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| P.GIOVANNI DE MARCHI |
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| Scritto da P. Giovanni Tebaldi | |
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Padre GIOVANNI DE MARCHI (1914-2003)
Era da poco scomparso il Fondatore Beato Giuseppe Allamano, quando Giovanni De Marchi, il 15 novembre 1926, entra nel piccolo seminario di Camerletto.
La sua vita è un intreccio di coincidenze e di appuntamenti: proviene da un piccolo paese di Belluno, Riva d’Arsiè, diocesi di Padova, dove è nato il 21 luglio 1914, frequenta le elementari a Casale sul Sile nel Trevigiano, comincia gli studi a Camerletto, e li prosegue Torino fino al 1932. È a Rosignano per il noviziato (1932-1933), a Roma per i corsi di filosofia e teologia al Pontificio Istituto de Propaganda Fide, e di licenza in S. Scrittura al Pontificio Istituto Biblico (1933-1942). È ordinato sacerdote a Roma il 13 marzo 1937. Durante la guerra è direttore del seminario teologico di Torino, poi direttore della casa di Roma. Negli anni 1943-1951 è superiore e direttore del Portogallo, quindi degli USA. Dal 1963 al 1970 lavora nella diocesi di Nyeri come segretario del vescovo Carlo Cavallera; e dal 1970 al 1982 è il primo missionario della Consolata che ritorna in Etiopia dopo l’espulsione.
A un colpo d’occhio si direbbe un girovago, se non avesse alle spalle garanzie solide, che si realizzeranno puntualmente negli anni futuri. Un giudizio prima della ordinazione lo qualifica come: «Ottimo in tutto, puntuale, preciso, il vero tipo dello studioso, si adatta a qualsiasi ufficio e dovere, nello studio delle lingue potrà fare onore all’Istituto. E’ un po’ distratto e non si accorge che ha una gran bella mente. È povero, non possiede nulla di nulla, si accontenta di tutto, tutto per lui va bene». Non si tratta di un rinunciatario: accetta la sfida con la vita e l’affronta con grande intensità e coraggio, con naturalezza, senza calcolo, senza angoscia, sicuro che per ogni evenienza c’è una soluzione.
P. De Marchi e l’apertura IMC in Portogallo È il caso del Portogallo: un paese che i missionari della Consolata conoscevano indirettamente dal Mozambico e che avrebbe potuto diventare un campo di grandi speranze.
Il bollettino ufficiale dell’anno 1943 riporta, tra gli atti del consiglio, la notizia della erezione di una casa in Portogallo: «A conclusione delle pratiche iniziate nel 1942 tramite la Santa Sede, per l’apertura di una Casa dell’Istituto in Portogallo - si legge - il Padre Giovanni Demarchi fu inviato dall’Istituto per stabilire i primi contatti coi vescovi di quella Nazione…».
Il 10 giugno 1943, va ad ossequiare il vescovo di Aveiro, Dom João Evangelista de Lima Vidal, il quale si dice contento che venga eretto un seminario missionario nella sua diocesi.
La stessa disponibilità egli trova nel colloquio con il vescovo di Leiria, Dom José Alves Correia da Silva. De Marchi arriva al piccolo villaggio di Fátima come un pellegrino solitario; è ospitato dalle sorelle Soledade e Rosina Freitas che gli danno lezioni di portoghese. Nei momenti di maggior quiete intraprende a scrivere due storie romanzate, “Titiri” (1945) e “La figlia di Bramane” (1946). Aventino Oliveira, che gli è stato accanto fin dai primi giorni, ricorda come la gente di Fátima seguisse quel giovane prete con la barba nera percorrere le strade dei paesi vicini su una vecchia bicicletta e recarsi ogni mattina alle cappelle per celebrare la messa, e a trovare amici disposti a contribuire all’acquisto di un terreno. Il contatto dapprima silenzioso e fatto di sguardi diviene subito dialogo tra amici.
Il 3 ottobre 1944, prima di iniziare i lavori di costruzione, apre il piccolo seminario dedicato a S. João Brito, per una dozzina di ragazzi, in una casetta vicina alla “Pensione 13 maggio”, a ricordo dell’apparizione della Madonna ai tre pastorelli, Lucia, Jacinta e Francisco. Comincia a scrivere su Fátima e le apparizioni: “Foi aos pastorinhos que a Virgem falou”, Seminário das Missões de N.a Senhora de Fátima, Cova da Iria, Fátima, 1945; The Crusade of Fatima, Minnesota 1948; Fatima, The Facts, Cork 1950; The Shepherd of Fatima, N.Y. 1952; The true Story of Fatima, Minnesota 1956; The true Story of our Lady of Fatima - The Immaculate Heart, N.Y. Ma la sua opera principale è “Era uma Senhora mais brilhante que o sol” con 18 edizioni in Portoghese, 15 ed. in Italiano, 13 ed. in Inglese, 11 ed. in Spagnolo, 8 ed. in Francese e una in Polacco, a cura di p. Witold Malej, Matka Najiswi rozmawiaa pastuskami (1988). Nel luglio 1946, il Da Casa Madre accenna all’articolo di De Marchi sull’ Osservatore Romano della Domenica con un accenno “alla Casa del nostro Istituto, la sola comunità religiosa residente a Fátima”. Collabora con riviste e giornali americani e irlandesi. “The Innocents of Fatima” è un suo articolo apparso su Catholic Digest di ottobre 1952.
Nel 1949 p. De Marchi accompagna la Madonna Pellegrina negli USA, e, grazie ad amici e benefattori, raccoglie fondi per la costruzione del seminario. La prima parte viene inaugurata dall’arcivescovo di Aveiro mons. Giovanni Evangelista de Lima Vidal. Adesioni di benevolenza pervengono a p. De Marchi anche dal Mozambico. Il 6 gennaio 1950, il cardinale Teodósio Clemente de Gouveia, arcivescovo di Lourenço Marques, scrive: «Rev.mo P. De Marchi, a lei e a tutti i suoi cari Confratelli e alunni mando un’affettuosa benedizione con i miei ringraziamenti. Creda che accompagno con simpatia e interesse il suo sforzo e la sua tenacia per fare mettere radici alla Congregazione in Portogallo e dare missionari portoghesi all’impero portoghese. Le mie sincere congratulazioni!».
Intanto l’opera si estende ad altre località del Portogallo. P. De Marchi può fare conto su una nutrita comunità di padri: Bosio L., Bianchi A., Bollino G., Bonino P., Cavallera L., Gaudissard G., Maggioni F., Mongiano A., Morando G., Ori L., Peirone F., Zecchinelli U., Fr. Brunero Michele.
Ormai la presenza dell’Istituto è assicurata in Portogallo: al 31 marzo 1948 gli allievi del ginnasio e liceo sono 35. Dopo avere partecipato al Capitolo del 1949, P. De Marchi si reca negli USA, visita le missioni d’Africa, prepara materiale di propaganda, invia aiuti alle popolazioni del Kenya oppresse dalla guerriglia Mau Mau; negli USA tiene conferenze a Detroit, Pittsburgh, Boston; fonda il bollettino Rainbow Mission News. Nel maggio 1950 ritorna in Portogallo. Scrive il Da Casa Madre di aprile 1950: «Grazie all’opera ardimentosa di p. De Marchi nelle principali metropoli degli Stati Uniti e Irlanda, la costruzione del nostro Seminario continua senza sosta».
Padre De Marchi Missionario in Kenya Era venuto per lui il momento di fare il missionario in Africa. Il Kenya sarebbe stato il suo campo di lavoro. È probabile che il vescovo Carlo Cavallera, conoscendo le capacità di P. De Marchi e nell’urgenza di ricostruire la diocesi sui resti della guerriglia Mau Mau, si sia rivolto alla direzione generale per averlo accanto a sé. Le decine di scuole “harambee” che erano state costruite nella diocesi, i dispensari, le “prayer houses”, i catechistati avevano bisogno di aiuto e di fondi. P. De Marchi era l’uomo adatto, grazie alla vasta ragnatela di amicizie e alla sua dedizione. Egli divenne il punto di riferimento di molte iniziative diocesane come chiese, asili, scuole, movimento giovanile e scouts. Una iniziativa soprattutto gli fu cara, quella dei volontari “Peace Corps”, bisognosi di un aiuto spirituale e morale per inserirsi in alcuni settori della chiesa, come l’insegnamento e la gestione della libreria.
Il sogno dell’Etiopia
La diocesi di Nyeri allora comprendeva i territori che sarebbero diventati a loro volta autonomi: al nord si estendeva la vasta area di Marsabit confinante con l’Etiopia, quella che nei primi anni era stata teatro delle spedizioni condotte da P. Angelo Dal Canton. La possibilità di riportare i missionari della Consolata in Etiopia non era priva di fondamento. Come cittadino americano egli avrebbe usufruito di vantaggi. In una lettera al superiore generale P. Domenico Fiorina prospettò la possibilità del “rientro” dei missionari della Consolata. Fece una veloce visita ad Addis Abeba dove ebbe colloqui con i responsabili della chiesa cattolica d’Etiopia, i quali sarebbero stati disposti ad un ritorno dei missionari della Consolata, ma sotto la veste di operatori sociali. Si ritornava ai passati giorni di Barlassina quando la presenza missionaria era camuffata da mercanti. Nel 1969 con il cambio di direzione, sembra diventare concreta la realizzazione del vecchio sogno. Il Superiore Generale P. Mario Bianchi informa i missionari di avere fatto una veloce visita all’Etiopia e di avere maturato la convinzione che sarebbe stato possibile rientrare “a servizio di una nobile Nazione, così cara al cuore di molti missionari”. Un “decreto” della direzione generale riapriva, dopo tre decenni di silenzio, le porte dell’Etiopia e si dava inizio all’opera di intervento nei centri per handicappati, bambini ciechi, lebbrosi.
Ma le cose conoscono il tramonto. Anche la salute di P. De Marchi cominciava a declinare. P. Aventino Oliveira, in un interessante articolo “in memoriam” riporta una confidenza fatta ad un confratello: «Quando non sarò più in grado di lavorare, Madonna fammi cieco, cosicché possa ritornare a passare il resto della mia vita a Fátima per ascoltare le confessioni dei pellegrini». Così avvenne. A Fátima, come era stato suo desiderio, morì il 1 gennaio 2003, nella festa di Maria, Madre di Dio. Aveva 88 anni, 69 di professione religiosa e 65 di sacerdozio.
Scrivono di lui…
P. Norberto Ribeiro Louro a nome del Consiglio Generale scrive al superiore regionale del Portogallo, p. Luís Tomás: «Benché la morte di p. De Marchi non ci abbia colti di sorpresa, tenendo conto della sua età avanzata e del suo stato di salute precaria, ci ha lasciato un impatto profondo e ha provocato in noi genuini sentimenti. Se è vero che la morte di ogni missionario della Consolata lascia in noi una sensazione simile, la partenza di p. De Marchi rappresenta per l’Istituto, per i Missionari della Consolata in Portogallo e per Fátima qualcosa di diverso e di molto caratteristico. Si tratta della partenza di un uomo veramente carismatico, una figura di missionario pioniere in tre continenti, capace di fare strada tra le più grandi difficoltà con naturalezza, e allo stesso tempo capace di nascondersi in una modestia senza pretese, nello spogliamento genuino e nell’ingenuità evangelica delle colombe e dei bambini. Il molto che ha fatto lo ha sempre considerato poco e insignificante. Ha avuto ragione nel non volere lasciare Fátima, dove lui, convivendo con il messaggio delle apparizioni della “Senhora mais brilhante que o Sol” e con la vita trasparente e semplice dei pastorelli a chi Lei ha paralato, si è lasciato modellare da quell’esperienza profonda; e con il nome della Signora di Fátima nel cuore e nelle labbra e la semplicità dei pastorelli nell’anima e nel suo modo di essere, è riuscito a penetrare nei cuori e negli ambienti ad altri vietati. Ragione hanno avuto i missionari della Consolata in Portogallo nel volerlo e nell’amarlo fino alla fine, senza delegare ad altri le cure che meritava e di cui aveva bisogno. Grazie! Che p. De Marchi riposi nella pace del Signore e che noi riusciamo ad essere degni eredi del suo stile di fare il bene”.
Con dedizione totale
“Padre Giovanni De Marchi era un uomo profondamente identificato con la missione. Egli viveva la sua vocazione missionaria con una dedizione radicale, senza sosta, senza paura, senza riposo. Aveva il dono speciale di stabilire contatti, fare amicizia e trasformare le persone in benefattori delle missioni. A tutti parlava delle missioni. Si può dire che era un mediatore e un ponte tra i benefattori e le missioni… A tutti parlava delle missioni opportune et importune. Le persone con le quali parlava rimanevano disarmate davanti alla sua semplicità e sincerità. Alle volte perfino i ricchi e potenti della terra soccombevano al suo incanto; non c’era mai in lui artificio o gesti studiati. Ed era così profonda l’impressione che lasciava nelle persone che rimanevano fedeli ed attaccate alle cause che lui proponeva. Dietro al suo aspetto semplice c’era la volontà di acciaio e la determinazione indomabile con cui perseguiva i suoi obiettivi e realizzava i suoi piani. Dal molto che ha realizzato potrebbe essere una persona ammirata e acclamata. Ma era un uomo senza la minima vanità, modesto e dimentico di se stesso. Non aveva cura della sua persona né della sua salute e della sua presentazione. Non ho mai conosciuto un missionario della Consolata, a cui si erano affidati tanti soldi. Eppure non era attaccato al minimo centesimo; viveva in totale spogliamento e autentica povertà. […] Ma era soprattutto un uomo di Dio e un grande devoto della Madonna di Fátima. Tanti ricordano come, anno dopo anno, giorno dopo giorno, non mancava mai alla recita del rosario nella Cappellina delle apparizioni o alla processione della Madonna. Sempre e dappertutto con il breviario e il rosario in mano. […] Crediamo che P. De Marchi sia una vera benedizione per noi. Colui che ha iniziato l’Istituto in Portogallo e ha lasciato una enorme quantità di amici e benefattori, ci permetterà di essere un punto di unione tra noi e loro”.
P. Luis Tomás, in Bolletino “Encontro”, gennaio 2003
Altre testimonianze
“Nel 1975 p. De Marchi mi diceva che quando non potesse più lavorare tornerebbe a Fátima perché voleva morire vicino alla Madonna di Fátima e nel giorno della sua festa. Ed è proprio capitato così. Ci lascia tanti esempi di vita missionaria. Soprattutto di distacco e amore ai più piccoli” (p. Joaquim Gonçalves).
“Ho sempre avuto una grande stima e ammirazione per p. De Marchi, ma questa stima è cresciuta dopo avere fatto un piccolo lavoro sui primi anni della Consolata in Portogallo. In contatto con le nostre fonti documentali, mi sono accorto delle capacità multiformi, che non avrei mai immaginato di trovare in un uomo e in un missionario così semplice e apparentemente ingenuo con il quale ero vissuto giorno dopo giorno. Che la sua memoria non sia dimenticata e che la sua vita ci sia di ispirazione” (p. Manuel Tavares).
“Siamo certi che P. Giovanni De Marchi vive insieme alla Madre Consolata e al Beato Giuseppe Allamano e che potrà ora intercedere e vigilare più facilmente su tutti i suoi missionari” (Teresa e Paulo, LMC in Tanzania).
“Mi sento emozionata, impressionata e triste al pensiero della sua scomparsa. Vi sono delle persone che sembrano fatte per segnare la strada al mondo” (Clara, una giovane di Alfena – Portogallo).
“Nel volto dei missionari si vedeva l’amore e la tenerezza che tutti avevano per p. De Marchi. In alcuni ho visto anche le lacrime che brillavano e scorrevano dagli occhi. Era una famiglia riunita a prestare l’ultimo omaggio al padre che tanto amavano e dal quale tanto avevano ricevuto” (Georgina Duarte, MMC, Lisbona).
“Ciò che P. De Marchi ha realizzato in Portogallo, Stati Uniti, Kenya e Etiopia ha segnato la vita di noi tutti. Nei cinque anni che sono vissuto con lui ho potuto ammirare il suo modo “irrequieto” di vivere la missione, il suo distacco totale e il suo costante pensiero alla missione” (p. Fernando Carneiro).
“Come Missionari della Consolata, abbiamo ora un’altra data da ricordare. Nel 1926 il Fondatore Beato Giuseppe Allamano dopo aver compiuto la sua missione partiva per la casa del Padre. Il 1 gennaio 2003, colui che ha cristallizzato il carisma della consolazione in Portogallo, p. De Marchi se ne va a contemplare il volto radioso e sereno del Signore. Che il seme della sua vita, ora gettato in terra, continui a produrre frutti di nuove vocazioni per la missione. Dal Brasile un abbraccio in solidarietà con tutta la grande famiglia IMC della regione portoghese, amici e benefattori (p. Albino Brás).
“È motivo di lutto per la vostra Regione la morte del caro confratello, P. Giovanni De Marchi. Sappiamo che cosa significhi per la nostra famiglia missionaria. Egli appartiene a quei pionieri che hanno dato tutto alla missione” (p. Francisco Lerma).
“Voglia p. De Marchi benedire i cammini nuovi e vecchi dei nostri Istituti e intercedere per nuove e sante vocazioni missionarie (sr. Cesariana Corioni, MC).
“Ho lavorato con lui in Etiopia. Credo che ora sia in cielo a organizzare un gruppo di solidarietà per i bambini etiopici… Sono certo che non mancherà di intercedere per quelli che tanto amava. Che la Regione del Portogallo per l’intercessione di p. De Marchi ottenga ciò di cui ha bisogno (p. Alvaro Palacios).
“Ho appena letto l’annuncio di morte di p. De Marchi… Penso alle sue qualità di pioniere in Portogallo, negli Stati Uniti, dove convissi con lui 2 anni, e in Etiopia. E anche in Kenya lasciò il suo segno. Una sola cosa aveva a cuore: la missione” (p. Giuseppe Inverardi).
“In un tempo relativamente breve, nel 1945 era pronto un libro sulle apparizioni mariane di Fátima: Era uma Senhora mais brilhante que o Sol. P. Giovanni si mostrò un narratore di penna facile, commosso, appassionato, brillante. Senza appesantirla, l’opera riuscì storicamente validissima. Ed ecco un successo da best-seller. Numerose le traduzioni. I testi, rielaborati dal padre, fissarono in modo indelebile la vicenda di Fátima (p. Giuseppe Mina).
(Per la ricostruzione della personalità e dell’opera di P. Giovanni De Marchi sono fondamentali i due servizi pubblicati in: “Fátima Missionaria”, febbraio 2003; e “Encontro”, gennaio 2003).
P. Giovanni Tebaldi |
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