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| L’interculturalita’ nella vita religiosa |
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in particolare a riguardo della povertà nella globalizzazione del mondo e nella professione e vita di povertà religiosa in America Latina (Perú).
Vorrei presentarmi: Sono Fratello Hernán Romero Arias, peruviano, ho 53 anni. Come formazione sono medico chirurgo, ho studiato filosofia in Perú (a Lima) e Teologia a Roma (presso la Gregoriana). Ho lavorato come medico in Perú 3 anni e 15 anni in Repubblica Democratica del Congo. Da due anni sono a Roma come assistente generale nell’Istituto dei Missionari Comboniani del Sacro Cuore. Più che presentare una riflessione, vorrei condividere con voi, la mia esperienza come Fratello religioso missionario peruviano dentro un Istituto interculturale. Premesse “Ma, voi non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo” (Mt. 23, 8-10) “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Lc. 14, 25-27). “Cosi chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc. 14,33). Rinunciare a quanto si ha di caro, rinunciare soprattutto ai propri beni. “Gli Stati Uniti sono un paese che non sa dove sta andando, ma è decisissimo a stabilire un record di velocità per arrivarci”. Forse l’etica è una scienza scomparsa dal mondo intero. Non fa niente, dovremo inventarla un’altra volta” “La negazione dei diritti culturali alle minoranze distrugge il tessuto morale di una società quanto la negazione dei diritti civili” “Le scoperte non aiutano il Terzo Mondo, approfondiscono l’ingiustizia” e “La crescita dei paesi in via di sviluppo è legata alla demilitarizzazione”. “Dubitare di se stesso è il primo segno d’intelligenza” L’Interculturalità Da molti anni si parla dell’interculturalità, dell’internazionalità, dell’acculturazione, e della trasculturazione, pluriculturalità, multiculturalità, ecc. tentando di descrivere un fenomeno mondiale. Questa realtà si manifesta in ogni angolo del mondo, in presenza di gente di diverse culture, di diverse razze, di diverse generazioni, di diverse religioni, ecc. e che deve convivere. Prima di parlare dell’interculturalità, sarebbe bene parlare dell’identità culturale. Si dice che l’identità culturale è ciò che è proprio di una cultura, però, cosa è veramente “proprio”? Gli antropologi e gli studiosi delle culture tradizionali concordano nel considerare “proprio” di una cultura l’insieme dei suoi tratti differenziali in rapporto agli altri. Però, “il proprio” non finisce nell’esclusivo. L’identità di un popolo è composta dalla diversità delle forme e concezioni che vivono all’interno e fuori del gruppo. L’identità ha, veramente, una conformazione eterogenea. Gli elementi e aspetti più intimi di una cultura possono avere diverse origini. L’importante è che siano parte della vita quotidiana dell’individuo senza diminuire la sua autostima. La peculiarità eterogenea de “il proprio” di un popolo è frutto di un costante processo di trasformazione, cambio e re-invenzione in cui si trova ogni realtà umana, per essere una realtà vivente. Non c’è una conservazione di una realtà vivente senza cambi e trasformazioni. Le culture si conservano cambiando, assumendo, appropriandosi di modi e forme culturali nuove. Alcuni intellettuali vorrebbero che una cultura rimanesse statica, obbligata a conservare le proprie tradizioni ed il proprio passato, ciò vuole dire mummificare, congelare e mettere gli aspetti specifici di un gruppo umano nella scena di un museo per un compiacimento intellettuale. L’interculturalità sarebbe la fusione del dialogo e l’intercambio culturale in condizioni di uguaglianza o parità; allora le culture starebbero messe assieme e mescolate. Esempio: il Meticcio. L’interculturalità è un significante vuoto, è piuttosto un termine che sta per essere significato. E’ un termine che ha una direzione, e questa direzione è la tolleranza dell’intercambio, però non ha ancora un significato positivo o chiaro. L’interculturalità è ancora da fare, per teorizzare, piuttosto che già fatto. Propone il dialogo orizzontale e arricchente di diverse culture. Per tolleranza si capisce la capacità d’accogliere l’altro, cioè accettare la presenza dell’altro, superare il proprio punto di vista, comprendere il bisogno dell’altro, condividere le regole di vivere insieme, incoraggiare lo spirito d’amicizia, scoprire il comandamento cristiano di amore reciproco ed educare all’interculturalità e accettazione delle diversità. L’interculturalità nel Perú: Questa appare nei settori esclusi, emarginati del progetto di modernizzazione del paese. La realtà del Perú è molto complessa. Indigeni o autoctoni: 45 a 60 % (52.5%) Meticci o creoli ... : 20 a 33 % (26.5%) Bianchi……………: 10 a 15 % (12.5%) Afro ………………: 04 a 10 % (07.0%) Asiatici ……………: 01 a 02 % (01.5%) Classi Sociali Classe Alta ( bianchi) Classe Medio-alta ( i meticci) Classe Medio-media ( i meticci) Classe Medio-bassa( gli indigeni, meticci) Classe Bassa (gli indigeni, meticci). Alcuni dati del Perú: Il Perú è un paese ricco nel senso storico, culturale e materiale: siamo discendenti di un grande Impero, le loro opere si possono vedere e ammirare tuttora. Abbiamo la costa, le belle montagne e la foresta amazzonica. Il Perú era il primo produttore di farina di pesce a livello mondiale fino a 1970, abbiamo tanti minerali, abbiamo ancora l’oro e l’argento. Abbiamo il petrolio, gas naturale, ecc. Il Perú ha offerto all’umanità: le patate, il grano turco, pesce, ecc. minerali; in medicina: la lidocaina, un anestetico adoperato ogni giorno, il chinino per la malaria, ecc. Il Perú ha ricevuto tanti regali: la fede, la scienza occidentale, i prodotti alimentari, ecc. E’ stata positiva la presenza di gente d’origine africana dal 1550 in poi. Il secolo scorso è arrivata gente asiatica ed europea, senza contare gli spagnoli presenti da ben 300 anni. Ma: Il Perú ha vissuto 500 anni di dominazione dei bianchi (spagnoli, europei, ed altri). La cultura peruviana autoctona è stata rifiutata e disprezzata. L’occidentalizzazione ha influito sullo sviluppo del paese in due sensi: positivo e negativo. In questi ultimi 35 anni abbiamo avuto tanti cambiamenti, ma non siamo stati capaci di seguire la velocità dello sviluppo. C’è il fenomeno della migrazione a causa del terrorismo, dell’abbandono delle zone rurali, dei cambi climatici. L’indipendenza del Perú nel 1821. Abolizione della schiavitù nel 1860. Le guerre con i paesi limitrofi. La presenza forte degli Stati Uniti in tutta l’America. Nel Perú, l’interculturalità nasce dalle minoranze, dallo sfruttamento della madre terra. La modernizzazione nel Perú favorisce soprattutto i ricchi e fa diventare i poveri, ancora più poveri, crea più discriminazione culturale, una forte iniquità sociale, grandi tensioni, quindi si dovrebbe ridefinire i criteri della modernizzazione e della democrazia. L’identità indigena sta diventando una nuova identità politica. La lotta di classi sociali, il proletariato, ecc. va perdendo terreno. Ma nel Perú non si vedono movimenti forti come la Conaye oppure il movimento indigeno in Bolivia: loro hanno l’intenzione di arrivare al potere e trasformare il paese. Possiamo dire che nel Perú non c’è l’interculturalità, o esiste a livello di discorso. Si potrebbe dire che ci sono alcuni esempi incipienti come con la musica, con la preparazione di professori bilingue a Loreto, ma il problema grave è che la società civile e i partiti politici non vogliono vedere ciò che è evidente. Il più triste è che il meticcio non accetta di essere indigeno, e bianco non lo è, questo fenomeno blocca tutta una riflessione, un atteggiamento collettivo. Jorge Basadre (Storico 1903-1980) diceva del Perú: “Il Perú è un paese con tante fratture, senza vasi comunicanti fra le sue collettività, composto da una serie di compartimenti stagni, di strati sovrapposti con soluzioni di continuità”. Lui stesso diceva: “La diversità culturale non è un problema, ma una possibilità. Il problema non è tanto nella diversità, ma nel modo di concepirla”. Condizione essenziale è il dialogo, ma un dialogo allo stesso livello, altrimenti non è un dialogo. L’interculturalità in riassunto è un compito, una sfida, per il momento non è una realtà in Perú. Nel mondo della globalizzazione l’interculturalità diventa più difficile. La mia esperienza di vita Come indigeno: nella mia famiglia, la lingua materna è il “quechua”. Viviamo vicino alle rovine degli Incas, vediamo ed ammiriamo le loro case, le loro opere. La loro cultura possiamo vederla all’interno dei nostri cuori. Nella musica, nei racconti, nella concezione di Dio e della natura. La mia vita nella società pluriculturale: là sulla montagna a 3.370 metri di altitudine, c’era più unità culturale, più tradizione che si sta perdendo come la lingua. Gli studi nella Università a Lima sono stati una bella esperienza, con gente di tutto il Perú. La U.N.M. San Marcos, ci offriva la realtà cruda e difficile del Perú, allo stesso tempo ci faceva vedere la potenzialità, la capacità dei giovani peruviani, il pregiudizio interno e profondo nelle persone e nella collettività. Nella costa, nella montagna oppure nella foresta sono sempre Hernán, con la mia musica, con la mia lingua, e con la mia cultura. “Kaitrwpis, maitrwpis, wanka walashmi kani”! L’interculturalità in America Latina: per incominciare bisogna dire che l’interculturalità come concetto appare incorporato o unito nell’agenda politica dei movimenti indigeni dell’America Latina. Non è un concetto da accademia, è parte della richiesta degli indigeni dell’America Latina. A volte si usa la parola multiculturalità e interculturalità con un senso similare. E’ comune vedere nelle manifestazioni pubbliche dei movimenti indigeni: “Vorremmo creare uno stato multiculturale, una educazione bilingue interculturale”, sono richieste giuste che sono là. Quando si parla dei movimenti indigeni si accenna a tutti i movimenti che sono apparsi con un ruolo da protagonisti importanti nel continente come quelli in Bolivia, Chiapas in Messico, La Conaye nell’Ecuador; il Perú, è un caso sui generis, ci sono tante ipotesi che vorrebbero spiegare il perché non c’è un movimento etnico forte come quello del Cile con i Mapuches. In A.L. c’è tanta acculturazione e tanto disprezzo per coloro che sono rimasti fuori. D’altra parte c’è anche una ridefinizione delle identità, in cui non c’entrano le vecchie categorie. Nei casi di Bolivia, Ecuador o Guatemala, le identità di indigeno si autoaffermano: Mayas o come autoctoni. Nel caso del Perú, le identità sono più amalgamate e più mescolate. In A.L. l’interculturalità è diventata un tema importante a livello etico politico, a tal punto che nel Perú è stata incorporata nella costituzione. Però bisogna analizzare se questa parola, diventando ufficiale, è rimasta soltanto un discorso oppure ha determinato qualcosa di concreto per aiutare il gruppo minoritario? L’interculturalità deve avere una politica liberatrice, e non soltanto a livello tecnico pedagogico, certamente necessario ed utile. Il discorso della interculturalità istituita ha i suoi vantaggi e svantaggi: Vediamo. Nel Perú a livello giuridico formale si è fatto qualcosa, per esempio: l’articolo 2, comma 19 della Costituzione Politica del 1993 afferma: “Lo Stato riconosce e protegge la pluralità etnica e culturale della Nazione”. Nel articolo 17 si riconosce che lo Stato “fomenta l’educazione bilingue interculturale secondo le caratteristiche di ogni zona”. L’articolo della Legge Generale d’Educazione 28044 Luglio 2003 afferma: “L’Educazione interculturale si offre a tutto il sistema educativo”. Ma, il problema è a livello di pratica. Lo Stato e la gente restano tranquilli, passivi, perché c’è una legge che li protegge, ma non si fa granché per trovare un soluzione armoniosa dell’interculturalità, quindi la legge diventa non efficace, non operativa. Credo che ogni persona ha la responsabilità come cittadino di una società di collaborare effettivamente e affettivamente per la costruzione di una Nazione, di un continente e del mondo. La multiculturalità: cerca l’annessione fra le culture, la loro sovrapposizione, assieme, ma non mescolate. Co-esistenza. Acculturazione: può rappresentare un passaggio dall’assimilazione all’integrazione. La globalizzazione: ci sono tante definizione di globalizzazione, ma ne prenderemo solo alcune per capire meglio. Con questo termine si vuole indicare un fenomeno di progressivo allargamento della sfera delle relazioni sociali sino ad un punto che potenzialmente arriva a coincidere con l’intero pianeta. Da questo punto di vista la globalizzazione delle relazioni economiche, finanziarie e la globalizzazione delle comunicazioni (compresa l’informatizzazione del pianeta) rappresenterebbero due chiare esemplificazioni dell’idea più generale di globalizzazione. Il mondo francofono preferisce dire “mondializzazione”. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, la definisce così: “Un processo attraverso il quale i mercati e la produzione nei diversi paesi diventano sempre più interdipendenti, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia”. Ma, questo fenomeno si sente, si vive, si soffre, in tutto il mondo. Particolarmente, in Perú e A.L. si sente la presenza degli Stati Uniti, come un grande impero senza frontiere, senza limite, senza religione. Il grande mercato è controllato da questo impero. La Chiesa e l’Interculturalità: Come dicevo nella premessa, Dio ci parla, nel senso che tutti noi siamo fratelli, abbiamo un solo Padre, un solo Maestro, Gesù Cristo. Nei documenti della Chiesa – le Encicliche Sociali – si parla della maniera di vivere l’interculturalità. Per esempio, la RN 21, parla della Fraternità cristiana, “per mezzo dell’amicizia e dell’amore fraterno, perché loro conosceranno e sentiranno che tutti gli uomini hanno origine da Dio, Padre comune, che tutti tendono a Dio, … e con Cristo Signore, primogenito fra molti fratelli, sono congiunti col vincolo di una santa fraternità”. PT, al numero 52, parla del “Trattamento delle minoranze”: “Per diverse cause non riesce a far coincidere i confini geografici con quelli etnici; ciò dà origine al fenomeno delle minoranze e ai rispettivi complessi problemi. Va affermato nel modo più esplicito che un’azione diretta a comprimere e a soffocare il flusso vitale delle minoranze è grave violazione della giustizia; e tanto più lo è quando viene svolta per farla scomparire”. La “Octogesima adveniens” al numero 16, parla delle discriminazione di diritto o di fatto, a causa della loro razza, della loro origine, del loro colore, della loro cultura, del loro sesso o della loro religione. “La discriminazione razziale riveste in questo momento un carattere di più forte attualità, a motivo che essa si solleva tanto all’interno di certi paesi quanto sul piano internazionale”. La presenza di congregazioni e Istituti multiculturali in cui viviamo ci interpella fortemente: con il messaggio di Cristo, tutti abbiamo una dignità come figli dello stesso Padre. L’evangelizzazione, per la stessa natura dell’uomo e in virtù del dinamismo dell’Incarnazione, è sempre storicamente situata e chiamata ad interagire con culture le più diverse. Quindi comprendiamo bene l’attenzione che le diverse Chiese hanno fatto, dopo il Concilio Vaticano II, a un processo d’inculturazione dei riti liturgici. Cristo nell’incarnazione assume la condizione umana tutta intera. La Chiesa stessa va all’incontro con una cultura diversa, si arricchisce, cresce. Il fatto di avere una lingua nazionale o locale per le celebrazione liturgiche in cui tutti possano capire, è un incontro con Dio e con la gente. In Perú, la liturgia si celebra in spagnolo, quechua, e aimarà. Non c’è stata una acculturazione sufficiente, cioè non si sono ancora assunti i valori, i sentimenti degli indigeni. Allora c’è una sovrapposizione di convinzioni, credenze e di tradizioni. Quindi spesso si parla della “rievangelizzazione” per assumere le sane credenze. La Teologia della Liberazione è stata una risposta del momento storico del Perú e dell’A.L., per vivere come peruviani il messaggio di Cristo; purtroppo si è caduti nelle esagerazioni di certi valori, come la povertà materiale, perdendo la Luce vera di Cristo. Ad ogni modo non c’era una deviazione nella dottrina come qualcuno ha detto. Si voleva una Chiesa più povera, povera come le classi emarginate, come gli indigeni, come i dimenticati. Credo che ognuno di noi, fa l’esperienza dell’Inculturazione, nelle nostre case, nelle nostre congregazioni, nei nostri Istituti. Partendo dalla definizione vista all’inizio, è necessario ed urgente un dialogo fraterno e caritatevole fra i religiosi(e), dove ci siano delle condizioni essenziali come l’uguaglianza di figli di Dio, senza complessi di superiorità e d’inferiorità, riconoscendo che siamo diversi, non inferiori, non superiori agli altri, siamo diversi ma con la stessa dignità. Come ho vissuto l’interculturalità nella prassi quotidiana durante 20 anni di professione religiosa? La mia esperienza di vita comunitaria internazionale, interculturale, è stata positiva. Abbiamo tanti documenti sulla vita comunitaria, sulla fraternità, sulla carità, come uno Stato ha le leggi, ma la prassi, non è tanto bella come gli scritti. La mia esperienza nella formazione è stata un po’ superficiale; invece nella missione ho potuto godere, soffrire ed offrire a Dio questa vita comunitaria, cosi eterogenea, interculturale, internazionale, con tanti doni e limiti. Credo nel dialogo fraterno come cammino per la interculturalità, un dialogo con la presenza dello Spirito Santo. Non posso negare la discriminazione razziale e culturale che ho vissuto nell’Istituto, credo che sia un modo di purificazione per vivere l’interculturalità. La povertà nella vita religiosa Povertà: Non è semplice cogliere il significato più profondo delle cifre relative alla povertà che troviamo sui quotidiani, sui libri o suoi rapporti nazionali ed internazionali. Dietro ad ogni cifra, ad ogni numero, si nascondono teorie, assunzioni, semplificazioni e omissioni di cui dobbiamo essere consapevoli se vogliamo interpretare e comprendere correttamente queste cifre. Queste cautele sono ancora più necessarie nel caso della povertà da un lato, perché è la stessa espressione “povertà” che si rivela problematica e ambigua e, dall’altro, perché dietro ad ogni cifra sulla povertà si nascondono vite umane caratterizzate da situazioni di miseria e di sofferenza. Povero, nel senso comune, è chi non ha, o non ha abbastanza, o ha meno rispetto ad altri. Ma, in concreto, povero è chi non ha “che cosa”? Ovvero: la mancanza di cosa determina l’esistenza di una condizione di povertà? A questo primo quesito economisti, statistici, sociologi, nutrizionisti, filosofi e storici forniscono risposte diverse, spesso molto dissimili tra loro. La povertà nella vita religiosa cammina assieme ad una cultura. Se vediamo la letteratura sulla povertà possiamo riempire una biblioteca grande e ricca come il Vaticano. A. La povertà come condizione determinante per seguire Dio: Nella premessa ho scritto due passaggi biblici nei quali Dio è chiaro e ci chiama a rinunciare a quanto abbiamo di caro e a rinunciare soprattutto ai propri beni. Lasciare il padre, la madre, il paese, ecc. e rinunciare ai beni materiali e alle proprie idee, per avere l’unico tesoro, che è Dio. Dio mi chiama in un modo personale, e la risposta a Dio è mia, ma, non vivo da solo, vivo in una comunità dove ci sono altre persone che sono chiamate come me e ciascuno risponde per conto proprio. Abbiamo l’esempio di San Francesco d’Assisi e in Perú, San Martin de Porres. Cosa ci dicono questi Santi? Non si può servire a due padroni. Parlare di questo tema agli economi mi sembra difficile. B. Povertà e Carità. L’amore preferenziale della Chiesa per i poveri è scritto mirabilmente nel Magnificat di Maria. Il Dio dell’Alleanza cantato nell’esultanza del suo spirito dalla Vergine di Nazaret, è insieme colui che “rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili … ricolma di beni gli affamati, e rimanda i ricchi a mani vuote … disperde i superbi … e conserva la sua misericordia per coloro che lo temono” (Lc 4, 18). Maria è profondamente permeata dello spirito dei “poveri di Jahve”, che nella preghiera dei Salmi attendevano da Dio la loro salvezza, riponendo in lui ogni fiducia. (Redemptoris Mater n. 17) “Se un fratello o una sorella sono nudi”, dice San Giacomo, “se mancano del sostentamento quotidiano, e uno di voi dice loro: “Andate in pace, riscaldatevi, sfamatevi”, senza dar loro quel che è necessario al loro corpo, a che servirebbe”? (Gc 2, 15-16). Oggi, nessuno lo può ignorare: in interi continenti, innumerevoli sono gli uomini e le donne tormentati dalla fame, innumerevoli i bambini sottonutriti, al punto che molti di loro muoiono in tenera età, e la crescita fisica e lo sviluppo mentale di parecchi altri ne restano compromessi, regioni intere sono per questo condannate al più cupo avvilimento” Populorum Progressio, n. 45) E’ ovvio che il dovere, sempre proclamato dalla Chiesa, di aiutare chi si dibatte nell’indigenza e nella miseria deve essere maggiormente sentito dai cattolici, trovando essi un motivo nobilissimo nel fatto che sono membri del corpo mistico di Cristo: “Da questo – proclama l’apostolo Giovanni, abbiamo conosciuto la carità di Dio, perché egli ha dato la sua vita per noi e anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Chi avrà dei beni di questo mondo, e vedrà il suo fratello in necessità, e chiuderà le viscere, come la carità di Dio dimora in lui?. (I Gv 3:16-17) Mater e Magistra, n. 146. La povertà non è l’unico comandamento da osservare, abbiamo la Carità. La povertà ha il suo posto, così come la Carità. C. Povertà e Missione: Tante volte mi chiedo quale sia la cosa principale che devo portare io come missionario. Io del Terzo mondo, io un indigeno?. La risposta che trovo è: l’Amore, la Carità e la Misericordia che vengono da Dio, e ciò che lui mi ha regalato. Lui mi ha dato gratuitamente e devo dare gratuitamente. Ma, ecco, non sono da solo, sono in comunità dove non tutti siamo peruviani, non tutti pensano come me, non tutti hanno la stessa forza fisica come me, non tutti hanno i limiti come me. Io ho il diritto e il dovere di rispondere a Dio e alla missione, anche l’altro ha diritto e il dovere di rispondere a Dio e alla Missione. E’ necessario un rispetto reciproco fondato nella Fraternità e nella donazione totale a Dio. Il dialogo sincero ed aperto è l’unico modo di camminare assieme, come figli di Dio, e come comunità. Quando uno si sente superiore all’altro, oppure si sente inferiore all’altro; quando si crede che una cultura è superiore all’altra, non si può camminare assieme, si fa finta di fraternità, ma non è una comunità liberatrice, quindi il religioso(a) non cresce, anzi, si svilisce! Nel mondo oggi, vogliamo FARE tante cose, vogliamo dare cose materiali, per la semplice ragione che è gratificante. Ma la gratificazione dobbiamo cercarla in Dio. Ci piace lavorare per i poveri, per gli indigeni, per gli afro, ma si dovrebbe lavorare con loro. Alcune volte i poveri sono oggetti della missione. Lavorare come loro? Noi del Terzo mondo non abbiamo tanti beni da dare, ma abbiamo altre ricchezze che possiamo condividere con la gente, ma vorremmo fare, come fanno i bianchi o gli europei. Ecco la nostra povertà. Dopo un lungo periodo di formazione a volte perdiamo la nostra identità, e nel mondo globalizzato è facile perdere l’identità culturale, anche l’identità personale. D. Povertà come solidarietà e condivisione: Il Perú e l’A.L. non sono poveri, anzi hanno tante ricchezze, ma non sono distribuite bene. Del Perú qualcuno ha detto “il peruviano è un mendicante seduto in una sedia d’oro”. Una cultura è come una persona che nasce, cresce, fiorisce e marcisce. Il missionario è colui che aiuta a crescere; ma, dando gratuitamente abitua la gente alla passività, alla pigrizia, alla vita facile. Ripeto, per il missionario è più gratificante dare cose che dare sè stesso. Il missionario è colui che vuole condividere la sua fede, ma ha anche tante cose da imparare. La condivisione non è soltanto del missionario o del religioso, è anche la condivisione della povertà della gente. La povertà è anche imparare i valori della gente povera, come l’accoglienza, l’ospitalità, il sapere offrire il migliore allo straniero. Quando parliamo del Perú e dell’A.L. spesso parliamo della povertà, dell’ingiustizia dei poveri, dell’ignoranza, delle malattie, ecc., sarebbe buono anche vedere le cose positive, le ricchezze per esempio, allora la visione del Perú sarebbe più completa. E. Medellin, Puebla e l’opzione per i poveri, per una Chiesa povera. F. Gustavo Gutierrez, Leonardo Boff: TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE Gustavo Gutierrez ci spiega la Teologia della Liberazione dal punto di vista della povertà cristiana come un atto di amore e di solidarietà con la protesta del povero contro la povertà. La povertà come un atto d’amore e liberazione. Con un valore redentore. La povertà cristiana significa l’impegno di solidarietà con il povero, con coloro che soffrono la miseria e l’ingiustizia. Parlando di povertà, non possiamo, né dobbiamo dimenticare la fiducia nella Providenza. Se abbiamo consacrato le nostre vite, se abbiamo accettato di morire per Lui, è Dio che ci penserà; ma ciò non vuole dire passività, pigrizia, e usare male i beni. Povertà Apostolica delle Carmelitane: 1.- Cosa s’intende per povertà “apostolica”? a.- Esseri poveri alla maniera degli apostoli, per “aiutare” Cristo nell’opera di salvezza. b.- In che consiste lo stile di povertà vissuta dagli apostoli? - L’imitazione della povertà di Cristo. - L’imitazione della povertà degli apostoli - La povertà apostolica nelle nostre regole. 2.- Alla base di tutto: l’abbandono assoluto alla Providenza. a.- Fondamento dell’attitudine di abbandono. - Tutto appartiene a Dio e tutto deriva da Lui. - Dio ci dona quello che ci occorre. - il suo amore - la sua saggezza - la fedeltà alla promessa. b.- Vero significato dell’attitudine di abbandono 3.- Questione delle rendite, una questione apostolica - come assicurare il minimo di sicurezza materiale che necessita un Istituto? - Il lavoro secondo San Paolo. - Una buona amministrazione. La mia esperienza di povertà nella vita religiosa Ho lavorato 15 anni in R. D. del Congo. Come fratello medico, il mio apostolato evidentemente era all’ospedale. L’ospedale aveva 50 letti, sala operatoria, laboratorio, servizio d’ospedalizzazione, maternità e amministrazione. C’erano le entrate con cui si poteva pagare il personale (anche me), la farmacia girava da sola, cioè si vendevano i medicinali e poi si compravano. Le spese straordinarie erano coperte con l’aiuto degli amici, la grande maggioranza europei. A quanto ammontavano questi aiuti ogni mese? Ecco, è questo che volevo condividere con voi: l’aiuto consisteva in soli $ 200,00. Sono riuscito a diminuire le spese ed aumentare le entrate da parte della gente del posto. Era mia convinzione che alla mia partenza la gente del posto non avrebbe potuto continuare a portare avanti una struttura grande e costosa. Adesso l’ospedale continua, c’è un Fratello infermiere messicano giovane, che con grande dinamismo e saggezza continua questo impegno. Avevamo una sterilizzatrice che funzionava a legna, portata all’ospedale dalla gente: si sterilizzava tutto il materiale per la sala operatoria; così abbiamo lavorato e salvato tante vite, con poche complicazioni ed infezioni. Potevo fare una laparotomia a cielo aperto in qualunque posto. Avevo capito che non era tanto il locale, ma il materiale di sala operatoria che aiutava al successo degli interventi. Certamente un apparecchio di radiografia sarebbe stato utile, senza dubbio, ma quanto costava? In Europa come hanno lavorato prima che inventassero i Rx.? In Perú, come ho lavorato? Perché non posso tentare di lavorare come la gente del posto? In parte l’ho fatto e sono contento. Ero uno straniero, ho tentato di rispettare la loro struttura, la loro cultura. Grazie mille!!! |
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