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| P. Roberto Viscardi |
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| Inviato da P. Giovanni Tebaldi | |
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(1936-2003) Roberto era un brianzolo, metà comasco, metà milanese. Nacque a Novate (MI) il 1 settembre 1936 da Mario e Cogliati Rosa. Come era usanza a quei tempi, appena dodicenne entrò nell’Istituto e seguì gli studi nelle varie case di formazione: ginnasio e liceo a Montevecchia, Benevagienna e Varallo Sesia; il noviziato nella Certosa di Pesio (1957-1958); il biennio di filosofia a Torino e a Bevera (1958 – 1959); gli studi teologici a Torino fino all’ordinazione il 21 dicembre 1963. Gli anni trascorsi nei vari seminari sono stati per Roberto preziose opportunità per instaurare legami di amicizia con i compagni e di serena convivenza con loro. I giudizi dei formatori su di lui sono leggermente controversi, Roberto ama la libertà e la respira a pieni polmoni. Per un formatore è «ottimo, cordiale, delicato, non si risparmia nel lavoro, condizioni fisiche ottime, buona applicazione, buona riuscita»: per un altro «è un po’ distratto, un po’ chiuso, manca di impegno costante, ma è sempre contento e spensierato». Per un altro egli «segue le vicende dell’Istituto con passione». Tutto sommato era un ragazzo normale, di buon carattere e felice di essere missionario: qualità che egli dimostrò prima come assistente dei novizi a Bedizzole (1964) e quindi come missionario in Kenya. Non fu fortunato, come altri suoi compagni, di lavorare in mezzo alle popolazioni dell’interno e nei loro villaggi, dove la sua espansività gli avrebbe riservato la gioia dell’incontro con piccoli e grandi. Missionario a Nairobi e Londra La prima esperienza missionaria si svolse in un quartiere di Nairobi dove sorgeva una piccola chiesa nota come «la chiesa degli italiani», frequentata da tutte le comunità residenti nella zona. Erano passati pochi anni dall’indipendenza del paese ed era già in atto la immigrazione dalle campagne alle fasce periferiche della città in cerca di opportunità di lavoro e migliori condizioni di vita: il fenomeno di grandi proporzioni sarebbe esploso negli anni successivi Nei giorni di p. Roberto la chiesa degli italiani cominciava ad assumere le connotazioni di parrocchia e diventare un punto di riferimento per i vari gruppi etnici e per i nuovi arrivati. Ma sarebbero passati alcuni anni prima che nella diocesi di Nairobi si sviluppasse una pastorale adeguata. E lui sentiva un disagio che lo faceva soffrire. A questo si aggiungeva il disagio di dovere interessarsi della parte materiale della parrocchia a discapito di quella pastorale. Si confida con il superore generale: «Dando uno sguardo indietro e considerando il presente - scrive - me ne accorgo che qui imparo ben poco ad impratichirmi nel ministero sacerdotale e tanto meno in quello missionario». La richiesta rispondeva ad un desiderio accarezzato fin dalla sua giovinezza in seminario; ma il superiore non giudicò saggio destinarlo ad altra sede dopo così breve tempo. Questa prima esperienza sacerdotale nella città di Nairobi era destinata a protrarsi per quasi un decennio (1965 – 1974) fino a quando gli venne richiesto di assumere la direzione della comunità IMC di Londra (1974 – 1975). Si trattò di uno cambio abbastanza spiacevole per p. Roberto che dalla piccola città di Nairobi si vedeva catapultato con “urgenza” per le vie e i viottoli di una metropoli brumosa e anonima che aveva lo svantaggio di isolarlo da ogni forma di contatto umano e pastorale e a chiuderlo nel vicolo cieco di un quartiere sepolto nel profondo silenzio di Candem Town. La permanenza a Londra sarebbe durata pochi mesi. Sentivo da tempo il desiderio di lasciare Nairobi – scrive - «invece sono finito in un posto peggiore». Ricomincia dunque la corrispondenza con i superiori ai quali inoltra formale domanda di trascorrere un periodo di ripensamento in Italia. «La tua lettera la comprendo – è la risposta del superiore – e mi rincresce proprio che ti trovi ora in una situazione psicologica difficile». Sorprende non poco il fatto che sia più facile capire una lettera che lo stato d’animo di un individuo. P. Roberto negli Stati Uniti Finalmente il 14 giugno 1975 p. Roberto veniva destinato agli Stati Uniti, dove si dedicò con entusiasmo e gioia alla pastorale parrocchiale a Buffalo (NY), Charlotte (NC) e Grand Rapids (MI) (1976-1978); quindi fu assegnato alle pubbliche relazioni (1978 – 1985) e all’amministrazione regionale (1988 – 1994) con base a Sommerset (NJ). Era venuto il tempo di respirare a pieni polmoni e a voce spiegata. Spiccavano in lui molte qualità che lo resero caro a tutti, confratelli e amici. Vedeva con occhi gioiosi la vita e l’abbelliva con facezie e umorismo. E soprattutto con il linguaggio del canto. Scrivono i padri Rino Aiardi e Louis Abdoo che gli furono amici nella vita e nel lavoro: «Padre Roberto era un gentiluomo. In lui erano prominenti cordialità, carità e sollecitudine. Il suo amore per la musica lo portava con facilità a prorompere in canti; e questo era veramente uno dei suoi talenti. Il suo riso facile e contagioso. Padre Roberto era un prete felice e un missionario della Consolata nella testa, nella bocca, nel cuore». P. Ermenegildo Crespi: «Ho condiviso con p. Roberto ben 12 anni a Varallo Sesia, Certosa Pesio, Torino. Poi l’obbedienza ci ha separati, per rivederci nel lontano ’87 negli USA. E’ stato facile essere amico con Roberto, che tra compagni chiamavamo “Visca”: sempre sorridente ed ottimista, pronto e generoso, umile e modesto». Aggiunge Aventino Oliveira: «Vicino a lui la gente si sentiva bene. In lui la gioia era una catteristica umana, sacerdotale, missionaria». «Aveva la qualità di dissipare le nuvole», attesta una persona amica. Padre John Serafino esalta le sue doti di cuoco, cantante, narratore, sacerdote e amico. Ogni anno si tiene a Roma un corso di aggiornamento. Nel 1994 anche Roberto si iscrisse e con gli altri partecipanti visitò la Terra santa. Fu a Gerusalemme che venne colto da malore e trasferito d’urgenza all’Ospedale Umberto I in Roma dove fu operato e gli venne riscontrata una forma tumorale in fase progressiva. Seguirono sedute di chemioterapia che arrestarono per alcun tempo il male e gli consentirono nel 2000 di ritornare negli USA. Lavorò nella diocesi di San Bernardino come amministratore della parrocchia di St. Francis de Sales a Riverside, e a servizio della parrocchia di St. Adelaide in Highland. Ma le sue condizioni andavano peggiorando e fu costretto a riprendere le sedute di chemioterapia che gli causarono un sensibile calo di peso e un indebolimento generale. Era venuto per lui il momento di elevare l’ultimo canto alla vita, ai familiari e amici. Erano le 3 pomediane del 4 ottobre 2003. Confratelli, amici e parrocchiani piansero la sua morte. E in modo particolare la famiglia Tambornini, cara a p. Roberto. In una lettera alla sorella sr. Rosalberta, Missionaria della Consolata, mamma Angela confidava: «Nel momento della mia esistenza, quando stavo perdendo ogni speranza negli altri, p. Roberto mi aiutò a ricuperare la fiducia in chi mi stava accanto». Un toccante saluto a p. Roberto viene dalla sorella suor Adalberta: «Io mi sento orgogliosa di lui – scrive -. Noi due essendo gli ultimi della famiglia, siamo stati sempre uniti. Ci volevamo bene e ci confidavamo le nostre cose. Roberto era di carattere molto buono, comprensivo, cuore grande e sensibilissimo ai bisogni altrui, sapeva compatire e perdonare. Pregava molto anche quando ci trovavamo insieme per qualche passeggiata nelle vacanze. Il breviario, la bibbia, la corona del rosario erano sempre con lui. La morte mi ha tolto la persona che amavo di più; mi conforta però sapere che Roberto è nelle mani di Dio e che mi è vicino come lo è sempre stato». Giovanni Tebaldi |
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