1 gennaio 2000 Giornata Mondiale della Pace RILEGGENDO GLI ATTI … A pochi mesi di distanza dalla celebrazione del X Capitolo Generale[1], viene spontaneo chiederci quale impatto le indicazioni capitolari stiano avendo sull’Istituto, mentre esso si avvia ad iniziare il suo secondo secolo di vita. È una domanda legittima, ma che non può trovare una facile risposta. Forse è più opportuno chiederci: cosa stiamo facendo e quali mezzi stiamo utilizzando per fare sì che gli Atti Capitolari non restino lettera morta nella vita dei Missionari e nella realtà delle nostre circoscrizioni? Proprio nel contesto di questo tentativo di calare nel tessuto della nostra vita personale e in quella delle nostre comunità le intuizioni capitolari, inserisco questa mia riflessione. Ci siamo infatti proposti per un anno intero di approfondire i testi capitolari. Così molte Regioni hanno già avviato iniziative comunitarie di riflessione sugli Atti del Capitolo per facilitare una corretta e più profonda comprensione di questi e anche per creare il giusto clima per le Conferenze Regionali. Siamo infatti tutti coscienti che non è sufficiente scorrere velocemente le 80 pagine di questo documento, forse con l’intento di scoprire le “novità”, come pure sarebbe dannoso limitare la nostra attenzione alle sole proposte operative. Si impone da parte di tutti una lettura seria e impegnativa che ci porti al cuore dell’esperienza che i capitolari hanno potuto fare a Sagana. Per questo desidero suggerire alcuni criteri che possano guidare la nostra riflessione sugli Atti e alcune chiavi di lettura che facilitino la comprensione del testo. I. Una lettura a più livelli Può permetterci di giungere con maggiore facilità a impossessarci del testo capitolare. Propongo quattro livelli di lettura. 1- Lettura a livello di fede “Molteplici fattori concorrono a indicarci nell’oggi di questo XCG il kairós preparato dalla Provvidenza per il nostro Istituto”. Con queste parole, e pensando di interpretare il sentire di tutti i Missionari, in data 16 Febbraio 1999, invitavo l’Istituto a vivere così l’evento del Capitolo (BU 82, 3). Il 10 giugno, i Capitolari scrivevano nella introduzione agli Atti Capitolari: “Sono stati tenuti presenti i sentimenti, le valutazioni e i desideri espressi dai Missionari nella riflessione pre-capitolare. Su questa base e alla luce della Parola di Dio e del magistero ecclesiale abbiamo cercato di intuire le vie che Dio ci indica oggi per realizzare ciò che stava a cuore al Beato Padre Fondatore” (Atti, 7). Prima di essere un testo normativo, programmatico, orientativo della vita e attività dell’Istituto, il testo capitolare è il libro della nostra conversione. Se il Capitolo è stato un momento di grazia, l’azione di Dio che ci converte e che sprigiona da queste pagine, deve ora investire la nostra vita. Per questo motivo è necessario avvicinarci a queste pagine con fede, mantenendo con esse un contatto assiduo, fatto di ascolto profondo e disponibilità piena. Dobbiamo familiarizzarci con questi testi, soprattutto nella sezione dell’ispirazione, fino a sentirceli vicini, immediati, quotidiani. Non sarà una fatica facile, perché saremo forse tentati di metterli da parte con la scusa di conoscerli già nel loro contenuto. Lasciamo invece che essi arrivino al cuore e creino mentalità in noi, diventando poco a poco fonte irradiante del nostro pensiero e impulso al nostro agire. 2- Lettura a livello “spirituale” Il testo capitolare, analogamente a quello delle Costituzioni, non può essere semplicemente un corpo di norme che regola esteriormente la nostra vita e le nostre attività. Esso deve liberare energie spirituali tali da creare vita nuova. Questa lettura “spirituale” è possibile perché lo Spirito che ha accompagnato la celebrazione capitolare è ancora lo stesso che ci guida ora nella comprensione e nella concretizzazione degli Atti. Tutto ciò che in un testo normativo appare a prima vista come “osso arido” può essere ricoperto da “carne”, grazie all’opera dello Spirito. Di questo era profondamente convinto il Padre Fondatore quando stimolava i primi Missionari a non accontentarsi di una conoscenza astratta, ma ad avere una vera famigliarità con i testi del Regolamento e delle Costituzioni affinché questi diventassero poi norme di vita, di santità nella missione. Abituiamoci pertanto a fare una lettura costante di questi testi, utilizzandoli anche come lettura spirituale e argomento per i nostri Ritiri ed Esercizi Spirituali. Alcune comunità hanno la consuetudine di fare comunitariamente delle letture spirituali. Gli Atti possono costituire un testo privilegiato per quest’anno. 3- Lettura a livello sapienziale Tale lettura serve a priorizzare i distinti e molteplici valori del testo, scrutando ‘dentro e attorno’. Permette di dare peso a ciò che ha consistenza ed è duraturo, di relativizzare invece con serenità d’animo ciò che è provvisorio e passeggero. Anche in questo nostro testo capitolare, abbiamo elementi che possiamo chiamare importanti ed essenziali e altri invece che hanno un peso secondario. Abbiamo da una parte valori da non perdere e altri che sono transitori. Ci possono essere delle vere intuizioni profetiche per la nostra vita e il futuro dell’Istituto, che dobbiamo però far emergere dal cumulo di tante proposte operative e i molteplici orientamenti programmatici. Attraverso tale lettura sapienziale del testo capitolare ci si deve sforzare di creare un “inquadramento armonico” delle varie parti del testo e dei loro contenuti. Questo lavoro lo devono fare le Conferenze Regionali e i Superiori che guidano le comunità nella comprensione del testo. Lontano da noi le letture miopi e le osservanze ‘piccine e grette’, quando da noi si esige il coraggio per scelte forti che pongano l’Istituto su itinerari di vero rinnovamento di vita e di creatività per la missione. 4- Lettura a livello critico Non è applaudendo al nuovo testo che la nostra vita o la realtà dell’Istituto migliorerà. Come le Costituzioni, anche il Documento Capitolare deve trovarci disponibili, equipaggiati del coraggio del confronto sincero e spassionato. Dobbiamo lasciare che esso demolisca tutto ciò che in noi e nelle comunità c’è di obsoleto o controproducente, affinché possiamo essere ricostruiti in novità di vita. Applichiamo a noi, in questo confronto con il testo del Capitolo, quanto il celebre psicologo C. Rogers dice dell’ascolto delle persone: «Se io mi permetto di comprendere veramente una persona, potrebbe darsi che questa comprensione mi faccia cambiare. E noi abbiamo paura del mutamento. Il timore di essere cambiati è una delle più paurose prospettive che molti di noi possono incontrare, perciò la maggior parte di noi non può ascoltare. Ci troviamo più spesso spinti a valutare, perché ascoltare ci sembra troppo pericoloso» (C. Rogers, in Religione e Scuola, 7 [1979], p. 314). Senza reticenze, permettiamo allora agli Atti di interpellare la nostra vita e attività, e l’autenticità delle nostre comunità apostoliche. Diventiamo terreno sterrato, dissodato e fertile, pronto ad accogliere il seme di vita nuova. II. La spiritualità: elemento unificante e dinamico Non c’è dubbio che il nostro Istituto stia attraversando un momento di rapidi e profondi cambiamenti e di una forte proiezione verso il futuro. Affacciandosi ormai alla soglia del suo secondo secolo di vita, esso sente forte l’urgenza di interrogarsi sulla fedeltà alle proprie radici carismatiche. Guarda al personale, tanto vario per estrazione culturale e geografica, e si interpella se ancora portiamo il tradizionale marchio di “famiglia”, di “spirito di corpo”. Si vede inserito in una realtà ecclesiale segnata da profondi cambiamenti e sente forse un marcato disagio, non avendo sempre orientamenti chiari in tante molteplici situazioni in cui si trova, oppure risposte adeguate agli innumerevoli interrogativi a cui viene sottoposto. Quale sarà allora la bussola che guiderà l’Istituto nelle acque agitate di questo nostro tempo? Mi pare di poterla scorgere nella “spiritualità”. Una spiritualità globale, capace di diventare elemento unificante e dinamico di tutto questo complesso processo di cambio a cui l’Istituto è sottomesso. Il XCG ne ha parlato diffusamente anche se non in modo sistematico. Non ne poteva fare a meno, se voleva evitare di porre le fondamenta della costruzione della casa del nostro futuro sulla sabbia. Non mi diffondo ad analizzarla; mi limito soltanto a presentarne alcune qualità che mi paiono caratterizzarla. 1- Spiritualità integrale Il Missionario della Consolata del presente e del futuro deve essere persona con una forte e robusta carica spirituale, tale da sostenere e caratterizzare le molteplici espressioni della sua vita e della sua attività. C’è una pagina degli Atti del XCG molto eloquente a questo proposito, dove si parla dello “spirito di…” che informa ogni aspetto della vita del Missionario e che il Fondatore stesso aveva indicato come comune denominatore delle sue virtù apostoliche. Viene indicato come il “nostro modo” di vivere la missione. «´Spirito’ è una realtà che penetra, regge e nobilita tutto. È sapore, come il sale per il cibo. È sprone e tensione verso qualcosa di più. È profondità, intensità. È intuizione. È l’opposto di ogni formalismo. È totalità. È verità, soprattutto nell’essere Missionari. È andare all’essenza delle cose. È farle bene. Lo “spirito” dà il senso della permanenza nella mobilità. È unità, armonia. È ciò che trasforma. È coerenza. È un modo di essere e di comportarsi. È seguire Gesù Cristo, imitare Lui, il primo Missionario e il vero modello dei Missionari, immedesimandosi nello spirito dell’Istituto: “voi dovete avere lo spirito dei Missionari della Consolata, nei pensieri, nelle parole, nelle opere” (VS 88)» (Atti 20). 2- Spiritualità mariana Il Beato Fondatore ha voluto mettere l’Istituto sotto la protezione della Consolata e ha voluto che guardassimo a Lei come al modello e alla guida nella nostra vita. La caratteristica mariana della nostra spiritualità ci spinge a vivere la missione oggi come Maria ha vissuto la sua (cf. Atti 20): con il suo stile gentile e materno, il suo amore intenso, la sua capacità di soffrire e di farsi carico dei dolori altrui. Noi guardiamo alla Consolata per imparare da lei la disponibilità e l’apertura a Dio e un servizio qualificato da rendere ai fratelli. Maria ha potuto “consolare” l’umanità che anelava alla salvezza perché piena della Consolazione dello Spirito. «Dal cuore compassionevole di Dio nasce la Missione, che porta consolazione all’umanità» (Atti 49). Consola chi è consolato dallo Spirito del Risorto. La consideriamo Sorella nella nostra missione, perché ci accompagna quale presenza discreta e fraterna nel nostro cammino di fede, nella ricerca costante della volontà di Dio, nella fedeltà alla sequela di Cristo, nella disponibilità allo Spirito. La spiritualità mariana ci potrà sostenere inoltre nel tentativo di incarnare alcuni atteggiamenti tanto cari al Beato Allamano e tanto preziosi per la missione, quali il servizio umile, la silenziosità operosa, il bene fatto bene, lo spirito di collaborazione e di vicinanza alla gente, la condivisione con la sofferenza altrui. 3- Spiritualità di comunione La comunione e la fraternità continuano ad essere una grossa sfida per il Missionario della Consolata, oggi. Lo confessa candidamente il Capitolo (cf. Atti 58) quando «invita ogni missionario a rivedere il suo modo di “stare in comunità” e di “fare missione”, aprendosi con generosità e senza timore alle novità e sfide di oggi, come frutto dell’azione dello Spirito» (Atti 58-59). Tutti siamo fruitori di comunità: ne sentiamo il bisogno, ad essa ci appoggiamo e da essa siamo arricchiti attraverso quell’appartenenza che ci fa sentire saldi. Chi non si è trovato, in momenti particolari della propria vita, con l’animo pieno di gratitudine a Dio per il dono del nostro Istituto? Il Signore ci ha fatto un grande dono, chiamandoci in questa Famiglia! Non sempre però ci sentiamo allo stesso tempo veri costruttori di comunità. La cultura di oggi, con le sue tonalità fortemente individualiste, lascia senza dubbio anche in noi delle conseguenze nocive. Tenendo presente questa nota della nostra società post-moderna, il Capitolo rivolge inviti pressanti a costruire l’Istituto come famiglia, a vivere la missione con il timbro dell’unità di intenti, ad aprirci a tutte le forze apostoliche, coscienti che «la comunione è missionaria e la missione è per la comunione» (ChrL 32). Abbiamo allora bisogno di coltivare una autentica spiritualità di comunione, pluriforme nei suoi aspetti, ma tale da informare ogni aspetto della vita e missione. Soltanto con un buon bagaglio di convinzione e rafforzati da una intimità con il Maestro, saremo in grado di passare dal semplice stadio di “consumatori di comunità” a quello di “costruttori di comunità”. Non dovremmo più essere tra coloro che semplicemente lamentano l’assenza della comunione, ma di quelli che amando come Cristo ha amato, si caricano il peso, le fragilità e il peccato degli altri, e mettono basi solide a ogni forma di comunione e a ogni espressione di fraternità. Ogni nostra comunità deve diventare una “Schola Amoris” (cf. Vita Fraterna in Comunità, p. 26). 4- Contemplativi nell’azione La Redemptoris Missio ha voluto chiamare così i missionari. L’appello per una vita più piena in Dio è risuonato insistente durante il XCG. Esso è stato fatto particolarmente durante la lettura della realtà, con il sincero desiderio di spronare individui e comunità a superare le attuali fragilità in questo campo: «Il coinvolgimento nelle attività missionarie talvolta fa dimenticare l’esortazione del Fondatore per il quale il Missionario è uomo di molta preghiera e fa di più, in poco tempo, dopo aver pregato. Scarseggiano spazi di silenzio, meditazione, preghiera personale e comunitaria. Poche pratiche in comunità vengono ritenute sufficienti; il resto rientra nei doveri connessi con i propri compiti. La carenza di una dimensione spirituale vigorosa rende meno credibile il nostro servizio alla Missione. Allora appare il nostro limite: la superficialità e la mancanza di profondità nelle varie espressioni della nostra vita. È fondamentale ritornare a vivere “l’assoluto di Dio”, una forte spiritualità, una profonda esperienza di Dio, che animi e muova il nostro andare ad gentes» (31-32). Quando la dimensione contemplativa si attenua nella vita del Missionario, allora si giunge irrimediabilmente a dimenticare perfino le ragioni profonde della nostra vocazione e della missione. Tutto quello che concerne la nostra vita ha infatti a che fare con Dio, per cui senza di Lui ogni nostra opera perderebbe di significato, mancherebbe di mordente e incisività, sarebbe svuotata di “vita”. Contemplativi nella missione ci voleva il nostro Padre Fondatore, cioè persone capaci di armonizzare azione e contemplazione. Cosciente però che la tendenza del Missionario è di accentuare più la prima che la seconda, con insistenza ripeteva: «Si fa più in un quarto d’ora dopo aver pregato, che in due ore senza aver pregato» (Missionario per il mondo nella Chiesa locale, p. 70). III. Le relazioni Suggerisco ancora una terza chiave di lettura degli Atti Capitolari. Essa consiste nel riflettere sul tipo di relazioni che il Capitolo richiede al Missionario e alle comunità missionarie. Esse sono indubbiamente molteplici nelle loro espressioni e forme, sono esigenti in qualità e si rivolgono a un mondo variegato nelle sue manifestazioni, in cui oggi svolgiamo la nostra missione. L’insistenza capitolare sulle “relazioni” nasce non solo dal desiderio di riandare alle sorgenti genuine del carisma missionario, ma anche da un diffuso disagio presente tra i Missionari, specialmente nei Paesi di antica tradizione cristiana, nel sentirsi questionati e a volte anche sfidati sulla stessa identità della loro vocazione. Tale disagio diventa anche motivo di profonda sofferenza quando ci si accorge che nelle comunità cristiane la proposta missionaria perde mordente e significatività, soprattutto presso le fasce giovanili. È necessario che da parte nostra si abbandoni quel primo istintivo atteggiamento di autodifesa per aprirci invece ad un esame spassionato della nostra vita e missione. In genere gli Istituti Religiosi ammettono oggi senza difficoltà di essersi creato inconsciamente un “proprio mondo”, di essersi rinchiusi a volte negli ambiti sacri della propria spiritualità e del proprio carisma senza preoccuparsi dell’impatto che la loro vita poteva e doveva avere sul mondo circostante. In altre parole, essi ammettono di avere smarrito le “relazioni”, permettendo alla vita consacrata di diventare afona e senza un volto preciso, poco comunionale e debole nella fraternità ecclesiale. Il tema delle “relazioni”, inoltre, sta ritrovando oggi una fioritura di riflessione[2] e sta riconducendo i consacrati verso gli elementi fondamentali della loro vocazione e alla sorgente più genuina del carisma di Istituto. Esso apre inoltre, in modo sano anche se dialettico, al confronto con l’altro che così diventa «colui che mi permette di capire chi sono, colui che per opposizione mi plasma, colui che rafforza la mia identità proprio mentre la contesta: il nemico è il migliore dei maestri che incontriamo nella vita»[3]. Ritornando agli Atti, tento di elencare e di descrivere brevemente le principali relazioni che, a mio parere, vengono evidenziate dal XCG. Esse possono costituire una chiave di lettura se, a livello personale o comunitario, si cercherà di analizzarle nelle interpellanze e nelle sfide che esse pongono alla missione. 1- Relazione con l’«Altro» A questo tipo di relazione ho già accennato sopra, parlando della spiritualità. Basti a questo proposito una sola citazione del Capitolo: «L’insistenza del Fondatore sul primato di Dio e sulla santità ci rende attenti alla dimensione contemplativa della Missione. Essa comporta di avere forte il senso di Dio, della sua presenza in noi e negli altri, della continua ricerca di lui e della sua volontà. L’accentuazione su Dio ci rende capaci di amare il mondo con il suo cuore. Infatti, avendo il Dio di Gesù Cristo al primo posto, si fa largo spazio anche ai fratelli. Solamente l’uomo di Dio è veramente per gli altri» (28). 2- Relazione con il carisma Nonostante ci sia stato nell’Istituto un diffuso e crescente interesse per il carisma e il Fondatore soprattutto a partire dal Capitolo Generale straordinario del 1969, penso che ci resti ancora un lungo cammino da percorrere. Il Capitolo afferma a questo riguardo: «La facilità con cui alcuni chiedono periodi di assenza dalla comunità o impegni che non rientrano nel fine dell’Istituto, pone interrogativi sulla profondità della identificazione con lo stesso e il suo carisma, su quanto sia vivo l’ideale di evangelizzazione dei non cristiani e la tensione alla Missione ad gentes, che ha dominato l’Allamano» (22). E aggiunge: «Molti Missionari avvertono la necessità, o almeno l’opportunità, di interrogarsi sulla fedeltà dell’Istituto al carisma ad gentes trasmessoci dal Fondatore, su come e dove lo viviamo, se vi è qualcosa da migliorare nel modo di attuarlo» (7). Il bisogno di una radicale riforma, quasi una rifondazione dell’Istituto, in cui ci si riappropria nuovamente di tutti gli elementi che costituiscono il patrimonio carismatico, sta diventando una sensibilità diffusa in molti Istituti Religiosi. Penso che il XCG abbia voluto mettersi proprio in questa linea di un deciso rinnovamento. 3- Relazione con i non-cristiani A 100 anni dalla nascita dell’Istituto, il XCG nota a questo riguardo: «Si ha l’impressione che l’impegno diretto in ambienti di vera e propria evangelizzazione sia scarso. Anche nei luoghi considerati di missione, non siamo abbastanza attenti alle situazioni di ad gentes e ai non ancora evangelizzati, per l’assorbente attività rivolta alla pastorale ordinaria dei battezzati. A questo contribuisce, forse, un concetto troppo marcato della geografia, che ci fa sentire a posto con il carisma quando si è in un territorio tradizionalmente “di missione”» (43). Il Capitolo ha voluto nuovamente ribadire con chiarezza questo ambito di ad gentes, proponendoci criteri chiari per l’analisi dei nostri impegni attuali e prospettandoci cammini nuovi per il futuro: l’Asia, la ricerca di situazioni ad gentes in ogni Circoscrizione, il dialogo interreligioso … La relazione con i non cristiani torna ad essere nuovamente prioritaria tra gli impegni missionari dell’Istituto. 4- Relazione con i poveri Ogni consacrato, in forza dello stile di vita che ha abbracciato, instaura una speciale relazione con i poveri. Il destino di ogni Missionario poi è strettamente unito agli “ultimi”: egli è inviato ad essi per condividere la loro esistenza, lottando fianco a fianco con coloro che ricercano la giustizia e una vita dignitosa. Per il Missionario della Consolata, inoltre, ogni forma di evangelizzazione deve portare il timbro della compassione e della tenerezza di Colui che lo ha inviato a “consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione” (2 Cor 1, 4). Vicinanza alla gente, promozione umana, impegno per la giustizia e la pace, devono con sempre maggior frequenza tramutarsi per noi in concretezza di scelte, coraggio di iniziative, impegno senza titubanze a favore dei più poveri dovunque essi si trovino. 5- Relazione con le Chiese locali Più volte durante il XCG è risuonata chiara e sofferta la constatazione di trovarci sovente, nei confronti di molte Chiese locali, in una situazione di marginalità (cf. 14). Si ha l’impressione che la nostra presenza e il nostro apporto siano improvvisamente diventati un semplice “optional”. Eppure non sempre e non dovunque questa situazione è motivata da una ecclesiologia inadeguata, o da una presunta concorrenza nella ricerca di vocazioni, oppure dalla pretesa della Chiesa locale di volere essere la sola protagonista della missione. Al di là di un’umile e chiara richiesta di attenzione alle nostre istanze, rimane l’esigenza di un attento esame dei possibili motivi della nostra scarsa significatività nelle Chiese locali. Gli stessi Atti parlano del «pericolo di lasciarci assorbire da impegni pastorali di supplenza, che oscurano la nostra specificità» (14). E aggiungono: «La difficoltà di un inserimento qualificato degli Istituti Missionari nelle Chiese locali, anche in quelle che essi hanno contribuito a far crescere con la loro opera e donando la vita, pone l’interrogativo su quale sia oggi il loro posto specifico e come possono rendere significativa la loro identità ad gentes. È un’istanza che non si può eludere» (14). 6- Relazione con i laici Il XCG è ritornato su questo argomento, non nuovo, prospettando all’Istituto vari obiettivi da realizzare durante il sessennio. Cosciente che i contributi di studio su questo tema non mancano, ha preferito invitare i singoli Missionari e tutte le comunità a esaminarsi sulle proprie relazioni con i laici, e se necessario, a cambiare “mentalità” (cf 61). Ecco alcuni degli interrogativi che emergono dal testo capitolare e che riassumo: - Pensiamo che l’Istituto sia sufficientemente attento al ruolo dei laici nella missione? - Quanto spazio lasciamo ai laici nelle nostre comunità apostoliche? - Li consideriamo semplici aiutanti, oppure siamo pronti a condividere con loro la missione alla pari e nel rispetto delle peculiarità vocazionali e carismatiche di ciascuno? - Siamo pronti a integrare il tradizionale contributo dei laici all’opera evangelizzatrice ad extra, con la valorizzazione piena del laicato locale? - Quali elementi del nostro carisma sono più confacenti con la vocazione propria dei laici? - Relazione con le culture L’Istituto lavora in quattro diversi Continenti e in situazioni umane, sociali e pertanto culturali estremamente variegate. È pertanto impossibile anche solo nominare o riassumere i tipi di relazioni con le culture con cui la nostra presenza missionaria deve fare i conti. Di ciò si rese conto il Capitolo quando nell’elencare i vari contesti in cui si attua la missione dell’Istituto mette al primo posto il contesto culturale. Tentò una breve sintesi delle principali tendenze culturali che si impongono oggi a livello planetario, ma aggiunse subito che ogni manifestazione culturale presenta molteplici difficoltà di comprensione. Si limita ad elencarne tre: cultura dominante che cerca di imporsi con ogni mezzo sulle culture locali e più deboli; tendenza a recuperare l’identità e l’appartenenza culturale dell’individuo e del gruppo, con il conseguente pericolo di nuove recrudescenze di tribalismo e di nazionalismo; proposta della new age di una realtà senza limiti e valori definiti, sempre mutevole e in evoluzione. L’elencazione non può fermarsi qui ma deve continuare, prendendo le mosse dai contesti particolari di ogni Paese in cui svolgiamo la nostra missione. Esse sono le sfide costanti alla nostra missione che per essere autentica deve essere segnata dal marchio della inculturazione. Carissimi Missionari, il Capitolo ha voluto terminare la sezione “La nostra Missione ad gentes” con un forte appello alla carità e all’amore, “anima della Missione” (75-76). Esso racchiude, in nuce, lo spirito di tutto il XCG. Accettiamolo con animo grato e lasciamo che esso riecheggi costantemente in noi con la stessa forza di persuasione, come se provenisse dalle labbra del Padre Fondatore. Nella odierna Giornata per la Pace e all’inizio di un nuovo Millennio, accogliamo anche nelle parole di Giovanni Paolo II un augurio per tutto l’Istituto e per i popoli presso cui svolgiamo la nostra opera missionaria: «Dio ama tutti gli uomini e le donne della terra e dona loro la speranza di un tempo nuovo, un tempo di pace. Il suo amore, pienamente rivelato nel Figlio fatto carne, è il fondamento della pace universale. Accolto nell’intimo del cuore, esso riconcilia ciascuno con Dio e con se stesso, rinnova i rapporti tra gli uomini e suscita quella sete di fraternità capace di allontanare la tentazione della violenza e della guerra. Il Grande Giubileo è indissolubilmente legato a questo messaggio di amore e di riconciliazione che interpreta le più autentiche aspirazioni dell’umanità del nostre tempo». Per tutti noi intercedano la Consolata e il Beato Allamano. Fraternamente vi saluto nel Signore, P. Piero Trabucco, IMC (Superiore Generale)
[1] Alcune abbreviazioni: XCG (X Capitolo Generale); VC (Vita Consacrata), BU (Bollettino IMC), Atti (Atti Capitolari). [2] Basti pensare alle recenti assemblee generali dell’Unione Superiori Generali e della Conferenza Italiana Superiori Maggiori dal significativo titolo: “Verso nuove relazioni della Vita Consacrata: sfide e speranze” (3-7 novembre 1998). [3] E. Bianchi, Da forestiero nella compagnia degli uomini, Casale M., 1995, p. 15. |