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II Domenica di Quaresima - B Stampa E-mail
Scritto da ismico (pt)   

“Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!”

Si narra che nei monasteri dell’Oriente, gli iconografi devono sottomettersi ad un lungo tirocinio non solo per apprendere l’arte pittorica, ma soprattutto per mettere pienamente a fuoco la loro fede cristiana, prima di potersi cimentarsi a raccontare con la loro arte i misteri della fede cristiana. Al termine del loro apprendistato artistico e spirituale, i monaci-iconografi devono dimostrare di essere capaci di dipingere la Trasfigurazione del Signore. Essa è chiamata infatti l’icona della “luce” perché, come una porta, introduce il credente all’interno della fede cristiana e anche nell’arte dell’iconografia. Solo chi è stato “abbagliato” dalla luce di Cristo ed ha mosso i suoi passi verso la comprensione del mistero della croce, può comprendere ed illustrare gli altri misteri della fede cristiana.

Anche la Liturgia quaresimale, invitandoci ogni anno a riflettere sul racconto della Trasfigurazione, sembra donarci la chiave che permette di entrare senza paura nella realtà più profonda di questo “tempo di grazia”. Essa, se ben compresa, costituisce una finestra aperta verso la comprensione del mistero di Gesù di Nazaret. Ecco allora alcuni spunti di riflessione che possono aiutarci a mettere solide basi per vivere in maniera “missionaria” la Quaresima?

1. Innanzitutto la voce del Padre che invita ad ascoltare il Figlio Gesù. Sappiamo che nella Bibbia il verbo “ascoltare” è molto denso di significato. Più che un semplice “porgere l’orecchio” alla voce altrui, ascoltare significa sintonizzarsi con colui che parla per entrare in contatto con lui e ubbidirgli. Il Padre, indicando Gesù come colui che deve essere ascoltato, ci dice che d’ora in avanti il Figlio sostituirà “la legge e i profeti”. Egli è la nuova legge di vita per l’umanità.
Ascoltare il Figlio, metterci alla sua scuola, fare della sua parola il nostro cibo quotidiano, seguirlo sui suoi passi, costituiscono il cammino della nostra fede personale e la via più sicura per creare comunità cristiane autentiche e solide. “Credere”, nella sua accezione ebraica, significa infatti “appoggiarsi”. Appoggiarci a Cristo non è mai una delega o un disimpegno, quanto piuttosto un costruire solidamente sul solo fondamento che può dare stabilità e robustezza alla vita cristiana (cf. Mt 7, 24-27: casa costruita sulla roccia). Lo dobbiamo fare soprattutto nei momenti di oscurità, quando ogni nostra sicurezza sembra frantumarsi. Come Gesù che cammina verso Gerusalemme, come Abramo che si incammina verso il monte del sacrificio.
Per quali cammini passa allora il nostro ascolto del Figlio e la maturazione della nostra fede? Non possiamo non ricordare il valore che deve avere l’ascolto:

-         della coscienza rettamente formata,
-         delle parole del Vangelo attentamente e lungamente meditate,
-         della Chiesa filialmente ubbidita.

2. L’obbedienza della fede: viene illustrata in maniera suggestiva dal racconto della prova di Abramo, narratoci nella prima lettura.
Chiedendo il sacrificio del figlio, Dio domanda ad Abramo di rinunciare a tutte le sue sicurezze, comprese quelle che potevano essere considerate dei legittimi diritti nei confronti del suo presente e del suo futuro.
Anche noi, in tutte le circostanze di buio, di incertezza, di paura, possiamo fare un salto di qualità alla nostra fede, “obbedendo” a Dio. Di una cosa non possiamo mai dubitare ed è la bontà di Dio Padre che ci accompagna e con cui si prende cura di noi.

3. Trasfigurazione della realtà: come missionari non possiamo limitarci al lavorío interiore che l’impegno nella maturazione della nostra fede richiede. Questo costituisce senza dubbio la base ed è il presupposto di ogni altro impegno. Un passo ulteriore però si impone a noi e alle nostre comunità cristiane: saper sottoporre la realtà che ci circonda al vaglio della Trasfigurazione, cioè della croce di Cristo.
In ogni angolo del globo, la persona e la società vivono situazioni che possiamo paragonare alla notte buia: malattie endemiche, povertà senza sbocchi, emarginazioni di fasce sempre più consistenti della società, innocenti sfruttati… Di fronte a questo scenario, c’è il pericolo di cadere in un ateismo pratico, oppure di cercare scorciatoie, affidandoci a pratiche religiose irrazionali.
L’ascolto del Figlio di Dio, svelatoci come servo sofferente e giustificato da Dio, è la chiave che può operare il miracolo di aprirci orizzonti nuovi di speranza e di vita. Nell’ascolto di tale mistero, tutto diventa trasparente, anche le realtà più opache, grazie al dinamismo dello Spirito che in tutto opera.
L’occhio del missionario deve essere attento a scrutare i segni dei tempi e scorgere in ogni avvenimento i germi di vita nuova, trascendendo lo spazio di tante situazioni schiavizzanti per mostrare gli orizzonti “nuovi” resi possibili da Colui che il Padre ha detto di ascoltare. Il missionario è colui che, nelle pietre d’inciampo che sovente fanno ripiombare tante persone nel buio, riconosce invece le pietre miliari che indicano cammini di liberazione.

Il Signore che conosce la nostra debolezza e sa con quanta difficoltà riusciamo a trasfigurare la nostra quotidianità oltre che le realtà tanto complesse che ci circondano, interviene ad offrirci coraggio e consolazioni. Sono gli squarci di Tabor di cui egli non tralascia mai di farci dono, a tempo debito. Che diventino lievito di quella realtà nuova che la Pasqua ha portato al mondo!

 

Gen 22, 1-2. 9a. 10-13. 15-18

Rom 8, 31b-34

Mc 9, 2-10

 

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