capire quali siano i valori in cui è giusto credere e che vale la pena di testimoniare e trasmettere agli altri. I valori della vita, della fede, della consolazione, del Vangelo.

Marie Kibuku, 16 anni, orfana di padre e di madre, è una delle 180 ragazze che frequentavano il nostro centro di recupero e di formazione per le giovani non scolarizzate presso la Parrocchia Saint Hilaire (Kinshasa). Suo figlio Crespin ha due anni e non ha mai conosciuto suo padre... Il padre infatti era uno degli uomini ai quali Marie, non ancora quattordicenne, ha dovuto concedersi per poter avere mille franchi e comprarsi qualcosa da mangiare. Marie non ha mai avuto affetto, tenerezza né attenzioni, da nessuno. Suo padre è stato ucciso dai soldati durante gli anni della guerra, la madre è morta dopo pochi mesi per malattia, i fratelli maggiori se ne sono andati per cercare lavoro in città o a Brazzaville. La vita per lei si è dimostrata dura sin dall’infanzia ed ora, con un bambino da sfamare, lo è sempre di più. Nonostante tutto ciò, Marie ama la vita. Ogni domenica mattina entra in chiesa con il suo Crespin, si siede in una delle ultime panche o per terra, se non trova posto, ed insieme alla “Lisanga ya bakristu”, la grande comunità cristiana, innalza il suo canto di ringraziamento a Dio.

Papa Mayele è un anziano che vive in una piccola catapecchia nel quartiere Disasi. E’ completamente paralizzato, a letto… o meglio, per terra su una sporca stuoietta, perché il letto a Kinshasa è un lusso per pochi. Deve avere circa 80 anni, ma nessuno sa di preciso la sua età, nemmeno il figlio Léon, che è l’unico che lo accudisce. Léon al mattino, prima di andare nei campi a lavorare, gli infila in bocca qualcosa da mangiare: un poco di fufù o qualche cucchiaio di riso. Papa Mayele si sforza di deglutire a fatica perché non ha denti ed anche il viso è quasi completamente paralizzato. Ogni tanto, quando avanza un mezzo secchio d’acqua (anche l’acqua, in alcuni quartieri periferici e degradati di Kinshasa, è un lusso), Léon prende un vecchio straccio, lo inumidisce e cerca di pulire un poco suo padre. Di certo non è sufficiente ad evitare le piaghe di decubito, di cui Papa Mayele è pieno soprattutto sulla schiena. Una gamba gli è stata amputata sotto il ginocchio per un’infezione non curata. A causa del diabete e della mancanza di medicine, il vecchio ha anche perso la vista. Ma riesce a capire e a pronunciare in modo sbiascicato qualche parola in lingala. Il missionario che lo sta visitando per dargli anche la comunione, gli chiede “Papa Mayele, ozalì na mpasi mingi?” (Papa Mayele, stai soffrendo molto?), e lui risponde “Eh, Sango, kasi nasambelaka Nzambe mpo apesa ngai bokasi mpo na koleka tina nsuka” (Si padre, ma prego sempre il Signore che mi dia la forza di sopportare ed andare avanti fino alla fine).

Eric è un uomo di circa 40 anni. Proviene dall’Est della R.D.C. ed è arrivato a Kinshasa nel periodo della guerra, per cercare fortuna. Poco dopo, in seguito ad una serie di periodi di malattie di cui non si riusciva a capire bene la causa, si è sottoposto al depistaggio ed ha scoperto di essere sieropositivo. Si è reso conto di aver contratto il virus HIV da qualche prostituta quando lavorava nelle cave di diamanti, nella zona di Bukavu. Ora la malattia è in stato avanzato, da alcuni giorni è insorta anche la tubercolosi. Eric soffre moltissimo… oltretutto è solo, non ha lavoro e quindi non ha soldi. Ora si trova ricoverato nel dispensario delle Suore Poverelle, a Kingasani. L’infermiere, quando gli chiediamo com’è la situazione di Eric, ci fa capire che siamo agli sgoccioli, ha i giorni contati, non c’è più nulla da fare. Chiediamo se non sia possibile somministrargli almeno dei farmaci contro i dolori o per dargli un po’ di forza. Purtroppo però in Congo lo Stato è assente, la sanità è a totale carico della gente e il dispensario non dispone di antiretrovirali né di altri farmaci palliativi. Questi farmaci dovrebbero essere accessibili a tutti, invece vengono rivenduti ad altissimo prezzo sul mercato nero, ma i poveri non se li possono permettere. Eric ci dice “ieri sono venuti a trovarmi alcuni miei ex-compagni della cava, mi hanno visto in queste condizioni e mi hanno chiesto: Eric, non vorresti morire invece di soffrire così? Ma io non voglio morire, padre! Dio ci ha creati per vivere e per fare la Sua volontà. Mi darà la forza per continuare fino a che Lui vorrà”.

A 50 metri di distanza, c’è l’altra ala del dispensario, con la maternità e la pediatria. Ogni giorno qui nascono dai 25 ai 35 bambini. Sembra una catena di montaggio… la sala parto è sempre in funzione. Nella pediatria c’è anche la sala delle cure intensive. Ci sono 8 lettini, ma su ognuno sono sdraiati almeno 2 bambini, a volte tre. La maggior parte dei bimbi ha la febbre tifoidea e la malaria in stato avanzato. Hanno l’ago nel braccio, con trasfusioni di sangue e chinino in vena. Alcuni riescono a riprendersi ma altri, arrivati troppo tardi al dispensario quando la malaria era già in corso da molti giorni, muoiono tra le braccia dei genitori. Dieudonné è uno di questi bambini. Aveva 5 anni ed ha esalato l’ultimo respiro pochi minuti fa. Il papà piange stringendoselo al petto, continua a ripetere che se avesse avuto 300 franchi (l’equivalente di mezzo dollaro) per comprare il chinino già alcuni giorni fa, Dieudonné sarebbe ancora vivo. La mamma è disperata ed urla di dolore, mentre gli altri suoi cinque figli, tutti tra i 2 e gli 8 anni, sono impietriti. Le altre persone lì presenti sono rattristate ma non dicono nulla, forse è una scena che hanno già visto troppe volte.

Ma alla morte di un figlio non ci si rassegna. Mai.

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