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Padre Gruppo Sergio (1930 - 2002) PDF Stampa E-mail
Scritto da IMC Consolata   

Figlio di Giuseppe e Remonato Anna, nasce ad Arzignano, il 13 febbraio del 1930. Entra nell’Istituto nel 1947, emette la professione religiosa nel 1953 e viene ordinato sacerdote nel 1956. Lavora come assistente/professore per un anno a Bevera e poi viene destinato in Portogallo dove continua a svolgere lo stesso lavoro fino al 1966. Qui, dal 1958 frequenta l’annuale Settimana Gregoriana di Fatima ottenendo il diploma in canto gregoriano, emesso dal Centro di Studi Gregoriani di Lisbona, che lo abilita come professore di musica e organista nel Santuario di Fatima.
Dal 1966 al 1970 è professore di musica nel seminario teologico di Torino. Nello stesso tempo si specializza in canto gregoriano presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Milano. Mettendo il suo talento musicale al servizio della liturgia, dona al Portogallo la raccolta di canti Cantate Domino, all’Italia la raccolta di canti Canticum novum; alla Colombia la raccolta Cantemos al Dios de la vida; all’Ecuador una raccolta di canti religiosi indigeni.
Nel 1970 viene nominato superiore della casa di Varallo Sesia e dopo tre anni è di nuovo a Torino come Direttore Regionale di animazione missionaria. Nel 1979 viene destinato alla Colombia dove lavora come membro dell’équipe di Tocaima, in qualità prima di vice parroco della parrocchia e poi di parroco di Nariño-Guataquí. Dal 1984 al 1990 svolge il compito di maestro dei novizi, a Bucaramanga. Quindi si trasferisce in Ecuador e per cinque anni lavora nella pastorale prima a Punin e poi a Licto, nella diocesi di Riobamba.
Colpito dal morbo parkinsoniano, dal ’95 al ’97 si sottopone a cure mediche a Torino. Convinto di poter essere ancora utile alla missione, torna in Ecuador, ma dopo pochi mesi la malattia lo costringe a prendere atto della realtà e così torna in Patria e si ritira definitivamente ad Alpignano, ove compone l’ultima messa e dà in dotazione alla cappella della casa un pregevole armonium. Il suo lungo calvario, confortato dalla presenza costante della sorella Marisa, si conclude il 28 giugno, quando, alle 5 del mattino, raggiunge la Casa del Padre.
La messa esequiale viene celebrata il giorno successivo. Presiede la concelebrazione p. Emanuele Maggioni. Padre Claudio Brualdi, superiore regionale emerito della Colombia, offre la sua testimonianza. La celebrazione si conclude con il commiato officiato da p. Ugo Luise e le commosse parole di saluto di p. Mondin Ignazio.
Lunedì, 1° luglio, il feretro parte per Brugherio ove, nel pomeriggio, vi è la celebrazione esequiale e la tumulazione.
P. Giuseppe Villa


TESTIMONIANZA DEL P. GIUSEPPE MINA

Lo incontrai al suo approdo all’IMC nella casa apostolica di Vittorio Veneto, nel 1945, in piena seconda guerra mondiale. Ebbi modo di stargli vicino come padre spirituale. Era timido, aveva voglia di fare, e in fretta, corsi di studio già avviati, per diventare un valido Missionario della Consolata.
Anni duri, quelli, e non si tardò a mancar di cibo per gli allievi e ci si affidò ad ogni mezzo, pur di non chiudere, dato che dal Centro ci lasciavano liberi. In seguito io venni avviato tra i Fratelli Coadiutori a Comotto. Lo persi di vista. Ma mi rimase sempre viva la sua figura e personalità equilibrata, serena, espansiva e piena di voglia di vivere. So che venne ostacolato da malattie lunghe, che superò mediante virtù e pazienza, anche aiutato da sua madre, che fece di tutto per sostenerlo. Giunse così alla consacrazione per la missione, nel 1953 e all’ordinazione sacerdotale nel 1956.
Incontrandolo ebbi modo di vedere maturata una dedizione senza limiti e sempre più profonda nel suo cuore per la vocazione missionaria. Dico così perché, avendo da natura molti doni, specie quello della musica, del canto e dell’arte dei suoni, eluse opportunità offertegli dall’Istituto, per darsi a quei studi, a cui si sentiva attratto, per seguire il qui e adesso della missione nelle Case, come a Varallo Sesia, ove fu superiore.
Incontrandolo mi parlava della sua voglia di partire, sempre dilazionata. Poi venne inviato in Colombia. Fatto maestro dei novizi nel periodo che va dal 1984 al ’90, mi scrisse per averne delucidazioni. Soffrì non sentendosi compreso negli intenti.
Non sono in grado di poterne seguire l’iter, ma nel periodo in cui si trovò in Ecuador, visse “il nuovo pionieristico” in assoluto di sperimentazioni apostoliche. Rientrato per il male che doveva poi essere il suo calvario, quanto non fece per venirne fuori e rientrare in missione per ancora svolgere i suoi impegni di avanguardia!
Aveva intanto portato avanti una serie di contatti con la sua gente in Italia, contatti che andarono prendendo consistenza e poi portati avanti negli anni che lo vidi in Casa Beato Giuseppe Allamano. Imparò a servirsi del computer per leggere e scrivere; attività che portò avanti anche nel periodo natalizio e pasquale 2002, servendosi della mediazione di sua sorella Marisa, che sempre gli fu vicino. Padre Romolo Lumetti lo aiutò anche per la corrispondenza, quando, da tempo, più non poteva parlare, né muoversi, incapace di scacciarsi una mosca dal naso, ma sempre sereno, sorridente. Una specie di martirio…
La calura dell’estate, coi suoi capricci, gli rendeva difficile il respiro. Anche l’ostia santa per la comunione, gli divenne greve tentativo, che p. Genta, infaticabile, cercava di risolvere.
Si spense così, alle 5 del mattino, del 28 giugno 2002, anniversario della sua ordinazione sacerdotale.
… Rivedo i suoi testi di canto popolare colombiano, in edizione stupenda e accurata, che fecero e fanno epoca laggiù, ove canto, fede, morte e risurrezione sembrano accordarsi, nel tentativo di padre Sergio Gruppo, di far della vita un canto della missione.


TESTIMONIANZA DI P. ANTONIO BONANOMI

Per molti anni ho camminato assieme a p. Sergio Gruppo nel senso che la nostra vita è stata unita. Durante questi anni si è creata una grande sintonia di spirito e di idee fra lui e me.
Aveva iniziato a lavorare a Bevera come professore/assistente. Poi è andato in Portogallo e quindi è venuto come superiore a Varallo Sesia. Erano gli anni difficili del dopo Concilio. Da parte mia giungevo a Varallo, come formatore, con l’idea di rinnovare molte cose: togliere la veste, portare tutti alla scuola pubblica, dare una base umana più ricca alla formazione, cominciare una riflessione sulla nuova maniera di fare la missione.
Padre Sergio all’inizio rimase un po’ perplesso, anche perché questa impostazione aveva suscitato una forte reazione da parte di alcuni padri e professori della casa. Ed egli fece un po’ da paciere. Ci capivamo e ci volevamo molto bene. Con la sua saggezza e serenità, pur appoggiando il mio lavoro, limitava la mia irruenza e faceva da intermediario con i padri della casa. Questo suo atteggiamento favorì un profonda intesa reciproca. La sua presenza fu molto positiva per me personalmente e anche per il seminario. Lui difendeva la disciplina, l’ordine, la pulizia, l’organizzazione, ma accettava il rinnovamento.
Poi siamo andati insieme a Bedizzole e qui si sono formati i segretariati. Padre Sergio fu nominato responsabile del segretariato di animazione missionaria. I pp. Mura e Pellegrino erano responsabili del segretariato di animazione vocazionale ed il sottoscritto di quello della formazione. Gli incontri e la collaborazione con gli altri istituti missionari portarono alla creazione del Segretariato Unitario di Animazione Missionaria (SUAM) come spazio di riflessione sui nuovi temi e realtà attinenti a questi segretariati. Padre Gruppo per le sue doti di saggezza e capacità di mediazione fu scelto come primo segretario del SUAM.
In seguito i segretariati furono sciolti, ma il gruppo non perse i contatti e fra il 1975 e il 1978 abbiamo tenuto delle riunioni periodiche dove riflettevamo su una possibile esperienza di lavoro in équipe missionaria. Nel ’78 chiedemmo di andare tutti insieme in Colombia e così cominciò la nostra esperienza a Tocaima. Eravamo in cinque: A. Bonanomi, E. Roattino, S. Mura, V. Pellegrino e S. Gruppo. Abbiamo vissuto insieme per cinque anni anche se lavoravamo in paesetti diversi. Padre Gruppo lavorava a Nariño-Guataquí e, in considerazione del fatto che noi tutti eravamo piuttosto irruenti, mentre lui era il più calmo e organizzato, di comune accordo, lo abbiamo scelto come superiore del gruppo.
Furono anni meravigliosi. Passati cinque anni, l’équipe si sciolse e p. Gruppo fu nominato maestro dei novizi. In seguito io sono andato a lavorare a Toribio, fra gli indios e anche p. Gruppo è andato fra gli indios, in Ecuador. Quindi ci sentimmo legati in una riflessione su come fare una pastorale indigena comune. In sintesi potrei dire che fra di noi ci sono stati come tre spazi comuni: uno spazio di riflessione, di lavoro e di vita comune. Questi aspetti hanno legato le nostre esistenze.

La sua figura

Vorrei sottolineare tre aspetti di p. Gruppo:
1° una ricchissima umanità: era un uomo di un’enorme e a volte sofferta sensibilità. Sentiva le cose in profondità e lo esprimeva in molti modi: era molto attento ai dettagli: al compleanno, all’onomastico, alla salute. Alle volte gli dicevo: «Sei come una mamma»…, perché lui si preoccupava per il confratello che aveva sentito tossire o per quell’altro che andava a dormire troppo tardi…; addirittura mi veniva a spegnere la luce, a mezzanotte, per obbligarmi a riposare. Umanamente era ricchissimo.
Tale ricchezza diventava “ricchezza artistica”: era un musico e la musica gli suonava dentro. A volte tornava dalla visita a una vereda (villaggio) e si poneva subito a comporre perché da quella vereda, dal suo panorama, da quanto aveva vissuto gli era nata una musica dentro. Alla morte ha lasciato moltissimo materiale musicale che esprime la sua profonda e ricca sensibilità artistica.
Posso aggiungere di non averlo mai sentito parlar male di nessuno: la critica era estranea alla sua persona. In questo senso pativa molto una mancanza di delicatezza, uno sgarbo, le critiche che a volte ci facevano… Tutto ciò lo feriva fino a farlo quasi piangere perché sentiva che era una mancanza alla carità. Tuttavia, poco a poco, seppe dominare questa sensibilità e orientarla al servizio della carità. Il salto dall’Italia alla missione non gli fu certo facile: passava dall’essere un grande musico a dover lavorare con i poveri. Il suo, era il settore più povero della parrocchia e tuttavia, nei confronti dei poveri, seppe dimostrare una sensibilità e una delicatezza davvero encomiabili. In questo senso fu per me un esempio.

2° fu un buon discepolo di Gesù. Senza parlare tutto il giorno di Gesù, prendeva il vangelo sul serio. Il vangelo era la sua vita. Lo esprimeva con una preghiera ben fatta, una celebrazione dell’eucaristia ben fatta, l’attenzione ai poveri, la misericordia, la compassione, la passione per il Regno di Dio. P. Sergio eccelleva nella vita spirituale e mi era di grande esempio. Il vangelo per lui non era un libro: era una vita. Ridendo, a volte lo prendevo in giro dicendogli: «Sei come Natanaele», ossia un uomo in cui non c’è iniquità, non c’è malizia… ed era la verità. Per lui tutto era sì-sì, no-no. Per esempio, la scelta dei poveri non aveva niente di ideologico, ma era qualcosa che gli veniva dal cuore. Non era un ideologo, ma un testimone.

3° la passione missionaria. In questo l’ho ammirato molto perché seppe fare un grande cammino. Con p. Gruppo e altri, durante la teologia, abbiamo formato un gruppetto che ha dato vita alla rivista AMICO. Questo gruppetto incominciò ad aprirsi ai seminari diocesani, a ricevere o a sollecitare le lettere dei missionari ecc. Le ciclostilavamo e le mandavamo ai nostri seminari. Questo era frutto di una riflessione: definire la missione non da noi o dai libri, ma dalla missione e dalla vita. Se qualche merito ha avuto il nostro gruppo fu di obbligare l’Istituto pensare alla Missione. Il culmine di questa riflessione fu il Capitolo del 1975 che divenne “il Capitolo della Missione”, per eccellenza.
Noi pensavamo che fosse urgente vivere la missione in modo nuovo, per esempio lavorando in équipe. Ma anche con uno spirito nuovo: non identificare la missione con la propaganda missionaria e la sacramentalizzazione, ma ritrovarne la sorgente nell’evangelizzazione. L’équipe missionaria sarebbe stata lo strumento per testimoniarlo. E, nell’équipe, bisognava valorizzare la diversità dei carismi: sacerdoti, laici, suore.
Tutta questa ricchezza di idee fu riversata da p. Gruppo nel SUAM; da parte mia nel Centro Nazionale Vocazioni,… e questo divenne, poi, un contagio dentro e fuori l’Istituto.
In tutto questo p. Sergio ci mise molta riflessione e molta vita. Per esempio, ammirai enormemente come, arrivando a Tocaima, lui che era un grande musicista, praticamente rinunciò alla musica, nella misura che gli impediva di essere missionario. Rinunciò a tante cose, che sicuramente erano parte della sua sensibilità, proprio perché animato da questa passione per il Regno.
Ho ammirato p. Sergio: era un uomo molto umile, molto riservato, però per me fu un uomo straordinario nell’ordinario. Ho conosciuto e apprezzato molti missionari, ma p. Sergio era speciale per questa capacità di unire umanità, vangelo e missione.

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Domenica Missionaria

XXII Domenica TO
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“Perdere la vita per trovarla
nella via della croce”

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Missione Oggi

"Missio Ad Gentes" en el CAM - COMLA
1. Introducción
Pentecostés y el Nacimiento de una Iglesia Misionera
Me han pedido hablar, bajo el tema del Foro "Misión Ad Gentes", sobre la "Comunidad, discípula de Jesús". Quisiera comenzar con el Pentecostés que señala el nacimiento de la iglesia, la comunidad discípula de Jesús. Y hay que notar desde el comienzo che la Iglesia que nació en Pentecostés es una iglesia misionera. Esto queda de manifiesto en la descripción del evento de Pentecostés plasmada en los Hechos de los Apóstoles. Hay tres elementos que sobresalen en la misma: un viento impetuoso, las naciones de la tierra y las lenguas de fuego.
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