20 NELLA SITUAZIONE UMANA MISSIONARIA SCELTA
- Una volta, il discorso missionario era piuttosto facile. C'erano i paesi di missione in una sponda e i paesi missionari nell'altra.
I primi erano i paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. Gli altri erano i paesi dell'Europa e Nordamerica. Per fortuna, un giorno qualcuno scrisse un libro col nome: " Francia, paese di missione " e allora cominciò a sgretolarsi quella divisione fra paesi di missioni e paesi missionari. Altri fattori, sociali e teologici, aiutarono a mettere in dubbio quella divisione.
La missiologia protestante pure cominciò a parlare di missione nei 5 continenti e l'idea non andava troppo lontano dalla prospettiva cattolica.
- Di recente, la III Conferenza dei Vescovi latinoamericani, in Puebla, introdusse pure una terminologia diversa. Non volle parlare in termini di paesi di missione e neanche di situazioni geografiche missionarie. Scelse piuttosto il termine " situazioni umane speciali " per riferirsi alle situazioni missionarie del mondo. Queste situazioni umane non si determinano con la geografia ma in base a 4 criteri:
a) Non fede (cristiana)
b) Fede non evangelizzata (senza inculturazione)
c) Non giustizia
d) Non cultura.
Le situazioni umane con tutte queste caratteristiche o con alcune si chiamano situazioni missionarie. Sono le situazioni che dovrebbero essere l'oggetto di attenzione e cura pastorale di noi missionari nei continenti dove lavoriamo.
Dirai che seguendo questi criteri, si possono trovare delle situazioni missionarie dappertutto. Ed è proprio così.
Ecco perché quando si vuole determinare qual'è il luogo di inserimento missionario per un missionario della Consolata, occorre aggiungere altri due criteri:
e) Situazioni di cultura diversa da quella del missionario
f) Situazioni scelte dall'Istituto come tale.
- Come missionario " ad gentes ", sei chiamato ad inserirti in quelle situazioni missionarie il cui contesto di popolo e cultura è diverso dal tuo. Solo così la tua pastorale fa parte di una missione universale. Solo così la tua missione è scambio, interesperienza, evento di comunicazione transculturale, movimento di agape verso altri popoli, segno di cattolicità.
- Inoltre, pur riconoscendo che le situazioni missionarie ci sono dappertutto, il tuo impegno pastorale si concentra soltanto in quelle ufficialmente scelte dall'Istituto.
È un criterio necessario per favorire l'impegno pastorale comunitario in unità di intenti ed evitare la dispersione individualista e la frammentarietà del progetto missionario.
- Come pastore missionario della Consolata sei chiamato ad inserirti nella situazione umana cui sei stato inviato. Allo stesso tempo, la tua incarnazione ha luogo all'interno di un popolo e nel contesto più ampio di una nazione.
Popolo e nazione sono fattori di vita o di morte per quella situazione umana in cui ti sei incarnato. Perciò vanno tenuti in seria considerazione per l'incidenza decisiva che hanno sulla situazione umana in cui svolgi la tua missione di pastore.
21 CON LE SUE CARATTERISTICHE CONCRETE
La situazione umana missionaria in cui sei chiamato ad incarnarti ha delle caratteristiche concrete.
Sii diffidente nei riguardi delle presupposizioni.
La vera comprensione procede adagio, senza dare spazi alle facili congetture.
Hai forse letto così tanto sul popolo per cui sai interpretare tutto ciò che vedi?
Può darsi ma non basta il libro scritto per capire la freschezza del reale e del concreto.
Forse sai la lingua di quel popolo, per cui puoi cominciare subito ad insegnare: ecco un grande pericolo per una vera incarnazione.
Se fai troppe presupposizioni, puoi chiuderti alla realtà che ti parla e rischiare di diventare presuntuoso, cioè arrogante, orgoglioso, autosufficiente.
Definitivamente, occorre aprirsi con amore e interessamento alle caratteristiche concrete della situazione e del popolo che ti ha accolto.
Ci sono quattro aspetti del popolo cui occorre aprirsi senza presupposizioni:
a) Il sistema di significati: Linguaggio; Ermeneutica; Visione del mondo.
b) Le necessità definite dal popolo stesso: Aspirazioni; Valori; Ideali; Paure e ansietà.
c) I comportamenti: Comunicazione non verbale; Strutture sociali; Istituzioni.
d) Il contesto più largo: Politico; Economico; Sociale; Religioso; Cristiano.
a) Il sistema di significati e tutto ciò che definisce la vita quotidiana del popolo;
quanto definisce tutto ciò che è conosciuto e pacifico per quel popolo.
Se Gesù parlava a Pietro coi termini tratti dal mondo della pesca è perché facevano parte del sistema di significati di Pietro.
E se parlava ai pastori con immagini come quella della pecora smarrita è perché facevano parte del loro sistema di significati.
Capire il sistema di significati esige prima di tutto capire la lingua di quel popolo in quella situazione umana e concreta.
La situazione concreta aiuta a capire il significato locale delle parole, cioè il linguaggio concreto.
Certe parole che nel dizionario sono " innocenti ", nell'uso giornaliero possono essere strumenti di offesa.
Capire il sistema di significati esige capire il modo come quel popolo interpreta le proprie esperienze, come spiega ciò che accade, come arriva a delle conclusioni ritenute logiche.
Tutto ciò si chiama ermeneutica.
Questa può scontrarsi con la tua ermeneutica, cioè contro la tua forma abituale di interpretare.
Occorre perciò non presupporre che quanto fa senso per tè faccia senso per tutti!
Le forme di interpretazione, di spiegazione, di credere, di ragionare, ecc. si possono inquadrare in ciò che si chiama la visione del mondo di quel popolo.
Questa visione è chiamata nucleo etico-mitico, e ha al centro i valori il cui cuore sono i valori religiosi.
b) Le necessità concrete di un popolo sono quelle che il popolo giudica tali. Le necessità quindi vanno definite dal popolo stesso, non da te anche se ti pare di scoprirne tante più urgenti. La forma migliore per conoscere le necessità di un popolo è chiedere a loro. Ma chiedere non a una o due persone ma diverse. E poi, le risposte di queste persone si ripropongono ad altre perché reagiscano. Abbi fiducia nella capacità del popolo di scoprire le loro necessità, di crescere, di essere di più.
c) Il comportamento va visto come la forma d'agire con cui il popolo risponde alle necessità.
E' un agire intenzionale, cioè per raggiungere qualcosa. Il linguaggio senza parole, cioè la comunicazione non verbale è una forma di comportamento.
Il dividersi in gruppi, in classi, in caste, ecc. sono forme organizzate come strutture sociali per rispondere a delle necessità.
Le istituzioni come il matrimonio sono pure forme pubbliche di comportamento che l'individuo è tenuto a seguirei
Per capire un popolo occorre pure capire le sue istituzioni.
d) Il contesto più largo in cui la situazione umana e il popolo cui appartiene si trovano è la nazione.
In essa ci sono diversi fattori che - in forma percettibile o meno - incidono sulla vita e sulla mente di un popolo. Occorre capire questo contesto nei suoi elementi specifici politici, economici, sociali e religiosi.
Se trascuri questo contesto rischi di fare enormi sforzi pastorali in una direziono quando la nazione va in un'altra e non te ne accorgi.
Ti domanderai: Quanto occorre sapere su questo contesto nazionale?
Da una parte si potrebbe rispondere: " Il più possibile ". Dall'altra è più pratico dire: Dipende da quanto vicino è un fattore specifico al popolo che ti interessa e alla situazione umana di cui fa parte.
Comunque, non risparmiare sforzi per capire la situazione umana missionaria con le sue caratteristiche concrete. Ciò significa per te partire da ciò che è conosciuto del popolo.
Se un popolo vuole affrontare qualcosa di diverso, di sconosciuto, di non quotidiano, parte dal rapporto che c'è con ciò che è conosciuto, pacifico. Ecco perché ti occorre conoscere bene ciò che per il popolo è conosciuto e accettato. E' il punto di partenza per offrire la novità del Vangelo.
22 NEL POSTO DI COLLABORAZIONE NELLA COMUNITÀ
Il riferimento al " dove " del tuo inserimento missionario ha evidenziato la situazione umana speciale con le sue caratteristiche concrete.
Il " dove " però ha anche un riferimento alla comunità ecclesiale presente in quella situazione umana speciale.
Nei confronti della comunità ecclesiale il nostro inserimento è a livello di collaborazione:
" Vogliamo distinguerci per la capacità di lavorare nell'apostolato in spirito di comunione e corresponsabilità tra noi e con le altre forze pastorali, avendo come punto di riferimento il piano e i criteri operativi della nostra chiesa locale " (Cost. 74)
E' un inserimento da collaboratore, forma che esprime l'essere missionario oggi. Il tuo posto non è la direzione, il coordinamento, la sede dove si dice l'ultima parola, ma è il luogo della collaborazione.
Come missionario non sei chiamato a stabilirti da lavoratore indipendente con i tuoi piani e progetti individuali. Essere collaboratore vuol dire fare riferimento al piano e ai criteri operativi della chiesa locale.
Il tuo inserimento passa attraverso l'accettazione del compito assegnato. Sei parroco, fai il parroco senza nostalgie di viceparroco; sei il viceparroco, fai il viceparroco come buon collaboratore, nella comunione per la missione.
Parroco, viceparroco o semplice collaboratore pastorale, il tuo inserimento nella comunità ecclesiale può seguire le tracce di Paolo l'Apostolo delle genti:
" Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basavano su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la nostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio" (1 Cor. 2, 3-5)
o può seguire le tracce stesse di Gesù, il Maestro che diceva ai suoi discepoli:
" Io sono in mezzo a voi come uno che serve " (Gv.)
Ecco le regole dell'inserimento pastorale nella comunità ecclesiale e nella comunità umana cui sei inviato e da cui sei accolto.
23 IN CUI SEI CHIAMATO AD INSERIRTI
L'inserimento cui sei chiamato non accade automaticamente per il semplice fatto di vivere nell'area geografica dello stesso popolo cui sei inviato.
Abbiamo detto che la missione oggi trascende, senza escludere, le categorie geografiche.
La presenza nell'area geografica è, semmai, una condizione favorevole per il tuo inserimento socio-culturale ed ecclesiale. Ti sbagli di grosso se pensi che basta essere in Tanzania o in Brasile per essere inserito nella situazione umana missionaria lì presente.
Occorre fare un cammino che implica una vera Kenosi, simile a quella del Figlio di Dio il quale
" pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo" (Fil. 2, 6-7)
Tu non hai natura divina ma tante volte puoi " divinizzare " il tuo patrimonio socioculturale e religioso, creandoti delle difficoltà per una vera Kenosi.
Il cammino del tuo inserimento può essere come una immersione graduale con delle tappe diverse:
- La prima può essere la tappa affettiva, del cuore.
Si desidera essere presenti nella situazione umana missionaria e si ha una solidarietà forte con le aspirazioni e sofferenze delle persone.
- La seconda è la tappa pratica o delle mani.
Si tratta di dare del tempo all'azione la quale rende possibile il contatto umano, il dialogo, l'aiuto vicendevole.
- La terza è la tappa locativa o dei piedi.
Ci si muove permanentemente verso la situazione umana missionaria con un impegno stabile. Ci si sente a casa propria e si condividono tanti elementi dell'ambiente.
- La quarta è la tappa culturale o della teista.
Ci si sforza per entrare nella visione del mondo del popolo; di esprimersi in base al loro quadro di riferimento culturale e non in base al proprio quadro.
Oltre il riferimento culturale, si cerca di percepire il mondo dal luogo sociale in cui latente abita. Non è lo stesso percepire il mondo da un palazzo che da una capanna.
Perciò, sei invitato ad assumere l'ottica altrui, specialmente l'ottica del povero, di colui che è al margine del potere, dell'essere e del sapere.
Occorre pure il senso di discernimento per distinguere fra valori e disvalori.
Ogni cultura ha pure delle esigenze di purificazione.
La quinta tappa è quella spirituale o dell'anima.
A questo livello sai condividere le esperienze più profonde sul senso della vita, sul trascendente, sui valori per cui ci si impegna a fondo ecc.
Lo sforzo di incarnazione e di Kenosi non è soltanto una progressiva immersione nel mondo culturale e sociale altrui. E' pure un'immersione nella percezione del popolo.
Come missionario sei l'uomo che viene dal di fuori, lo sconosciuto che si sforza di rendersi conosciuto, lo straniero che cerca di sentirsi come a casa sua.
E' questa l'immagine che ha di te il popolo cui sei inviato? Se questo popolo prende uno solo dei tuoi aspetti (per esempio la tua nazionalità o il colore della tua pelle) e ti identifica con il modo di tutti coloro che hanno lo stesso aspetto, facilmente avranno di te un'immagine sbagliata.
Occorre che il popolo possa arrivare ad una percezione più adeguata della tua persona.
Influire nella loro percezione perché veda in te il missionario e il servitore e non, per esempio, il bianco straniero e il colonizzatore, è una necessità. Ma è pure una conseguenza del tuo sincero sforzo di incarnazione, di Kenosi, di essere uno che come Paolo può dire:
" Mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero: mi sono fatto giudeo con i giudei (...) mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno " (1 Cor. 9, 19.22)
24 FINO AD ESSERE EVANGELIZZATO DAI POVERI
E DAI SEMPLICI
" I missionari pensano di portarci Dio ed invece era Dio che da qui li chiamava ".
Con questa espressione un " pagano " africano, faceva notare la presenza di Dio nella loro vita. In realtà, i semi del Verbo sono presenti in ogni cultura. Ogni popolo ha la possibilità di rendere testimonianza dell'azione dello Spirito e quindi di essere " luogo teologico ", dal quale Dio ci parla.
In America Latina si dice a ragione che prima di evangelizzare i poveri occorre lasciarsi evangelizzare da essi.
In realtà, poco senso avrebbe il tuo inserimento e la tua Kenosi se non fossi aperto alla voce dei più semplici e poveri della comunità cui sei inviato.
L'evangelizzazione non può più essere vista in una sola direzione. Non c'è colui che evangelizza e colui che è evangelizzato; colui che sa parlare di Dio e colui che non sa; colui che possiede la verità e colui possiede soltanto l'ignoranza. Evangelizzare è interevangelizzare; è evangelizzarsi vicendevolmente.
Apriti ai poveri e semplici e lasciati evangelizzare da loro.
Essi non ti parlano da professori in aule scolastiche ma da maestri di sapienza nel campo aperto della vita.
Essi non ti offrono discorsi. E' sufficiente la loro condizione di vita a insegnarti qualcosa, a generare in te una conversione.
Il popolo semplice sia per te un agente educatore e uno spazio educativo per la tua crescita missionaria.
Dal popolo semplice puoi imparare cos'è la solidarietà nella povertà, la festa nel dolore, la gioia di vivere nonostante i segni di morte che minacciano.
Il popolo semplice, soprattutto, ti insegna un'esperienza di Dio, del Padre che si è rivelato nei piccoli.
Riconosci il potenziale evangelizzatore dei poveri e dei semplici; riconosci il valore della loro religiosità che magari ha reintrodotto dalla porta principale tutta la profondità di vita che l'intellettualismo, il razionalismo o il secolarismo ha gettato dalla finestra: la necessità profonda umana di vedere, toccare, danzare, cantare, abbracciare e baciare Dio.
Lasciati evangelizzare dai poveri.
Diventa loro discepolo prima di avere la pretesa di esser loro maestro.
Essi ti annunciano che " Dio è in mezzo a noi " e ti indicano come rendere più esplicita la sua presenza.
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