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| P. Goapper Oscar |
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| Inviato da Redazione Da Casa Madre | |
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Padre Oscar Goapper era nato nel 1951 a Venado Tuerto, in Argentina, da Elgasto José e Nelly Telma Pascual. Entrato nell'Istituto come aspirante nel 1966, si consacra al Signore nel 1972 alla Certosa di Pesio. Compie gli studi teologici a Torino e viene ordinato sacerdote nel 1976. L'anno seguente fa il promotore vocazionale a Buenos Aires e dal 1977 al 1982 lavora come direttore del seminario filosofico. Nel 1981 sente il bisogno di una "boccata" d'aria missionaria e scrive a p. Mario Bianchi, Superiore Generale: «… non vorrei con questo condizionarlo in assoluto; penso di cuore che, anche se il superiore mi chiedesse di continuare, lo farei cercando di dare il meglio di me stesso. Ciò è vitale per me: seguire il Signore in modo fedele e incondizionato. Ma sono sincero nel dirle che certi giorni sono pesanti, in tante cose mi manca l'esperienza missionaria e, nella formazione, non basta la buona volontà, bisogna essere concreti. Ho imparato molto ed è stata per me un'occasione meravigliosa di crescita nel mio sacerdozio missionario, ma… l'esperienza missionaria sarebbe come "salire a Gerusalemme", andare al nocciolo della cosa». Viene destinato allo Zaire e, scrivendo a p. Antonio Barbero, superiore regionale, lo informa di voler prepararsi alla missione facendo un corso di infermiere, per poter essere utile in ogni eventualità, e aggiunge: «Ho sentito cose molto belle dello Zaire, sul lavoro e lo stile del gruppo: sono entusiasta e attendo con impazienza il giorno della partenza, tuttavia sono anche cosciente che la missione non si può improvvisare». Nel 1982 parte per l'agognato Zaire. A Neisu, nel suo primo Natale in terra di missione, gli muore tra le braccia una bambina neonata, per mancanza di assistenza medica. Quest'esperienza gli fa capire la sua vera vocazione e lo spinge a voler diventare medico per "dare la vita alla gente". Fa il parroco e frequenta un medico chirurgo di Isiro da cui apprende i rudimenti della medicina e i segreti delle malattie tropicali e comincia a curare la gente in un piccolo dispensario. Nel 1985 chiede ufficialmente ai superiori di diventare medico. È cosciente non della stranezza, perché niente che riguardi l'uomo può lasciare indifferente il missionario, ma della novità di questa proposizione che si può capire solo conoscendo la realtà concreta nella quale sta lavorando. Scrive a p. Inverardi Giuseppe, Superiore Generale: «La prima chiamata di diventare medico per i poveri è nata vedendo la nostra gente e la sua situazione; sono certo che in questa mia richiesta non c'è la ricerca di prestigio personale o fama. L'essere medico non lo vedo come una dicotomia con il mio essere prete missionario… lo faccio perché cristiano. Ho sentito fin dall'inizio che la mia vocazione cristiana-sacerdotale era un servizio alla vita; non mi sento levita o servitore del culto, ma evangelizzatore con una proposta di vita, di uno stile di vivere che può creare tra gli uomini nuovi vincoli di figliolanza e giustizia. Per questo ideale, o questa persona del vangelo voglio bruciare la mia vita come l'Apostolo, là dove l'umanità più povera ha piantato le sue tende. Servire la vita, servire l'uomo mi sembra che sia stato anche il grande ideale di Gesù. Se io provassi a strappare tutte le pagine del vangelo che parlano di questo servizio, di questo intervento "guaritore", credo che resterei senza vangelo. A questo si aggiunge il fatto che per l'africano non siamo ancora arrivati a fare un solo discorso serio sulla malattia. Il suo enturage, ed è qui dove può calare profonda la proposta di Gesù, è costituito da un mondo popolato di spiriti, malefici, magia ecc., un mondo che ha bisogno di Cristo. Vivere nell'insicurezza della nostra gente mi ha fatto scoprire tanti valori a cui non davo importanza: il primo è l'attenzione al fratello, il farmi prossimo; io, uno straniero, ho bisogno di caricare di molta "prossimità" (carità, direi) il mio messaggio perché possa essere ascoltato e accolto. Credo fermamente che l'obiettivo di tutti i nostri gesti individuali e pastorali debba essere il vivere la carità. Noi bianchi abbiamo sempre le spalle coperte: siamo ammalati, basta comunicarlo per fonia e subito abbiamo il biglietto pronto per andare in Europa, così le cose cambiano quando sai che c'è qualcuno che può aiutarti… a morire meglio! Noi IMC spesso pensiamo così: c'è un problema sanitario? facciamo i dispensari! C'è un problema scolastico? facciamo le scuole! Oh no!… è diverso incominciare dal basso: cosa posso fare per cambiare questa situazione?… non mattoni, ma impegno personale, tempo offerto, sforzo… lacrime. Quante volte sento strozzarmi la gola quando, dopo aver lottato giorni e notti con "sorella morte" siamo vinti o quando la negligenza di qualche stupido fa crepare l'ammalato. Qualche volta ho pianto e non mi sono vergognato quando l'unica cosa che potevo fare per un ammalato era di volergli bene. La cultura della nostra tribù, le scelte di morte di tanti vecchi guerrieri, fa sì ch'io m'impegni a favore della vita. Leggendo i volumi di p. Tubaldo, ho visto quanto l'Allamano ci tenesse a questa preparazione e al lavoro con gli ammalati. Penso e ripenso alla nostra presenza in questa realtà e mi pare che abbiamo fatto così poco in metodi pastorali e unità d'intenti per penetrare questa cultura. Facciamo molto i tappabuchi. Scegliere questa strada è stata la cosa più difficile e sofferta della mia vita, perché la stessa Africa mi è difficile ed esige che io la scelga ogni giorno. …Decidete ciò che volete, capisco le difficoltà personali e pastorali e non ti nascondo che tutto ciò esiga anche da me un atto di fede e di abbandono a Lui, ma sento che ho dei talenti che devo portare a maturazione per il servizio e la costruzione della Chiesa. Li credo autentici perché nati da situazioni concrete; non penso di essere di più di chi chiede di studiare storia o altro; la diversità, questa volta, sta nel non guardare verso noi stessi ma al rovescio (verso gli altri). Ma dopo che Lui si è fatto carne-malattia-sofferenza il mondo è con le gambe all'insù». Superate le iniziali titubanze dei superiori, finalmente, nel 1986 può iscriversi alla facoltà di medicina dell'Università Cattolica di Milano. Ogni tanto viene dallo Zaire per dare alcuni esami; intanto a Neisu ha fondato un piccolo ospedale dove, con pochi mezzi e tanto coraggio, cura la gente come e più di un medico professionista. Seguono anni stracolmi di lavoro, pieni di difficoltà, ma anche con tante piccole soddisfazioni che p. Oscar puntualmente condivide con p. Inverardi: «Carissimo, ti auguriamo ogni bene col cuore della foresta, con la bocca dei giovani e dei bambini che cercano Lui… vedo tanti piccoli segni - che costituiscono la gioia del missionario - di come Lui fa crescere, di come si fa strada nel cuore della gente» (27.2.88). «La parrocchia diventa grande e la gente ha bisogno di essere ascoltata, accolta; l'ospedale non ne parliamo: faccio quello che posso, sono molto limitato e ogni tanto "mi saltano i fusibili". A causa dei tanti problemi che abbiamo avuto, non ho potuto studiare in questi ultimi tempi e non so davvero, fino a quando riuscirò a tenere il colpo da solo… ho offerto tutto a Lui: il campo è suo. C'è un problema di personale, ma spesso siamo noi stessi con i nostri limiti a rendere le cose più difficili. La gioia più grande: l'ospedale, i bambini che, in questi giorni, in una maniera o l'altra ho potuto strappare alla morte, così presente in questi ultimi tempi. I poveri crescono di giorno in giorno, ce ne accorgiamo con la presenza sempre più massiccia di ammalati di AIDS abbandonati a se stessi, senza soldi per comprare medicine e che campano vendendo due o tre banane per comprarsi un pugno di zucchero… tutto ciò, pensando alle nostre sicurezze e alle nostre paure, mi mette in crisi» (15.6.92). Le avventure non mancano: nel '91, di ritorno da uno dei suoi viaggi in Italia, rischia di morire: durante l'atterraggio l'aereo esce di pista e affonda sulla sabbia ai margini della foresta. Ma il peggio è la guerra civile con il bagaglio di conseguenze disastrose che si porta dietro. Ci sono grosse difficoltà nelle comunicazioni, gli aerei non volano, la posta tarda mesi e mesi ad arrivare e si vive nell'angoscia. «… ogni "capetto" detta legge, i prezzi dei medicinali sono saliti del 100%, un litro di siero costa la metà di un salario… la gente non trova sapone… L'ospedale è sempre pieno, crescono gli ammalati di AIDS… ora una mamma e il suo bambino di sette mesi stanno morendo… I protestanti dicono che sono mie invenzioni, anche la gente dice che sono bugie e noi gridiamo nel deserto! La notte di Natale ho fatto un cesareo dopo la preghiera, a mezzanotte e mezza: mi addormentavo col bisturi in mano. La poverina era stata portata sulla schiena da suo fratello catechista per più di 40 km, … il marito l'ha lasciata sola. Ieri è tornata a casa sana e salva. Ecco, vedi, io penso che queste persone non possono dimenticare questi gesti: è la propaganda giusta che il vangelo fa di se stesso» (Lettera a p. Inverardi 3.2.91). Padre Oscar, dal 1992 al '94 si ferma a Milano per frequentare l'università e nel 1994 ottiene il dottorato con 110 e lode, in medicina e chirurgia con una tesi in pediatria dal titolo: "L'organizzazione pediatrica in un paese in via di sviluppo". Ripartito per lo Zaire, vive il dramma della guerra civile che non risparmia neppure la missione e l'ospedale di Neisu che vengono saccheggiate nel Natale del '97. Il dramma si ripete il 20 settembre del '98 quando l'arrivo dei soldati sbandati dell'esercito congolese, che rubano, violentano e ammazzano, obbliga p. Oscar, gli altri confratelli, le suore e i volontari a fuggire precipitosamente nella foresta per salvare la vita. P. Oscar racconterà questa avventura in un diario pubblicato sul Da Casa madre (Gennaio 1999), dove esprime tutta la sua realtà di uomo e missionario che sa leggere la storia con occhi di fede sapendo cogliere anche il lato faceto degli avvenimenti. Ritorna al lavoro e si fa in quattro per salvare centinaia e centinaia di persone, soprattutto bambini, ridotti allo stremo dalla fame, dalla malaria e da altre infezioni virali causate dalla guerra, finché l'infezione aggredisce il guerriero e lo porta alla morte, che avviene, inaspettata e fulminea, martedì 18 maggio 1999. Ad aprile dell'anno scorso, invitato dall'Università Tor Vergata di Roma e dall'Istituto, era venuto a Roma per partecipare a un convegno su "Malattie infettive emergenti e riemergenti in Africa" e aveva dato il suo contributo alla discussione con una relazione dal titolo: "Esperienze di un medico missionario nella selezione ed uso di piante medicinali", dove parlava dell'omeopatia, la grande risorsa medica per curare le malattie, in un paese dove era impossibile trovare medicine. Con soddisfazione di medico e missionario poteva divulgare alla platea dei medici presenti i grandi progressi fatti nella cura della malaria grazie all'uso dell'erba "Artemisia annua". Addirittura annunciava la scoperta di un'erba locale che migliorava notevolmente la qualità di vita dei malati terminali di AIDS: «L'abbiamo chiamata "Spes Neisu". Come confermato da osservazioni e recenti pubblicazioni scientifiche è la stessa pianta utilizzata dagli scimpanzé per curare se stessi da infestazioni quali la schistosomiasi, il paludismo, le ferite infette ecc.» (Conferenza di p. Oscar Goapper, Roma, 18.4.98). In quell'occasione parlò a lungo dei suoi progetti: l'ampliamento dell'ospedale, la produzione del siero per le fleboclisi, lo sviluppo dell'omeopatia, il miglioramento delle condizioni sanitarie nei vari villaggi, il programma di vaccinazione dei bambini, il programma nutrizionale per i bambini e i poveri, la formazione di personale medico e tecnico, la costruzione di un padiglione per accogliere i preti e le suore che hanno bisogno di cure nell'ospedale, la costruzione di una strada nella foresta per raggiungere in breve tempo Isiro, la costruzione di una pista per aerei e poter ricevere gli aiuti per l'ospedale e per trasportare ammalati ad altri centri. Questi ed altri progetti, alcuni già realizzati e altri appena iniziati, animavano il cuore di questo missionario sempre teso a dare la vita per la sua gente. Il Signore lo ha preso in parola e gli ha chiesto il dono più grande: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici". La Redazione del Da Casa Madre
La morte di "Mupe Ossikari" Nessuno di noi se lo aspettava e c'è ancora tanta commozione nel momento in cui scrivo queste righe. La settimana prima si lamentava un po': diceva di avere l'influenza e si curava per essa. Il fine settimana sono andato a Isiro. Il lunedì 17 maggio, quando sono tornato alla missione, verso le 9,30, p. Oscar era seduto fuori e diceva di sentirsi un po' meglio. Siamo andati a effettuare un intervento chirurgico e al pomeriggio ha realizzato la seduta di ecografia. Verso le 16,15, mentre stavo per andare alla scuola, mi chiamò: era in camera, coperto, a causa della febbre. Ritornai da lui verso le 18,30; mi chiese di fargli un'iniezione di Buscopan e disse che non sarebbe venuto a mangiare. Prese una tisana di Citronella e, verso le 21, chiese la minestra. Verso le 24,30, mi svegliò p. Simon Tshiani dicendo che p. Oscar stava male e vomitava. Siamo stati un po' con lui e poi siamo tornati a dormire. Verso le 4 del mattino il padre, dicendo di sentirsi bene, mandò via anche l'infermiere che lo stava vegliando. Dopo la messa delle 7 lo vidi seduto in poltrona e le signore della casa erano con lui. Un quarto d'ora dopo giunse il dott. Norbert, che lavora nell'ospedale, per prescrivere le analisi che il padre doveva fare. Gli misurò la pressione e la trovò normale. Per mezzo della fonia ho cercato p. Celestino Marandu, nella casa provinciale di Isiro e p. Ivano Magnani a Pawa, ma non c'erano. Ho lasciato un messaggio a p. Celestino chiedendogli di venire subito a Neisu con il dott. Mambidi perché il padre era grave. Intanto p. Simon Tshiani era già partito alla volta di Isiro per cercare una medicina che p. Oscar aveva richiesto. La comunità si è dispersa per attendere agli impegni del giorno. Il sottoscritto, con il dott. Norbert gli abbiamo lasciato un infermiere perché chiamasse in caso di necessità e siamo andati all'ospedale. Poco dopo, mentre rientravo in casa, mi incontrai con l'infermiere che veniva a chiamare il dottor Norbert perché p. Oscar si stava agitando. Corsi verso la missione: le donne facevano gesti strani e quando giunsi incontrai p. Piero Manca che uscendo dalla camera diceva: «p. Oscar se ne sta andando». Sono corso dentro "ed era già partito". Le donne piangevano, ma cercando di mantenere la calma, abbiamo chiuso la casa e ci siamo messi a pregare. Con p. Piero abbiamo lavato e composto il corpo. Sono tornato alla fonia, ma la risposta era la medesima: «p. Celestino e p. Ivano non sono nelle loro missioni; sono fuori per motivi pastorali». Ho chiesto alla persona che era alla fonia di avvisare loro e il vescovo di Isiro che il p. Oscar non era più con noi. Abbiamo dato l'annuncio alla gente della morte del confratello e subito si è ammassata una folla che rischiava di sfondare la porta della camera. Abbiamo chiesto l'aiuto del capo villaggio per calmare la gente e permetterci di portare il corpo in chiesa. Ho cercato di contattare di nuovo Isiro e Pawa e finalmente ho potuto dare la triste notizia ai confratelli. Nel frattempo qualcuno era già partito per andare a chiamare p. Silvio Gullino che si trovava in un villaggio a 50 km dalla missione. P. Simon, quando giunse alla procura di Isiro trovò i confratelli in lacrime e da loro apprese la triste notizia. La morte improvvisa di p. Oscar, di cui ero collaboratore, mi sconvolge e mi fa sentire più legato a lui. Ricordo le parole che mi scrisse, qualche tempo fa, quando mi trovavo a Kampala in Uganda, alla ricerca di medicinali per l'ospedale: "…ogni sera ci sono disordini a non finire (a Neisu, con i soldati sbandati ecc.) e qualcuno dice forte che mi faranno fuori… pazienza! Se muoio, tu continuerai per me, ricordalo!… Un abbraccio sincero, e sai che ti voglio bene anche se non te l'ho detto molto ultimamente. Vai con Dio e in pace". Era stato mio maestro quando cominciavo la missione e siamo vissuti insieme nell'amore e nel perdono, come succede in famiglia. L'esperienza della fuga nella foresta, durante la guerra e dopo, ci ha aiutato a rivedere il nostro modo di essere comunità e di crescere nella comunione. Ed ora mi sembra impossibile che se ne sia andato così. Nella cappella dell'ospedale, dove celebrava l'eucaristia di fronte a me, il suo posto è vuoto; vorrei pensare che è partito per le vacanze, ma non è così e non posso trattenere le lacrime. Verso le 15,30 di questo martedì comincia ad arrivare la gente: il vescovo di Isiro, p. Ivano e p. Rinaldo Do da Pawa, i medici e infermieri della Clinica dell'est, le Suore Comboniane di Pawa, le laiche del COE di Runghu, le suore e i preti diocesani. Il funerale è stato deciso per giovedì alle 10. La gente, intanto, continua ad affluire per tutta la giornata di martedì e mercoledì: prega, piange ed esprime dolore vero e il grazie sincero per quello che p. Oscar ha fatto ad ogni persona e alla Chiesa; non sono solo cattolici, ma anche protestanti. Il tamburo con il suono del pianto ritma la veglia funebre. Le preghiere e i canti da "matanga" creano uno spirito di raccoglimento e di fede. Giovedì alle 9,45 ci avvisano che il vescovo di Doruma è bloccato con varie suore perché un camion dei militari ha sbandato su di un ponte ed ora, rovesciato di traverso, non lascia passare nessuno. Mandiamo due macchine a raccogliere i passeggeri. La messa inizia verso le 10,30; sono presenti i vescovi di Isiro, Dungu-Doruma e Wamba, una trentina di sacerdoti, tutti i Missionari della Consolata del nord, tranne p. E. Casali che non sta bene e una folla di circa 3500 persone venute da ogni parte. "Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10): è questa la parola chiave che echeggia durante la veglia funebre. Il vescovo di Isiro si esprime con parole commoventi dicendo: «… siamo venuti a salutare p. Oscar per l'ultima volta; l'abbiamo incontrato spesso come prete in chiesa o come medico all'ospedale…ha curato tanti di noi… è morto quando era pieno di vitalità e con tanti progetti». Suor Marie Claire, a nome degli ammalati ripete come un ritornello: «Tata atiki biso na nani? (papà, con chi ci hai lasciato?), sono le nostre lacrime che dicono ciò che sentiamo perché noi non abbiamo parole per dirti grazie…». Il medico capo, dott. Nembunzu, suo amico e collaboratore, evidenzia l'opera di p. Oscar, a cui va il merito di aver sviluppato la medicina naturale e di aver introdotto in Congo l'omeopatia. Il capo villaggio, Norbert, che p. Oscar aveva conosciuto quand'era ancora ragazzo a Egbunda, esorta la popolazione e i cristiani in particolare a collaborare per portare avanti l'ospedale. Ai Missionari della Consolata chiede di continuare i progetti avviati da p. Oscar. Il pianto e la preghiera corale esprimono i sentimenti di tutti e acquietano la domanda che strazia i nostri cuori: «Perché Dio ci ha tolto, così presto, p. Oscar? Che cosa vuole insegnarci con la sua morte?». I soldati ugandesi, mantenendo a bada la folla, permettono che la processione dalla chiesa alla tomba si svolga con ordine e devozione. La tomba, secondo l'usanza Mangbetu, viene messa davanti alla porta della casa del defunto, perciò è stata scavata davanti alla porta della cappella dell'ospedale. La bara, trasportata dagli infermieri, passa davanti al suo ambulatorio e poi ai padiglioni dell'ospedale: gli ammalati la salutano piangendo, specialmente la signora operata dal padre il lunedì precedente. Sostiamo lunghi momenti davanti alla sala operatoria, ricordando il tanto lavoro e la fraternità vissuti in quel luogo, le suore Gigliola e Luisa, i medici spagnoli che lavoravano come volontari e tutti coloro che avevano dato la loro opera e il loro amore per quell'ospedale, assieme a p. Oscar e a noi tutti, e che ora erano assenti. I ricordi e le emozioni affollano il nostro cuore diventando commozione e lacrime, immergendoci in un lungo, incontenibile, pianto corale. Alla fine lo deponiamo nella tomba. "Mupe Ossikari" - così lo chiamava la gente - ora riposa in pace tra i suoi. Caro padre Oscar: «Sei rimasto tra la tua gente, i tuoi ragazzi, i tuoi mangbetu: per questo ti considerano uno di loro. Rimani in pace tra noi! Nel tuo esempio, nel tuo lavoro, nel tuo amore vediamo la realizzazione delle parole di Gesù: "…sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Fr. Rombaut Ngaba Ndala
Te ne sei andato François Amboko Natambise
Si chiamerà "Speranza" Era il mio primo Natale in Africa e mi trovavo a dover confessare una marea di persone. Sotto un misero alberello ero in bilico su una sedia barcollante e una discreta distanza mi separava dai penitenti. Tantissimi. Tutti seduti sotto una tettoia di frasche, costruita appositamente per l'occasione. Una litania stranissima quella dei dieci comandamenti, bisbigliata tra canti, misteri del rosario, stanchezza per i chilometri fatti, sudore… Io ascoltavo divertito, cercando di capire, col mio stentato lingala, quella lunga lista di peccati: più che una confessione, sembrava un'estrazione al lotto. "Ho mancato al secondo comandamento tre volte, al quinto due, al settimo…" e così via; tanto da farmi pensare: «Se trovassi chi ha inventato questo modo di confessarsi, avrei due paroline da dirgli!». Col passare delle ore la fila, invece di diminuire, si allungava sempre più, con l'arrivo di altri cristiani, che volevano approfittare dell'occasione per aggiornare i problemi dello spirito… Eravamo alla grande vigilia di Natale, il primo in Africa: mi sentivo solo, pieno di nostalgia per la mia Argentina, gli amici, la famiglia; ero come una mosca nel latte, in mezzo alla foresta equatoriale. Il sole sembrava divertirsi ad arrostirci tutti, lentamente. Persi il rispetto liturgico e mi piazzai un cappello di paglia in testa. La sete mi divorava e, ogni tanto, qualche gallina mi si avvicinava, approfittando dell'ombra benefica del missionario. Ad un tratto tutti si alzarono di scatto, mossi da chissà quale molla, e si misero a correre nella stessa direzione. Anch'io, incuriosito, abbandonai il penitente inginocchiato davanti a me, e mi misi a seguirli. Quando arrivammo nella modesta casetta che mi serviva da "rifugio" trovai su un tavolino (l'unico che avevo) una mamma in pianto, che mi mostrava tra un mucchietto di stracci, una bimba di tre mesi. Il papà, un po' in disparte, guardava senza proferire parola, mentre il catechista, che fino a quel momento aveva guidato la preghiera, mi faceva da infermiere e interprete: «Padre, è la figlioletta di Maria, una nostra catecumena; è molto malata, guardala per cortesia!». Appena la toccai, capii che la febbre era altissima: la bimba era già in coma, senza riflessi. Mi accorsi che stava morendo. Chiesi alla mamma, con voce bassa: «Vuoi che la battezzi? Che nome le devo dare?». Capita la situazione, rispose tra le lacrime: «Sceglilo tu il nome!». In un attimo mi cadde addosso tutta la tragedia del mio Natale: miseria, solitudine, abbandono, mancanza di ospedali… Allora raccolsi la sfida, decisiva per la mia vita: «Si chiamerà Elikiya» dissi, cioè "Speranza". Appena finii di battezzarla, la piccola morì. Pianti, strilli… anch'io ero sconvolto; non sapevo neppure come consolare i genitori e mi misi a piangere con loro. Ormai ero marcato da quella data: «Mai più un Natale così, senza speranza!». Quello fu il giorno in cui sentii che il mio ministero di prete era legato alla vita di questa gente: «Sono venuto perché abbiate la vita e l'abbiate in abbondanza». Il mio sacerdozio si faceva servizio, impegno concreto, assistenza medica. L'ospedale che abbiamo costruito dopo la morte di Speranza, è una piccola… speranza. Elikiya è stata la causa del mio essere medico-missionario, per loro, soprattutto per i malati e i più poveri. Ho visto gente morire davanti alla mia porta e io non potevo fare nulla. Allora mi sono detto che, in quel contesto, la vita non andava solo proclamata e festeggiata, come fa la liturgia, ma occorreva qualcosa in più. Con la benedizione del vescovo e del superiore, mi misi al lavoro. Per perfezionare le mie conoscenze feci qualche mese di pratica da un medico meticcio, un tipo eccezionale, dal quale ho imparato tantissimo: dalla pratica chirurgica ai segreti delle malattie tropicali. All'Università Cattolica di Milano ho voluto specializzarmi soprattutto nel settore della maternità, perché la mia scelta è stata quella di servire la vita, in una cultura che tante volte è costretta a scegliere la morte. Ho cominciato ad organizzare con il poco che avevo (qualche bicicletta, un piccolo frigo per i vaccini), la struttura di base per una medicina preventiva: visite ai villaggi, controllo dei bambini, incontri di educazione sanitaria… Poi è seguita la costruzione di un punto concreto di riferimento. Con la gente abbiamo demolito alcune vecchie case del tempo coloniale e, trasportando i mattoni sulla testa, abbiamo tirato su la prima sala operatoria e la prima maternità. Adesso, quella piccola costruzione, di quattro stanzette è diventata un bell'ospedale con 120 posti letto, pulito e funzionale. Ci sono dei grossi problemi finanziari, ma il discorso della sanità non si risolve coi soldi, bensì con la dedizione e l'impegno; col cuore, insomma. Quando uno ama, trova sempre il modo di aiutare la gente. Molti mi chiedono se, facendo il medico, ho ancora tempo per evangelizzare. Beh!, io sono a contatto con la gente dalle otto del mattino fino alle sei di sera; molte volte mi alzo la notte per fare un taglio cesareo o per operare un'ernia strozzata. Ho visto tanta gente convertirsi al vangelo uscendo dall'ospedale; non perché io abbia detto a qualcuno: «Fatti cristiano!», ma per la nostra testimonianza di accoglienza e dedizione, che non guarda in faccia né al colore, né alla tribù, né alla fede dei malati, ma solo al loro bisogno. D'altra parte io non capirei il mio essere medico se non attraverso il mio sacerdozio: sono le mie stesse mani che benedicono e guariscono. Certo è una cosa grande battezzare un bambino, dargli la vita della grazia, ma è altrettanto commovente quando viene una mamma e ti mette sulle braccia un bambino dicendoti: «È tuo, tu l'hai fatto nascere, tu l'hai tirato fuori dal mio ventre». E i primi bambini che ho aiutato a nascere col taglio cesareo, li vedo già andare a scuola e qualcuno di loro si chiama Oscar, proprio come me… È inutile, forse dire che sono felice di quello che faccio e vorrei che tanti altri giovani sentissero nel cuore la sfida della missione. Mi ha fatto male vedere, quando sono stato in Italia, dei giovani che si uccidono… Questo mi ha fatto pensare molto: non basta che le famiglie riempiano le tasche dei giovani, ma occorre riempire il loro cuore; e questo lo può fare Cristo, a cui si dona completamente la vita. Il nostro Fondatore avrebbe potuto essere un prete tranquillo e senza troppi fastidi (sono parole sue) e, invece, si è buttato nella missione, ben sapendo a quale marea di problemi e difficoltà sarebbe andato incontro. Ma quante cose belle sono nate da lui! La sua presenza mi ha fatto del bene, ho sentito forte la sua paternità e il suo esempio: anch'io avrei potuto stare più tranquillo, fare il missionario "normale" e invece… chi me lo fa fare? Durante la beatificazione del Fondatore ero in piazza san Pietro con un giovane di Neisu, aspirante missionario. Quando è stata scoperta l'immagine dell'Allamano, dal balcone della basilica ho visto cadere un fiore… Allora mi è venuto spontaneo vedere in quel fiore un segno e ho detto al ragazzo: «Andrea, ti ricordi che il Fondatore aveva minacciato di mandare dei fulmini dal cielo, se i suoi missionari non avessero fatto giudizio?. Ecco, come primi fulmini ci ha mandato dei fiori. È lui che ci invita a continuare con gioia ed entusiasmo sulle strade della missione, sorretti sempre dalla sua benedizione». P. Oscar Goapper (da: Missioni Consolata 12/94, pag.13 e 6/91, pag. 14) Dagli annali di Neisu Nel gennaio del 1983, p. Antonello Rossi, allora parroco di Neisu, nel notiziario della Regione Zaire scriveva: «… si diffonde la voce che il "mupe Ossikari" (sic!) cioè padre Oscar se ne intende di medicina e salva molti bambini che neanche il miglior stregone può curare. La fama e l'abilità dell'argentino attirano al centro numerosissimi ammalati; già il dispensario si rivela insufficiente e già pensiamo ad ingrandirlo, ma considerata la congiuntura attuale sfavorevole, cacciamo prontamente questo cattivo pensiero e lo rimandiamo alla Provvidenza». Qualche mese dopo, a giugno, p. Oscar racconta la "Storia di una pentola" «Mi ritorna sempre alla mente un film di Walt Disney "Fantasia", dove uno dei protagonisti, alunno di uno stregone, non riusciva a controllare la baraonda scatenata dai poteri rubati al suo maestro. Noi tutti siamo sempre allievi della vita e "in missione tutto serve", diceva l'Allamano. Un bel giorno, non molto tempo fa, mi è capitato tra le mani un bambino, presentatomi dai suoi genitori: "Padre aiutaci, nostro figlio soffre molto". A colpo d'occhio mi rendo conto della gravità del caso: disidratazione, una settimana di vomito a causa della malaria, e quei due occhioni che mi fissavano, mescolanza di paura e di stanchezza. Pensai che se non si faceva presto, il bambino si sarebbe spento per sempre. Mi dissi: ci vuole del siero fisiologico, una roba così stupida, eppure così preziosa e cara in Zaire; qui c'è la mafia dietro il commercio delle medicine. La parrocchia ne aveva un poco che qualche benefattore ci aveva inviato dall'Italia: che Dio li benedica! Guardai nel dispensario e trovai l'ultima porzione in un sacchetto… Trovare le vene al lume di una lampada al kerosene ci fece sudare un bel po'. Pian piano le gocce scorrevano. In un'ora il panorama clinico era cambiato: tornava il turgore, la clorochina faceva la sua parte, il galoppo impazzito del cuore rallentava e il bambino si addormentava pacifico e beato. Quando lo lasciammo sotto lo sguardo dell'infermiere, erano le dieci di sera. Alle sei del mattino del giorno seguente lo trovai seduto sul letto; mi dette la mano con un bel "mbote" (ciao) e dentro di me ringraziai il Signore. Mi sentivo contento per quella vita che avevo aiutato a continuare. Ma contemporaneamente pensavo: come farò la prossima volta? Dove troverò altri flaconi? E lì cominciò la vera storia della pentola. Tempo addietro p. Fiore mi aveva regalato una vecchia pentola a pressione per farci il bollito. Pensai: se ne facessi un alambicco, con qualche bullone, una serpentina ecc.? Mi feci consigliare da fr. A. Dos Ríos, specialista in marchingegni sofisticati, che mi procurò il necessario; qualche viaggetto da fr. Tarcisio per le debite saldature, ed ecco che la pentola funzionava! Per noi, così poveri di mezzi, questa pentola fu quasi un'impresa comunitaria e qualcuno suggerì: "racconta agli amici questa storia". Ebbene, carissimi, adesso è vostra; e al posto del bollito, faremo acqua distillata. P. Antonello trovò il sodio e il glucosio ed i flaconi nuovi sono pronti per l'uso. Coraggio: come al solito, non è tanto questione di quattrini, bensì di pazienza e di amore comune». La storia di Pierrot Comparve un giorno nella missione e la gente correva da tutte le parti per vederlo… era un Marabù. Guardandolo, non ho potuto che sognare e pensare a tutti quelli che lui ha visto dall'alto, arrivando su questa missione di foresta col suo volo planato. Lo stesso giorno del suo arrivo qualcuno venne a cercarmi perché aiutassi una donna partoriente. La stavano portando alla missione su un rimorchio, trainato da un vecchio trattore. Siccome il rimorchio non aveva sospensioni e la cosiddetta strada era infame e le doglie del parto andavano in crescendo, l'infermiere ebbe paura e "la lasciò morire - mi disse - in una capanna sulla strada". Quando arrivai sul posto, la trovai sdraiata per terra fra tre donne che la consolavano e le asciugavano il sudore. «Grazie a Dio che sei venuto Padre», mi disse appena mi vide. Era Beatrice. La esaminai a lungo, dopo averla adagiata su un letto, recuperato nelle case vicine e sistemato alla fresca ombra di un albero. Qualche iniezione e una buona ventosa italiana fecero il resto. Una bella bimbetta (e che nome darle se non quello di Maria?) si mise a piangere tra i salti di gioia di mezzo villaggio. Mi ero appena lavato che mi si avvicina un tale e mi chiede: «Padre, è vero che alla missione c'è un uccellaccio che parla francese?»…Ah Pierrot! (così avevamo battezzato il marabù) Fino a che punto hai stimolato l'immaginazione di questa gente, pur senza parlare e senza fare niente, solo con la tua insolita presenza? Neppure mancò quella donna che, con fare compunto, mi fece osservare che, "siccome era stato trovato in cappella, probabilmente era lo stesso diavolo che aveva preso la forma di uccello" (magari un diavolo pennuto medioevale), immediatamente corretta da un uomo: «Mamma, il diavolo non va in chiesa! Caso mai era un angelo!». Povero Pierrot! Angelo o diavolo? Questo è il dilemma… Guardandolo penso sarebbe bello volare in alto come lui per vedere con i suoi occhi la nostra vita, la nostra storia quotidiana. Per questo credo che Dio si trovi bene in alto. Oggi, ieri e domani: tutto filerebbe sotto i nostri occhi in una luce giusta. Ed io, quando sono stanco, sentirei che questo piccolo pezzo di terra rossa africana si lascerebbe trasformare dalla Parola di Dio. Un Dio che come lo strano Pierrot, sa porre questioni e suscitare interrogativi, anche solo con la presenza di tre o quattro bianchi in mezzo a tanta gente dalla pelle nera. Penso allora che, per un millesimo di secondo, chiederei a Cristo i suoi occhi, per leggere con verità e amore la storia di questa nostra gente. E quando vedo Pierrot che tenta ancora di volare, di alzarsi in cielo, penso alla nostra vita quotidiana: cercare di salire sempre più in alto, imparare a volare al di sopra della storia di ogni giorno e dire con i nostri poveri: «Soki Nzambe alingi… se Dio vuole, domani starò meglio». Se Lui vuole saremo sempre novità per gli altri. P. Oscar Goapper (da Missioni Consolata 7/'86, pag. 28)
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