|
4 ottobre 2002 Carissimi missionari,
Questa lettera reca la data del 4 ottobre, giorno in cui la Chiesa fa memoria di S. Francesco, insigne testimone dell’ideale evangelico nei confronti dei beni della terra. Possa il “poverello di Assisi” ispirare a ciascuno di noi e alla nostra Famiglia, dovunque essa svolga il suo servizio missionario, la fedeltà al voto di povertà e il coraggio per trattare i beni materiali di cui disponiamo, con la sapienza insegnataci dal Beato Giuseppe Allamano e da lui vissuta.
Motivi di questo documento Perché questa nuova lettera sull’uso dei beni nella missione e quali sono i motivi che sottostanno all’invito fatto dal Decimo Capitolo Generale (XCG) di ritornare a trattare questo tema? Ne ricordo alcuni. Tutti i nostri ultimi Capitoli Generali hanno ribadito l’urgenza e la necessità che l’Istituto riveda i criteri che reggono l’uso dei beni materiali, quali dono di Dio ed espressione della carità dei benefattori (cfr. Cap. Gen. 1987, p. 50) al servizio della missione. Ci hanno inoltre messo in guardia da ogni disattenzione contro il voto di povertà e nella gestione dei beni (cfr. Cap. Gen. 1993, 19), esortandoci allo stesso tempo a mirare ad una maggiore radicalità nel vivere la povertà. Hanno invitato ad avvicinarci maggiormente alla vita dei poveri e ad attuare una maggiore condivisione dei beni tra noi e con gli altri (ibid., 54-55). Il XCG, infine, mentre confessa che esistono ancora forme di individualismo nell’uso dei beni della comunità e una ricerca di mezzi materiali che è a scapito di uno stile più evangelico di missione (XCG 31), invita le Regioni a porre rimedio ad eventuali abusi e la Direzione Generale a inviare un documento a tutto l’Istituto in cui si faccia «un forte richiamo sul modo di vivere la povertà e sui vari abusi riscontrati in ogni parte dell’Istituto e sinteticamente ricordati nell’analisi della realtà, e in base a quanto è stato detto e proposto nella assemblee capitolari». Ricorda infine che «La ricorrenza giubilare si presta a una appropriata riflessione su questo tema e a quelli collegati sulla condivisione, la perequazione, il distacco, l’utilizzazione dei beni destinati alla missione e ai poveri per lo scopo per cui sono stati donati, senza destinazioni indebite o eccessive e ingiustificate dilazioni» (XCG 34-35). Sta crescendo ovunque, tra le persone Consacrate, il bisogno di orientamenti chiari e forti di fronte ad un mondo che si avvia verso la globalizzazione, dove sovente la ricerca del profitto e del possesso a qualsiasi costo diventa uno stile di vita, mentre la sensibilità verso le persone povere si fa più esigua e dove il miraggio di un guadagno facile sta penalizzando i valori della persona e della società. I missionari che lavorano nelle periferie della società, a contatto con i più poveri ed emarginati, desiderano affinare sempre più il loro impegno a testimoniare il valore evangelico della povertà, realizzando un uso scrupoloso dei beni che la Provvidenza mette nelle loro mani, a favore dei poveri e per una coscientizzazione missionaria della Chiesa. Sono così sempre più numerosi questi missionari che si interrogano se non si debba essere più attenti alle sfide che provengono dal voto di povertà, e quale risposta dare alla Chiesa che ci esorta a riqualificare il nostro essere e operare nella missione. La stessa Unione Superiori Generali, nella sua assemblea di maggio 2002, ha voluto proprio sostare sul tema “Economia e Missione”, perché tanti Istituti sentono oggi l’urgenza di riflettere sul corretto uso dei beni in un mondo che va cambiando tanto rapidamente e di verificare se la loro prassi economica sia in sintonia con il voto di povertà e una reale scelta dei poveri .
Il bisogno di una prassi rinnovata Pensiamo che sia impossibile per l’Istituto intraprendere un autentico cammino di rinnovamento del personale, oppure dare una svolta decisa nella riqualificazione delle comunità, senza confrontarsi, in modo serio e concreto, con le esigenze del Vangelo e della nostra consacrazione religiosa a riguardo dei beni materiali e dell’uso che di essi facciamo nella nostra prassi missionaria. Povertà e missione non possono mai essere scisse tra loro: se così fosse verrebbero penalizzate la credibilità e l’efficacia della nostra opera. Sono ormai trascorsi 16 anni dalla pubblicazione della lettera circolare “Uso dei beni materiali per la Missione” (1 maggio 1985), in cui p. G. Inverardi sviluppava questo tema, offrendo suggerimenti preziosi per un corretto uso dei beni. Quanto scritto, allora, mantiene tuttora piena validità. Tuttavia tante situazioni sono cambiate nel corso di questi anni, nuove sfide richiedono oggi risposte appropriate, mentre i principi e gli ideali propri del voto di povertà necessitano di essere rivisitati con attenzione. Il titolo di questa nostra lettera spiega quali saranno i suoi ambiti e il suo obiettivo. Essa non tratterà esclusivamente della povertà religiosa, anche se ad essa si ispira abbondantemente; non si propone neppure di riscrivere il Direttorio per l’Amministrazione dei Beni. Essa si collocherà invece a metà strada tra una riflessione sui principi che debbono regolare l’uso dei beni e la loro concretizzazione nelle varie situazioni dell’Istituto.
Difficoltà e limiti Dobbiamo infine ammettere che trattare di questo argomento, rivolgendoci a tutto l’Istituto, è un compito estremamente impegnativo. Difficilmente potremo offrire orientamenti che possano essere risposte puntuali e comuni a tutte le realtà che i confratelli vivono nelle varie parti del mondo. Bastano alcuni interrogativi per illustrare meglio il nostro pensiero: come possiamo parlare di povertà e di una corretta economia, rispecchiando il contesto europeo o nord americano e, allo stesso tempo, volere che le stesse norme valgano anche per i missionari che vivono in Congo? Come possiamo applicare la stessa norma riguardante l’uso dei beni sia ai Paesi sviluppati che a quelli dove la gente deve lottare ogni giorno per avere il necessario per la loro sussistenza? Come possiamo offrire orientamenti formativi per i nostri Seminari nel vivere la povertà, quando, in alcuni casi, l’adesione dei nostri giovani all’Istituto già significa una ascesa nella scala del benessere? Come dall’altra parte possiamo insegnare uno stile di sobrietà e di austerità ai candidati a cui l’ambiente e la famiglia hanno mai rifiutato niente in termini di beni materiali o messo ostacoli al loro uso? Pur con tutti i limiti che questo nostro documento può contenere, abbiamo fiducia che esso possa stimolare la riflessione di tutti nel mettere a fuoco il significato del voto di povertà, nel contesto della nostra vocazione missionaria, e per rivedere l’uso che facciamo dei beni materiali. Coscienti della complessità del tema e della sua variegata articolazione, cercheremo allora di presentare questo argomento in maniera piuttosto schematica e per quanto possibile essenziale. Non ogni problematica avrà la sua risposta precisa e forse alcuni nostri interrogativi continueranno a rimanere tali. Il carattere di incompiutezza della lettera permette così ai singoli missionari, alle comunità locali e alle Circoscrizioni di continuare la riflessione, ognuno nel suo ambito e partendo dalle proprie situazioni concrete. Per questo motivo abbiamo voluto includere, qua e là, alcune domande che potranno favorire la riflessione comunitaria e la ricerca di risposte più contestualizzate. Possa l’intercessione del nostro Beato Fondatore, maestro impareggiabile nell’uso dei beni, incoraggiarci in questa nostra riflessione e, con la sua testimonianza di vita, illuminare i cammini che dobbiamo oggi percorrere.
I. ALCUNI PRINCIPI FONDAMENTALI
“Cercate prima il Regno di Dio...”
In tutto il Vecchio Testamento, la “povertà” come valore da vivere non consiste tanto nella rinuncia e nella mancanza dei beni materiali, quanto invece nell’atteggiamento di sottomissione e di abbandono a Dio e di ricerca della sua volontà nelle prove della vita. Sarà però nell’insegnamento e nella vita di Gesù che la povertà troverà la sua espressione più completa. In lui infatti viene superata l’antica concezione che considerava la ricchezza una benedizione di Dio, mentre la mancanza di mezzi era giudicata una punizione per il male commesso. Per Gesù ciò che conta è il Regno e tutto è relativo ad esso. Povertà sarà allora non la “miseria” materiale, ma il superamento della pretesa di fare a meno di Dio e di gestire la propria vita da soli, e da soli costruire il proprio “regno”. Prima di chiedere il distacco dai beni di quaggiù, Gesù domanda invece l’espropriazione da se stessi, dalla propria volontà, dai propri affetti. Sarà lui a sottolineare in modo eminente la mitezza del cuore, l’umiltà, la disponibilità al perdono, l’abbandono nelle mani di Dio, la libertà di fronte ai beni del mondo. Valore è non tanto l’assenza delle cose, ma la libertà da esse per renderci solidali e diventare dono per gli altri: cosa possibile da raggiungere se guardiamo a Dio come Padre provvidente, che si prende cura di noi. Il povero del Vangelo sarà allora colui che cerca il Regno di Dio e la sua giustizia sopra ogni altra cosa e che in Dio ha trovato il tesoro vero della sua vita (cfr. Mt 6, 31-34). Povero è colui che è disponibile a disfarsi di ogni cosa per ottenere il tesoro, e timoroso che, se il suo cuore si riempie delle cose di quaggiù, Dio e il suo Regno non vi troveranno più posto. Come vengono allora visti i beni materiali, partendo dall’ottica del Regno? Essi non sono oggetto di disprezzo, ma vengono visti piuttosto come realtà che non ci devono mai asservire (cfr. Mt 5, 29-30), perché l’uomo vale molto di più delle cose del mondo (cfr. Mt 16, 26). Chi invece si lascia afferrare da esse, perde la propria libertà e perde di vista il Regno. L’uomo evangelico fa uso delle cose che possono essere utili alla costruzione del Regno, ma sa anche prescindere da esse, per puntare il suo sguardo e il suo cuore sulle realtà che veramente contano. Quindi, uomo libero non tanto dai beni materiali, quanto piuttosto libero per il Regno. Dal Vangelo nascono poi alcune linee di comportamento a cui ogni discepolo di Gesù non può sottrarsi: quanto più uno si arricchisce del Regno, tanto più si impoverisce dei beni del mondo; la progressiva rinuncia alle cose rafforza il suo essere in Cristo; il possesso delle cose accresce la brama del potere, diminuisce la capacità di servire e allontana dalla logica vera del Regno. Diventa così comprensibile l’affermazione di Gesù: beati i poveri! Non sono beati perché poveri, ma perché, liberandosi dalle cose, sono ricolmi della pienezza di Dio. Sono beati perché non si sono lasciati prendere dalle realtà caduche, non hanno affidato ad esse la propria realizzazione, e sono diventati così le persone del futuro. Una eredità da non perdere Siamo figli ed eredi di un uomo di Dio, Giuseppe Allamano, che con la sua vita ha testimoniato dove sta il tesoro vero, e conseguentemente ha maturato gli atteggiamenti dell’amministratore saggio del Vangelo. Formatosi alla scuola di santità del Cottolengo, Giuseppe Allamano aveva sviluppato una illimitata fiducia nella Provvidenza. Dopo essersi assicurato della volontà di Dio, il Fondatore sapeva lanciarsi in progetti ardimentosi, sicuro sempre che il Signore non lo avrebbe abbandonato (cfr. Conf II, 308). Ai suoi missionari suggeriva: «Nell’intraprendere qualsiasi opera non si deve guardare alla sua mole, né alle difficoltà che si potranno incontrare, né alla somma di lavoro che obbligherà a sobbarcarci, ma accertarsi unicamente che sia voluta da Dio. Gettiamoci pure in essa; non mancherà di riuscire» . Tale fiducia nel Signore gli infondeva intraprendenza e coraggio, poiché egli si sentiva strumento nelle mani di un Padre che non abbandona mai i suoi figli. Però allo stesso tempo coltivava sempre grande discrezione nei riguardi dei benefattori, caratteristica che ha mantenuto per tutta la vita anche quando le spese dell’Istituto erano diventate ingenti. Esortava a non importunare mai i benefattori, strombazzando le necessità della missione, e a evitare di essere insistenti questuanti. Significativo un suo intervento di fronte a iniziative poco opportune: «No, no; non mi va, non vi voglio preti mercanti, ci sono già di quelli della diocesi che fanno questo mestiere, non voglio che voi, miei figli, facciate questo lavoro» (ibid. 28). Lo accompagnava sempre la viva coscienza che il denaro che utilizzava non era suo. Di esso non voleva mai considerarsi padrone, ma soltanto amministratore. Esortava i missionari a fare altrettanto. Così diceva un giorno a p. Ciravegna: «È bene che ora cominci a tenere qualche soldo in tasca e ad abituarti a pensare che non sono tuoi, ma dei benefattori delle missioni; così ci penserai sempre due volte prima di spenderli» (ibid. 35). Questo pensiero lo ripeterà sovente, quasi un ritornello, a ribadire un principio importante per un corretto uso dei beni: «I denari non sono dati per le proprie comodità, per stare meglio noi, ma perché stiano meglio gli altri. Quando abbiamo il necessario, basta… Non dire: i denari ci sono…; denari bisogna averne per fare del bene, non per stare bene. Man mano che il Signore ce ne manda, si impegnano in opere buone» (ibid. 38). Trasparenza e oculatezza nell’amministrazione erano scrupolosamente seguite dall’Allamano e da lui richieste a tutti i missionari. Padre G. Pasqualetti riporta nel suo libro parecchie testimonianze di missionari (cfr. ibid. 41-44) che rimanevano impressionati dalla sua scrupolosa precisione nella registrazione e nell’amministrazione dei denari. Riferiscono alcuni: «Nelle cose di amministrazione era esattissimo; registrava tutto con somma puntualità… e seduta stante, senza neppure attendere che chi era venuto a portare o a prelevare denaro uscisse dal suo studio» (ibid. 42). Quanto alla sua attenzione ai giusti salari e al rispetto delle leggi civili, leggiamo una testimonianza di p. Sales: «Fu sempre scrupolosissimo in fatto di giustizia. Non sarebbe stato capace di defraudare il prossimo di un solo centesimo. Si dichiarava disposto a lasciarsi mangiare un pochino, piuttosto che correre il pericolo di danneggiare gli altri. Il bene spirituale e morale, suo e del prossimo, prevalse sempre sugli interessi materiali» (ibid. 44). La condivisione dei beni era infine un’altra preoccupazione del Fondatore. «Se non facciamo economia – diceva rivolgendosi ai giovani studenti – che cosa manderemo in Africa? Dobbiamo usare il puro necessario, non tenere tutto per noi» (Conf II, 252). Proprio in forza di quest’esigenza di condivisione, era convinto che i missionari non potranno mai essere ricchi (cfr. Conf-Suore II, 6).
Attenzione agli appelli dei poveri
Le interpellanze al nostro modo di vivere la povertà e di usare i beni materiali nell’ambito del nostro lavoro missionario giungono anche dalle masse povere del mondo. Le nostre stesse Costituzioni hanno voluto collegare le esigenze del voto di povertà agli appelli che ci provengono dai poveri: «Il missionario cresca nell’autentico amore alla povertà evangelica, mediante continua conversione del cuore e di atteggiamenti, per “avere lo spirito di povertà sino alla radice” (VS 296). In questo modo egli dà testimonianza della sua piena fiducia nella provvidenza del Padre celeste (cfr. Mt 6, 25-34), dimostra di essere solidale con i poveri e ha la libertà di levare la voce in loro difesa. È incoraggiato anche, in accordo con la comunità, a vivere forme più austere di povertà, in relazione alle esigenze dell’ambiente» (Cost 44). Due sono infatti i cammini che la Chiesa postconciliare ha tracciato e che ora sta percorrendo, anche se ancora con difficoltà e fatica: rendersi credibile e comprensibile al suo interno, eliminando sovrastrutture inutili e connivenze con il “potere”; impegnarsi per trasformare le istituzioni e le strutture ingiuste e alienanti. Tutto ciò viene più comunemente indicato come “opzione preferenziale dei poveri” (cfr. Evangelizzazione promozione umana, 13; Vita Consecrata [VC], 82, 90). Ogni comunità cristiana, infatti, quando restituisce al Regno di Dio il suo primato, si sente spinta ad “evangelizzare i poveri” (cfr. Lc 4, 16-21), condividendo con loro la vita e ogni altra cosa. Tale scelta non è contingente, ma riflette una sua esigenza costituzionale e ha la sue radici nel Vangelo stesso. Non è settaria perché l’incontro con Cristo avvicina il cristiano ai poveri e a tutti coloro che hanno bisogno di salvezza. Scegliere i poveri significherà condividere la loro sorte, identificarsi con le loro lotte, levare la voce in loro favore, pagare di persona la scelta di campo. Come missionari e consacrati, il servizio ai poveri e la condivisione della loro sorte ci devono essere talmente connaturali, da diventare la cartina di tornasole della nostra scelta di Cristo e del suo Regno: « L’opzione per i poveri è insita nella dinamica stessa dell’amore vissuto secondo Cristo. Ad essa sono dunque tenuti tutti i discepoli di Cristo: coloro tuttavia che vogliono seguire il Signore più da vicino, imitando i suoi atteggiamenti, non possono non sentirsene coinvolti in modo tutto particolare. La sincerità della loro risposta all’amore di Cristo li conduce a vivere da poveri e ad abbracciare la causa dei poveri » (VC 82). Lo stesso concetto è ribadito dalla Redemptoris Missio: «i primi destinatari della missione sono i poveri, e la loro evangelizzazione è per eccellenza segno e prova della missione di Cristo» (60).
II. BISOGNO DI DISCERNIMENTO
Soldi e missione: un rapporto non sempre facile.
Alcuni decenni or sono, durante il dominio coloniale in Africa e poi, più recentemente, al tempo del boom economico nel mondo occidentale, diventava forse normale ai missionari mettere a confronto la realtà di benessere di tanti Paesi europei con la situazione precaria nei territori di missione. Nel contesto dell’animazione missionaria veniva spontaneo dipingere a tinte fosche lo stato di povertà dei territori di missione, per suscitare la generosità dei cristiani d’Europa o d’America. Ma con il passare degli anni e attraverso alcune esperienze non sempre positive, il rapporto del missionario con i soldi e i mezzi materiali diventava più cauto e guardingo, se non perfino pessimista. Ci si accorgeva che non sempre il denaro poteva risolvere i complessi problemi della giustizia sociale e che sovente le opere costruite con tanto sudore e con i sacrifici non indifferenti dei benefattori non raggiungevano gli obiettivi che ci si riprometteva, quando a volte non diventavano dei veri “boomerang” contro gli stessi missionari. Interessi particolari, corruzione, burocrazia contribuivano anch’essi a fare vanificare le “nostre opere”. E poi diventava palesemente evidente che la situazione dei poveri non mostrava miglioramenti rilevanti, nonostante tutti i nostri sforzi e la nostra ingegnosità nell’escogitare sempre nuovi meccanismi di sviluppo. Considerando il problema anche dal versante delle Chiese “madri”, non pochi missionari sentivano un intimo disagio con la prassi vigente, ma non perché si vergognassero a stendere la mano a favore dei poveri. Si accorgevano che il problema “soldi” monopolizzava sovente il loro discorso sulla missione, per cui dire “missione” significava per tanti cristiani “richiesta soldi”. E allora come poter comunicare con efficacia al popolo di Dio messaggi, quali: la missione è annunciare Cristo, tutti ne sono responsabili, Cristo ancora chiama e invia alla missione…? E come proporre alle società del benessere i temi della giustizia, della solidarietà, della pace…? La generosità del popolo cristiano verso i poveri e le collette a loro favore hanno perfino radici neotestamentarie. Esse non erano pertanto sul banco degli imputati. Se una certa sensibilità critica era sorta nei riguardi dei soldi e dei mezzi destinati alla missione, questa era motivata dalla eccessiva enfasi data a questo aspetto, oppure dalla mancanza di moderazione a scapito di altri valori. Ecco le principali sfide che continuano a riproporsi anche oggigiorno e ogniqualvolta riflettiamo sul nostro rapporto con i beni materiali nell’ambito del nostro lavoro missionario: - Un eccessivo flusso di aiuto può ritardare la maturazione delle giovani comunità cristiane che, invece di responsabilizzare i propri membri all’autosufficienza, tentano la via della questua fuori del proprio Paese. - Il lavoro missionario corre il rischio di perdere la trasparenza della testimonianza evangelica agli occhi dei neofiti e dei non cristiani. Quello che emerge più facilmente dalle opere missionarie non è sempre la solidarietà umana e cristiana di fratelli verso altri fratelli, quanto piuttosto il clima di un certo affarismo o di facile ricchezza. - Una evangelizzazione accompagnata da tanti mezzi e da molto danaro tende a minimizzare la responsabilità dei fedeli. La Chiesa non è sentita come “casa” propria e la comunità cristiana non è stimolata a uscire da se stessa per affrontare sfide e problemi del proprio ambiente. Perché c’è sempre qualcuno che dall’alto pensa, decide e realizza… - Il missionario ricco di beni può arrivare ad erigere barriere difensive, a isolarsi dalla gente per proteggersi da essa, rifuggendo dalle situazioni di precarietà e di povertà, per non correre pericoli. La ricchezza, per natura sua, cerca l’isolamento, crea il ghetto, erige i piedistalli della superiorità. Tra il missionario “ricco” e i poveri, quanto è difficile che si creino relazioni di mutua fiducia, confidenza, amicizia, fraternità vera! - Il crescere dell’internazionalità all’interno dell’Istituto e il permanere allo stesso tempo di situazioni di ‘ricchezza’ in alcuni missionari possono creare barriere tra le persone all’interno della nostra Famiglia missionaria, con conseguenze deleterie per lo spirito di famiglia e per la stessa evangelizzazione.
Il coraggio della conversione
Non sono infatti le motivazioni psicologiche o sociologiche che devono determinare il nostro comportamento nel fare missione. E nemmeno sono gli accorgimenti strategici a farci cambiare lo stile di vita. Noi siamo inviati oggi a svolgere la missione proprio da Colui che ai suoi missionari diceva: «Andate! Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Non portate né borsa, né sacco, né sandali… Restate in quella casa, mangiate e bevete quello ci vi daranno; perché ogni lavoratore ha diritto al suo salario. Non passate di casa in casa…» (Lc 10, 3.7). Sono proprio l’insegnamento di Gesù e il suo stile di vita e di evangelizzazione che devono guidarci nel modellare la nostra metodologia apostolica, pur mantenendoci sempre in sintonia con la realtà odierna e con le sfide e i bisogni del mondo attuale. La Chiesa, dal Concilio Vaticano II, non ha mai smesso di stimolare i Religiosi a camminare sui sentieri di una maggiore austerità di vita e di una migliore aderenza all’ideale evangelico di povertà. Le nostre Costituzioni e parecchi documenti di questi anni hanno continuato a fare sentire il loro richiamo ad attuare uno stile diverso di vita per realizzare una evangelizzazione più efficace. Prendendo lo spunto da quanto detto sopra e confrontandolo con i nostri documenti, passiamo richiamare velocemente alcuni orientamenti dottrinali circa l’uso dei beni. 1. Leggiamo in S. Paolo che «Dio, quando fu giunto il tempo stabilito, mandò suo Figlio. Egli nacque da una donna e fu sottoposto alla legge, per liberare quelli che erano sotto la legge e farci diventare figli di Dio» (Gal 4, 4-5). Il mistero dell’Incarnazione è il fondamento dell’annuncio cristiano e l’orientamento di base per ogni prassi apostolica. E questo mistero ci sembra suggerire che il potere, l’efficienza, il successo, i mezzi materiali non possono costituire la misura, i criteri e la forza della strategia missionaria. Il Verbo di Dio, incarnandosi, vuole diventare bambino, indifeso, povero, bisognoso. Nel realizzare la missione affidatogli dal Padre, usa i mezzi che i poveri sanno usare, e non quelli che possono dargli popolarità, immagine, efficienza. Quando Pietro cerca di distoglierlo da questo piano, il Maestro non disdegna di usare parole forti (cfr. Mc 8, 31-33), perché vuole che lo stesso modello di missione venga adottato anche dai suoi discepoli: “Come tu hai mandato me nel mondo, così io ho mandato loro” (Gv 17, 18). Leggiamo in Matteo: «Chi non prende la sua croce e viene dietro a me, non è degno di me. Chi cercherà di conservare la sua vita, la perderà; chi avrà perduto la propria vita per me, la troverà» (Mt 10, 38-39). Non soltanto la croce è stata la via che Gesù ha scelto per salvarci, ma è pure quella che lui indica a chi vuole seguirlo nel portare la salvezza al mondo. La croce che salva, la croce che riconcilia è anche quella che uccide, che divide, che attira la persecuzione. 2. Dal pulpito della nostra “abbondanza”, non potremo mai predicare la croce di Cristo alle masse dei poveri, dando credibilità e significato alle parole del Vangelo. Possiamo allora chiederci: come potrà essere giudicato dalla croce di Cristo il nostro modo di fare missione? Le missioni che noi creiamo, pur con tanto sforzo, sapranno attirare l’attenzione per la loro somiglianza allo stile di missione che Gesù ha voluto imprimere attraverso la sua croce? «Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignoranti per coprire di vergogna i sapienti; ha scelto quelli che gli uomini considerano deboli per distruggere quelli che si credono forti. Dio ha scelto quelli che, nel mondo, non hanno importanza e sono disprezzati o considerati come se non esistessero, per distruggere quelli che pensano di valere qualcosa» (1 Cor 1, 27-28). Così il convertito sulla via di Damasco, diventato il più grande dei missionari della Chiesa primitiva, esprime il suo credo apostolico. Non sono il potere, né la sapienza, né le cose di quaggiù che salvano. Non si può confondere la gente offrendo loro “cose” nostre: chi salva è solo Dio! «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10): la logica paolina sconfigge tante nostre costruzioni di efficienza, i tentativi di auto-realizzazione o le mire di vanagloria. 3. L’evangelizzazione è la nostra suprema lex. Quanto l’aiuta e la favorisce deve starci a cuore sopra ogni altro interesse o inclinazione personale. L’efficientismo pertanto non potrà mai prevalere su ciò che rende invece autentica l’azione apostolica, così come la testimonianza evangelica dovrà avere sempre la meglio in ogni nostro progetto e nel nostro operare. Con coraggio dobbiamo chiederci se non è arrivato il tempo di deporre certi pesi e zavorre che con tanta prodigalità abbiamo addossato sulla nostra azione evangelizzatrice, proprio come ci è stato richiesto dal nono Capitolo Generale: «Impostare un tenore di vita povero nelle strutture e semplice nei programmi di lavoro e nell’uso dei beni, ascoltando e accettando le interpellanze e la sensibilità dei poveri» (32.1). Le possibili resistenze alla realizzazione di questi orientamenti capitolari possono avere le loro radici nella cultura del consumismo, ormai imperante ovunque. Però a questo influsso bisogna reagire con coraggio, facendo appello alla coscienza del discepolo e all’intelligenza dell’apostolo. Se c’è da giungere ad una conversione, questa nascerà non dal confronto con l’ambiente o la gente che ci circonda, ma con Gesù di Nazareth! 4. «[Il missionario] è incoraggiato anche, in accordo con la comunità, a vivere forme più austere di povertà, in relazione alle esigenze dell’ambiente» (Cost 44). «Desideriamo maggiore radicalità nel vivere la povertà. Intendiamo condividere la vita coi poveri, i valori dei quali divengono per noi scuola di spiritualità nel rapporto con Dio, nella vita comune, nel lavoro apostolico» (IXCG 54). «Non è possibile la missione senza essere “per” e “con” i poveri. La povertà nella vita consacrata ne pone le premesse con una sobrietà e stile di vita che consentono la solidarietà, la condivisione e la vicinanza alla gente» (XCG 30). Affinché abbiano un reale impatto sul nostro metodo di lavoro o su una prassi apostolica, queste affermazioni dei nostri documenti devono generare convinzioni profonde che a loro volta hanno radice nei valori perenni della fede in Cristo e della vita consacrata. L’incoraggiamento delle Costituzioni e dei Capitoli Generali per forme più austere di povertà e di vicinanza ai poveri deve esprimersi in accoglienza serena a fraterna di esperienze nuove, approvate dall’Istituto. Tali esperienze, quasi laboratori di un modo nuovo di vivere la missione e di annunciare Cristo ai popoli, siano favorite e incoraggiate dalle Regioni attraverso un discernimento illuminato e coraggioso. L’Istituto, assieme alle Missionarie della Consolata, ha scelto per l’anno 2003 il Beato Paolo Manna come Protettore particolare. Possa il suo insegnamento, audace e profetico a riguardo della povertà missionaria, spingere ognuno a intraprendere con impegno una seria revisione della propria vita, nella fedeltà alla vocazione missionaria e alla chiamata di Cristo che ci vuole vicino e ai poveri e solidali con loro.
III. RIVISITIAMO LA NOSTRA PRASSI ECONOMICA
A questo punto della riflessione, non intendiamo “girare pagina” per passare a trattare di una realtà diversa. Quanto detto sull’ideale della nostra vita religiosa, sul modo evangelico di considerare i beni terreni, sull’insegnamento del Fondatore e sulla nostra scelta dei poveri, dovrà illuminare tutti gli aspetti concernenti l’economia dell’Istituto. Non è possibile infatti leggere la prima parte della lettera da “Religiosi” e la seconda da “Economi”. Siamo persone che il Signore ha scelto a seguirlo e, rese nuove dal contatto con Lui, sono state inviate ad evangelizzare i popoli. I beni che il Signore mette nelle nostre mani devono servirci per il raggiungimento di tale scopo e per vivere coerentemente la nostra vocazione. Le pagine che seguono non intendono sostituire o correggere il Direttorio per l’Amministrazione dei Beni . Le questioni che invece tratteremo mirano a ricordare aspetti che concernono un corretto uso dei beni e che necessitano di puntualizzazioni e di un’attenzione particolare, nel contesto attuale dell’Istituto e della missione. Per orientamenti tecnici e dettagliati rimandiamo sempre al Direttorio per l’Amministrazione dei Beni.
A. La nostra Provvidenza
Quali figli del Beato Allamano, che nutrì sempre la massima fiducia nella Provvidenza , crediamo che per mezzo dei benefattori il Signore non ci lascerà mai mancare i mezzi materiali di cui abbiamo bisogno per la nostra vita e per le opere missionarie. Inoltre il salario che alcuni confratelli ottengono dal loro lavoro, gli stipendi per i servizi pastorali e gli introiti provenienti dalle pensioni sociali, costituiscono un altro cespite per l’Istituto. Alcune Circoscrizioni, grazie alle loro entrate, che sono frutto di lasciti testamentari e di opere produttive, rendono possibile la realizzazione del servizio della Direzione Generale e l’elargizione degli aiuti annuali alle Circoscrizioni. Infine la cura di ogni missionario nel campo amministrativo è un contributo prezioso e indispensabile alla realizzazione dell’autosufficienza finanziaria nelle singole Circoscrizioni.
I benefattori Essi sono l’espressione della Provvidenza divina a nostro riguardo. Mentre eleviamo ogni giorno la nostra preghiera al Padre Celeste affinché non ci lasci mancare il pane quotidiano e ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra vita, le nostre attività e la solidarietà con i poveri, non possiamo dimenticarci dei nostri benefattori. Oltre alla preghiera quotidiana per loro, ogni comunità missionaria abbia un contatto epistolare costante con i benefattori. Non tralasci mai di esprimere puntualmente per iscritto l’apprezzamento per ogni offerta ricevuta. I contatti con i benefattori, sebbene improntati a intraprendenza, non manchino di delicatezza e discrezione. Per un ordinato coordinamento a livello di Istituto, nessun missionario dia inizio a campagne per la raccolta di offerte senza il previo consenso del proprio Superiore Regionale e di quello nella cui Regione le offerte saranno raccolte. Non manchi la comunicazione tra il missionario che intende raccogliere fondi durante le sue vacanze in patria e i responsabili della Regione.
Il lavoro Il missionario, in forza della professione di povertà, secondo una tradizionale prassi di Istituto e in fedeltà all’insegnamento del Fondatore, avrà “stima e amore per il lavoro” (Cost 16), anche manuale. Esso verrà sempre accompagnato dallo spirito di iniziativa e di laboriosità del missionario, che non tralascerà mai di esprimere in questo modo la sua vicinanza con il mondo dei poveri, a cui tanto ci lega la nostra vocazione missionaria. È importante che i nostri giovani siano oggi formati a tale spirito. Durante gli anni della formazione, siano anche introdotti a esperienze significative di lavoro che, opportunamente remunerate, costituiscano un aiuto e un sostegno economico alla propria comunità. Siano inoltre formati alla comprensione dell’autentico spirito di Famiglia, che esige l’interesse di tutti e di ciascuno per la comunità e l’Istituto, loro nuova famiglia, anche negli aspetti concreti quali: rendere la casa accogliente, contribuire all’autosufficienza, collaborare all’ordine degli ambienti e usare correttamente delle cose della comunità.
Salari, stipendi e pensioni I salari, gli stipendi e qualsiasi altra entrata che sia frutto del lavoro e dell’iniziativa del missionario, appartengono, in forza del voto di povertà, all’Istituto. La loro amministrazione sarà regolata dalle norme regionali oppure, in loro mancanza, dagli orientamenti dati appositamente dal Superiore Regionale. Anche la pensione sociale e quella che un missionario anziano può ricevere, grazie al pagamento di contributi pensionistici particolari, appartengono all’Istituto. Di essa il missionario avrà cura di mantenere la contabilità e presentare al Superiore regolari e periodici resoconti.
Offerte Tutte le offerte che il missionario riceve dai benefattori, qualsiasi possa essere la loro finalità, spettano all’Istituto e alla missione e non potranno essere utilizzate dal singolo missionario senza il permesso esplicito del Superiore, sempre in accordo con le Costituzioni (cfr. 48.1). Per sollecitare offerte a favore di progetti particolari, il missionario dovrà avere la previa autorizzazione dell’autorità competente. Quando invece l’offerta è data al singolo missionario, essa entra a fare parte della cassa comune, comunitaria o regionale, secondo le norme proprie di ogni Circoscrizione, a meno che, di volta in volta, il Superiore competente decida altrimenti. Le offerte, senza finalità specifica, saranno destinate sempre alla cassa comune. Restano al missionario soltanto le offerte ricevute dai parenti entro il quarto grado, come stabilito dalla Costituzioni. L’uso di tale offerte non è discrezionale, ma è sempre soggetto al permesso del Superiore.
Offerte SS. Messe «I missionari sacerdoti applicano la santa Messa secondo le intenzioni del Superiore Generale» (Cost 64). Pertanto essi daranno periodico resoconto delle Messe celebrate, delle offerte e delle intenzioni ricevute. Ogni Circoscrizione provvederà ad emanare norme precise che regoleranno la raccolta delle offerte e la loro destinazione. È compito del Superiore Regionale raccogliere i resoconti delle Messe celebrate e richiamare i missionari a questo loro dovere qualora esistessero noncuranza, disattenzioni e diniego a questo riguardo. L’Amministrazione Generale avrà cura di provvedere offerte di Messe alle Circoscrizioni che ne sono sprovviste. In caso di esubero, tali offerte verranno distribuite al termine di ogni anno alle Diocesi più povere, evitando la distribuzione ai singoli sacerdoti che ne possono fare richiesta.
Riserve finanziarie La formazione di fondi è diventata una prassi nell’economia dell’Istituto. Attraverso di essi si cerca di garantire le risorse per le necessità dell’Istituto e della missione, che vanno ad addizionarsi alle offerte dei benefattori e alle entrate che provengono dal lavoro dei missionari. Gli interrogativi che nascono però da questo modo di amministrare i beni possono essere molteplici ed avere anche implicazioni sul modo di vivere il voto di povertà. È necessario pertanto continuare a chiarirne gli ambiti e i limiti, e di tracciare orientamenti per tutto l’Istituto. In questa lettera menzioniamo soltanto alcuni principi. 1. È necessario riaffermare il principio che l’Istituto e i suoi membri non possono vivere basandosi sulle riserve di denaro. Come i poveri fiduciosi nella Provvidenza, dobbiamo vivere del nostro lavoro, dell’aiuto dei benefattori e della solidarietà interna dell’Istituto. 2. Le riserve di denaro che l’Istituto possiede vengono generalmente destinate a sostenere le case di formazione, per curare gli anziani e gli ammalati e in vista delle nuove fondazioni e aperture missionarie. 3. In forza del dovere della condivisione fraterna e dell’impegno della cassa comune, alle comunità locali non è permesso capitalizzare. Esse possono tuttavia ritenere un certa quantità di denaro per spese ordinarie e impreviste, il cui tetto massimo verrà però fissato dalle Direzioni di Circoscrizione. Quanto eccede questa somma verrà versato nella cassa regionale. 4. Le Circoscrizioni invece accumuleranno un certo capitale i cui interessi andranno ad aggiungersi alle offerte dei benefattori e ad altre entrate, per coprire le spese ordinarie o straordinarie della Regione. Il tetto massimo di questa riserva di denaro verrà stabilita dalla Direzione Generale in consultazione con le Direzioni di Circoscrizione. 5. È compito dell’Amministratore Generale con il suo Consiglio amministrare il capitale delle Regioni, depositato presso l’Amministrazione Generale, con un’attenzione costante all’esigenza di testimoniare la fiducia nella Provvidenza, alle necessità dell’Istituto e delle missioni, all’eticità degli investimenti e delle banche presso cui i nostri denari vengono depositati.
Donazioni ed eredità Tutte le donazioni che superano le competenze del Superiore locale hanno bisogno dell’autorizzazione scritta del Superiore di Circoscrizione prima di essere accettate. Qualsiasi donazione con oneri, per essere accettata, necessita l’autorizzazione del Superiore Generale, previa consultazione con il rappresentante legale. Tutte le questioni relative ai beni immobili e a quanto provenga da eredità sono trattate dall’Amministratore Regionale, tramite il suo ufficio legale-immobiliare (se presente), in stretto contatto con l’Amministratore Generale. Gli introiti della vendita di beni immobili e i proventi delle eredità confluiranno nel fondo generale dell’Istituto, per essere a loro volta condivisi con le Regioni.
Fondo di solidarietà Da molti anni è stato costituito nell’Istituto il Fondo di Solidarietà per la cura dei missionari ammalati, il quale viene alimentato con l’1.5% delle entrate lorde di ogni Circoscrizione. Attualmente però le sue entrate non vengono più distribuite ogni anno tra le Circoscrizioni che si sono maggiormente addebitate nella cura degli ammalati, per permettere al fondo di diventare una vera riserva che dovrà aiutare in futuro i confratelli che non hanno assicurazioni mediche. Tuttavia le Circoscrizioni che hanno avuto spese mediche singole, superiori a un quantitativo che viene fissato dall’Amministrazione Generale, saranno rimborsate prelevando la somma dal Fondo di Solidarietà.
B. Alcuni principi che regolano l’amministrazione dei beni
L’amministrazione nell’Istituto Essa è retta dal voto di povertà, nel senso che ogni norma e direttiva in campo amministrativo deve sempre ispirarsi ad essa, esprimerne lo spirito e trasformarsi in concretezza di vita. Con la professione religiosa, ogni missionario rinuncia all’uso di qualsiasi cosa materiale e di denaro, senza il previo ed esplicito permesso del Superiore. In forza della stessa professione religiosa egli rinuncia pure all’uso e all’amministrazione dei propri beni patrimoniali. Prima di emettere la Professione Perpetua, egli dovrà pure fare il testamento per disporre di questi beni con un atto che abbia valore civile. Questi atti potranno poi essere cambiati con il permesso del Superiore Generale. Con il consenso del Superiore Generale un missionario di voti perpetui può anche rinunciare in maniera integrale o parziale ai propri beni patrimoniali. È opportuno che tale permesso non venga concesso prima che siano trascorsi parecchi anni di Professione perpetua. Ogni missionario a cui è stato affidato il compito di amministrare deve essere consapevole di svolgere un servizio importante a favore dell’Istituto e di ogni singolo confratello. Mai dimenticherà però i criteri che lo devono orientare, quali la testimonianza di povertà, il bene comune, la giustizia e la carità fraterna. Ogni Amministratore esercita il suo servizio sotto la responsabilità del rispettivo Superiore: di comunità, di Circoscrizione e Generale. I ruoli del Superiore e dell’Economo per quanto concerne l’amministrazione dei beni non debbono mai essere invertiti o confusi. Chi dà i permessi in forza del voto di povertà è soltanto il Superiore e chi amministra non è il Superiore ma l’Amministratore. Una chiara separazione dei due ruoli assicura un sano reciproco controllo.
Austerità nella vita quotidiana La nostra società, influenzata da un consumismo senza freni, interpella il nostro stile di vita, che dovrà trovare forme e modi concreti e visibili di vivere la povertà nel quotidiano. Il vestito, i viaggi, le vacanze, i mezzi di trasporto, tutto dovrà riflettere l’austerità di vita di un missionario. Così anche le nostre case e i mezzi che usiamo nel nostro lavoro dovranno essere ispirati alla funzionalità e alla semplicità. Ogni comunità dovrebbe fare uso del discernimento prima di decidere una spesa rilevante che tocca la propria vita. Criterio importante per determinare il nostro stile di vita, è la condivisione di vita della gente, nel cui contesto ci si trova a vivere e a lavorare. Mezzo efficace per tradurre in pratica l’austerità di vita è l’attenzione che si deve dare al bilancio consuntivo delle spese fatte e lo studio di quello preventivo, analizzando attentamente sia le spese ordinarie che quelle straordinarie che si intendono effettuare. Il bilancio preventivo sia elaborato e valutato dalla comunità stessa prima di presentarlo all’istanza superiore per l’approvazione. Ciò avvenga normalmente al momento della stesura del Progetto Comunitario di Vita. È opportuno che si programmino pure periodici momenti per la sua revisione. Ogni Circoscrizione decide il quantitativo di denaro che le singole comunità possono disporre senza dovere ricorrere al permesso della Direzione Regionale, così come le modalità che regolano l’acquisto e l’alienazione di cose. Il Direttorio Generale dell’Istituto regola, in maniera dettagliata, i casi in cui il missionario può fare ritorno in Patria (cfr. Cost 25.3-25.5). I Superiori di Circoscrizione vigilino affinché queste norme siano seguite scrupolosamente e si evitino così abusi contrari al nostro stato di Religiosi e al voto di povertà. È prassi dell’Istituto, sancita dal Direttorio Generale, che a nessun missionario «è concesso possedere autovetture a uso personale. Il loro uso è comune ed è regolato secondo le esigenze degli uffici e servizi della comunità» (45.1). Il Direttorio Generale stabilisce inoltre che al missionario non è consentito «avere dei conti bancari a lui intestati, al di fuori delle amministrazioni dell’Istituto» (48.2). Tuttavia oggigiorno, in alcune Circoscrizioni, i confratelli possono venire richiesti di avere un conto personale in banca per la loro ordinaria amministrazione. In tali casi, il permesso scritto deve essere richiesto al Superiore Regionale, il quale vigilerà che ognuno di questi conti bancari personali abbia un secondo firmatario. I missionari devono dare regolare e periodico resoconto al rispettivo Superiore circa il modo con cui utilizzano tali conti bancari.
Peculio personale Viene così chiamato il quantitativo di denaro che ogni missionario riceve dalla propria comunità per le spese ordinarie. Tale somma di denaro non viene elargita a scadenza fissa, ma viene rifusa dietro presentazione del rendiconto delle spese precedentemente fatte. È bene che nelle comunità formative i nostri giovani professi siano educati al corretto uso del peculio personale, evitando anche solo la parvenza che esso venga considerato una specie di “salario mensile” di cui ognuno può disporre a piacimento.
Fedeltà alle leggi civili e agli orientamenti della Chiesa locale Il missionario sarà attento non solo a seguire le norme emanate dall’Istituto in materia amministrativa, ma anche quelle che provengono dalla società civile e dalla Chiesa. Così voleva il Beato Fondatore dai suoi missionari. Infatti la scrupolosa attenzione alle leggi e norme non è solo una risposta alle esigenze della giustizia, ma risulta essere anche una testimonianza molto necessaria alla società in cui viviamo. Senza elencare tutte le istanze in cui tale fedeltà deve essere esercitata, se ne ricordano alcune a cui è necessario prestare una particolare attenzione: - I salari e gli stipendi alle persone che lavorano nelle nostre comunità non solo devono essere conformi alle norme civili, ma devono pure rispondere ai parametri di giustizia. - Il missionario non realizzerà nessun progetto di aiuto senza avere ottenuto il previo permesso dalle autorità civili ed ecclesiali. Si abbia la massima cura nel coinvolgere la gente del posto in tali progetti, oltre naturalmente a farne oggetto di attento discernimento all’interno della comunità missionaria prima di chiedere ed ottenere l’autorizzazione del Superiore Maggiore. - Nella realizzazione di opere e in ogni altra attività economica, gli Amministratori e i Superiori secondo i propri livelli di competenza, seguano fedelmente le norme civili ed ecclesiali per quanto concerne tasse, contributi, imposte, norme di sicurezza. - I Superiori e le comunità siano attenti a rispondere agli appelli di aiuto e alle richieste di sussidi che possono giungere soprattutto da enti ecclesiali o da organismi umanitari, secondo le possibilità delle Circoscrizioni e in armonia con i criteri della nostra legislazione, disponibili alla solidarietà con i poveri e alla condivisione dei beni con chi è in necessità. - I Superiori e gli Amministratori evitino in tutti i modi di contrarre debiti o obbligazioni con terzi per necessità interne all’Istituto. Nel caso di singoli missionari che contraessero debiti rilevanti in maniera illecita e senza permesso, le Direzioni di Circoscrizione, in consultazione con la Direzione Generale e nel rispetto della legislazione civile, stabiliranno l’opportunità o meno di coinvolgere l’Istituto nell’estinzione di tali debiti. Nel caso che ciò avvenisse, siano chiaramente specificati la modalità e il grado dell’intervento dell’Istituto a favore del confratello.
Rispetto dell’intenzione dei donatori Nell’amministrazione dei beni che la Provvidenza ci dona attraverso i benefattori, l’intenzione del donatore deve essere tenuta in massima considerazione. A nessuno e per nessun motivo è permesso sorvolarla, eluderla, trasgredirla, particolarmente quando questa è stata chiaramente espressa. Quando un progetto missionario trova il sostegno di benefattori ma poi, per qualsiasi motivo, non possa essere realizzato, è d’obbligo ottenere il loro consenso prima di destinare i sussidi ricevuti ad altro scopo. Se il consenso non dovesse giungere, le offerte ricevute, per motivo di onestà, dovranno essere restituite al donatore. È doveroso istruire i benefattori affinché indirizzino i loro sussidi verso opere o iniziative utili e programmate con i debiti consensi e permessi. Le offerte ricevute a favore delle missioni, ma senza uno scopo specifico, saranno deposte nella cassa comune regionale o della comunità locale, e non saranno a disposizione del singolo missionario.
Cura dei beni immobili È impegno e dovere di ogni comunità curare le case e i beni immobili dell’Istituto. Nella manutenzione delle case ci sia un piano annuale, per evitare deterioramenti dannosi, con conseguenti costosi interventi per la loro conservazione. Le Circoscrizioni che sono dotate di caseggiati grandi e solo parzialmente utilizzati, studino soluzioni opportune per provvedere alle comunità edifici più semplici e funzionali, diminuendo in questo modo e in maniera considerevole le spese per la loro manutenzione. È dovere di ogni Economo locale tenere un inventario completo e dettagliato di tutti i beni immobili e non, appartenenti all’Istituto oppure alla Chiesa locale. Ogni anno ne faccia l’aggiornamento, annotando le acquisizioni fatte e ciò che è stato invece alienato.
C. Economia di comunione
In tempi passati, la povertà religiosa mirava soprattutto a instillare nei Religiosi l’austerità di vita, il risparmio e la rinuncia alle cose non necessarie. Il lavoro degli Economi aveva come obiettivo la riduzione delle spese, il risparmio scrupoloso, un discreto accumulo di risorse per poter arrivare alla fine dell’anno con un bilancio positivo dei conti. Oggi invece si va riscoprendo una nuova dimensione alla povertà religiosa, chiamata in vari modi: condivisione, comunione dei beni, economia di comunione, solidarietà. I due aspetti non vanno disgiunti affinché la nostra condivisione non si riduca alle mere “briciole che cadono dalla tavola del ricco”. Non bisogna condividere solo le cose superflue, ma anche quelle che solitamente consideriamo “opportune”, e in alcuni casi anche quelle “necessarie”. Ogni missionario si converta a questa nuova visione di “comunione”, che esige l’apertura del cuore e delle mani verso coloro che sono maggiormente nel bisogno. I giovani, in modo particolare, siano formati non ad accumulare per sé e pensare solo alle proprie opere, ma a comportarsi da fratelli verso gli altri membri della Famiglia religiosa e verso i poveri.
Comunione dei beni a livello locale L’amministrazione a livello di comunità locale opererà secondo il principio della cassa comune. Ogni entrata verrà consegnata al Superiore e dall’Economo posta nella cassa della comunità. Le spese ordinarie per provvedere ai bisogni della comunità saranno normalmente fatte dall’Economo della stessa. Ogni missionario riceve dalla cassa quanto gli occorre per le necessità ordinarie della sua vita e del lavoro. Per spese particolari egli avrà bisogno del consenso del Superiore della comunità. Per un corretto uso della cassa comune comunitaria diventano indispensabili il bilancio preventivo annuale approvato dalla Direzione Regionale, un’attenzione data alla lettura del bilancio consuntivo assieme al discernimento periodico sulla situazione finanziaria, la chiarezza circa il ruolo e il compito dell’Amministratore locale, il corretto rendiconto delle entrate e delle uscite da parte di tutti i componenti della comunità. Tutti i membri della comunità dovranno curare sobrietà di vita e contenimento delle spese e incentivare la ricerca dei necessari cespiti. Qualora le entrate non fossero sufficienti a coprire tutte le spese della comunità, allora verrà sollecitato l’intervento della Regione, attraverso una apposita richiesta al Superiore Regionale.
Comunione dei beni a livello di Circoscrizione La circolazione dei beni a livello di Circoscrizione sarà efficace solo se tutte le comunità saranno disponibili a condividere quanto hanno in soprappiù, costituendo e incrementando il fondo regionale. È pertanto necessario che la Regione stabilisca il tetto massimo di riserva finanziaria che ogni comunità locale può tenere con sé, sulla base delle sue spese ordinarie. Il resto verrà versato periodicamente nella cassa Regionale. Un’altra fonte di entrate per la cassa comune regionale, a meno che le norme della Circoscrizione non abbiamo disposto altrimenti, saranno le offerte che i benefattori fanno giungere ai missionari senza indicarne una finalità specifica e i sussidi annuali provenienti dall’Amministrazione Generale. Ogni Circoscrizione, soprattutto in occasione delle Conferenze Regionali, può escogitare altri mezzi per incrementare il fondo regionale. Alcune opere regionali possono avere una finalità di lucro per sostenere l’autosufficienza regionale. Si eviti però di cadere in forme di affarismo, contrarie allo spirito di povertà e alla fiducia che dobbiamo sempre avere nella provvidenza umana e divina. Le richieste di aiuti da parte delle comunità locali verranno normalmente indirizzate all’Amministratore della Circoscrizione il quale, dopo uno studio fatto con la comunità locale e, se si ritiene necessario, richiesto il parere del Consiglio di amministrazione, le presenterà al Superiore e Consiglio della circoscrizione per l’approvazione. Non tanto la quantità del fondo, quanto piuttosto la partecipazione corale e fraterna di tutti i missionari nel costituire e mantenere la cassa comune Regionale, è un indice significativo dello spirito di famiglia che deve contraddistinguere ogni Circoscrizione.
Comunione dei beni a livello di Istituto L’Istituto possiede un fondo generale che viene curato dall’Amministrazione Generale e da cui essa attinge per le necessità della Direzione Generale, per elargire sussidi alle Circoscrizioni e per necessità particolari dell’Istituto. Tale fondo viene alimentato con il ricavato dei lasciti testamentari, con interessi bancari e con sussidi da parte di alcune Regioni. Esso non viene aumentato per non costituire un accumulo indebito e contrario alla povertà, ma, allo stesso tempo, non viene diminuito affinché continui ad essere una riserva precauzionale per l’Istituto. Al termine di ogni anno, la Direzione Generale distribuisce alle Circoscrizioni tutto il sopravanzo dell’esercizio finanziario precedente, mentre deposita nel fondo una cifra corrispondente all’inflazione subita. I sussidi distribuiti sono destinati a aiutare la cassa comune delle Circoscrizioni ed a sovvenzionare progetti a beneficio dell’evangelizzazione e dei poveri. Da alcuni anni l’Amministrazione Generale ha avviato un piano per un graduale incremento del fondo delle Circoscrizioni più povere. Per il principio della perequazione e di una fraterna condivisione dei beni, l’Amministrazione Generale invogli e guidi le Regioni, che hanno raggiunto il tetto stabilito, a distribuire il sovrappiù a favore delle Circoscrizioni più povere.
Solidarietà con i familiari in necessità Fedele all’insegnamento del Fondatore e allo spirito di famiglia, l’Istituto si sforzerà di essere aperto e sensibile verso situazioni di reale bisogno dei familiari dei missionari, particolarmente in caso di emergenze e malattie gravi che coinvolgono i genitori. Ogni contributo verrà dato dalla comunità a cui il missionario appartiene, in dialogo con il Superiore Regionale e con la sua autorizzazione. Le famiglie dei missionari che operano fuori del proprio Paese ricevano visite periodiche dei confratelli e abbiano contatti con l’Istituto. Sarà facile allora conoscere situazioni di vera indigenza e intervenirvi opportunamente e tempestivamente. Normative o puntualizzazioni che regolano il sostegno economico che il missionario di una Circoscrizione o di un Continente può dare alla propria famiglia siano studiate dalla Circoscrizione o dal Continente, sulla base della nostra legislazione e delle norme contenute nella presenta lettera. Per evitare che prendano piede tradizioni locali contrarie al voto di povertà, oppure che nascano esigenze eccessive da parte delle famiglie dei missionari, gli animatori missionari e i formatori sensibilizzino i familiari degli allievi sul nuovo rapporto che la Professione religiosa e il voto di povertà creano nei loro confronti. Ove fosse giudicato necessario, al momento dell’entrata del giovane nell’Istituto, venga richiesta una dichiarazione scritta in cui i genitori affermano di permettere al proprio figlio di entrare nell’Istituto e di non aspettarsi da lui, in futuro, compensi economici. Non si accettino allievi provenienti da famiglie dove l’aiuto del figlio sia necessario per la sussistenza della stessa, fedeli al precetto: “Onora il padre e la madre”.
Condivisione dei nostri beni con i poveri «Non è possibile la missione senza essere “per” e “con” i poveri. La povertà nella vita consacrata ne pone le premesse con una sobrietà e stile di vita che consentono la solidarietà, la condivisione e la vicinanza alla gente» (XCG 30). Fedeli all’orientamento capitolare e alla centenaria tradizione dell’Istituto, i singoli missionari e le Circoscrizioni coltiveranno apertura e sensibilità alla condivisione dei loro beni con i poveri che potranno realizzare in svariate maniere. Non possiamo infatti dimenticare che i beni che la Provvidenza mette nelle nostre mani, oltre a sovvenire ai bisogni del personale missionario, sono innanzitutto destinati ai poveri e alla evangelizzazione. La condivisione di ciò che abbiamo è infatti una delle maniere più “missionarie” di vivere la povertà religiosa ed è ciò che la gente maggiormente si aspetta da noi. I singoli missionari e le stesse Circoscrizioni cerchino di rispondere positivamente, nel limite delle loro possibilità, agli appelli che periodicamente l’Istituto fa attraverso la Direzione Generale per andare incontro a situazioni di particolare necessità, come catastrofi naturali, guerre… Sappiano coinvolgere in queste iniziative di solidarietà anche le comunità cristiane. Le nostre case, compatibilmente con il servizio che devono rendere ai missionari e con la indispensabile privacy che devono salvaguardare, siano accoglienti verso i poveri. È questo un segno eccellente di condivisione e di fraternità. Il missionario rifugga dalla sottile tentazione di presentarsi lui come “il benefattore” dei poveri, attraverso la realizzazione di opere che gratificano l’offerente più che il destinatario. In ogni realizzazione cerchi sempre la collaborazione della gente e di altri organismi locali, affinché il suo ruolo non appaia predominante in essa. Si riafferma la consuetudine, avviata in alcune Circoscrizioni e utilizzata durante le celebrazioni centenarie dell’Istituto, di distribuire al termine di ogni anno, parte del rimanente ai poveri. Sarà segno e memoria dell’impegno che incombe sull’Istituto e su ciascuno di noi, in forza della nostra vocazione missionaria.
Aiuto a coloro che lasciano l’Istituto Con carità evangelica e con equità, l’Istituto, attraverso la Direzione Regionale e Generale, si renderà solidale con i Professi perpetui che lasciano definitivamente la Congregazione, indipendentemente dal modo e dai motivi con cui hanno preso tale decisione. Ogni caso verrà studiato a parte e saranno tenuti presenti l’età, la possibilità di lavoro, i titoli di studio. L’aiuto da parte dell’Istituto potrà venire loro incontro soprattutto per le prime necessità. Sono naturalmente esenti da tale aiuto i missionari sacerdoti che si incardinano in diocesi.
D. Amministrazione dei beni
Gli Amministratori Nel campo dell’economia dell’Istituto un ruolo di fondamentale importanza viene svolto dall’Amministratore Generale e da quelli di Circoscrizione. Sulla base dell’esperienza passata e delle attuali possibilità di personale dell’Istituto, delineiamo brevemente i tratti caratteristici dell’Economo, non tanto per idealizzarne la figura, quanto piuttosto per rilevare le caratteristiche che ogni missionario chiamato a questo servizio dovrà sforzarsi di acquisire. 1. L’Economo è un Missionario della Consolata, pienamente identificato con l’Istituto e la sua missione. Ne conosce le caratteristiche e lo spirito e si forza di viverli. La conoscenza e la capacità tecniche, esigite dal suo servizio in campo amministrativo, dovranno integrarsi con la sua identità vocazionale e ad essa sottostare. 2. Egli è una persona capace di collaborare con gli altri. Oggi più che mai le esigenze in campo economico si moltiplicano e nessuna persona può pretendere di coprire e svolgere tale ufficio in maniera singola e isolata. Egli deve essere cosciente dei propri limiti e pertanto disponibile a farsi aiutare e lasciarsi consigliare da esperti. Inoltre deve essere capace di dialogo costante con il Consiglio di Circoscrizione o Generale, nel cui nome egli svolge la propria mansione. 3. Deve coltivare interesse per le questioni sociali e per la solidarietà con i poveri. Si mantiene in guardia dagli eccessi propri del capitalismo neoliberale o dalle leggi di mercato senza scrupoli. Conosce la dottrina sociale della Chiesa e si aggiorna con studi appropriati. 4. Deve coltivare sempre l’atteggiamento dell’apprendista, perché è cosciente dei continui cambiamenti che avvengono in questo campo, soprattutto per quanto riguarda le leggi che governano il patrimonio e il personale impiegato. Anche la giustizia sociale solleva molteplici interrogativi che toccano l’amministrazione dei beni dell’Istituto. 5. Deve essere capace di coniugare assieme un indispensabile realismo nella gestione del denaro con i valori propri della vita religiosa e del Vangelo. Non c’è infatti niente di più concreto del denaro, ma anche niente che sia tanto influenzabile da correnti di pensiero o da ideologie quanto l’economia. L’Amministratore deve pertanto essere capace di gestire l’economia dell’Istituto sui parametri della giustizia sociale, della povertà religiosa, delle esigenze della missione. 6. Sappia usare discrezione e riservatezza nel divulgare informazioni relative ai confratelli. Sia invece prodigo nel condividere all’interno della propria comunità o della propria Regione quelle informazioni che fanno crescere nella corresponsabilità e rafforzano i legami di famiglia. 7. Le competenze dell’Amministratore sono diverse da quelle del Superiore. Spetta all’Amministratore porre gli atti di amministrazione ordinaria, mentre spetta al Superiore con il suo Consiglio autorizzare l’Amministratore per gli atti di amministrazione straordinaria. Quanto detto finora dell’Amministratore Generale e di Circoscrizione, si può anche, in buona parte, applicare agli Economi locali. Gli Amministratori regionali, prima di prendere possesso del loro ufficio, trascorrano un congruo periodo di tempo presso l’Amministrazione Generale per familiarizzarsi sempre più con le tecniche amministrative e con la prassi dell’Istituto. Per quanto possibile si eviti di abbinare, nell’ambito di una comunità locale, il ruolo del Superiore a quello dell’Economo. A livello di Circoscrizione ci siano periodici incontri degli Amministratori locali, affinché abbiano l’opportunità di perfezionare la loro tecnica contabile e amministrativa e di ottenere un aggiornamento sugli aspetti collegati al loro ufficio.
I principi che ci guidano Una corretta amministrazione dei beni non può essere solo il frutto della buona volontà di chi è chiamato a reggere l’ufficio di Amministratore. Una conoscenza sufficiente delle regole di amministrazione deve essere messa alla portata di tutti i missionari, perché tutti sono chiamati in qualche modo ad amministrare. Si utilizzino pertanto i sussidi preparati dall’Amministrazione Generale e altri mezzi che possono essere disponibili nelle Circoscrizioni. Più volte i nostri documenti hanno espresso l’auspicio che i nostri studenti professi apprendano le nozioni basilari della nostra contabilità e possano prendere familiarità con i principi che reggono l’uso e la gestione dei beni nell’Istituto. Ciò deve ora realizzarsi senza indugio. Pertanto ogni anno l’Amministratore Regionale provvederà a fornire ai nostri studenti professi un corso adeguato su questa materia, concordato opportunamente con i responsabili delle comunità formative. Siano impartite non solo le nozioni tecniche, ma sia diffusamente spiegato lo spirito che sottostà all’uso dei beni nell’Istituto. Siano inoltre informati sulla reale situazione finanziaria della Circoscrizione, senza nascondere loro difficoltà e problemi. L’Amministratore Generale avvii e coordini la revisione del Direttorio per l’Amministrazione dei Beni, affinché possa rispondere sempre meglio alle esigenze amministrative di oggi e alle nuove realtà dell’Istituto. Esso sia poi offerto a tutti i missionari e a tutti appositamente illustrato.
Alcune regole di buona amministrazione 1. Ogni vera amministrazione inizia da un’attenta analisi del bilancio consuntivo dell’anno passato e dalla formulazione di quello preventivo. Si ricordi che per risparmiare soldi non è mai ammessa alcuna “scappatoia” su tasse, salari, giustizia sociale. 2. Chiunque amministra denaro o altri beni, deve renderne conto all’istanza superiore: l’Amministratore Locale al Superiore Locale, l’Amministratore Regionale al Superiore Regionale, l’Amministratore Generale al Superiore Generale. Così pure ogni amministrazione subalterna dovrà essere sottomessa per esame e approvazione a quella superiore. La necessità del rendiconto implica, inoltre, che il Superiore competente, nel proprio ambito, controlli personalmente o attraverso altri (revisori dei conti) che tutto sia in ordine e ogni atto amministrativo sia stato operato in modo corretto. 3. Ogniqualvolta si deve affrontare una spesa straordinaria senza avere il denaro disponibile, e pertanto si rende indispensabile contrarre debiti, sarà necessario avere l’esplicito permesso del Superiore maggiore competente. Nel discernimento si tengano presenti i seguenti criteri: la spesa sia veramente indilazionabile e necessaria; ci sia la certezza di poter fare fronte al pagamento fino alla estinzione completa del debito; non sia considerata sufficiente la parola data dai benefattori di versare la somma necessaria o la promessa di ottenere una largizione da un ente pubblico o privato. In qualsiasi modo, si suggerisce di attingere preferibilmente al fondo regionale o generale piuttosto di contrarre debiti con le banche. 4. Nel caso di alienazione, acquisto o ristrutturazione di una certa consistenza di beni immobili si abbia il permesso della Direzione Generale. Si curi inoltre di avere il parere degli esperti, si faccia un discernimento attento da parte della comunità interessata e si considerino anche le conseguenze economiche future dell’opera o della spesa che si intende realizzare. 5. Ogni buon amministratore non si limita a pensare solo al presente, al pareggio del mese o dell’anno, ma deve considerare anche il futuro. Ogni rimanenza che risulta a fine esercizio, non deve essere necessariamente spesa in qualsiasi modo. Essa deve essere accantonata a favore della comunità o della Regione, oppure essere destinata alla comunione dei beni. L’impegno per il disbrigo degli affari quotidiani e correnti non deve impedire al buon amministratore di avere uno sguardo ampio agli affari importanti che incombono sulla comunità o sulla Regione.
Autosufficienza L’autosufficienza a livello di comunità locale o di Circoscrizione è un obiettivo a cui tutti dobbiamo mirare, anche se la molteplicità di situazioni missionarie non permette di poterla raggiungere ovunque con facilità. In molti Paesi, infatti, l’assistenza da parte dello Stato è minima, nulla la previdenza sociale, insignificante l’aiuto dato alle opere ospedaliere e alle scuole. In molte Diocesi il personale missionario non riceve alcun sussidio da parte della Chiesa locale, mentre il contributo delle comunità cristiane è ancora molto basso. È pertanto ovvio che le Circoscrizioni che operano in queste situazioni considerano l’autosufficienza come una meta ancora molto lontana. Nonostante tali difficoltà, l’impegno e la buona volontà da parte nostra per rendere le comunità locali e le Circoscrizioni autosufficienti non devono mai mancare. Si elencano qui alcune possibili piste che si possono seguire per un raggiungimento graduale di tale autonomia. La loro applicazione dovrà essere studiata attentamente da parte delle Circoscrizioni. 1. Le spese ordinarie siano possibilmente coperte con i contributi locali. Per le spese straordinarie (costruzioni, mezzi di trasporto, case di formazione) si può ricorrere all’aiuto esterno. 2. Si faccia possibilmente uso dei prodotti locali, evitando l’importazione dall’estero di beni che invece si possono trovare sul luogo. 3. Si miri a semplificare lo stile di vita, rendendolo compatibile con i mezzi a disposizione. 4. Prima del Noviziato gli allievi contribuiscano, anche finanziariamente, al loro mantenimento. I missionari, d’altra parte, sappiano sollecitare la costituzione di borse di studio a favore dei nostri giovani in formazione. 5. Le Circoscrizioni, in comunione con l’Amministrazione Generale, avviino la costituzione del fondo regionale i cui interessi serviranno alla propria autosufficienza. Tale fondo però non venga utilizzato per le necessità della Regione, ma se ne utilizzino soltanto gli interessi. Sebbene il capitale appartenga alla Circoscrizione, la sua finalità non potrà essere cambiata senza esplicito permesso del Consiglio Generale. 6. Si studi a livello di Circoscrizione la possibilità di realizzare progetti che possano assicurare una entrata economica, diminuendo così la dipendenza dall’estero. Tali progetti devono comunque essere compatibili con il nostro lavoro missionario e lo stile di vita di una comunità religiosa. 7. Passi indispensabili per il raggiungimento dell’autosufficienza economica possono essere: l’attenta pianificazione economica delle risorse disponibili, l’adeguata preparazione del personale addetto a servizi economici, la trasparenza e l’informazione, i controlli periodici delle attività economiche.
Trasparenza amministrativa e informazione comunitaria Sono elementi di fondamentale importanza in una corretta gestione amministrativa e troveranno la loro concretizzazione: - nella ricerca di una collaborazione più ampia possibile al momento di elaborare i bilanci preventivi e nello studio di progetti di una certa rilevanza; - assoggettandosi a controlli periodici, accurati e seri, realizzati da persone competenti; - offrendo rendiconti, esaustivi e dettagliati, a livello locale, regionale e in occasione di assemblee di Istituto; - organizzando incontri e corsi a carattere economico, non solo per gli Economi ma anche per i Superiori che hanno la responsabilità sulle loro rispettive amministrazioni.
IV. LA RIFLESSIONE CONTINUA...
Come già preannunciato all’inizio di questo nostro scritto, il sussidio che vi consegniamo si propone di avviare un lavoro di riflessione che ogni missionario dovrà continuare, così come ogni comunità locale e ogni Circoscrizione. Nutriamo fiducia che esso possa diventare occasione propizia per aprire nel nostro Istituto un dialogo franco, sincero e concreto sui temi legati alla povertà religiosa. Esso è infatti passaggio obbligato e condizione indispensabile per raggiungere l’obiettivo propostoci dal XCG. Il risultato della riflessione di ogni Circoscrizione, se comunicato alla Direzione Generale, potrebbe poi essere disseminato in tutto Istituto, quale spinta verso una sempre maggiore inculturazione di questo valore nei contesti variegati in cui l’Istituto opera. Nessuno di noi ignora, infatti, che il tema della povertà, dell’economia e dell’uso dei beni materiali per la missione è uno di quelli che possono suscitare non solo difficoltà al momento di porlo in pratica ma anche incomprensioni tra missionari, soprattutto se di estrazione culturale diversa. L’interculturalità è una grande ricchezza, ma essa va conquistata, compresa, maturata e assunta da parte di tutti con un processo lento e graduale. Ricordiamo sempre che nessuna cultura può essere eretta a scudo di difesa di fronte alle esigenze radicali che la nostra scelta di vita ci propone, mentre ogni cultura è chiamata a confrontarsi, nella fatica quotidiana del dialogo e della comunicazione sincera tra fratelli, con il nucleo fondamentale di riferimento per tutti, che è costituito dal Vangelo e dal nostro carisma missionario. Solo nella piena apertura e disponibilità, potremo trarre dai principi esposti in questo documento le scelte operative giuste, e gli atteggiamenti che ci devono caratterizzare, da tutti compresi nella stessa forma e con la stessa forza, e da tutti condivisi non per forza ma per intima convinzione. La Direzione Generale stessa pensa di organizzare una assemblea speciale degli Amministratori Regionali per la fine del 2003, al fine di trovare le opzioni operative più adatte per concretizzare gli orientamenti qui esposti. A questa assemblea saranno presenti la Direzione Generale e i membri del Consiglio generale di Amministrazione. Mentre ringraziamo ancora i Superiori di Circoscrizione per il loro prezioso contributo al momento di redigere questa lettera, vogliamo ora chiedere loro di preparare, in collaborazione con gli Uffici Regionali, un programma di approfondimento di questa tematica, ai vari livelli della propria Circoscrizione. L’impatto che questo documento può avere sulla nostra Famiglia dipende molto da questo lavoro capillare di base che essi riusciranno ad avviare.
CONCLUSIONE
L’Istituto ha appena concluso le sue celebrazioni giubilari: cent’anni al servizio di Dio e della missione! Mentre con cuore grato e gioioso abbiamo innalzato al Signore il nostro ringraziamento, abbiamo pure espresso il nostro fervido proposito di intraprendere con rinnovato impegno il cammino che ci sta innanzi. Mentre guardiamo in avanti al secondo secolo di vita della nostra Famiglia, lasciamo che riecheggino nel cuore di ciascuno di noi le parole profetiche del nostro Padre Fondatore: «È vero, sapete, che dall’osservanza di questa virtù e voto di povertà dipende l’avvenire di tutta la nostra comunità; e quando si va rallentando in questo, tutto lo spirito se ne parte [...]. E io sono certo che se la nostra comunità, il nostro Istituto si terrà a queste norme progredirà sempre. Guai se viene invece il momento in cui queste regole non saranno più osservate» (Conf III, 9-10). E aggiungeva ancora: «Finché la comunità si tiene nello spirito di povertà, farà del gran bene. Guai, invece, se manca! Quando qualcuno comincia a mancare, va tutto perduto» (Conf II, 469). La Consolata nostra Madre e S. Giuseppe, tradizionalmente venerato nell’Istituto come protettore degli Economi, ci benedicano e ci guidino sempre.
Fraternamente vi salutiamo,
P. Piero Trabucco, IMC (Padre Generale) P. Antonio Bellagamba, IMC P. Norberto Ribeiro Louro, IMC P. Aquiléo Fiorentini, IMC P. Jean André Benedetti, IMC
|