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| Scritto da Ismico | |
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(dall'inizio fino al giorno 11 ottobre)
- S.E.R. Mons. Joseph VÕ ĐÚC MINH, Vescovo Coadiutore di Nha Trang (VIET NAM) 1. La Chiesa di Cristo in Vietnam, dopo l’accoglimento del Vangelo nel 1533 e, soprattutto, dopo la nomina dei primi tre Vescovi nel 1659, ha percorso un cammino pieno di croci. Attraverso gli alti e bassi della loro storia, i cattolici vietnamiti, come gli ebrei al tempo dell’esilio, hanno compreso che solo la Parola di Dio permane e non delude mai. Questa Parola che pervade di sé le preghiere, la Via Crucis e l’Angelus, i Misteri da meditare nel Santo Rosario, gli inni, i canti di argomento biblico, le lezioni di catechismo, le devozioni popolari, le paraliturgie, le serate di preghiera in famiglia, l’ascolto e la condivisione della Parola che costituiscono una vera “lectio divina”, ecc., è diventata la fonte di consolazione e di forza che dà fermezza a tutti i membri del Popolo di Dio e, allo stesso tempo, il punto focale che li aiuta a scoprire il loro futuro. 2. La Parola di Dio aiuta a scoprire il vero volto di Gesù Cristo, che incarna l’amore redentore di Dio, attraverso il mistero della Croce. A causa della dolorosa esperienza vissuta dalla Chiesa di Cristo in Vietnam, il mistero della Croce si è fatto non solo vicino alla vita quotidiana, ma è divenuto anche un elemento essenziale che riunisce il Popolo di Dio. Ereditando la cultura millenaria del “culto degli antenati” che esprime la pietà filiale del nostro popolo, i cristiani, per celebrare l’anniversario della morte di un membro della famiglia, traggono ispirazione dalla Cena, dalla Passione, dalla Morte e Risurrezione di Nostro Signore, il cui esempio continua a commuovere l’animo vietnamita. I racconti delle prove attraversate dai Patriarchi e dai profeti, in particolare “san” Giobbe nell’Antico Testamento, e dalla Santa Vergine Maria, san Giuseppe e gli Apostoli del Nuovo Testamento continuano a sostenere la fede dei cattolici. - S.E.R. Mons. Enrique DÍAZ DÍAZ, Vescovo titolare di Izirzada, Vescovo ausiliare di San Cristóbal de Las Casas (MESSICO) “Ci sarà fedeltà alla Parola di Dio quando la prima forma di carità si realizza nel rispetto dei diritti della persona umana, nella difesa degli oppressi e di quanti soffrono” (IL, 39). E tra coloro che soffrono ci sono in particolare gli indigeni delle nostre comunità dell’America Latina. Ad Aparecida i Vescovi assumevano un impegno serio: “Il nostro servizio pastorale alle comunità indigene ci impone di annunciare Gesù Cristo e la Buona Novella del Regno di Dio, denunciare le situazioni di peccato, le strutture di morte, la violenza e le ingiustizie interne ed esterne, promuovere il dialogo interculturale... Gesù Cristo è la pienezza della Rivelazione per tutti i popoli (95). In molti luoghi si è avviata una relazione fra la Parola e le culture indigene. In un certo senso la Bibbia è molto vicina alle loro concezioni e cosmogonie per la comune cultura rurale. La creazione, il concetto di Dio, il significato della Redenzione e della Croce, la vita in comunità, offrono molte possibilità di incontro. Tuttavia sono culture differenti, un cammino appena intrapreso e che bisogna percorrere facendo attenzione, per non condannare ciò che non si comprende, per chiarire e valorizzare la Parola Rivelata, per non distruggere culture e incarnare realmente il Vangelo nei nostri popoli. Da parte cattolica, c’è una scarsa traduzione della Bibbia nelle lingue indigene e si è cercato molto poco di comprendere la loro cultura e la loro concezione. Finché la Parola Rivelata non diventerà “parola viva, scritta nelle loro culture e nella loro vita” sarà molto difficile che arrivi a penetrare nel cuore e a incarnarsi in questi popoli. Come Chiesa, dobbiamo proclamare questa “buona novella” inculturata, che faccia fiorire il loro cuore e li mantenga in piedi, con dignità, e possano offrirci la loro parola evangelizzatrice (IL, 40 e 46). - S.E.R. Mons. Basil Myron SCHOTT, O.F.M., Arcivescovo Metropolita di Pittsburg dei Bizantini, Presidente del Consiglio della Chiesa Rutena (STATI UNITI D'AMERICA) In Oriente, le scritture si trovano nella preghiera dei Padri della Chiesa, nella Tradizione e nelle funzioni liturgiche. Il Verbo Incarnato rimane presente nella Chiesa in due modi: nella Parola biblica e nell’Eucaristia, realizzate nella vita della Chiesa dallo Spirito Santo. La Scrittura non è vista prima di tutto come una norma scritta, quanto piuttosto come una consacrazione della Storia della Salvezza sotto le specie della parola umana. Il contenuto e l’unità della Scrittura non fanno riferimento ai libri delle Scritture, ma alla realtà alla quale questi libri rendono testimonianza, una testimonianza quindi al Vangelo di Gesù Cristo. La Theotokos rimane il primo modello di accoglimento della Parola e ciò è esemplificato nell’Inno Acatista della Madre di Dio. - S.E.R. Mons. Kidane YEBIO, Vescovo di Keren (ERITREA) Come è noto, sin dai primordi la Chiesa considera l’Antico Testamento parte e pezzo dell’unica Bibbia cristiana e parte integrante della Rivelazione. Pertanto, la Bibbia è legata in modo unico alla Parola di Dio. La Bibbia stessa testimonia l’identificazione intenzionale della Parola di Dio con la Scrittura. La Parola di Dio, così come viene descritta nella Lettera agli Ebrei 4, 12-13, è una realtà viva ed efficace, è eterna (Is 40, 8), onnipotente (Sap 18, 15), una forza creativa (cf Gen 1, 3 ss) e dà origine alla storia. Questa Parola è la Parola di Dio che è Gesù Cristo, Dio e Uomo. Il Figlio è il Verbo Eterno, sempre presente in Dio, perché Lui stesso è Dio (cf Gv 1, 1). La conoscenza dell’Antico Testamento come Parola di Dio appare come la vera sfida del tempo attuale nei termini del suo rapporto con il mistero di Cristo e con la Chiesa. Nonostante le numerose traduzioni della Bibbia in lingue diverse, la distribuzione gratuita o meno della Bibbia, l’Antico Testamento continua ad essere la parte meno letta della Bibbia e la meno compresa nel nostro mondo cattolico. L’ambiente della lettura è diverso a seconda delle circostanze. A livello individuale: molti sono riluttanti ad affrontare i passi dell’Antico Testamento che appaiono incomprensibili, sicché questi vengono scelti arbitrariamente o non letti affatto. A livello della comunità o della parrocchia: in alcune Chiese, nelle pratiche liturgiche, non vi sono disposizioni riguardo alle letture dell’Antico Testamento, pertanto anche nelle omelie è difficile ascoltare questa parte della Parola di Dio. - S.E.R. Mons. Bejoy Nicephorus D'CRUZE, O.M.I., Vescovo di Khulna (BANGLADESH) La Parola di Dio e la Povertà: i profeti, in quanto uomini della Parola di Dio, sono stati i difensori dei diritti dei poveri, degli orfani e delle vedove. Essi hanno parlato in loro nome. La maggior parte della popolazione del Bangladesh vive in povertà, privata dei beni primari e flagellata dalle calamità naturali: in situazioni come questa i Cristiani sono chiamati a vivere la Parola di Dio e a condividerla con queste persone. La Parola di Dio e le Beatitudini (Lc 6, 20) ci esortano a essere chiesa dei poveri. Situazioni di ingiustizia e di corruzione: Il Bangladesh è un paese dove corruzione, disonestà e ingiustizia sono fenomeni dilaganti. Una piccola minoranza sta diventando ricca mentre la maggioranza diventa sempre più povera. La Parola di Dio ci chiama alla giustizia e all’integrità nella vita pubblica. La Chiesa, sparuta minoranza, sta dando il suo importante contributo in campi quali l’educazione, la sanità e i servizi sociali. In questi settori la Chiesa deve vivere la propria solidarietà con i poveri, nonché promuovere la giustizia per tutti, soprattutto per i poveri, alla luce della Parola di Dio. La Parola di Dio invita al dialogo interreligioso: Secondo il Concilio, la Chiesa non respinge nulla delle altre religioni che sia sacro e vero. Spesso esse riflettono un raggio di verità (NA 2) e per questo la Chiesa intera entra in dialogo con esse. In Bangladesh, paese a maggioranza mussulmana, la minoranza cristiana deve vivere in pace, armonia e dialogo. Condividiamo la Parola di Dio con i Mussulmani, sempre nel rispetto della loro fede e in dialogo con essi. Come ha detto il Santo Padre Benedetto XVI, il dialogo fra Mussulmani e Cristiani è una vitale necessità da cui, in larga misura, dipende il nostro futuro - S.E.R. Mons. Luis URBANČ, Vescovo di Catamarca (ARGENTINA) Parliamo dei bambini, ma è difficile per noi parlare con i bambini. Così come è facile parlare di Dio, ma difficile parlare con Lui. La nostra epoca sta facendo grandi passi nella bioetica e nella genetica, vale a dire che la scienza pretende di migliorare tutto sin dalla sua genesi. Non è questo un segno dei tempi affinché ci occupiamo di migliorare la “genetica” della nostra Chiesa? Certamente, nella prima tappa della vita umana si devono imprimere le verità e i valori fondamentali della persona, con cui questa possa in seguito costruire non solo il proprio destino terreno, ma anche quello eterno, per il quale è stata creata. Il primo diritto che ha il bambino è scoprire gradualmente il proprio Creatore, Redentore e Santificatore nell’ambito della comunità ecclesiale, che deve garantirgli che nella “sua chiesa domestica” la Parola, viva ed efficace, lo istruisca e lo formi progressivamente per amare come lui è amato, diventando servitore dei fratelli. La Chiesa deve essere voce di chi non ha voce. Questi sono i bambini. Essi sono i “più poveri fra i poveri” (Cf. Aparecida 476). Una società civile, una comunità ecclesiale che non dia priorità all’infanzia e non sia disposta a spendere il meglio delle proprie forze e ricchezze per essa è condannata all’insuccesso e alla disumanizzazione. È l’infanzia ciò che rende l’essere umano capace di vivere con stupore e impegno il suo passaggio in questo mondo. Da questo Sinodo mi aspetto che, grazie a un maggior apprezzamento della Parola di Dio e ringiovanita da essa: 1. la Chiesa si veda stimolata a proclamare fervidamente ciò che essa vive nell’assiduo contatto con la Parola di Dio 2. Che si insista, nel periodo della catechesi d’iniziazione, sull’importanza di memorizzare i passaggi importanti delle Sacre Scritture, affinché siano il fondamento assiologico, etico ed estetico dell’ essere e dell’agire del discepolo missionario di Gesù Cristo. 3. Che l’ascolto attento della Parola di Dio propizi un’adesione personale e comunitaria a Cristo coronata dalla gioiosa e fraterna celebrazione eucaristica. 4. Che si tragga beneficio da ogni contributo della religiosità popolare in termini di ascolto della Parola di Dio e di trasmissione della fede, in particolar modo fra i bambini. 5. Che come Chiesa sorprendiamo il mondo e sorprendiamo noi stessi con un incontro mondiale dei bambini, che non solo riunisca i piccoli, ma mobiliti anche i familiari, in modo tale che con questo gesto profetico e coraggioso rivendichiamo e annunciamo il Dio della Vita, che vuole una “cultura della vita”. Grazie - S.E.R. Mons. Dominique BONNET, C.S.Sp., Vescovo di Mouila (GABON) L’Evangelizzazione dell’Africa è avvenuta grazie a un duplice annuncio della Parola di Dio. Il primo è stato quello dei missionari inviati dalle Chiese Madri d’Europa, sostituiti dai sacerdoti e dai vescovi autoctoni responsabili delle Chiese attuali dell’Africa. Allo stesso tempo un secondo annuncio è stato attuato e continua ad esserlo grazie a équipe dinamiche di catechisti incaricati di annunciare e di spiegare la Parola di Dio alle molterplici comunità dei villaggi e anche alle comunità dei quartieri urbani che i sacerdoti visitano regolarmente. La Chiesa africana deve il suo sviluppo e la sua diffusione in gran parte alle migliaia di catechisti scelti e posti alla guida di queste comunità dei villaggi, per la loro fede, la loro saggezza, la loro disponibilità all’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. Sono loro gli eroi, i santi dell’Evangelizzazione in Africa. Nutriti dalla tradizione degli usi e costumi delle proprie etnie, essi sanno lasciarsi guidare dallo Spirito Santo per comprendere come la Parola di Dio può nascere nei cuori, interpellare le mentalità ancora segnate dalla legge del taglione, della vendetta, dello spirito feticista e condurre gli uomini verso la legge dell’amore, del perdono, della condivisione fraterna. I catechisti dei villaggi hanno saputo nutrirsi del Nuovo Testamento con le sue parabole che si avvicinano a diversi proverbi delle loro etnie. Hanno assimilato questa Parola divina e hanno saputo riformularla nelle proprie lingue, rendendola più accessibile ai loro fratelli e alle loro sorelle. Pertanto, a partire dal Vaticano II, è stato compiuto un grande sforzo per fornire a questi collaboratori della Missione una formazione regolare che li renda più idonei ad adempiere la loro Missione di messaggeri della Parola di Dio. Questa formazione varia in base alle diocesi e agli ambienti: urbani, rurali, misti. Viene organizzata sotto forma di riunione con un tema preciso, per esempio: “Il Vangelo di Matteo all’inizio dell’anno liturgico A”. Queste riunioni si svolgono in cinque, dieci o più giorni, secondo le diocesi. - S.E.R. Mons. Varghese CHAKKALAKAL, Vescovo di Kannur (INDIA) In questo sinodo dobbiamo domandarci insieme quale sia il messaggio della Parola di Dio per un mondo lacerato fra il fondamentalismo radicale e il razionalismo ateo, il consumismo e la povertà, l’edonismo e l’ansia, l’ingiustizia e la violenza, il razzismo, le divisioni in caste, il sessismo, un mondo manipolato dai mezzi di comunicazione, a loro volta controllati dal potere economico. Come possiamo far penetrare la Parola di Dio nei cuori e nelle menti di un’umanità che si sta secolarizzando, uomini e donne che stanno diventando anti-religiosi e anti-Dio? Come possiamo presentare la Parola di Dio a un mondo che sta andando verso la cultura dell’eclissi di Dio? Da un lato vi è un’autentica ricerca di Dio, ma dall’altro il mondo tende a essere un mondo senza Dio, orientato verso una cultura che enfatizza la cultura della morte. La globalizzazione ha trasformato il mondo in un piccolo villaggio, le cui distanze sono state molto accorciate dall’esplosione delle tecnologie dell’informazione. Ma il mondo sta diventando un mondo senza cuore a causa della violenza, del terrorismo e della guerra. La nostra proclamazione della parola deve aspirare alla globalizzazione dell’amore. Solo attraverso la cultura dell’amore possiamo salvare il mondo e creare una civiltà della bontà e dell’amore. È in questo mondo che dobbiamo proclamare la Parola con il potere che viene dall’alto. È in questo mondo che dobbiamo predicare la Parola d’amore; il messaggio cristiano può essere sintetizzato in tre brevi frasi: Dio è amore, Dio ti ama, anche io ti amo. Sono profondamente convinto che esista soltanto una buona novella che può accendere i cuori degli uomini e delle donne e quella buona novella è che Dio ti ama e che le Sue braccia sono sempre aperte davanti a te, affinché tu possa entrare nella gioia infinita. - Rev. Pascual CHÁVEZ VILLANUEVA, S.D.B., Presidente dell'Unione dei Superiori Generali, Rettore Maggiore della Società Salesiana di S. Giovanni Bosco L'intervento si riferisce al numero 53 del Instrumentum laboris, e si centra sul come accostare oggi la Parola di Dio al mondo giovanile, prendendo spunto sul racconto di Emmaus (IL 26b). L'episodio, cronaca di un fatto passato, ci offre un preciso itinerario di evangelizzazione dove si dice chi, Gesù per mezzo della sua parola, e come, camminando insieme, si evangelizza. L'inaspettata conclusione del viaggio ad Emmaus fu il ritorno a Gerusalemme per ritrovarsi con la comunità dei discepoli. Il Risorto, che li accompagnò durante il cammino, non restò con loro ed essi non poterono restare da soli: fecero ritorno alla comunità, dove si incontra il Cristo. La Parola aveva illuminato la loro vita, ma non aprì gli occhi né il cuore al riconoscimento del Risorto. Precedette però l'invito a restare e preparò l'incontro a tavola. Gesù, ancora sconosciuto, volle accompagnare i due discepoli e condividere le loro preoccupazioni. Oggi i giovani condividono poche cose con questi discepoli, ma forse nessuna tanto quanto la frustrazione dei loro sogni, la stanchezza nella fede e il disincanto nel discepolato. I giovani hanno bisogno di una Chiesa che si avvicini a loro, là dove si trovano. Come Cristo, la sua Chiesa deve insegnare a sopportare quel che accade, in loro e attorno a loro, aiutando a rileggere gli eventi alla luce della Parola di Dio. Per ricuperarli per la fede deve restituire alla Parola il ruolo di guida sovrana della loro esistenza. Giunti ad Emmaus, i discepoli non erano ancora arrivati alla conoscenza personale di Gesù. Quello che Gesù non riuscì a fare con l'accompagnamento, con la conversazione, con l'interpretazione della Parola di Dio, si compì con il gesto eucaristico. Un'educazione alla fede che dimentichi o rimandi l'incontro sacramentale dei giovani con Cristo, non è il modo di trovarlo con sicura efficacia. - S.E.R. Mons. Robert RIVAS, O.P., Arcivescovo di Castries (SANTA LUCIA) La proclamazione della Parola è elemento centrale della vita di fede del popolo dei Caraibi, una regione la cui popolazione è considerata “religiosa” e dedita alla lettura della Bibbia. E dato che dà molta importanza alla proclamazione della Parola, la popolazione dei Caribi nutre grandi aspettative nei confronti del predicatore... Vista dunque questa tendenza a favore della parola proclamata, possiamo dire che i pastori che non alimentano le loro pecorelle creano le condizioni adatte perché sia qualcun’altro a nutrirle. Il nostro interesse è rivolto alla ‘Predicazione della Parola di Dio’. Essa è fondamentale in quanto la Chiesa nei Caraibi affronta la sfida di proclamare la Parola in un contesto religioso, politico e sociale in rapido mutamento. Il mondo e i giovani in particolar modo attendono gli araldi della buona novella, soprattutto persone che siano testimoni più che maestri (Evangeli Nuntiandi 41). I giovani rappresentano una delle grandi sfide della predicazione della Parola... Se la Chiesa vuole veramente che in futuro appartengano a essa, la meditazione e la preghiera della parola con i giovani dovrà diventare un aspetto importante della sua missione. In vista di un fruttuoso ministero di predicazione nella Chiesa, noi vescovi della Conferenza Episcopale delle Antille chiediamo a questo Sinodo: - di dedicare un’attenzione particolare alla Parola di Dio nel ministero della Chiesa per i giovani - di dedicare un’attenzione particolare alla contemplazione, alla proclamazione e alla predicazione della Parola di Dio nella formazione dei seminaristi - di dedicare un’attenzione particolare alla formazione permanente dei nostri pastori e dei nostri predicatori della Parola - di dedicare una cura particolare nel garantire che le Chiese locali offrano migliori condizioni di formazione linguistica e di capacità di comunicazione in particolare a quei sacerdoti che sono stati inviati a svolgere il loro servizio presso culture di cui non parlano la lingua. - S.Em.R. Card. John NJUE, Arcivescovo di Nairobi (KENYA) Dio, nella sua bontà e saggezza, ha scelto di rivelarsi a noi e di farci conoscere lo scopo recondito della sua volontà (cf Eb 1, 1-2). La Parola di Dio e il mistero di Cristo sono strettamente legati. Dio ci parla attraverso Cristo. Tutto il messaggio biblico è un’offerta di vita che esige una risposta, come ha promesso Dio attraverso il profeta Isaia (cf Is 55, 10-11). E in verità la Parola di Dio non Gli è tornata vuota, ma ha operato molto. Quando si proclama la Parola di Dio, lo Spirito Santo se ne serve per suscitare certezza, che a sua volta porta al pentimento, al rinnovamento e alla comunione con Dio. Le Scritture in sé non ci fanno necessariamente ardere il cuore (cf Lc 24, 32), piuttosto, come per i due discepoli sulla via di Emmaus, ci portano a proclamarla in diverse forme. Un recente episodio di violenza nel nostro Paese, il Kenya, ha manifestato la grande necessità della “Parola di riconciliazione”. In un mondo diviso e lacerato, in un mondo in cui è raro il perdono e troppo frequente la vendetta, in un mondo dove l’amore è difficile e la guerra facile, i cristiani, come il seminatore della parabola (Lc 8, 4-5) devono spargere “la parola” di pace e riconciliazione. Per quanto riguarda il continente africano oggi: di fronte alla violenza, al genocidio e alle guerre tribali, di fronte alla fame, al numero enorme di rifugiati e al sottosviluppo, di fronte a una cattiva politica e alla corruzione, con nuova audacia la Parola di Dio deve accompagnare uomini edonne nelle loro esistenze e trasformare il modo di vivere e di amare. Per essere precisi, la proclamazione della Parola di Dio, “la Buona novella del Regno”, deve essere accompagnata da segni, vale a dire azioni e gesti salvifici, seguendo l’esempio di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Per un’efficace ri-evangelizzazione occorre fare ogni sforzo per far sì che tutti i cristiani acquisiscano una maggior familiarità con la Parola di Dio. Un grande ostacolo in questo senso è rappresentato dalla mancanza di buone traduzioni della Bibbia in lingua locale. Occorre investire il più possibile in buone traduzioni cattoliche nei dialetti locali. In Africa l’Eunuco Etiope è un simbolo di tutti noi alla ricerca di Dio nelle Scritture. Infatti nelle Scritture incontriamo veramente Dio. “E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?” (At 8, 31). Questo è il fondamento e il cuore della spiritualità biblica. Con questa fame e sete per la Parola di Dio in Africa, abbiamo bisogno di Bibbie, non tanto una Bibbia per ogni famiglia, ma una buona Bibbia per ogni membro della famiglia in lingua locale. - S.E.R. Mons. Cornelius Fontem ESUA, Arcivescovo di Bamenda (CAMERUN) La Chiesa in Camerun, come tante altre giovani Chiese africane, ha un alto tasso di crescita. È urgente approfondire la fede dei neofiti, soprattutto dei giovani, che stanno diventando vittime del materialismo, della secolarizzazione e del relativismo. Un certo numero è tornato alla pratica della Religione Tradizionale Africana, in quanto il cristianesimo non sembra dare una risposta a tutti i loro quesiti, soprattutto in tempi di crisi. Inoltre la Religione Tradizionale Africana e le strutture familiari tradizionali su cui questa religione si fonda, stanno crollando. Alcuni cristiani si rifugiano nelle società segrete, nelle sette e in nuovi movimenti religiosi, con la speranza di trovarvi sicurezza e risposte agli interrogativi più profondi della vita. Per fortuna esiste una crescente sete e fame per la Parola di Dio. È necessario e urgente mettere le Sacre Scritture nelle mani dei fedeli, affinché diventino vive nelle loro professioni, nelle loro famiglie e nelle diverse situazioni della vita, come pure fonte di ispirazione per la vitalità e le attività delle Piccole Comunità Cristiane. È inoltre urgente l’inculturazione della fede cristiana e il dialogo con la Religione Tradizionale Africana. Per un’inculturazione efficace, la Parola di Dio deve radicarsi profondamente nei cuori delle persone e diventare carne. Suggeriamo quindi che: 1. Le Conferenze Episcopali e le Diocesi diano priorità al Ministero Biblico Pastorale e nominino persone che lo promuovano e coordinino ai vari livelli, di modo che la Parola di Dio sia alla base di tutte le nostre attività pastorali. 2. Sacerdoti, religiosi e laici ricevano un’adeguata formazione per diventare operatori dell’apostolato biblico. Un corso sul ministero della Pastorale biblica dovrebbe essere introdotto nel curriculum dei seminari e delle case di formazione per preparare i futuri sacerdoti e religiosi a questo ministero. 3. Venga messa a punto una formazione biblica generale di tutti i fedeli, soprattutto dei giovani, non solo negli istituti specializzati, ma anche con regolari conferenze e congressi biblici al fine di renderli maggiormente consapevoli dell’importanza della Parola di Dio nelle loro vite. 4. Poiché la famiglia cristiana è una Chiesa domestica e il luogo in cui ha inizio tutta l’istruzione e la formazione nella fede, la Bibbia dovrebbe regnare in tutte le case cristiane per la lettura, la preghiera, lo studio e la venerazione. Le donne dovrebbero ricevere una formazione biblica adeguata al fine di promuovere l’ascolto della Parola di Dio in famiglia. 5. La Bibbia dovrebbe essere tradotta nella lingua locale come primo passo verso l’inculturazione e al fine di rendere la Parola di Dio più accessibile ai fedeli. Ogni cristiano dovrebbe possedere una Bibbia, leggerla e far sì che essa diventi un documento di riferimento o “vademecum”. 6. Come dice l’Apostolo Paolo: “la fede viene dalla predicazione” (Rm 10, 17). I popoli dell’Africa credono fortemente al potere della parola, soprattutto di quella parlata. Molti di loro non hanno accesso agli scritti, vuoi perché troppo costosi, vuoi perché la maggior parte di loro non sa né leggere né scrivere. Occorre presentar loro le Scritture in forma audiovisiva. 7. Grande rilievo dovrebbe essere dato alla Parola di Dio nella celebrazione dei Sacramenti, soprattutto nell’Eucaristia, e dei Sacramentali. 8. Sull’esempio dei padri della Chiesa delle origini, la formazione cristiana dovrebbe incentrarsi sulla Parola di Dio e le omelie dovrebbero avere un contesto soprattutto biblico per nutrire i fedeli con la Parola di Dio. 9. In Africa dovrebbe esistere un Istituto Biblico al fine di promuovere la ricerca biblica nel contesto della Chiesa in Africa. 10. Infine dovrebbe essere istituito un Consiglio Pontificio per la promozione della Dei Verbum, soprattutto del suo paragrafo sei. - S.E.R. Mons. Raymondo DAMASCENO ASSIS, Arcivescovo di Aparecida, Presidente del Consiglio Episcopale Latinoamericano (C.E.L.AM.) (BRASILE) Il Concilio Vaticano II fece un’affermazione ovvia in apparenza, ma in pratica non tanto, e in questo modo aprì un grande orizzonte. Affermò che la Sacra Scrittura, Parola di Dio scritta “per ispirazione dello Spirito Santo” (DV 11) è “come l’anima della sacra teologia” (DV 24), nonché “sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell'anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale” (DV 21). Quest’ultima affermazione ha preso corpo durante la V Conferenza Generale dei Vescovi dell’America Latina e dei Caraibi, tenutasi l’anno scorso ad Aparecida, quando si è proposto esplicitamente un cambiamento di prospettiva che consiste nel passare da una pastorale biblica a “un’animazione biblica di tutta la pastorale” (DA 248). Dunque, tali indicazioni hanno una ripercussione diretta sulla formazione dei futuri presbiteri. La formazione presbiterale nel mondo di oggi deve porre al centro la Parola di Dio, come ben ci ha ricordato S.S. Benedetto XVI nel suo discorso inaugurale ad Aparecida: “All’inizio della nuova tappa che la Chiesa missionaria dell’America Latina si dispone a intraprendere [...] è condizione indispensabile la conoscenza profonda della Parola di Dio”. In quell’occasione, il Pontefice parlò anche dell’urgente necessità di “basare il nostro impegno missionario e tutta la nostra vita sulla roccia della Parola di Dio”(DA 247). Nell’attuale contesto dell’America Latina e dei Caraibi è necessario e urgente che il progetto formativo e la programmazione dei seminari, oltre a privilegiare la formazione accademica alle Sacre Scritture, si curi maggiormente di formare i giovani a una spiritualità biblica solida, facendo un uso creativo di tutti i mezzi a disposizione e dando particolare rilievo alla Lectio Divina. La sfida è far sì che i futuri presbiteri, sin dalla loro formazione iniziale, imparino a confrontare le proprie vite nello specchio della Parola di Dio e raggiungano la conoscenza di Dio alla sorgente viva della sua Parola. A questo scopo è necessario che imparino a essere sempre e profondamente in contatto con la Parola di Dio non solo per motivi funzionali, ovvero per ragioni accademiche o pastorali, ma affinché tale elemento costitutivo e strutturale forgi il loro progetto di vita durante la formazione iniziale e continui a farlo anche quando saranno diventati presbiteri. D’altro canto, pur senza mai rinunciare all’elevato livello di studi biblici che si richiede a un futuro pastore, non possiamo dimenticare che il suo lavoro si svolgerà innanzitutto nella comunità ecclesiale. Ciò rende altresì necessaria e urgente una preparazione scrupolosa per poter realizzare un’adeguata “animazione biblica della pastorale”, senza perdere di vista che il dono della Parola profetica richiede, per sua natura, ministri che siano pedagogisti della fede e che sappiano porre “all’inizio” di ogni attività della Chiesa il seme vivente e vivificante della Parola Sacra. Infine, è necessario che i futuri presbiteri imparino a cibarsi ogni giorno del Pane della Parola e a incontrare Cristo nelle Sacre Scritture. Solo in questo modo potranno forgiare una spiritualità solida e vigorosa, alimentata dal Vangelo, e saranno capaci di far sì che la Parola di Dio sia veramente “l’anima dell’evangelizzazione e dell’annuncio di Gesù a tutti” (DA 248). - S.E.R. Mons. Fidèle AGBATCHI, Arcivescovo di Parakou (BENIN) È bello che il Santo Sinodo mantenga salda la stretta identificazione della Parola di Dio con la Persona di Gesù Cristo, di modo che ciò che viene detto del divenire della Parola viene affermato anche del ciclo del Verbo Incarnato. Su questa base, il ciclo del Verbo, nelle diverse fasi che conosce il suo incontro con la cultura umana, potrebbe essere così riassunto: - Quando il Verbo si fa carne, entra nella cultura umana, s’incultura. Così facendo, agisce per libera decisione, fondata sull’Amore che ci varrà la salvezza di Dio. L’inculturazione non parte dunque soltanto da una certa pratica legata all’apostolato o alla liturgia, ma soprattutto da un’iniziativa d’amore di Dio per salvare l’uomo caduto nel peccato. Il primo a compiere l’inculturazione nella sua forma più perfetta è quindi Gesù Cristo, inculturazione fatta persona. - Inculturandosi, il Verbo si accultura; Lui, che è non-cultura accetta di sposarne una - che del resto è macchiata dal peccato - e di subirne l’influenza. - Inculturandosi, il Verbo accultura. La cultura umana non può non subire l’influenza del Verbo che viene a lei. Il Verbo propone e imprime la sua influenza divina, il che presuppone che la cultura si apra per accogliere tale influenza e acquisire qualcosa della divinità. In tutto questo processo, il Verbo decultura. Come il vignaiolo pota la vigna, il Verbo intende sradicare dalla cultura gli elementi non conformi alla sua immagine. È ciò che fa Jahvé quando intima a Israele di non dire più nella sua terra: “I padri han mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati!”. È la stessa lotta che conduce Gesù Cristo cercando di sradicare dalla cultura il peccato e le sue conseguenze. Ora, Gesù porta avanti questa lotta fino alla distruzione di quel Tempio che si propone di ricostruire in tre giorni. E come il Tempio del suo Corpo risorge dal sepolcro, così la cultura deculturata acquisisce la promessa di vita attraverso la risurrezione di Cristo. È a questa complessa avventura pasquale che si trova invitato il processo dell’inculturazione, del quale occorre discernere in modo simultaneo e adeguato tutte le fasi, per non rischiare deplorevoli derive nella pratica. Come l’Incarnazione è il futuro del mondo, così l’inculturazione è il futuro di ogni forma di apostolato, sia esso biblico, kerigmatico o sacramentale. In tal senso, mi permetto di proporre alcuni suggerimenti: - Che il kerigma si rivesta oggi dello stesso tono escatologico che aveva ai primordi della Chiesa. Il futuro della fede è in cielo, ma il cielo è già in terra con la salvezza in Gesù Cristo. Che ciò sia insegnato e vissuto! - Che il metodo dell’inculturazione si inscriva sul drittofilo dell’impulso innescato dal Verbo nell’Incarnazione, da colui che abbiamo definito l’Inculturazione fatta persona. - S.E.R. Mons. Héctor Miguel CABREJOS VIDARTE, O.F.M., Arcivescovo di Trujillo, Presidente della Conferenza Episcopale (PERÙ) In quest’epoca menzioniamo spesso, e a ragione, l’importanza dei mezzi di comunicazione per portare la Parola di Dio ai nostri contemporanei. Tuttavia, ogni settimana, abbiamo l’opportunità di annunciare il Vangelo nel momento privilegiato della celebrazione eucaristica, proclamazione molte volte carente. È un tema che è importante considerare in tutta la sua serietà e urgenza. Forse, l’origine di questa situazione sta nella mancanza di una formazione biblica seria e sistematica. Una buona conoscenza della Sacra Scrittura è garanzia di una buona predicazione. Questa formazione, si deve ricevere durante gli studi di teologia, una teologia che, seguendo la linea del Concilio, abbia come “anima” la Sacra Scrittura (DV 24) e sia come “soffio vitale” della formazione sacerdotale. Ogni tre anni i ministri della Parola si ritrovano con gli stessi testi; la mancanza di una formazione biblica solida e permanente che permetta loro di trarre da essi “cose nuove e cose antiche”, come dice il Vangelo di Matteo (13,51), li fa velocemente passare per questi passi biblici, se non cadere a volte nell’aneddotico e nel non trascendente. Una conoscenza del contesto rende più efficace la presentazione del Vangelo. Dobbiamo esortare i ministri della Parola a elaborare attentamente le loro omelie, tenendo in considerazione i destinatari della predicazione. Questa deve essere chiara nell’espressione, fedele e vicina agli aspetti precisi del messaggio che si trovano nei testi letti. Occorre avere presente che l’omelia è la comunicazione della Parola viva di Dio, una comunicazione che, come indica il termine stesso, è orientata a produrre comunione con il Dio della nostra fede, fondamento della comunione dei credenti. Comunicazione, comunione e comunità formano un tutto unico. E sebbene l’omelia debba rispondere a una solida formazione biblica ed essere attenta alla realtà e ai mutamenti del mondo in cui vivono i suoi destinatari, la testimonianza personale del predicatore, la coerenza con il Vangelo della sua vita, deve confermare ciò che si proclama. Questo darà credibilità a ciò che si dice. Tale condizione esige una profonda spiritualità dei ministri della Parola, sulla quale dobbiamo vegliare pastoralmente. - S.E.R. Mons. Geraldo LYRIO ROCHA, Arcivescovo di Mariana, Presidente della Conferenza Episcopale (BRASILE) Instrumentum laboris richiama l'attenzione su un certo paradosso quando afferma che “alla fame della Parola di Dio non sempre corrisponde una predicazione adeguata da parte dei Pastori della Chiesa, per carenze nella preparazione seminaristica o nell'esercizio pastorale" (n. 27). Tocchiamo qui un importante problema per la vita e per la missione della Chiesa. Crediamo che la piena verità sulla sorte dell'uomo è contenuta nella Parola di Dio. Il problema elementare consiste nel fatto che questa Parola ha bisogno dei testimoni ardenti, pronti a condividere con gli altri la verità che ha cambiato la loro vita. Il periodo della formazione seminaristica è un tempo particolare della preparazione di tali testimoni. Sembra però che a volte i candidati al sacerdozio trattino il testo della Sacra Scrittura piuttosto come oggetto di studio, senza tenere conto della sua dimensione spirituale. La Scrittura non diventa per loro la Parola della loro vita. Non fa sprigionare dalla Scrittura la forza della Parola capace di cambiare l'uomo, di convertirlo. Dovremmo ripensare il ruolo della Parola di Dio nella formazione seminaristica e, di conseguenza, nella formazione permanente dei sacerdoti. Nei seminari sono state elaborate diverse forme dell'incontro personale e comunitario con la Sacra Scrittura. Vedo che c'è il bisogno di condivisione delle esperienze in questo campo nel dialogo tra i nostri seminari. L'Instrumentum laboris segnala questo bisogno in quanto sottolinea che la formazione seminaristica debba favorire non solo l'apprendimento delle adeguate conoscenze bibliche ma anche ''una iniziazione vera e propria alla spiritualità biblica” e “una grande passione per la Parola a servizio del popolo di Dio” (n. 49).Il Popolo di Dio ha bisogno dei sacerdoti appassionati della Parola e del servizio. Questa è una delle condizioni indispensabili della nuova evangelizzazione che tanto stava al cuore del Servo di Dio Giovanni Paolo II. - Rev. P. Josep María ABELLA BATLLE, C.M.F., Superiore Generale dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria Commento la relazione “Parola di Dio-Comunità” facendomi eco della ricca esperienza di tante comunità cristiane che stanno sperimentando come la Parola letta, pregata e condivisa in comunità le porti a consolidare la loro fede, ad approfondire il loro rapporto fraterno e a impegnarsi con audacia e generosità maggiori nella missione. La Parola feconda la comunità. La comunità aiuta a far sì che la Parola fecondi la vita di ciascuno dei suoi membri. Noi religiosi abbiamo camminato insieme a queste comunità e da esse abbiamo ricevuto stimoli molto importanti per accogliere la Parola nelle nostre vite e nelle nostre comunità. Il Sinodo deve sostenere e promuovere il cammino di queste comunità riguardo alla Parola. La comunità cristiana è “scuola della Parola”, poiché aiuta ad accoglierla nella vita. Propizia una comprensione più fedele del messaggio della Scrittura attraverso la guida degli animatori e per mezzo dello studio comune. Alla luce della Parola s’impara a scoprire l’altro all’interno del progetto di Dio, nonché a guardare la realtà con gli occhi e il cuore del Padre. Forgiata sulla Parola, la comunità consolida la propria esperienza di fraternità e, in tal modo, diventa per il mondo l’annuncio dei nuovi rapporti che nascono fra le persone e i popoli quando la Parola illumina la via e il Regno occupa il centro del nostro cuore. Alla comunità giunge come sfida sincera la voce dei poveri, che richiede che la Parola sia letta nel contesto doloroso del mondo attuale. Nella lettura comune i membri della comunità si scoprono quali “servitori della Parola”, nell’esercizio di mutua mediazione che realizzano affinché la Parola possa veramente incarnarsi nella vita di ogni uomo e nella storia del popolo. In base a questa esperienza possiamo comprendere meglio la nostra missione. Percepiamo noi stessi come “servitori della Parola”, con una vocazione di servizio al dialogo di Dio con l’umanità. Non siamo proprietari di nulla. Facciamo parte di coloro che sono chiamati a questo dialogo di vita attraverso il quale siamo condotti all’esperienza dell’amore del Padre. La Scrittura ci offre le chiavi per entrare in questo dialogo e la grammatica per leggere e comprendere il messaggio. Siamo dunque “servitori del dialogo di Dio con l’umanità”. Tale coscienza segna le nostre vite e ci pone, come comunità e come Chiesa, in una dinamica di servizio che rende la nostra testimonianza e le nostre parole più umili, eppure, paradossalmente, più credibili e potenti. - S.E.R. Mons. Orlando ROMERO CABRERA, Vescovo di Canelones (URUGUAY) 1. Dio ci viene incontro nella sua Parola, come Gesù che va a casa di Marta e Maria. Nella Bibbia, la Chiesa non solo legge la Parola di Dio, ma Dio le viene incontro come il Dio della Parola. 2. L’attitudine dinanzi a Dio che parla è l’ascolto. La Chiesa è discepola che ascolta ai piedi del Maestro e deve essere maestra dell’ascolto. Nella testimonianza del proprio ascolto della Parola di Dio, che parla nel linguaggio umano, la Chiesa si fa maestra dell’ascolto, nello stesso Spirito in cui fu ispirata la Parola (DV 12). 3. La Parola di Dio deve essere ispiratrice di tutta la vita e la Pastorale; perciò proponiamo l’animazione biblica della pastorale. La Parola non è un elemento in più nella vita e nella pastorale della Chiesa, ma costituisce un’asse che la sostiene e la mette in moto. 4. In questa chiave di animazione biblica della Pastorale, il cammino della Lectio divina si rivela luogo privilegiato perché la parola sia fatta vita nei discepoli. - S.E.R. Mons. Oswald Georg HIRMER, Vescovo di Umtata (SUDAFRICA) La condivisione del Vangelo in sette passi non è un altro metodo di studio della Bibbia, bensì la continuazione della liturgia della Parola dell’Eucaristia. Questo modo di utilizzare le Scritture si è dimostrato una chiave per incontrare Cristo stesso nella Parola della Bibbia. Nei gruppi di studio biblico di solito “parliamo di Gesù”, mentre attraverso la condivisione del Vangelo in sette passi cerchiamo di entrare “in contatto” con il Signore. Le piccole comunità cristiane e i gruppi di vicinato utilizzano i sette passi come base spirituale, collegando la vita con la Parola di Dio. Il segreto dei sette passi risiede nel fatto che la Parola della Bibbia non viene intesa come mera informazione su Gesù, bensì come segno sacramentale della presenza di Cristo in mezzo a noi. In breve: Nel primo passo invitiamo il Signore come i due discepoli sulla via di Emmaus. Il secondo e il terzo passo aiutano i fedeli a “sedersi” con Gesù e a rimanere con lui come ha fatto Maria di Betania. Attraverso il quarto passo, nel silenzio, i fedeli permettono a Gesù di raggiungerli con una parola che è diventata importante per loro. Il silenzio è seguito dalla condivisione personale, senza predicare agli altri o iniziare dibattiti su questioni che rovinerebbero il clima di preghiera. San Paolo è il nostro esempio di condivisione personale: “Per me infatti il vivere è Cristo”, dice per esempio in Filippesi (Fil 1, 21). Nel sesto passo, il gruppo domanda: “Che cosa vuole che facciamo il Signore?” Il settimo passo dà a tutti la possibilità di pregare spontaneamente. La condivisione del Vangelo in sette passi, se svolta bene, può rinnovare la fede in parrocchia e ravvivare le comunità di base dal loro interno. Può diventare una scuola di ascolto profondo della Parola di Dio, una scuola per esprimere la fede e rafforzarsi reciprocamente nella fede, una scuola per imparare l’arte del silenzio e sperimentare il mistero della presenza di Cristo in mezzo a noi. La condivisione del Vangelo in sette passi aiuterà inoltre i fedeli a pregare meglio in privato e a vivere l’Eucaristia in modo più profondo e significativo. - S.E.R. Mons. Orlando B. QUEVEDO, O.M.I., Arcivescovo di Cotabato, Segretario Generale della "Federation of Asian Bishops' Conferences" (F.A.B.C.) (FILIPPINE) Riferimento: nn. 12 e 13 del Documento di lavoro. Dio ha pronunciato la sua Parola specialmente per il bene dei poveri (p. es. Am 2, 6-7; 4, 1; 5, 10-11; 8, 4-7; Ger 34, 8-17; Is 11, 4). Egli è stato loro rifugio e loro liberatore. Gesù, Verbo Incarnato, nato da Maria, era povero, ha vissuto con i poveri, è stato in mezzo a loro e a quanti erano considerati peccatori. Sono diventati suoi discepoli e li ha chiamati beati. A loro ha proclamato il Regno di Dio. Ha detto che dobbiamo essere poveri di spirito. Incredibilmente ricchi di uno splendido mosaico di antiche culture e religioni, noi in Asia siamo però comunque un continente di poveri, di squilibri economici e politici, di divisione etnica e di conflitto. Il nostro profondo senso di trascendenza e di armonia viene eroso da una cultura secolare e materialista globalizzante. Tuttavia, la Parola di Dio in Asia chiama verso il Padre, nello Spirito Santo, migliaia di piccole comunità di poveri. E i poveri, a loro volta, ascoltano la Parola di Dio. Così facendo, stanno costruendo un "modo nuovo di essere Chiesa" - che in realtà è un modo antico - cioè il modo della prima comunità di Gerusalemme (v. At 2, 43-46 e 4, 32-35). Guidati dai loro Pastori ordinati e da guide laiche e collaboratori preparati, le persone semplici ogni settimana si riuniscono nelle cappelle e nelle case per celebrare il servizio della Parola. Ascoltano la Parola di Dio, riflettono sulla Parola, pregano sulla Parola e discernono insieme come applicare la Parola alla loro vita quotidiana. Ricevono Gesù nell'Eucaristia per mano di ministri straordinari laici della Santa Comunione adeguatamente formati. Per loro, la Parola di Dio rafforza la fede e li esorta a partecipare attivamente alla vita della Chiesa e ai cambiamenti sociali. Costituiscono comunità ecclesiali di base, trasformando le famiglie, le parrocchie e le diocesi in comunità vive, e testimoniando la Parola di Dio in un ambiente multireligioso molto spesso ostile. Sono comunità di solidarietà e fraternità che, nel loro piccolo, sfidano in modo efficace la cultura moderna del secolarismo e del materialismo. In una certa misura possono ancora adesso riecheggiare le parole di Giovanni, il discepolo che Egli amava: "quod vidimus et audivimus annuntiamus et vobis, ut et vos communionem habeatis nobiscum. Communio autem nostra est cum Patre et cum Filio eius Jesu Christo" (1 Gv 1, 3). - S.E.R. Mons. Salvatore FISICHELLA, Vescovo titolare di Voghenza, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita; Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense (CITTÀ DEL VATICANO) La Dei Verbum non è ancora stata scoperta e sviluppata nella sua grande intuizione che ha costituito un autentico progresso dogmatico; i Padri conciliari, infatti, avevano recuperato il concetto biblico dell'unicità della fonte. Questo ha permesso di comprendere la sacra Scrittura inserita all'interno della vita della Chiesa che non solo vive di essa, ma di essa ne ha la responsabilità perché sia mantenuta viva, integra e feconda. Molti credenti interrogati su cosa intendono con "Parola di Dio" rispondono: la bibbia. La risposta non è sbagliata, ma è incompleta o almeno manifesta una incompleta percezione della ricchezza presente nell'espressione e porta come conseguenza a identificare il cristianesimo come la "Religione del libro". È necessario che nel nostro linguaggio non si cada nell'equivoca espressione "Le tre religioni del libro". Il cristianesimo è religione della "parola".È importante impegnarsi perché si costruisca una cultura che vede la sacra Scrittura come una parola viva, dinamicamente aperta alla verità della rivelazione in essa contenuta. Se non presentiamo nella sua globalità questo insegnamento nei diversi strumenti che possediamo per la formazione del nostro popolo, rischiamo di umiliare la Parola di Dio perché la riduciamo esclusivamente a un testo scritto senza più la forza provocatrice di portare senso alla vita. Come ricorda l'apostolo: "La parola di Dio non è incatenata" (2 Tm 2,9). Siamo sempre dinanzi all'inesauribilità della Parola di Dio; essa è come il roveto che arde e non si consuma. Siamo chiamati a esercitare un ministero che permetta di accedere a questa Parola di vita così che ogni persona in ogni luogo della terra ne possa cogliere il senso profondo in modo tale da ottenere la salvezza. In un periodo come il nostro in cui permangono tentativi per emarginare i testi sacri come portatori di senso perché identificati come miti, privi di carattere storico e destinati solo agli ingenui, è importante che si ritrovino le forme necessarie per restituire valore storico e provocazione circa il senso dell'esistenza. Siamo dinanzi realmente a una emergenza educativa che riporti al centro della nostra vita di fede il tema della salvezza. È sempre la Dei Verbum a ricordare che quanto è stato trasmesso e scritto "annuncio della salvezza" (DV 7). Le diverse tendenze culturali che sono presenti nel tessuto odierno non solo hanno snaturato il senso della salvezza ma lo hanno emarginato come inutile e illusorio. Ripresentare la Parola di Dio nella sua globalità comporta orientare il suo insegnamento finalizzato al tema della nostra salvezza. - S.E.R. Mons. Laurent MONSENGWO PASINYA, Arcivescovo di Kinshasa, Presidente della Conferenza Episcopale (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO) Parola di Dio e Ermeneutica Parlo a nome della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO). Il mio intervento verte sull'interpretazione delle Scritture e le sette (IL n°. 16-19; DV n°. 12). 1. È comunemente riconosciuto che ogni parola è un linguaggio e che ogni linguaggio richiede un'interpretazione, soprattutto se si tratta di un testo scritto. A causa del regresso della storia e della distanza in termini di spazio, infatti, le parole e i segni, le metafore e i simboli possono acquisire un sovrappiù di significato e delle armonie che possono orientare il lettore verso significati diversi da quelli voluti inizialmente dall'autore. 2. Questo è il caso delle Sacre Scritture di cui Dio, autore e ispiratore principale, indirizza il messaggio a tutte le generazioni nel tempo e nello spazio (cf Mt 28,19-20; Mc 16,5). Questo fatto rende pertanto legittima e plausibile un'interpretazione esistenziale, contestuale e colta della Scrittura, basata sulla fase finale e costituita dal testo biblico (cf PCB, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, I.A-B: metodi letterari). La dottrina dei quattro sensi della Scrittura trova qui un solido fondamento e la sua applicazione. 3. A questo proposito, occorre tuttavia sottolineare che la Sacra Scrittura stessa invita l'interprete a usare molta prudenza e "intelligenza" (Lc 24,25). Così, ci interpellano di fronte al fenomeno delle sette, poiché non si tratta di un fenomeno nuovo: risale alle origini della Chiesa. Nella sua prima lettera (1 Gv, scritta intorno al 95 d.C.), Giovanni accenna già a alcuni dissidenti che non professano più "Gesù (è) venuto nella carne" (1 Gv 4,2-3), sono usciti dalla comunità e si sono allontanati dalla fede apostolica (1 Gv 2, 19-24). 4. Comunque, lungi dal rassicurarci, la proliferazione cancerogena delle sette di ogni genere e con motivazioni diverse preoccupa i pastori della Chiesa. Tanto più che la loro dottrina si basa in genere su un'interpretazione fondamentalista della Sacra Scrittura (cf PCB, L'interpretazione, I.F.). Eppure numerosi testi biblici dissuadono da tale interpretazione e spingono piuttosto a ricorrere a criteri stabiliti. Così, per esempio, la reazione di Gesù stesso davanti allo schiaffo del guardiano nel palazzo del sommo sacerdote Anna (Gv 18,22-23) mostra chiaramente che il porgere l'altra guancia di cui parla Matteo nel 5,39 è un'iperbole da non prendere alla lettera. Ma Gesù, contrariamente alla legge del taglione (Mt 5,38) "non rende male per male": egli perdona (cf Rm 12,21). L'apostolo Pietro, da parte sua, parla delle lettere che il suo "caro fratello Paolo" ha scritto "secondo la sapienza che gli è stata data" e che contengono "alcune cose difficili a capirsi, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione..." (2 P 3,15-16). In questo senso, esistono delle norme di interpretazione delle Scritture, di cui Pietro e gli apostoli sono garanti (cf 2 P 1,16-19). Pietro stesso afferma che "nessuna profezia della Scrittura proviene da un'interpretazione personale" poiché "degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo" (2 P 1,20-21). E Pietro afferma di stigmatizzare i "falsi dottori" e le loro "sette perniciose"... Bisogna dire che molte sette attuali rispondono al profilo qui descritto dal Principe degli Apostoli: condotta dissoluta, diffamazione contro la verità, cupidigia, parole false, dominazione delle coscienze (2 P 2,2-3). Ne consegue che la via migliore per dialogare con le sette è una sana interpretazione delle Sacre Scritture. 5. I testi sopracitati ci offrono i seguenti criteri per l'interpretazione della Sacra Scrittura: lo Spirito Santo (cf anche DV 12), la Tradizione apostolica (norma normans), la comunione con i corpo della Chiesa (cf 1 Gv 1,3), la professione della fede della Chiesa (analogia fidei), la coerenza con tutta la Scrittura (analogia scripturae) (cf IL n° 16 e 21). Questi criteri ci proteggono da un'interpretazione fondamentalista e soggettiva della Parola di Dio. Occorre farvi riferimento anche nell'impegno comune per l'ecumenismo. |
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